I Gatti di Vicolo Miracoli – Quanto vale un uomo

Non c’è più niente da capire

da domani ormai la vita un prezzo avrà

la stabilito un vecchio pazzo

Che negli occhi ha scritto dov’è l’umanità

forse in una sera di carnevale

ti chiederai quanto vale un uomo

e la risposta è sempre un numero

Al capolinea della vita

c’è un pallottoliere che aspetta la tua mano

ma non puoi fingere di non capire

ormai lo sai si muove già da se

non c’è più niente da capire

da domani ormai la vita un prezzo avrà

la stabilito un vecchio pazzo

che negli occhi ha scritto dov’è l’umanità

forse in un sera di carnevale

ti chiederai quando vale un uomo

e la risposta è sempre un numero

Con i principi di uguaglianza sono caricate le bocche dei mortai

con i colori grigio tempo sono lastricate le strade di dachau

Non c’è più niente da capire

da domani ormai la vita un prezzo avrà

la stabilito un vecchio pazzo

che negli occhi ha scritto dov’è l’umanità

forse in una sera di carnevale

ti chiederai quanto vale un uomo

e la rispota è sempre un numero un numero

Negazionismo virtuale: prove tecniche di trasmissione (1998)

Negazionismo virtuale: prove tecniche di trasmissione (1998)

Rudy M. Leonelli, Luca Muscatello, Vincenza Perilli, Leonardo Tomasetta, Negazionismo virtuale: prove tecniche di trasmissione, Altreragioni, n. 7, 1998, pp. 175-181 *

In un recente studio Alain Bihr indica tra le condizioni che, negli ultimi anni, hanno permesso al verbo e al credo revisionista di uscire dai circoli ristretti in cui era costretto, l’affermarsi di una sorta di relativismo generalizzato:

“tutti i punti di vista si equivalgono, non c’è più criterio che permetta di distinguere chiaramente il vero dal falso, il reale dall’illusorio, il bene dal male; a ciascuno forgiarsi la sua opinione, e d’altronde tutte le opinioni sono accettabili quando sono sincere. Questa assenza di criteri è del resto celebrata dall’ideologia postmodernista come una liberazione, come l’accesso a un mondo in cui l’individuo può moltiplicare i punti di vista, simultaneamente o successivamente: intrecciarli senza curarsi della loro coerenza, o praticare una sorta di nomadismo identitario, cambiando di ‘visione del mondo’ come di camicia”[1].

Le reti telematiche sono diventate uno dei luoghi privilegiati di riproduzione e sperimentazione di questo relativismo, popolarizzato da riviste come Wired: “All’improvviso, la tecnologia ci ha dato poteri che ci permettono di manipolare non solo la realtà esterna, il mondo che ci circonda, ma anche e soprattutto noi stessi. Potete diventare tutto quello che volete essere”.[2]

Per questo sarebbe sbrigativo e troppo facile liquidare l’utilizzo delle reti da parte del revisionismo telepragmatico come un semplice epifenomeno. Non si tratta di un effetto collaterale, ma di una reale deriva del nomadismo identitario.

“L’ideologia contemporanea della comunicazione è caratterizzata dall’effimero, dalla dimenticanza della storia e del perché degli oggetti e del loro assemblaggio sociale”.[3] Il revisionismo si articola facilmente, e in modo quasi “naturale”, con questa ideologia.

Abbiamo per ora sollevato il problema. Qui, non affronteremo il fenomeno globale dei file e dei web revisionisti nel mondo,[4] ma ci limiteremo all’analisi di alcuni aspetti di un episodio specifico, che può essere letto come caso limite nel contesto del revisionismo virtuale.

Nell’ottobre del 1990 si diffonde in Italia, dopo una breve fase sperimentale la rete telematica antagonista European counter network (Ecn). Se inizialmente la rete era espressione diretta di una struttura già esistente – il Coordinamento nazionale antinucleare antimperialista – nella quale le realtà locali svolgevano funzione di verifica preliminare dei messaggi immessi,[5] in seguito si apre un dibattito che, nel confronto-scontro con altre esperienze, porterà Ecn a divenire rete “aperta” al contributo di singoli, senza nessuna restrizione e forma di controllo.

Questo processo è in un primo tempo animato dalla tensione verso un nuovo modello di relazioni politiche e comunicative: si cerca di chiudere, o superare, una impostazione in qualche modo “autocentrata” su alcuni nuclei militanti che hanno “resistito”, nell’intento di innescare una dinamica espansiva, caratterizzata dall’apertura ad una pluralità di “soggetti” e situazioni.

Le possibilità offerte dalla telematica e dal suo uso alternativo e/o antagonista sembrano rilanciare a vent’anni di distanza e ad un nuovo e più alto livello le potenzialità aperte dalle radio libere. Il parallelo tra le due esperienze è ricorrente e in certo senso spontaneo. Ma il confronto con le radio degli anni Settanta che – dato il carattere quanto meno non generalizzabile di quell’esperienza – potrebbe suggerire una riflessione critica, è spesso sviluppato in termini autocelebrativi, che appiattiscono il dibattito sulle posizioni più viete.

Nella gestione quotidiana di questo passaggio prevale, a scapito delle sollecitazioni più problematiche, un senso comune di impronta dualistica che – in ossequio alla logica binaria – contrappone coppie terminologiche antagonistiche quali: chiuso/aperto, rigido/fluido, verticale/orizzontale, spesso riassunte nell’onnicomprensiva e futile dicotomia vecchio/nuovo, tatuata sulla pelle subculturale di una supposta comunicazione a/ideologica. Non sarà raro reperire in testi teorici e in messaggi ordinari le tracce di un impianto che taglia il mondo in due parole-chiave inconciliabili (o distingue due mondi storicamente sfalsati): lo “stalinismo” e la deregulation.

L’esperienza effettiva dell’uso della rete Ecn mostrerà presto nuovi limiti: al primitivo uso “militante” – spesso ridotto ad una sorta di utile, ma limitato “bollettino” – e alla diffusione di contributi teorici, italiani e non, si affianca un tipo di “comunicazione” atomistica, dove la pregiudiziale apertura espone al permanente rischio di ridondante dispersione, e (in particolare nel caso che esaminiamo) iniziano a comparire discussioni che degradano in scambi di invettive. Lontano dall’essere prerogativa esclusiva della rete Ecn, si tratta di un fenomeno normale nella “comunicazione” telematica, tanto che negli Usa è stato coniato il termine electronic harassment (in gergo flame): “a mano a mano che cresce il traffico in rete, aumentano messaggi osceni, insulti, minacce, una versione postmoderna delle vecchie lettere anonime”.[6]

A dispetto delle visioni dei profeti dell’era digitale, si va configurando nel cyberspazio uno scenario implosivo. Ai limiti strutturali della comunicazione telematica – riduzione della funzione linguistica alla reazione stimolo-risposta, divieto di replica e di circolarità dello scambio comunicativo, sussunzione dei filtri e dei selettori alle finalità autoreplicative del sistema binario, ecc. – si aggiungono, con l’espandersi della rete, quegli effetti di “ridondanza” e di “rumore” (Luhmann) che, ove non si riesca a governare l’accresciuta complessità dell’informazione circolante, porterà ad una soluzione autistica della stessa comunicazione telematica.

Ma veniamo al negazionismo. Nel novembre 1992, certamente al di fuori di molte speranze puntate sul progetto Ecn, vengono immessi nella rete i primi messaggi revisionisti ad opera del collettivo “Transmaniacon” di Bologna.[7] Il file che inaugura questo esperimento, La provocazione revisionista, è la trascrizione di una intervento transmaniaco trasmesso della neonata Radio K Centrale (Rkc). Spicca, in questo testo, la lapidaria frase di Faurisson:

“Le pretese camere a gas hitleriane e il preteso genocidio degli ebrei formano una sola e medesima menzogna storica, che ha aperto la via ad una gigantesca truffa politico-finanziaria, i cui principali beneficiari sono lo stato d’Israele e il sionismo internazionale, e le cui principali vittime sono il popolo tedesco, ma non i suoi dirigenti, il popolo palestinese tutto intero e, infine, le giovani generazioni ebraiche che la religione dell’Olocausto chiude sempre di più in un ghetto psicologico e morale”.

È con queste idee “nuove” che la periferia padana cerca di allungare il passo per raggiungere il “centro” dell’impero. Spingendo al parossismo la violazione dei “tabù”[8] si può forse saltare sul carro della costituenda nazione digitale: “Il mondo collegato è la più libera comunità d’America. I suoi membri possono fare cose inaccettabili altrove nella nostra cultura”.[9]

Ha inizio un gioco che continuerà a lungo, con l’immissione di file firmati con soprannomi, acronimi e vari pseudonimi.[10] Rispetto all’uso storico di questo espediente in ambito revisionista,[11] la sperimentazione telematica del nomadismo identitario introduce nuove possibilità di gioco. Usando contemporaneamente diversi pseudonimi uno stesso soggetto può costruire in tempo reale un discorso su diversi livelli, inscenando un personaggio A che collabora all’introduzione del discorso revisionista, un personaggio B che, pur non condividendo a pieno tale discorso, lo ritiene un’utile sollecitazione, e un personaggio C che, mentre ostenta distacco per le dinamiche che ha contribuito a scatenare, solidarizza con A in nome della tolleranza e della libertà di espressione.[12] La presunta “dissoluzione del soggetto” nel cyberspazio si rovescia in un protagonismo indiscriminato, spinto fino al sintomatico genere della (auto)intervista; mentre la celebrata pluralità dei punti di vista diviene mera simulazione. Il carattere duttile e segmentario della comunicazione non manifesta una intrinseca potenza liberatoria: il concatenamento flessibile di una serie di segmenti rigidi può funzionare a cingolo di carrarmato.

Ma più importante della produzione propria, costituita da interventi di scarso rilievo, l’operazione del collettivo Transmaniacon consiste nell’immissione in rete di traduzioni di testi del negazionismo, interventi relativi allo stesso e informazioni su iniziative e progetti editoriali negazionisti.

La cifra ideologica dell’intera operazione è l’uso del materiale negazionista ai fini di uno smantellamento – da un punto di vista “rivoluzionario e di classe”- dell’antifascismo. Ma la critica dell’antifascismo consensuale e celebrativo sviluppata dai movimenti di estrema sinistra nel dopoguerra subisce una torsione verso un anti-antifascismo che ne altera violentemente la valenza, e la cui pretesa efficacia “sovversiva” diviene sempre più inverosimile a fronte delle trasformazioni postfasciste in atto nella cultura e nella costituzione italiana.[13]

Questo carattere improbabile è accentuato dal fatto che la sequenza dei messaggi disegna un’oscillazione tra il richiamo a matrici di ultrasinistra e una cultura del disincanto (“fine della Storia” e delle “ideologie”, estraneità alla dicotomia destra/sinistra, etc.). Si potrebbe parlare, da questo punto di vista, di un revisionismo commutatore, o “di cerniera”, che riversa relitti di ideologie rivoluzionarie e scampoli di fraseologia marxista sulle spiagge piatte del “dopo-storia”.

Il tratto dominante è il recupero del negazionismo di Rassinier, Faurisson e Vieille Taupe di Pierre Guillaume[14] che, a differenza del revisionismo relativizzatore (riassunto nella figura emblematica di Nolte), dovrebbe prestarsi ad un uso rivoluzionario o “anticapitalista”.[15] L’opposizione a Nolte, sancita nel febbraio del ’92 proprio a Bologna dall’occupazione pacifica dell’aula in cui lo “storico” avrebbe dovuto tenere una conferenza organizzata dai Cattolici popolari, viene fatta valere come segno di appartenenza all’ambito in cui si intendono introdurre le tesi negazioniste. Si tratta, però, di un passaporto alterato, in quanto il blocco di Nolte è trasformato dalla retrospettiva versione “situazionautica” nella generica contestazione di “una star”. Questa riduzione a critica dello “spettacolo” è introdotta per cancellare o diluire il segno forte di contestazione del revisionismo iscritto nell’assemblea che si era svolta nel corso dell’occupazione e nei volantini che l’avevano promossa.[16]

Il motivo antiaccademico ha un ruolo di primo piano: al revisionismo “ufficiale” di Nolte viene contrapposto il negazionismo, presentato coi crismi della persecuzione. Un filone che appare immediatamente “sovversivo” in quanto trasgressivo, irriverente e, soprattutto, marginalizzato e censurato. L’opposizione “ribellista” del negazionismo al revisionismo relativizzatore sarà inficiata nei fatti dalle posizioni assunte dallo stesso Nolte.[17] La vanificazione di questa pretesa inconciliabilità troverà definitiva sanzione con la pubblicazione, da parte dell’editrice che ha realizzato la nuova traduzione italiana de La menzogna di Ulisse, di Paul Rassinier[18] – preannunciata dai transmaniaci in Ecn – di un volume che comprende tra gli altri un intervento di Nolte che ribadisce la possibile integrazione del negazionismo.[19]

Sarebbe sterile seguire il magma dei file transmaniaci, mostrando le forzature e i travisamenti imposti ai testi, il penoso tentativo di mettere a servizio dell’operazione frasi strappate da Adorno, Brecht, o Fortini, dipanare il fitto groviglio di autocontraddizioni e mutamenti di registro. Interrogando, a distanza di tempo, il senso di quella impresa, si può scorgere in essa una valenza che travalica la pur emblematica dimostrazione del fatto che talvolta l’interattività immediata “perde il suo contenuto e si ritrova trasformata in un pericoloso moltiplicatore di idiozie”.[20]

L’operazione revisionismo in rete ha svolto di fatto un ruolo “sperimentale”, diverso da quello intenzionale o dichiarato: ha funzionato come una prova in vitro, un test del grado di tollerabilità dell’intollerabile raggiunto negli ambiti alternativi, o antagonisti, trovando, oltre ad alcune puntuali risposte[21], significative e preoccupanti sacche di giustificazione o indifferenza. Anche su questa nuova zona grigia, preventivamente esplorata nel cyberspazio, si fonderanno in parte le precarie fortune dell’editoria negazionista italiana.

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* In contemporanea con Marginalia, ripubblico questo intervento collettivo, a sostegno dell’appello contro il tentativo di fornire una legittimazione “scientifica” ed accademica al negazionismo di Faurisson.


[1] Alain Bihr, “Du passé ne faisons pas table rase!”, in A. Bihr e altri., Négationnises: les chiffonniers de l’histoire, Villeurbanne – Paris, Golias – Syllepse, 1997, p. 23.

 

[2] Wired, San Francisco, ottobre 1994, p. 107, citato in Herbert I. Schiller, “I profeti dell’era digitale”, Le Monde diplomatique/ il manifesto, novembre 1996, p. 27.

[3] Armand Mattelart, “I nuovi scenari della comunicazione mondiale. Geopolitica e reti informatiche”, Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 1995, p. 30.

[4] Da parte di gruppi di estrema destra, l’uso delle reti non è limitato a varie forme di propaganda e coordinamento logistico (promozione di manifestazioni, azioni, etc.), ma si estende alla diffusione di materiale revisionista. Queste attività hanno raggiunto forme particolarmente sofisticate: “il nocciolo duro dell’eversione telematica è collocato ai livelli segreti di Internet, quelli che restano inaccessibili a ogni forma di ricerca. Nella maggioranza si tratta di gruppi di discussione volatili (indirizzi telematici che funzionano come una gigantesca buca delle lettere a cui ognuno può spedire messaggi sul tema in discussione), segnalati ai partecipanti sotto forma di ‘mailing list’ (lista degli indirizzi). Si accede alla lista solo su invito diretto, e i requisiti di reclutamento sono rigorosissimi. Ma Internet non è una zona sicura (nemmeno per le aree invisibili), così le comunicazioni più sensibili sono segretate con un programma di criptaggio che nessuno al mondo è in grado di decodificare senza possederne la chiave” [Franco Fracassi, Il Quarto Reich. Organizzazioni, uomini e programmi dell’internazionale nazista, Roma, 1996, Editori Riuniti, pp. 71-72]. Un gruppo di hacker ha scoperto l’esistenza di una rete clandestina che interconnette le frange più estremiste di gruppi neonazisti del mondo, The Thule Network, rete europea il cui maggior link d’oltreoceano era gestito da Gary Rex Lauck, uno dei fondatori della Nsdap-ao (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei – Auslands und Aufbauorganisation, Partito nazionalsocialista dei lavoratori – organizzazione per l’estero e la costruzione). Fin dagli anni Settanta, Lauck ha svolto un ruolo di primo piano, creando contatti tra le varie organizzazioni neonaziste, fornendo materiale propagandistico e finanziamenti ai “camerati” europei e in particolare tedeschi. Michael Schmidt sostiene che “l’organizzazione dei nazisti per eccellenza è e rimane la Nsdap”, articolata con diverse organizzazioni di copertura (o “parallele”), che “esistono solo perché la Nsdap è illegale ma può così continuare a operare ‘legalmente’. Ecco perché il semplice divieto di questi movimenti non serve a nulla: anche se intralcia un po’ le ‘operazioni’, non incide affatto sulle strutture” [Neonazisti, Milano, Rizzoli, 1993, p. 52]. Lauck è stato arrestato in Danimarca nel maggio 1995 e poi estradato in Germania, in occasione di un viaggio europeo finalizzato alla partecipazione a un congresso internazionale revisionista. Schmidt documenta i rapporti di Lauck con negazionisti quali l’ex ufficiale delle SS Thiers Christophersen, autore di Die Auscwitz Lüge (La menzogna di Auschwitz), 1973. Sul ruolo del revisionismo in una iniziazione al neonazismo negli Usa, vedi Joel Gilbert, “Chi ha perso un americano?”, Altreragioni, n. 6, 1996, pp. 119-129.

[5] Cfr. International Meeting. Atti del convegno internazionale di Venezia 7-8-9 Giugno 1991, Padova, Calusca Edizioni, 1991. In particolare i materiali della Commissione comunicazione, pp. 77-118.

[6] “E in rete navigano insulti e minacce, Il Corriere della Sera, 22.7.1997.

[7] Una rassegna critica di questi file è fornita da Guido Caldiron, “Liaisons romaines”, in A. Bihr e altri, Négationnistes…, op. cit., pp. 179-192. Caldiron cita da La provocAzione revisionista, a cura di Ecn Milano, febbraio 1994. Nel presente lavoro abbiamo fatto direttamente ricorso ai file originali circolati in Ecn.

[8] Nel quadro della “violazione dei tabù” il Collettivo “Transmaniacon” ha inoltre agitato il tema della pedofilia. Una simmetrica rottura dell’interdetto era emersa, già dieci anni prima, ai bordi del negazionismo francese (Cfr. Didier Daeninckx, “Le jeune poulpe et la vieille taupe: chronologie d’un combat des profondeurs”, in A. Bihr e altri, Négationnistes…, op. cit., pp. 172-173).

[9] Jon Katz, “Birth of a Digital Nation, Wired, april 1997,.p. 186.

[10] Due pseudonimi usati nei file revisionisti (Mastro Ciliegia e Fabrizio Belletati) riaffiorano abbinati a un nome anagrafico nel volumetto curato da di Gilberto Centi , Luther Blissett, Bologna, Synergon, 1995, p. 57. Incensando la “mitologia dell’improbabile e dell’ubiquo” e la creazione di “situazioni al cui interno non esista responsabilità individuale” (p. 61), il testo fornisce un resoconto significativamente incompleto delle imprese del collettivo Transmaniacon in Ecn e Rkc: è dimenticata la provocazione revisionista (pp. 52-54). Mentre omette questa operazione, il racconto ne predispone una giustificazione pragmatica, “rivelando” la decisione di Transmaniacon di forzare i media “nella maniera più radicale possibile” (p. 50). Per questi improbabili “postpolitici”, dunque, il fine giustifica i mezzi. Ma la riduzione del negazionismo a questa (retrospettiva) intenzione strumentale non fuoriesce dal circuito revisionista, in quanto presuppone la banalizzazione del genocidio.

[11] Sull’uso degli pseudonimi nel contesto della scrittura negazionista, si veda Emmanuel Chavaneau, “L’illusion d’une vie sans histoire”, in A. Bihr e altri, Négationnistes..., op. cit., p.200.

[12] Il genere dell’autoelogio e della solidarietà con se stesso camuffato con pseudonimi risale, in ambito revisionista, al capostipite Paul Rassinier: costui, per mezzo di articoli a firma Jean-Pierre Bermont, rivolgeva dal giornale fascista Rivarol, ricambiati complimenti all’imparzialità e al talento di… Rassinier; che fu platealmente smascherato in un processo dell’ottobre 1964 (vedi Florent Brayard, Comment l’idée vint à M. Rassinier, Paris, Fayard, 1996, pp. 379-380).

[13] Come osserva Lutz Klinkhammer “in Italia negli ultimi anni è stata fortemente auspicata una ‘conciliazione nazionale’, considerata un elemento fondamentale per una società ‘postfascista’. Il ‘superamento’ del passato fascista da parte di una presunta società post-fascista presuppone però l’offuscamento dei lati negativi di questo passato [..]. Gli storici dovrebbero opporsi con il loro potenziale critico a ogni tipo di abbellimento della realtà”. [Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-44), Roma, Donzelli, 1997, pp. VII-VIII]. Un incisivo quadro del nuovo corso revisionistico che vuole “l’unità della patria” e la “riconciliazione generale” è tracciato nel paragrafo “Un revisionismo storico al galoppo” di Cesare Bermani, Il nemico interno. Guerra civile e lotte di classe in Italia, Roma, Odradek, 1997, pp. 74-80.

[14] I reiterati richiami dei transmaniaci all’attività dei “compagni rivoluzionari della Vieille Taupe evitano di fornire informazioni sull’esistenza, in tempi distinti, di due diverse realtà contrassegnate dallo stesso nome: dagli anni Sessanta fino alla chiusura nel 1973, la Vieille Taupe è stata una libreria che pubblicava soprattutto testi della sinistra rivoluzionaria. Alle soglie degli anni Ottanta, Pierre Guillaume – un ex esponente della prima Vieille Taupe – valendosi del diritto di proprietà del marchio, ha resuscitato l’etichetta a servizio di una nuova impresa votata alla pubblicazione di testi negazionisti. Il rapporto tra la prima e la seconda Vieille Taupe è controverso. La “nuova” Vieille Taupe è stata presente alle feste del Front national, e i suoi testi sono diffusi in Francia dal circuito della ex libreria neonazista parigina Ogmios.

[15] Relativamente a Nolte, vedi M. Tomba e V. Zanin, “Fare storia per scagionare il presente, Altreragioni, n. 6, 1997. Sul negazionismo vedi i lavori di R. Leonelli, M. Tomba e V. Zanin in questo numero di Altreragioni

.

[16] Cfr. “Ernst Nolte? Nein danke”, Quaderno di Ecn, Bologna, maggio 1992.

[17] Sul conferimento, da parte di Nolte, di una patente di scientificità alle tesi dei negatori della realtà storica del genocidio perpetrato dai nazionalsociatisti per mezzo delle camere a gas, vedi Luigi Cajani, “L’Occidente dopo la vittoria nella guerra civile, Nuvole, n. 2, a. IV, 1994, pp. 35-37.

[18] La prima traduzione de La menzogna di Ulisse, a cura del “centro studi e documentazione Giovanni Preziosi”, comparsa per l’editrice Le Rune [Milano, 1966] era dedicata “a Giovanni Preziosi eroe e martire della verità”. La fascetta di sovracoperta recitava: “Lo scrittore socialista Paul Rassinier ex deportato di Buchenwald distrugge la leggenda dei 6.000.000 di morti e dei cosiddetti ‘crimini nazisti’ e svela le responsabilità dei deportati” [cfr. Alfonso M. di Nola, L’antisemitismo in Italia, Firenze, Vallecchi, 1973, pp. 115-116]. Sull’attività e il ruolo di Preziosi (direttore de La Vita Italiana, curatore nel 1921 della prima edizione italiana del celebre falso antisemita I Protocolli dei Savi Anziani di Sion e di numerose riedizioni, dal 1944 direttore dell'”Ispettorato generale per la razza” della Repubblica Sociale Italiana) nel contesto del complesso reticolo dei razzismi del fascismo, rinviamo all’accurato catalogo della mostra curata del Centro Furio Jesi, La menzogna della razza. Documenti e immagini del razzismo e dell’antisemitismo fascista, Bologna, Grafis, 1994.

[19] Ernst Nolte, “La versione storico-genetica della teoria del totalitarismo: scandalo o perspicacia?”, in Ferdinando Abbà e altri, Revisionismo e revisionismi, Genova, Graphos, 1996, pp. 23-38.

[20] Riccardo Stigliano, “Che cos’è una democrazia elettronica?, Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1996, p. 11.

[21] Ricordiamo tra gli altri: il file Ultima.txt, firmato “alcuni compagni del Piemonte”; il netto rifiuto del “dialogo” da parte del Collettivo acéphale (file siglati AAA – Agenzia autonoma acéphale, Bologna); il documento prodotto dal Centro di comunicazione autonomo di Bologna, “Contro il revisionismo storico ‘di sinistra’”, La coMune – Progetto memoria, n. 15, 1994, pp. 20-33. Ma i situazionauti hanno trovato anche apologeti: in una lettera a Marxismo oggi, un revisionista cita tra gli altri, a testimonianza dell’esistenza di un negazionismo di sinistra: Transmaniacon, La Provocazione Revisionista, Bologna 1994 [Carlo Mattogno, “Il revisionismo in Italia”, Marxismo oggi, n. 3, 1996, pp. 168-169].

“L’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli” Lenin

“L’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli” Lenin

Questo post é dedicato a tutti quegli stolti ed imbecilli (antesemiti) che ancora oggi parlano e si fanno grandi della miseria del loro filosofia, e vivono come eroi gloriosi dietro le sottane degli agenti della contro rivoluzione preventiva.

L’ebreo che ride

sono al centro di una stella
immobile mi guardo intorno
è desolante lo spettacolo
che offre l’uomo ai suoi figli
un voce terrificante si alza
e le luci della ribalta
sono puntate contro
l’ebreo che ride
una mente acida ubriacata di follia
un artista della dislessia
della schizofrenia del linguaggio
sono al centro di una stella
ed è terribile ascoltare
quelle parole magiche
ebreo ebreo ebreo
deicida sionista assassino demone
schifoso depravato deficiente terrorista
mongoloide satanista
una comunità ha bisogno
di un nemico
sono al centro di una stella
guardo a destra e a sinistra
sento delle voci familiari
noi non siamo ebrei
noi non siamo ebrei
questa litania si ripete all’infinito
è desolante lo spettacolo
che offre l’uomo ai suoi figli
l’individuo si perde nella folla
con le sue pulsioni aberranti
sento delle voci
inveire senza ritegno
ebreo ebreo ebreo
deicida sionista assassino demone
schifoso depravato deficiente terrorista
mongoloide satanista
io sono solo
l’ebreo che ride
una mente acida ubriacata di follia
un artista della dislessia
della schizofrenia del linguaggio
non ho mai aperto la Thorah
non conosco la cultura ebraica
sono solo l’ebreo che ride
ho una colpa un giorno ho creduto
di essere joshua ben-joseph
martoriato sulla croce
ho una colpa un giorno ho creduto
di essere figlio dell’uomo
assassino della morale
sono al centro di una stella
immobile mi guardo intorno
ricordo il passato
quella foto
nel Caos nasce l’ebreo che ride
quella foto
dove il figlio dell’uomo
diventa un artista della dislessia
della schizofrenia del linguaggio
una mente acida ubriaca di follia
dove un esercito di stolti
agisce senza memoria per passare alla storia
sono al centro di una stella
sono l’ebreo che ride

by Simonetti Walter

T. Adorno, Contro l’antisemitismo

I gruppi antisemiti provenivano in larga misura da strati sociali esprimenti un duplice rifiuto: da un lato contro il socialismo, dall’altro contro ciò che ai loro occhi era clericalismo. Essi abbinavano una certa resistenza con-tro poteri convenzional-conservatori a quella contro il movimento operaio. In Austria questo aspetto era particolarmente sviluppato: chi non era cristia-no-sociale o socialdemocratico, tendeva automaticamente al popolarismo tedesco e quindi all’antisemitismo. Io ritengo che questa mentalità continui a esistere ancora oggi. Le strutture fondamentali dei raggruppamenti politici hanno una curiosa longevità che evidentemente travalica le immani tragedie che abbiamo già vissuto. Di conseguenza gli argomenti di tipo religioso si trovano facilmente in svantaggio ideologico rispetto a persone che vivono comunque in una sfera che non si lascia avvicinare da quella religiosa e che di essa fiuta soltanto la fittizia pretesa di dominio oltramontano. Anche i gruppi religiosi (…) dovrebbero cercare di combattere l’antisemitismo sul suo stesso terreno; da un lato, quindi, contribuire a impedire il costituirsi di strutture caratteriali antisemite, dall’altro riallacciarsi, là dove queste già esistono, a ciò che sappiamo del conscio e dell’inconscio degli antisemiti, andando anche oltre, ma non sem-plicemente affermare, o addirittura propagare il loro punto di vista. E ciò mi spinge a soffermarmi sulla posizione da assumere rispetto ai problema della propaganda nel suo complesso. Consentitemi di premettere un po’ accentuatamente una tesi: l’antisemitismo è un mezzo di comunicazione di massa nei senso che prende spunto da inconsci istinti, conflitti, inclinazioni, tendenze per rafforzarli e manipolarli anziché rischiararli ed elevarli al livello di coscienza. È un potere completamente antiilluministico e, malgrado il suo naturalismo, si è da sempre collocato in contrasto stridente con l’illuminismo continuamente e ripetutamente biasimato in Germania. Questa struttura è comune alla superstizione, all’astrologia, che cerca anch’essa di potenziare e sfruttare gli istinti inconsci, e a ogni propaganda; fa sempre la stessa cosa. Di conseguenza, ciò che si chiama metodo propa-gandistico parte già in svantaggio rispetto all’antisemitismo. Io considero proprio questo cristallizzarsi razionale di tendenze irrazionali, la loro confer-ma o riproduzione attraverso varie forme di comunicazione di massa, oggi, una delle forze ideologiche più pericolose nella società contemporanea. In occasione di uno studio contro l’astrologia commerciale nelle rubriche dei giornali, che ho pubblicato qualche tempo fa, un noto psicologo, senza nominarmi esplicitamente, ha polemizzato con me rimproverandomi di sopravalutare queste cose innocue, e sostenendo che sarebbe bello se l’astrologia servisse a convincere gli uomini a essere gentili gli uni con gli altri e un po’ più cauti nella guida. Non voglio sopravalutare l’importanza della astrologia, ma vorrei altresì ammonire a non sottovalutarla. La tenden-za a non rischiarare quanto cova nell’inconscio, ma a manipolarlo e porlo al sevizio di interessi particolari è presente anche nel pregiudizio antisemita. Io potrei fornirvi la prova che esiste, fin nei più piccoli particolari, una con-comitanza strutturale tra, mi si conceda il termine, “gli stereotipi astrologici” e gli “stereotipi antisemiti”, e che i meccanismi di cui qui si tratta sono nel contempo le costanti della psicologia pubblicitaria. Si potrebbe dire che l’antisemitismo è l’ontologia della reclame.

Jean-Paul Sartre, Réflexions sur la question iuive

“Per causa sua il Male accade sulla terra, tutto ciò che c’è di male nella società (crisi, guerre, carestie, rivolgimenti e rivolte) gli è direttamente o indirettamente imputabile. L’antisemita ha paura di scoprire che il mondo è fatto male: perché allora bisognerebbe inventare, modificare e l’uomo si ritroverebbe padrone dei propri destini, provvisto di una responsabilità angosciosa e infinita. Perciò localizza nell’ebreo tutto il male dell’universo. Se le nazioni si fanno guerra ciò non deriva dal fatto che l’idea di nazionalità, nella sua forma presente, implica quella dell’imperialismo e del conflitto di interessi. No, è l’ebreo che sta lì dietro ai governi, e soffia discordia. Se c’è una lotta di classe, ciò non si deve al fatto che l’organizzazione economica lascia a desiderare: sono i caporioni ebrei, gli agitatori dal naso adunco che traviano gli operai. Così l’antisemitismo è originariamente un manicheismo; spiega il corso del mondo con la lotta del principio del Bene contro il principio del Male. Tra questi due principi non è concepibile nessun accordo: bisogna che uno dei due trionfi e che l’altro sia annientato. […] [A questo punto risulta possibile tracciare un profilo dell’antisemita:] Questo tipo siamo ora in grado di comprenderlo. È un uomo che ha paura. Non degli ebrei, certamente: ma di se stesso, della sua coscienza, della sua libertà, dei suoi istinti, delle sue responsabilità, della solitudine, del cambiamento della società e del mondo; di tutto meno che degli ebrei. È un codardo che non vuol confessarsi la sua viltà; un assassino che rimuove e censura la sua tendenza al delitto senza poterla frenare e che pertanto non osa uccidere altro che in effigie o nascosto dall’anonimato di una folla: uno scontento che non osa rivoltarsi per paura della sua rivolta. Aderendo all’antisemitismo, non adotta semplicemente un’opinione, ma si sceglie come persona. Sceglie la permanenza e l’impenetrabilità della pietra, l’irresponsabilità totale del guerriero che obbedisce ai suoi capi, ed egli non ha un capo. Sceglie di non acquistare niente, di non meritare niente, ma che tutto gli sia dovuto per nascita – e non è nobile. Sceglie infine che il Bene sia bell’e fatto, fuori discussione, intoccabile: non osa guardarlo per timore d’essere indotto a contestarlo e a cercarne un altro. L’ebreo è qui solo un pretesto: altrove ci si servirà del negro, o del giallo. La sua esistenza permette semplicemente all’antisemita di soffocare sul nascere ogni angoscia persuadendosi che il suo posto è stato da sempre segnato nel mondo, che lo attende e che egli ha, per tradizione, il diritto d’occuparlo. L’antisemitismo, in una parola, è la paura di fronte alla condizione umana. L’antisemita è l’uomo che vuole essere roccia spietata, un torrente furioso, fulmine devastatore: tutto fuorché un uomo

Leon Trotsky
Termidoro e antisemitismo (1937)

Ai tempi dell’ultimo processo di Mosca io ho osservato in una delle mie affermazioni che Stalin, nella battaglia contro l’Opposizione, ha sfruttato le tendenze antisemite presenti nel paese. Su quest’argomento ho ricevuto una serie di lettere e domande che erano, nel complesso – non c’è ragione di nascondere la verità – piuttosto ingenue. “Come si può accusare l’Unione Sovietica di antisemitismo?”, “Se l’URSS è un paese antisemita, esiste qualcosa che ancora si salvi?”. Tale era il tema dominante di queste lettere. Queste persone sollevano obiezioni e sono perplesse poiché sono abituate a contrapporre all’antisemitismo fascista l’emancipazione degli ebrei realizzata dalla Rivoluzione d’Ottobre. A queste persone sembra ora che io stia strappando loro di mano un magico talismano. Tale modo di ragionare è tipico di coloro i quali sono abituati a pensare in modo volgare, non dialettico. Essi vivono in un mondo di immutabili astrazioni. Riconoscono soltanto ciò che li soddisfa: la Germania di Hitler è il regno assolutista dell’antisemitismo; l’URSS, al contrario, è il regno dell’armonia nazionale. Contraddizioni di importanza vitale, cambiamenti, transizioni da una condizione all’altra, in una parola, il processo storico reale, sfugge dalla loro fiacca attenzione. ….

.. ..

Non ci si è ancora scordati, spero, che l’antisemitismo era piuttosto esteso nella Russia zarista tra i contadini, la piccola borghesia cittadina, l’intellighenzia e lo strato più arretrato della classe operaia. La “madre” Russia era rinomata non solo per i suoi periodici pogrom, ma anche per l’esistenza di un considerevole numero di pubblicazioni antisemite che, a quell’epoca, godevano di una vasta circolazione. La Rivoluzione d’Ottobre abolì lo status da esiliati degli ebrei. Ciò, tuttavia, non vuol dire affatto che in un sol colpo essa si sia sbarazzata dell’antisemitismo. Una lunga e persistente battaglia contro la religione ha fallito ad impedire che, ancora oggi, migliaia e migliaia di chiese, moschee e sinagoghe venissero affollate da gente supplichevole. La stessa situazione prevale nella sfera dei pregiudizi nazionali. La legislazione da sola non cambia le persone. I loro pensieri, emozioni e concezioni dipendono dalla tradizione, dalle condizioni materiali di vita, dal loro livello culturale, ecc. Il regime sovietico non ha ancora venti anni. La parte più anziana della popolazione è stata educata sotto lo zarismo. La generazione più giovane ha ereditato molto dalla vecchia. Queste condizioni storiche generali dovrebbero di per sé render chiaro a qualsiasi persona pensante che, malgrado il modello legislativo della Rivoluzione d’Ottobre, è impossibile che i pregiudizi sciovinisti e nazionalisti, e specialmente l’antisemitismo, possano non essere persistiti con forza tra lo strato più arretrato della popolazione. ….

Ma ciò non è affatto tutto. Il regime sovietico, in realtà, ha visto nascere una serie di nuovi fenomeni che, a causa della povertà e del basso livello culturale della popolazione, erano capaci di creare, come di fatto è accaduto, un rinnovato sentimento antisemita. Gli ebrei sono una popolazione tipicamente cittadina. Essi comprendono una considerevole percentuale della popolazione cittadina in Ucraina, nella Russia Bianca e persino nella Grande Russia. Il regime sovietico, più di qualsiasi altro nel mondo, ha bisogno di un numero assai vasto di funzionari pubblici. Questi sono reclutati fra la parte di popolazione cittadina più acculturata. Com’è logico gli ebrei risultano occupare un posto sproporzionatamente largo tra la burocrazia, specialmente tra i livelli medi e bassi. Noi potremmo di certo chiudere i nostri occhi innanzi a questo fatto e limitarci a vaghe generalizzazioni riguardo l’uguaglianza e la fratellanza di tutte le razze. Ma una politica da struzzi non ci permetterebbe di avanzare di un singolo passo avanti. L’odio dei contadini e degli operai per la burocrazia è un tratto fondamentale della vita sovietica. Il dispotismo del regime, la persecuzione di ogni critica, il soffocamento di ogni vivo pensiero ed infine la cornice giudiziaria, non sono altro che un mero riflesso di questo fatto basilare. Anche per mezzo di un ragionamento aprioristico sarebbe impossibile non concludere che l’odio per la burocrazia assuma una coloritura antisemita, almeno in quei posti in cui i funzionari ebrei sono una percentuale significante e sono posti innanzi ad un vasto esercito di masse contadine. Nel 1923 io proposi alla conferenza del partito bolscevico ucraino di assumere come funzionari individui capaci di parlare e di scrivere nella lingua delle popolazioni circostanti. Quanti ironici commenti vennero fatti a proposito di questa proposta, specialmente da parte dell’intellighenzia ebraica che parlava e scriveva russo e non aveva intenzioni di imparare la lingua ucraina! Bisogna ammettere che a questo riguardo la situazione è cambiata considerevolmente per il meglio. Ma la composizione nazionale della burocrazia è mutata di poco e, ciò che è assai più importante, l’antagonismo tra la popolazione e la burocrazia è cresciuto in modo mostruoso durante gli ultimi dieci-dodici anni. Tutti i seri ed onesti osservatori, specialmente coloro che hanno vissuto a lungo tra le masse di persone che lavorano assai duramente, portano testimonianza dell’esistenza dell’antisemitismo, non solo di quello vecchio ed ereditario, ma anche della nuova, sovietica, varietà. ….

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Il burocrate sovietico si sente moralmente in un campo assediato. Egli cerca con tutta la sua forza di rompere questo suo isolamento. La politica di Stalin, almeno per il 50 percento, è dettata da questa situazione. Cioè: (1) la demagogia pseudo-socialista (“Il socialismo è già compiuto”, “Stalin ha dato, dà e darà una vita felice al popolo”, ecc.); (2) misure politiche ed economiche designate per costruire attorno alla burocrazia un largo strato di nuova aristocrazia (le paghe sproporzionatamente alte concesse agli stacanovisti, ai militari, agli ordini onorari, alla nuova “nobiltà”, ecc.); (3) sostenere i sentimenti nazionalisti ed i pregiudizi dello strato più arretrato della popolazione. Il burocrate ucraino, se è egli stesso un indigeno ucraino, tenterà inevitabilmente, al momento critico, di enfatizzare il fatto che egli è un fratello del muzhik e del contadino – non una sorta di straniero ed in nessuna circostanza un ebreo. Ovviamente non c’è in tale attitudine – ahimè!- neppure una goccia di “socialismo” o almeno di elementare democrazia. Ma è precisamente questo il nocciolo del problema. La burocrazia privilegiata, paurosa di perdere i suoi stessi privilegi, e conseguentemente completamente demoralizzata, rappresenta allo stato attuale lo strato più antisocialista ed antidemocratico della società sovietica. Nella lotta per la propria auto-conservazione essa sfrutta i pregiudizi più radicati e gli istinti più arretrati. Se a Mosca Stalin allestisce processi per accusare i trotskysti di gettar veleno sugli operai, allora non è difficile immaginare che folle sentiero possa seguire la burocrazia in alcune stamberghe ucraine e dell’Asia centrale!….

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Colui che osserva attentamente la vita sovietica, anche se solo attraverso le pubblicazioni ufficiali, scorgerà di tanto in tanto in varie parti del paese spaventosi ascessi burocratici: bustarelle, corruzione, appropriazioni indebite, uccisione di persone la cui esistenza è imbarazzante per la burocrazia, stupri di donne e cose simili. Se noi potessimo tagliare verticalmente all’interno, vedremmo come tali ascessi risultano dallo strato burocratico. Qualche volta Mosca è costretta a ricorrere a processi dimostrativi. In tutti questi processi gli ebrei ricoprono inevitabilmente una vasta percentuale, in parte perché, come abbiamo già detto, essi compongono una grande parte della burocrazia e sono marchiati del biasimo verso di essa, in parte perché, spinto dall’istinto auto conservazione, il quadro dirigente della burocrazia, al centro e nelle provincie, si sforza di deviare l’indignazione delle classi operaie da se stesso sugli ebrei. Questo fatto era noto ad ogni osservatore critico dell’URSS già da dieci anni or sono, quando il regime di Stalin aveva rivelato a mala pena le sue caratteristiche basilari. ….

La Battaglia contro l’Opposizione rappresentava per la cricca dominante una questione di vita o di morte. Il suo programma, i principi, i suoi collegamenti con le masse, tutto venne sradicato e messo in disparte a causa della bramosia di auto-conservazione della cricca dominante. Queste persone non si fermano innanzi a nulla pur di proteggere il proprio potere ed i propri privilegi. Recentemente è stato rilasciato un annuncio al mondo intero che il mio figlio più giovane, Sergei Sedov, era sotto accusa per aver tramato contro gli operai. Qualsiasi persona normale concluderà: persone capaci di avanzare tali accuse, hanno raggiunto l’ultimo stadio di degradazione morale. È possibile in questo caso dubitare anche per un solo istante che questi medesimi accusatori siano capaci di incoraggiare i pregiudizi antisemiti delle masse? Precisamente nel caso di mio figlio entrambe queste depravazioni sono unite. Dal giorno della loro nascita, i miei figli portano il nome della loro madre (Sedov). Essi non hanno mai usato nessun altro nome – né alle scuole elementari, né all’università, né nella loro vita matura. Per quanto riguarda me, negli ultimi trentaquattro anni ho portato il nome di Trotsky. Durante il periodo sovietico nessuno mi ha mai chiamato col nome di mio padre (Bronstein), così come nessuno ha mai chiamato Stalin, Dzhugashvili. In modo da non costringere i miei figli a cambiar nome, io, per necessità di “cittadinanza”, ho preso il nome di mia moglie (cosa che, per la legislazione sovietica, è perfettamente legale). Però, dopo che mio figlio, Sergei Sedov, è stato accusato di tramare contro gli operai, il GPU ha comunicato alla stampa sovietica ed estera che il nome “reale” (!) di mio figlio non è Sedov ma Bronstein. Se questi accusatori avessero voluto enfatizzare la connessione dell’accusato con me, essi lo avrebbero chiamato Trotsky, poiché politicamente il nome Bronstein non significa niente per nessuno. Ma essi stavano giocando un’altra partita; ovvero, essi desideravano enfatizzare la mia origine ebrea e quella semi ebrea di mio figlio. Mi sono soffermato su quest’episodio poiché esso ha un carattere vitale, seppur affatto eccezionale. ….

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Tra il 1923 e il 1926, quando Stalin, con Zinov’ev e Kamenev, era ancora un membro della “Troika”, le corde dell’antisemitismo venivano suonate con estrema cauzione ed in modo mascherato. Oratori assai istruiti (Stalin già allora tramava furtive battaglie contro i suoi soci) dicevano che i seguaci di Trotsky erano piccoli borghesi delle “piccole città”, senza nessuna definizione della loro razza. In realtà ciò era falso. La percentuale di ebrei nelle file dell’Opposizione non era affatto più grande di quella presente nel partito e nella burocrazia. È sufficiente elencare i nomi dei leader dell’Opposizione per gli anni 1923-25. I. N. Smirnov, Serebryakov, Rakovsky, Piatakov, Preobrazhensky, Krestinsky, Muralov, Beloborodov, Mrachkovsky, V. Yakovlev, Sapronov, V. M. Smirnov, Ishtchenko – russi a tutti gli effetti. Radek all’epoca era solo un mezzo simpatizzante. Ma, così come nei processi dei funzionari corrotti e di altri farabutti, così anche al tempo dell’espulsione dell’Opposizione dal partito, la burocrazia ha volutamente enfatizzato i nomi dei membri ebrei di secondaria importanza. Ciò fu discusso piuttosto apertamente all’interno del partito, e, indietro sino al 1925, l’Opposizione vide in questa situazione un lampante sintomo del decadimento della cricca dominante…..

Dopo che Zinov’ev e Kamenev si sono uniti all’Opposizione, la situazoine è cambiata radicalmente in peggio. A questo punto si è creata una grande e perfetta occasione per dire ai lavoratori che a capo dell’Opposizione stavano tre “insoddisfatti intellettuali ebrei”. Sotto la direzione di Stalin, Uglanov a Mosca e Kirov a Leningrado hanno portato avanti sistematicamente e quasi completamente allo scoperto questa linea. In modo da dimostrare più nettamente agli operai le differenze tra il “vecchio” corso ed il “nuovo”, gli ebrei, anche quando incondizionatamente devoti alla linea generale, furono rimossi dai posti di responsabilità che ricoprivano all’interno del partito e dei Soviet. Non solo nelle campagne, ma anche nelle industrie di Mosca l’accanimento contro l’Opposizione a partire dal 1926 assume spesso un completamente ovvio carattere antisemita. Molti agitatori parlavano sfacciatamente: “Gli ebrei sono nulla”. Io ho ricevuto centinaia di lettere che deploravano i metodi antisemiti utilizzati nella lotta contro l’Opposizione. Ad una delle sessioni del Politburo, io scrissi un appunto a Bucharin: “Tu non puoi non sapere che nella battaglia contro l’Opposizione vengono utilizzati metodi demagoghi da Cento Neri (antisemitismo, ecc.)”. Bucharin mi rispose evasivamente sullo stesso pezzo di carta: “Esempi personali sono certamente possibili”. Io scrissi nuovamente: “Io non sto pensando ad esempi individuali, ma ad una sistematica agitazione portata avanti nelle grandi imprese moscovite. Sarai d’accordo a venire con me per investigare su un esempio di ciò alla fabbrica di ‘Skorokhod’ (ne conosco altri di tali esempi)”. Bucharin rispose: “Va bene, possiamo andarci”. Invano ho tentato di fargli mantenere questa promessa. Stalin gli ha categoricamente vietato di farlo. Nei mesi della preparazione dell’espulsione dell’Opposizione, degli arresti, degli esili (avvenuti nella seconda metà del 1927), l’agitazione antisemita assunse un carattere completamente sfrenato. Lo slogan, “Battere l’Opposizione”, spesso ha preso l’aspetto del vecchio slogan “Battere gli ebrei e salvare la Russia”. La faccenda andò così lontano da costringere Stalin a pubblicare una dichiarazione scritta che affermava: “Noi lottiamo contro Trotsky, Zinov’ev e Kamenev non perché essi sono ebrei ma perché sono Oppositori”, ecc. Ad ogni persona politicamente pensante fu completamente chiaro che questa dichiarazione volontariamente equivoca, diretta contro gli “eccessi” di antisemitismo, allo stesso tempo nutriva con completa premeditazione questo sentimento. “Non scordate che i leader dell’Opposizione sono – ebrei”. Questo fu il significato della dichiarazione di Stalin, pubblicata in tutti i giornali sovietici…..

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Quando l’Opposizione, per affrontare direttamente la repressione, procedette in una più decisiva ed aperta battaglia, Stalin, nella forma di una “burla” assai significativa, disse a Piatakov e Preobrazhensky: “Voi almeno state lottando contro il CE brandendo pubblicamente le vostre asce. Questo prova ‘l’ortodossia’ delle vostre azioni. Trotsky invece lavora astutamente e senza accetta”. Preobrazhensky e Piatakov mi riferirono di questa conversazione con sommo disgusto. Dozzine di volte Stalin ha tentato di contrapporre a me il cuore “ortodosso” dell’Opposizione. ….

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Il ben noto giornalista radicale tedesco, ex-editore di Aktion, Franz Pfemfert, ora in esilio, mi scrisse nell’agosto 1936:….

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“Forse ricordi che molti anni fa io dichiarai su Aktion che molte azioni di Stalin possono trovar spiegazione nelle sue tendenze antisemite. Il fatto che in questo mostruoso processo lui, per mezzo di Tass, è stato capace di ‘correggere’ i nomi di Zinov’ev e Kamenev rappresenta, di per sé, un gesto di stile tipicamente Streicheriano. In questo modo Stalin ha dato il segnale di ‘Via’ a tutti i senza scrupoli elementi antisemiti”…..

Di fatto i nomi Zinov’ev e Kamenev, sembrerebbe, sono più famosi dei nomi Radomislyski e Rozenfeld. Quali altri motivi potrebbe aver avuto Stalin di far conoscere il “vero” nome delle sue vittime, eccetto quello di far leva sugli umori antisemiti? Tale atto, privo della minima giustificazione legale, fu, come abbiamo visto, similmente compiuto sul nome di mio figlio. Ma, indubbiamente, la cosa più sorprendente è il fatto che tutti e quattro i “terroristi” secondo quanto si dice mandati da me dall’estero, risultano essere tutti ebrei e – allo stesso tempo – agenti dell’antisemita Gestapo! Giacché io non ho mai visto nessuno di questi sfortunati, è chiaro che il GPU ha deliberatamente scelto loro a causa delle loro origini razziali. E il GPU non agisce di sua propria iniziativa! ….

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Ancora: se tali metodi sono utilizzati nelle alte sfere, laddove la responsabilità di Stalin è assolutamente inquestionabile, allora non è difficile immaginare ciò che accade nel resto della società, nelle fabbriche e specialmente nei kolkhoz. E come potrebbe essere altrimenti? Lo sterminio fisico della vecchia generazione bolscevica è, per qualsiasi individuo pensante, n’incontrovertibile espressione della reazione termidoriana, e nel suo stadio più avanzato. La storia non ha mai visto alcun esempio in cui la reazione che ha seguito l’ondata rivoluzionaria non sia stata accompagnata dalle più sfrenate passioni scioviniste, antisemite su tutte. ….

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Nell’opinione di alcuni “amici dell’URSS”, i miei riferimenti allo sfruttamento di tendenze antisemite da parte di una fetta considerevole della presente burocrazia, rappresentano una maliziosa invenzione costruita allo scopo di lottare contro Stalin. È difficile discutere con “amici” di professione della burocrazia. Queste persone negano l’esistenza della reazione termidoriana. Essi accettano persino i processi di Mosca nel loro valore di facciata. Non esistono “amici” che visitano l’URSS con l’intenzione di trovarvi macchie. Non pochi di essi ricevono speciali pagamenti per la loro solerzia nel guardare solo ciò che viene loro indicato dal dito della burocrazia. Ma disgrazia a quei lavoratori, rivoluzionari, socialisti e democratici che, nelle parole di Pushkin, preferiscono “un’illusione che ci esalti” all’amara verità. Uno deve prendere la vita così come è. È necessario trovare nella realtà medesima la forza per sconfiggere le sue caratteristiche reazionarie e barbariche. Questo è ciò che il marxismo ci insegna. ….

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Alcuni aspiranti “eruditi” hanno perfino accusato me d’avere “improvvisamente” sollevato la “questione ebraica” e di voler creare qualche sorta di ghetto per gli ebrei. Io posso solo scrollarmi le spalle per compassione. Ho vissuto la mia vita intera al di fuori dei circoli ebraici. Ho sempre lavorato nel movimento proletario russo. Sfortunatamente non ho neppure imparato a leggere la lingua ebraica. La questione ebraica non ha mai occupato il centro della mia attenzione. Ma ciò non significa ch’io ho il diritto di chiudere gli occhi di fronte al problema ebraico che esiste e che richiede una soluzione. “Gli Amici dell’URSS” si sentono soddisfatti con la creazione di Birobidjan. Io non mi soffermerò a questo punto su considerazioni sul fatto se esso sia stato o meno costruito su solide basi, o su che tipo di regime lì esista. (Birobidjan non può far altro che riflettere i vizi del dispotismo burocratico). Ma neppure un singolo individuo pensante e progressista si opporrà al fatto che l’URSS ha designato uno speciale territorio per quei cittadini che si sentono ebrei, che usano la lingua ebraica preferendola a tutte le altre e che desiderano vivere come una massa compatta. È o non è questo un ghetto? Durante il periodo della democrazia sovietica, di migrazioni completamente volontarie, non si sarebbe potuto parlare di ghetti. Ma la questione ebraica, per la maniera in cui la sistemazione degli ebrei è stata portata avanti, assume un aspetto internazionale. Non abbiamo forse ragione nel dire che una federazione socialista mondiale avrebbe reso possibile la creazione di una “Birobidjan” per quegli ebrei che avessero desiderato avere una propria autonoma repubblica come arena della propria cultura? Si può assumere che una democrazia socialista non farebbe ricorso all’assimilazione forzata. Potrebbe tranquillamente darsi che entro due o tre generazioni i confini di una repubblica ebrea indipendente, come di molte altre regioni nazionali, vengano cancellati. Non ho né il tempo né il desiderio di meditare su questo fatto. I nostri discendenti sapranno meglio di noi cosa occorre fare. Io sto pensando ad un periodo storico di transizione nel quale la questione ebraica, come tale, è ancora acuta e richiede adeguate misure da parte della federazione mondiale degli stati proletari. Gli identici metodi usati per risolvere la questione ebraica, che sotto il decadente capitalismo hanno carattere utopico e reazionario (Sionismo), prenderanno, sotto un regime di socialista federato, un significato reale e salutare. Questo è ciò che io volevo evidenziare. Potrebbe un qualsiasi marxista, o persino un qualsiasi coerente democratico, obiettare a ciò?

Wanted Simonetti Walter $1,000,000

Wanted Simonetti Walter nasce dall’uomo è opera della sua fantasia, queste poesie evocano quella che è stata chiamata ucronia una narrazione secondo cui la storia è andata diversamente. L’ucronia è un modo per dire che siamo noi e non gli altri i responsabili della storia, per rivendicare il nostro protagonismo ed anche le nostre responsabilità e i nostri errori. Wanted è un grido anarchico di libertà che si batte contro il totalitarismo post moderno che oggi si nasconde dietro la gabbia mediatica democratica – populista. Ogni riferimento a persone cose e fatti è puramente casuale. Le opinioni e i giudizi espressi su persone, corpi militari, movimenti politici, istituzioni nazionali e religiose appartengono al protagonista e non al narratore, sono usati per fini meramente narrativi.

La rivincita di Walter

solo le parole
le tue parole
distruggono una persona
un individuo diventa niente
un parodia di se stesso
solo le parole
le mie parole
distruggono una persona
un individuo diventa niente
ridicolo in balia del mondo
la sua forza svanisce
il suo ego in mille pezzi

questa è la rivincita di Walter
uno scherzo troppo bello
troppo lungo
la vita di un uomo
decisa nelle stanze segrete del potere
una condanna atroce senza appello
il medioevo torna con la sua inquisizione

la vita di un uomo
segnata da uno stuolo di cavallette
in un manicomio a cielo aperto
un moderno gulag mandato avanti
da una strana alleanza
dai colori rossi, bianchi, neri e azzurri

la fine del viaggio
una via iniziatica
durata un’intera vita
i conti col passato tornano
con la sua compensazione
il male e la sua satira
anche se per pochi minuti
la fanno da padroni
davanti ad un pubblico
allibito, scandalizzato
scuro in volto dal suo odio

questa è la rivincita di Walter
niente altro si nasconde
dietro la mia faccia senza espressione

un angelo dalla parola spezzata

solo cammino nella città
così piccola
che per me è sempre nuova
pericolosa piena di insidie
non la conosco
vengo da un altro mondo
fatto di tanta TV e solitudine
dal mio confino dorato
senza traffico e amici

solo cammino nella città
e senza motivo mi ritrovo
al centro dell’attenzione
urla grida di rabbia
contro di me
un angelo dalla parola spezzata

un processo in piena regola
senza giudici e avvocati
la moltitudine in balia
dei propri istinti bestiali
uno stuolo di carnivori
ha fame io sono il loro piatto prediletto

le loro parole magiche

“femminuccia mongoloide non puoi parlare..”
chiedo aiuto ma non c’è nessuno
proprio nessuno a cui rivolgersi
una donna solo una donna
mi rivolge un pensiero
di rassicurazione di protezione

solo cammino nella città
persone che non conosco
mi rivolgono la parola
come gulli di periferia
cercano la loro preda
e non è questione di intelligenza
e di buona educazione
sono sopraffattori merde umane
usano le parole per umiliarti
provocarti

“femminuccia mongoloide non puoi parlare..”
un angelo dalla parola spezzata
non ha più le ali per volare
ma la forza della disperazione
per odiare odiare
questa città infame

una storia tranquilla


è una storia tranquilla
di uomini come si deve
pronti a tutto
per la giustizia
per i propri figli
così diversi
ma così uguali
uniti dalla gnosi dalla verità
che solo loro hanno
nel loro sangue
io li vedo non posso farne a meno
camminare con le loro maschere di cartapesta
alcuni gridano contro il mondo
coi loro vestiti alternativi
la loro differenza
pensano di sapere cosa è giusto
e cosa non lo è
giudicano dalle loro vette
senza pietà chi non può difendersi
credendosi radicali
nell’offendere una persona che sta male
ma alla fine tornano sempre
dal ministro della gnosi
della verità
e la loro differenza se ne va
diritta nella cerimonia
dell’omertà

è una storia tranquilla
di uomini come si deve
pronti a tutto
per la giustizia
per i propri figli
così diversi
ma così uguali
uniti dalla gnosi dalla verità
che solo loro hanno
nel loro sangue
io li vedo non posso farne a meno
camminare con le loro maschere di cartapesta
molti altri vivono nella realtà
fatta di bei vestiti e cocaina
compiaciuti del loro conto in banca
capiscono il mondo sanno come vivere
sono contemporanei ultramoderni
non hanno memoria del loro passato
negano tutto anche l’evidenza
ma chi sono? cosa sono?
non c’è risposta che valga
alla fine tornano sempre
dal ministro della gnosi
della verità
e la loro modernità se ne va
diritta nella cerimonia
dell’omertà

i Pirati del ventesimo secolo

ti ricordi dei
pirati del ventesimo secolo la fratellanza

erano i primi anni ottanta
sembrava tutto finito
il riflusso
il grido moralista delle mummie
il loro patto di sangue con lo stato di polizia
i nuovi politici liberalsocialisti
mascherati pomposi pieni di promesse
con tanta voglia di potere di denaro

e noi
pirati del ventesimo secolo la fratellanza
aspettavamo il nostro turno impazienti
quel giorno arrivò
ed è difficile da dimenticare
quel nome quel simbolo
il livello 14
loro erano mio padre
dei padri maledetti
quel libro il regno dell’apostasia
per me era vangelo
quella parola senza senso
comunisti stirneriani era un regalo

che mi fecero in quel momento di confusione
ma il gioco le speranze durarono poco
dal telegiornale la notizia
trovati impiccati in Francia

i dirigenti del livello 14
loro erano mio padre
e noi
pirati del ventesimo secolo la fratellanza
imparammo la lezione

la vita continuava

ma finché durava
non ci saremmo fermati
non ci saremmo arresi
il consiglio aveva deciso
il consiglio aveva deliberato

io una semplice pedina

che amava il doppio gioco
però lo spettro della disgregazione ,

della divisione
si stava avvicinando
con la sua spada
con il suo prezzo…e non saremmo più stati gli stessi

ti ricordi
pirati del ventesimo secolo la fratellanza

ho sognato una Rapina

è una storia semplice
agghiacciante
fatta di violenza
di inganni
io una macchina da guerra
che tutti credono finita
io un operaio della quinta colonna
abbandonato a se stesso
quelle parole sei ingestibile
che ti lasciano solo odio
contro il mondo
contro Dio

ho sognato una rapina
ad un furgone portavalori
un piano che faceva acqua da tutte le parti
e lo scontro a fuoco
finito nel sangue
ho sognato di essere un esecutore
di vendette altrui
ho sognato di essere una pedina
in un gioco pericoloso
ho sognato di giocare
un partita persa in partenza
ma rimane quel codice morale
quel briciolo di dignità

il sapore della fuga

è una sensazione particolare
che non so definire
le parole non bastano mai
è il cuore a parlare
questo il prezzo da pagare!!
ma voglio capire andare fino in fondo
le voci nella testa
mi portano lontano

ancora attacchi di panico
sono un pedina che qualcuno muove sulla scacchiera
ma non c’è partita
il palio la mia vita

è bastata una lettera per farmi
impazzire
non era nulla
e sono stanco di questo gioco
la prossima mossa la fuga
ha un sapore strano
una liberazione
da questa mondo

prendo il treno solo andata
Bologna Padova Venezia
Il Carnevale nei campi
ubriaco di vita mi muovo tra la gente
è questo il sapore della fuga
ma come è piccolo il mondo
vedo gente conosciuta
troppa per essere un caso

quella notte una dimensione alternativa
nascosta celata
si affaccia per l’ultima volta
mi offrono in un piatto d’argento

la torazina

apre delle porte
e poi le richiude per sempre
davanti ai miei occhi
il passato il presente il futuro
quei minuti quelle ore

valgono anni di vita senza senso
mille domande hanno
una sola risposta
tu sei il capro espiatorio
tu sei leggenda
sei uno spettro
che non vuol morire …
la fuga
ancora la fuga un viaggio senza fine
senza una meta
senza un amico che ti aspetta
giorno per giorno
camminando come un matto
con il cuore che manda segnali pericolosi
ed io non capisco
qeste leggi così dure
da rispettare
e così facili da trasgredire
una via iniziatica
lungo la quale ci si perde
si dimentica il proprio passato
la propria identità
la propria follia
dalla quale non voglio uscire

Il viaggio a Parigi di Tavor 27

È l’ultimo tentativo
Il viaggio solo andata per Parigi
L’ultima spiaggia da cui scappare
Zion non è poi così lontana
Una forza misteriosa mi guida
Rido e piango allo stesso tempo
A Torino alla stazione mi sento euforico
Un’altra munizione dal salvadanaio
per Tavor 27
è un viaggio lungo due bottiglie di vino
mi riscaldano il corpo e la mente
arrivato nella città degli esuli
il mio sogno cade in mille pezzi
due italiani mi portano in giro
per locali
la lingua mi estrania da tutto
ma rido ubriaco di disperazione
poi l’incontro
la piazza piena ad aspettarmi
Tavor 27 ha ancora qualcosa da dire
Da urlare con rabbia ai quattro venti
Quello che vedo è un universo frantumato
La nostra grande società degli unici
In guerra per spartirsi il nulla
Incontro quelli che un tempo consideravo  fratelli e sorelle
È un addio o un arrivederci
Non ho risposte da dare
Ora in macchina in un giro
Turistico nella città degli esuli
Discorsi strani palazzi vecchi
stanno ad indicare un passato
dopo anni mi ritrovo
Nella sede del compianto
partito dell’anarchia
Dopo anni mi ritrovo
Davanti alla scuola
Del vecchio della montagna
Troppo per una notte
Troppo per Tavor 27
Potrebbe essere l’inizio
Di una nuova vita nella nostra Zion
Ma le leggi che l’uomo non ha mai rispettato
Mi cacciano via dalla mia vita
Il mattino mi sveglio in un hotel
Che non conosco
Scappo via cerco un altro rifugio
Mi sento osservato ancora
Una forza misteriosa
mi guida alla fine del viaggio
Una maledizione sopra di me
Mi impone il silenzio dell’attesa
Dopo di che tutto può avvenire

L’ebreo che ride

sono al centro di una stella
immobile mi guardo intorno
è desolante lo spettacolo
che offre l’uomo ai suoi figli
un voce terrificante si alza
e le luci della ribalta
sono puntate contro
l’ebreo che ride
una mente acida ubriacata di follia
un artista della dislessia
della schizofrenia del linguaggio

sono al centro di una stella
ed è terribile ascoltare
quelle parole magiche
ebreo ebreo ebreo
deicida sionista assassino demone
schifoso depravato deficiente terrorista
mongoloide satanista
una comunità ha bisogno
di un nemico

sono al centro di una stella
guardo a destra e a sinistra
sento delle voci familiari
noi non siamo ebrei
noi non siamo ebrei
questa litania si ripete all’infinito
è desolante lo spettacolo
che offre l’uomo ai suoi figli
l’individuo si perde nella folla
con le sue pulsioni aberranti
sento delle voci
inveire senza ritegno
ebreo ebreo ebreo
deicida sionista assassino demone
schifoso depravato deficiente terrorista
mongoloide satanista
io sono solo
l’ebreo che ride
una mente acida ubriacata di follia
un artista della dislessia
della schizofrenia del linguaggio

non ho mai aperto la Thorah
non conosco la cultura ebraica
sono solo l’ebreo che ride
ho una colpa un giorno ho creduto
di essere joshua ben-joseph
martoriato sulla croce
ho una colpa un giorno ho creduto
di essere figlio dell’uomo
assassino della morale

sono al centro di una stella
immobile mi guardo intorno
ricordo il passato
quella foto
nel Caos nasce l’ebreo che ride
quella foto
dove il figlio dell’uomo
diventa un artista della dislessia
della schizofrenia del linguaggio
una mente acida ubriaca di follia
dove un esercito di stolti
agisce senza memoria per passare alla storia

sono al centro di una stella
sono l’ebreo che ride

il regno della paranoia

è un calore anomalo
pensieri che vanno diritti al cervello
non capisci cosa sia
ti tremano le gambe
ti manca il respiro
è il regno della paranoia
della paura
vorresti fuggire
ma non puoi
ti chiedono cosa c’è che non va
e tu non sai rispondere

Wanted vivo o morto

pensi stai per crollare
ma vedi l’insegna del bar
una bottiglia di vino qualsiasi
già ti senti meglio
ma è un’illusione
e dura poco
è il regno della paranoia
della paura
ti guardi spesso le spalle
pensi di essere seguito
da persone che hanno poco di umano
pensi di essere dentro una storia gigantesca
un complotto contro di te
il mondo intero ce l’ha con te
ti senti solo
in perenne movimento
forse è questa la follia
così si diventa pazzi

Wanted vivo o morto

è una continua allucinazione
ma non hai preso droghe
dialoghi minacce parole sussurrate
se ne vanno via come neve al sole
è il regno della paranoia

della paura
ti credi furbo
ma la schizofrenia ha mangiato la tua vita
così folle da stampare
la tua condanna
una pistola in mano ad Isabella
contro di te l’ebreo che ride

poi un giorno i gerarchi del partito
ti chiamano in disparte
hanno un foglio un volantino con la tua foto
e c’è scritto
Wanted vivo o morto

la compagnia fittizia

una notte in bianco
a pensare e poi quel nome
la compagnia fittizia
un circolo vizioso radical chic
a Fossombrone
il pianeta rosso
l’avanguardia artistica in vendita
per pochi soldi

fuori spargiamo la voce
è un diluvio di anime illuminate
ragazzi uomini e donne
di diversa estrazione si uniscono
in grida esultanti
il vecchio della montagna
trascina giovani
in scherzi e parodie artistiche
la città è sconvolta
dalla compagnia fittizia
alcuni si spogliano fanno l’amore
iniziano orge depravanti
uomini consumati dall’alcol
e dalla follia ritrovano se stessi
ritrovano le voglie e i desideri
persi al mercato del lunedì
nei bagni del bar corso
si sentono voci ansimanti
ancora ancora
il carnevale è tornato
con la compagnia fittizia

la città incontra la notte
tra suoni e danze macabre
il capo stecca dei giovani
col torso nudo
parla in modo ridicolo
ad una platea ubriaca
la notte continua
non c’è più controllo
sirene della polizia girano a vuoto
noi col sorriso ghignante
portiamo la parabola
della compagnia fittizia
è un allucinazione collettiva
la via della mano sinistra
con la sua magia nera e rossa

dopo giorni di festa
arriva il foglio di via
con pochi stracci
e tanta voglia di vivere
noi e la compagnia fittizia
voliamo verso mete esotiche
dal nome suadente
ma dovunque si ripete
la magia la follia
dell’eterno ritorno
dell’oltre uomo e del suo carnevale
la volontà di potenza
finita al mercato delle pulci
espulsi per buona condotta
torniamo a casa
la compagnia fittizia
e i suoi personaggi
in cerca d’autore
passano sotto i fuochi
della città dei suoi valori

ci ritroviamo seduti
al centro della piazza
a discutere di cinema
di un film dal nome importante
la compagnia fittizia
un circolo vizioso radical chic
a Fossombrone
il pianeta rosso
col suo mentore folle
il vecchio della montagna
una mantide nuda sta defecando
sembra uno stolta in mezzo
ai maiali
e gli altri personaggi
uomini e donne importanti
professori, pittori, imprenditori
operai senza coscienza
ragazze che si credono provocatrici
gelose della vita dei paria
uno scontro tra titani
in balia degli eventi
dissacrano se stessi
aiutati dalla mano invisibile
dell’intoccabile

nel Duomo si celebra
la messa della provocazione
i cristiani devoti
guardano sbigottiti
i loro comandamenti andare in frantumi
il ministro officiante
un vecchio ringiovanito
da un miracolo luciferino
ride dell’amore di Cristo
e del sue gregge
dai sani principi

l’ultima scena
in psichiatria
la compagnia fittizia
legata al letto
sopra i tavolini apparecchiati
grida di felicità
i medici senza emozioni
guardano questo soggetto
che sta per morire
adesso finalmente
sono nella storia
sono maledetti

la mano di Elohim il Gobbo Internazionale
il vecchio della montagna
con le stampelle
lo sguardo vorace
chiedeva voleva la forza
bastavano pochi grammi
della polvere magica
la trasformazione avveniva subito
ora in piedi senza bastoni
coi capelli lunghi e neri
invocava il sole
cantava l’anarchia
Dioniso era risorto
la mano di Elohim
il Gobbo Internazionale

adesso eravamo in tre
il padre il figlio e lo spirito santo
in prima linea contro la realtà
in macchina
una decapottabile sfarzosa
tra le figure e gli spettri
della città giravamo minacciosi
eravamo la mano di Elohim
il Gobbo Internazionale
antichi Dei della follia e del Panico
trascinavamo con noi
una compagnia di allegri burloni
fuoriusciti dal lavoro
visagisti di cultura pop
sempre pronti al pianto
come bambini viziati
degli utili idioti
ma era solo una maschera
una delle tante che un uomo può mettere
danzavano nudi al centro del corso
come animali si dibattevano
senza sosta
erano una legione della discordia
uomini e donne plagiati
dallo sguardo del maestro
invocavamo il nome di DIO
dentro il duomo
prima piano poi sempre più forte
Elohim Elohim Elohim Elohim
Elohim Elohim Elohim Elohim

dal Comune occupato
si spargeva la voce
il Gobbo Internazionale
diffondeva una musica sinuosa
per risvegliare l’anarchista
nasceva così la Repubblica dei Consigli
una macchina nichilista nomadica
dove il movimento è tutto
e il fine è nulla
un piccolo soffio di desiderio nella tempesta
della storia
si era infranto nelle scogliere
del compromesso della realtà
e dei valori sempre uguali a se stessi
l’ultimo raggio di sole
l’ultimo rave dentro il cuore della bestia
l’ultima festa collettiva senza padroni
in diretta televisiva
diceva addio Fossombrone bella

Paura e disgusto a Bologna

tutto quello che è successo
quel sabato notte a Bologna
era già avvenuto
dentro me uno strano sogno
una visione
dell’eterno ritorno
mi ha condotto
alla città più libera d’Italia
ogni strada
ogni luogo visitato
ogni parola detta
erano già scritte nel libro
del mio presente
col mio sangue
la schizofrenia del linguaggio
la follia dei miei discorsi
l’abbandono e la solitudine
hanno portato l’esplosione
e tutti hanno strillato
parole di veleno
Paura e disgusto a Bologna
e tutti hanno gridato
parole d’infamia
Paura e disgusto a Bologna
e tutti hanno pianto
parole di vendetta
Paura e disgusto a Bologna

i miei compagni d’avventura
erano per me quasi degli
sconosciuti la sorte
di un ex-pirata del ventesimo secolo
era affidata all’istinto
ma ubriachi è facile perdersi
Paura e disgusto a Bologna
ma non per questo
sono trapassato e poi risorto
questa è la dimensione ufficiale
che si rompe facilmente
dietro si vede la bestia
e il suo inganno il Programma
aveva solo e soltanto
una direttiva

<Questo X-File senza controllo

questa leggenda

questo esperimento

deve essere distrutto

per sempre>
dei delinquenti da strapazzo e
120 grammi possono aiutare il demone
nel suo viaggio di ritorno all’inferno

il Programma aveva solo una voce
<è solo uno scherzo del destino un paria un ebreo di altri tempi non è immortale e se campa ….>

il telegiornale della domenica
non “mente”
guardavo la TV strafatto e ridente
vivo nonostante tutto e tutti
<ieri notte a Bologna un ragazzo
completamente drogato e ubriaco
manda una ragazza in overdose
inseguito dalla polizia fa perdere
le sue tracce>
ma non lo era in overdose
però il folle era ubriaco e drogato
veniva da Milano, nato a Milano
così diceva il TG
ed io guardavo la TV strafatto e ridente
vivo nonostante tutto e tutti…

il Programma aveva solo una voce
<è solo uno scherzo del destino un paria un ebreo di altri tempi non è immortale e se campa…>

La difesa impossibile

sono solo
vicino a me uno spettro
cerca di parlare
ma non lo sento
sono l’avvocato del diavolo
fuori piove
e questo mi dà fastidio
riecheggia dentro me
la voce del padrone
sei uno schiavo

non ho un alibi
a cui aggrapparmi
non c’è innocenza nei miei occhi
guardo il giudice
lo sto sfidando
è una difesa impossibile

la mia forza il coraggio
tra follia e dignità

sorrido avete vinto
datemi in pasto ai leoni
nella sala
una moltitudine
di uomini e donne
con i bambini al seguito
esplode di rabbia assassino
aspettano il verdetto
mille colori
che tendono ad conformarsi
mille idee diverse
che vogliono la stessa cosa
morte condanna a morte

li guardo e non capisco
siete voi che mi avete creato
voi avete infranto per primi
le leggi della vita

Figli di un DIO minore

ogni volta che li vedevo
mi sentivo rinascere
era come tornare a casa
la mia vera casa
ci chiamavano
i quattro dell’ave Maria
i quattro cavalieri dell’apocalisse
intonavamo sempre questa canzone
“Fin che la barca va, lasciala andare, fin che la barca va, tu non remare,
fin che la barca va, stai a guardare, quando l’amore viene il campanello suonerà…”
a squarciagola immuni dai commenti
e delle parole della gente
eravamo figli di un DIO minore
sconfitto e sempre in fuga
dei bambini drogati
di qualsiasi eccesso
ci sentivamo fratelli
parte di un gioco di ruolo
che per noi era la vita
non avevamo rispetto
del buon costume
credevamo nelle libertà totali
odiati ed invidiati
da tutti gli altri
ci sentivamo uomini
prima del previsto
ci chiamavano i quattro dell’ave Maria
i quattro cavalieri dell’apocalisse
intonavamo sempre questa canzone
“fin che la barca va, lasciala andare, fin che la barca va, tu non remare,
fin che la barca va, stai a guardare, quando l’amore viene il campanello suonerà…”
a squarciagola immuni dei commenti
e delle parole della gente
eravamo figlio di un DIO minore
sconfitto e sempre in fuga
a noi piaceva così
sembra passata un eternità
Massimo e Michele
sono morti
quel mondo non esiste più
e non tornerà più
in due siamo sopravvissuti
ma non ricordo nemmeno
il suo nome

Un bambino impressionabile

ricordo

un bambino impressionabile
plagiato dalla televisione
ricordo
il prigioniero
alla sera tutta la famiglia
davanti alla televisione
tifava per lui
un agente segreto caduto in disgrazia
che ogni volte tentava la fuga
da quell’isola onirica
quasi psichedelica
non so com’è finita la serie
ma so di vivere da prigioniero
della mia mente
dei miei pensieri
del mio passato
delle mie personalità
prigioniero
in questa isola felice
che assomiglia tanto
a quel film
la corta notte delle bambole di vetro
ed io sono il vello d’oro

ricordo ricordo

un bambino impressionabile
plagiato dalla televisione
da quel samurai Itto Ogami
e suo figlio Diagoro
quel codice d’onore
quel senso di giustizia
che non ha confine
oltre i muri che ci dividono
che ci separano
ma la morte era in agguato
la vedevo avvicinarsi
con la sua falce
era un’ossessione
per tanto tempo ho creduto
aver vinto la partita
ma c’era un prezzo
un prezzo altissimo
il sangue dei vincitori

La Roby la strega

nessuno osa fare
il suo nome in pubblico
è proibito
è da tanto tempo in esilio
chissà cosa fa??
la Roby
la strega
l’eroina della nostra città
ma tuttora i suoi vecchi amici
la ricordano come la loro
migliore amante
come una persona speciale
di un intelligenza irraggiungibile
rovinata da quei due pazzi
le sue parole
ti tenevano in pugno
ti aprivano la mente
e l’amore lei era diversa
un antica sacerdotessa
del culto di Afrodite
le sue dita con quel gesto
quell’invito
ma la Roby è una strega
si proprio una strega
tutto era permesso per lei
diceva sempre
noi lottiamo per le libertà totali
ma cosa è diventata nel tempo
una leggenda
che i ragazzi raccontano in segreto
nella città che non ha un passato
solo chiacchiere ridicole
da giornale locale
ma c’è un altra faccia
della Roby
la strega
nessuno la può contraddire
il suo esercito di idioti
ti può fare male
l’ho amata per tanto tempo
come fosse una madre una Dea
una sorella
sperando che quella promessa
fosse vera “un giorno ti sposerò”
così diceva
la Roby
la strega
ma quello che è successo
quel giorno a casa sua
le bugie di quel bambino
mi hanno portato via
per sempre la speranza
e poi le divisioni
l’odio che è cresciuto
insanabile inspiegabile
ero io il capro espiatorio
anche per lei
le angherie subite
da quell’esercito di stolti
mandati dalla Roby la strega

e così finisce la mia storia
con la Roby la strega
lei ha scelto quelle bandiere
io no
ognuno per la sua strada
senza rancore si fa per dire

Film -L’esplosione 1996

in piedi dentro una stanza
luccicante
fucili pistole e mitra
l’armeria degli ufficiali
non conosco le ragioni
del mio rapporto
il sergente maggiore
gioca con una Beretta
e me la punta addosso
sembra non aver paura
ma la sua voce trema
-ti devo ammazzare..
sul momento non capisco
forse è uno scherzo
ma non è divertente
poi mi mostra dei fogli
un’infinità di condanne
senza appello
chiedo l’ultimo desiderio del condannato
sul tavolino c’è una bottiglia di whisky
e delle sigarette
bevo e fumo per essere un po’ stonato
alla soglia della morte
ma ho in mente qualcosa di diverso
un’idea geniale non mi tradisco
mentre lo guardo immobile
il sergente maggiore spara
ed io gli sono addosso
nella colluttazione
l’esplosione lui muore
mi chiudo dentro
ed aspetto
con la bottiglia di whisky in mano
non ho scampo
sono un “disertore”
i militari arrivano dalle scale eccitati
vogliono chiudere per sempre la partita
ormai ubriaco
mi guardo attorno le bombe a mano
le getto nelle scale
senza staccare la linguetta
loro ridono -deficiente ritardato non le sai usare-
poi l’idea geniale l’esplosione
e loro non ridono più
la stanza e sotto tiro vetri in frantumi
mi getto a terra vicino c’è un Bazooka
con la forza della disperazione
dalla finestra l’esplosione
dalla piazza della caserma le grida
dei soldati

con sorpresa vogliono trattare
entra il capitano
insieme a due uomini e un bambino
vogliono convincermi alla resa
il capitano avanza
ed io sparo l’esplosione
cade a terra ferito
si ritirano ormai però è finita
meglio morto che in galera
come Butch Cassidy e Sundance Kid
penso al finale del film
ora che il Mucchio Selvaggio non esiste più
posso crepare con dignità
esco fuori con un mitra
puntato verso l’alto
solo pochi secondi di vita
sento la morte avanzare
è una liberazione..

titoli di coda
guardo il mio corpo dissanguato
guardo le persone esterrefatte
guardo quel bambino e rido
-“Gippo” è stata una giornata uggiosa-
rido come un matto

2015
mi ritrovo con Butch Cassidy e Sundance Kid
a bere un whisky
-siamo morti per essere vivi-

i Fratelli Simonetti

devo chiudere gli occhi
come in ipnosi regressiva
per raccontare la storia
dei Fratelli Simonetti
dei pazzi Simonetti
molti pensano che sia una favola nera
da raccontare ai bambini
per spaventarli e tenerli lontani
dalla droga e dall’anarchia
molti sanno cosa è successo
ma non parlano
sono stati maledetti
finiti nell’oblio della storia
i loro nomi cancellati
come file pieni di virus
anche se dentro rimane qualcosa
qualcosa di amaro
odiati da tutti
senza distinzione di fede e idee politiche
ricordo che facevano paura
la loro faccia mostruosa infettata
nelle carceri per la loro anarchia
impazziti per questo
giravano come nomadi dell’anticristo
di città in città
provocatori dissacratori dell’immaginario
sempre nell’avanguardia
anticipatori
drogati di oppio e di vino
alla ricerca spasmodica di vie iniziatiche
si credevano immortali
vestivano di stracci che avevano una loro eleganza
poi arrivarono gli anni
della violenza radicale
la sua fine nella fuga
nel riflusso
la sua fine per colpa mia
il samurai hippy
la sua fine nell’eroina
il partito della negazione della vita
che avanzava come un esercito
in una prateria senza difese
I Fratelli Simonetti
I pazzi Simonetti
mi chiesero il sacrificio
estremo
questo compito è affidato a noi
porteremo il vangelo
porteremo l’eroina
porteremo il nichilismo
dentro un camion per risvegliare
gli spiriti dormienti della vendetta
la nostra vendetta

arrivarono gli anni di plastica
tra l’apparenza e il pensiero debole
anche se gioiosi edonisti
senza regole
la nostra città una zona franca
sesso e droga libera
ma la guerra era imminente
il seme della follia
era stato seminato
non c’era scampo
il prezzo da pagare
è stato alto
I Fratelli simonetti
i pazzi Simonetti
in fuga sempre
con la loro maledizione
sempre addosso

Lobotomia

non ricordo nulla
non ho un passato
a cui appoggiarmi
solo lampi di vita
che si perdono
come gocce di pioggia sul selciato
vorrei parlare ma non posso
non so perché
ma io la chiamo Lobotomia
non ci sono cicatrici sulla fronte
ma io la chiamo Lobotomia

quel dolore
quel dolore senza fine
solo l’incoscienza mi faceva ridere
ridere della Lobotomia
non ci sono medicine
per curarsi

ho perso tutto
non posso neanche scrivere
appunti sul diario
non ricordo nulla di te
i tuoi capelli
la tua voce
sei come un sogno che si dimentica
appena svegli
quelle emozioni
le ho perse per sempre
non so perché
ma io la chiamo Lobotomia
non ci sono cicatrici sulla fronte
ma io la chiamo Lobotomia

quel dolore
quel dolore senza fine
solo l’incoscienza mi faceva ridere
ridere della Lobotomia
non ci sono medicine
per curarsi

Lobotomia

La rigenerazione l’ultimo pranzo di Gala

Tutto sembrava fuori luogo
Nicola che parlava dell’Egitto
e di quella storia lontana
“rigenerazione”
Lulo che rideva con rabbia dell’estate della rivolta ormai finita
“Rigenerazione”
la Roby un angelo azzurro
che non voleva sfiorire
aveva nelle mani un articolo di giornale
“rigenerazione”
in una città Americana dei ragazzi avevano avvelenato tutti quanti
ma io non capivo andiamo in Francia qui tutto è perduto
ho telefonato al Vecchio devo scappare vogliono la mia vita
venite con me venite con me a Parigi
le cose andarono male
e venne il giorno
“rigenerazione “
il sogno Hippy era finito con un pranzo di Gala
l’ultima cena che vedeva riunita tutta la città
nel cibo la forza demoniaca dell’oppio
lavorava senza sosta

camminavamo come fossimo immortali senza paura
tra la gente allucinata
“risvegliate le menti
volate come uccelli..”

l’oppio è la forza
“rigenerazione”
le caramelle drogate ai bambini

In fila a prendere l’ostia maledetta
l’ultimo tabù infranto

da quel giorno
non saremmo più stati uomini
ma pazzi criminali
che avevano profanato il tempio di Dio

sei giorni di passione di rabbia
il carnevale
il sogno Hippy era finito con un pranzo di Gala
gli ultimi giorni della rivolta

la controcultura aveva partorito
i suoi figli degeneri

l’oppio è la forza
“rigenerazione”

sei giorni di passione di rabbia
il carnevale
-non volevamo morire-

“Desaparecido”

Nessuno ti ricorda più
non hai più un nome
non hai più un volto
“Desaparecido”
“Desaparecido”
“Desaparecido”
della nostra bella democrazia
la tua storia era scritta su tutti i muri di questo paese
eri un autonomo
un cattivo maestro
un trascinatore
un uomo che non si voleva piegare
per questo sei stato ammazzato
con una siringa piena di eroina
la tua vita è volata via
volevano dare la colpa ad altri
ma la verità è venuta fuori
i tuoi assassini fratelli senza dignità
sono diventati eroi
in cambio della tua vita hanno ricevuto
medaglie e denaro
e senza pudore li vedi camminare fieri
“Desaparecido”
“Desaparecido”
“Desaparecido”
questo è il prezzo che si deve pagare per vivere in pace
questo è il sacrificio di sangue che chiede lo Stato
assetato di vendetta e di gloria
e voi cittadini alzate le mani in segno di forza
ma siete solo dei replicanti senza memoria
con i vostri ipocriti valori

“Desaparecido”
“Desaparecido”
“Desaparecido”

nessuno ti ricorda più
non hai più nome
non hai più un volto
“Desaparecido”
“Desaparecido”
“Desaparecido”
della nostra bella democrazia
la tua storia era scritta su tutti i muri di questo paese
eri un autonomo
un cattivo maestro
un trascinatore
un uomo che non si voleva piegare
per questo t’hanno ammazzato
“Desaparecido”
“Desaparecido”
“Desaparecido”

Valentina

Valentina
sei comparsa tra mille altre
ma eri diversa
una Principessa vestita di nero
non capivo perché avessi scelto me
pensavo di sognare
mi avevi stregato
ma vivere in quel mare
era pericoloso
non c’erano boe di salvataggio per me
ed io non sapevo nuotare
mi rimane il ricordo
Valentina
di noi due troppo sfocato
il tradimento con un “amico”
il tuo conformismo
e poi la mia scelta
estrema
di farla finita
con quelle pillole comprate in farmacia
ma sono ancora vivo
Valentina
oggi penso
che non hai colpe
tu volevi solo vivere
ed io ero un peso troppo grande
ma non capisco tutte quelle parole
la vita è compromesso ed io non l’ho fatto
Valentina
ti ho vista per caso ieri
non vestivi più di nero
camminavi davanti a me
volevo che mi vedessi
volevo che mi guardassi
che mi giudicassi
volevo che ricordassi
Valentina
ho incontrato il tuo sguardo
ridevi ma eri lontana
troppa lontana da me
ed io non ho retto
troppe paure l’insicurezza
tremavo
tremavo
quel passato che ritorna
la paura del ricordo
di quel gesto estremo
adesso posso dirti solo questo
Valentina
sono cambiato
diverso non rido più
senza motivo
non scherzo più su tutto
aspetto
aspetto ma non so più che cosa
Valentina

Doppelgänger

è troppo tardi per cambiare
il mio passato Doppelgänger

esplosioni a non finire
ricordi sfocati forse allucinazioni
forse è tutto vero Doppelgänger

ma non riesco ad avere paura di te
non riesco ha condannarti
Doppelgänger dove sei ora?
un demone anarchico
un satiro senza morale
un folle stregone
un ebreo rinnegato
un vampiro drogato
un ragazzo sensibile

la diversità dell’odio
per te non c’è pace Doppelgänger

i morti seppelliscono i morti

tutto è stato possibile
poteva essere diverso
anche soli contro il moloch
ti hanno tolto il nome
la tua vita

un esperimento genetico
ecco cosa sei Doppelgänger

ti credevano finito
sepolto vivo
ma per tanto tempo
hanno avuto paura Doppelgänger

20 anni ci sono voluti 20 anni
generatore di kaos
e l’anarchia
faceva tremare le loro
piccole e sane ipocrisie

un demone anarchico
un satiro senza morale
un folle stregone
un ebreo rinnegato
un vampiro drogato
un ragazzo sensibile
sei anche questo Doppelgänger
oggi non c’è scampo per te
Doppelgänger

alla fine un esercito colorito
t’ha distrutto
ma non pensare
con la loro morale
piena di ipocrisie e di calore cristiano
nasconde un velo di violenze senza fine

arrivederci  Doppelgänger

aspetto insieme a te
quel sogno
di un nuovo inizio
lontano

il vangelo è il seme della follia

cresceva forte
non aveva paura di niente e nessuno
così dicevano i vecchi
l’oppio
era una pianta una cultura antica
il vangelo
la festa con i dolcetti
in quella casa vecchia
Morfeo era sceso tra di noi
tutto era bello

dopo bisognava resistere
ed aspettare la prossima festa

ma quello in cui noi credevamo
era il seme
il seme della follia
di là a poco
non c’erano più dolcetti
ma siringhe sporche di sangue
persone fratelli che non l’ho erano più
distrutti dall’eroina
ma io non volevo non potevo credere
che il vangelo
il vangelo fosse il seme della follia
che la rigenerazione
il risveglio
chiedesse un sacrificio
un sacrificio umano

uno spettro si aggira per l’Europa

intro:
Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro di Simonetti Walter
Tutte le potenze dell’Impero
si sono coalizzate
in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro:
il papa, Berlusconi , D’Alema, Fini e Bossi, i poliziotti italiani, radical chic ed i neofascisti in tutta Europa anno un solo nemico:
Simonetti Walter

traditore
rinnegato
assassino
pazzo stregone
apostata dell’anima
ebreo per la gente (ma non si offende!!)
artista da baraccone
regista attore tra Hollywood e Bollywood
sciamano drogato
musicista
genio della chimica
stravagante anarchico stirneriano
donnaiolo (ma dove sono finite??)
permaloso
individualista

un essere umano
un essere umano

Simonetti Walter

braccato
torturato
odiato
invidiato
deriso
umiliato
distrutto
perseguitato
controllato
da un esercito di “nazi”
cristiani devoti
ex-comunisti
eroi dell’omertà
cani rabbiosi
idioti
stolti
ma ancora vivo
vivo

Simonetti Walter

un sogno a colori

era il 1977
avevo 6 anni
fuori da ogni legge
degli uomini vestiti di nero
mi portarono via
dalla mia famiglia
dalla mia vita
in una clinica segreta
creata nel ventennio
dove si facevano esperimenti
dicevano di aiutarmi
dicevano che stavo male
invecchiavo precocemente
sembravano gentili
ma era solo apparenza
lupi con la vesti di agnello
ricordo quel film
che proiettavano spesso
qualcuno volò sul nido del cuculo
era l’inferno
con tanti bambini
qualcuno morì
in circostante poco chiare
i bravi dottori ci tolsero due anni
due anni ringiovaniti
e da quel giorno diventammo un segreto di Stato
facevano esperimenti
come i nazisti
perché lo erano
per me avevano un progetto
qualcosa che è difficile raccontare
che è difficile credere
uscii dalla clinica con un altra faccia
una plastica fatta male
una sentenza capitale
ti porteremo via il nome
la dignità ti porteremo via dalla tua famiglia
come sotto le leggi razziali
perché tu non sei altro che un ebreo rinnegato
perché tu non sei altro che un ebreo rinnegato
mi alzo dal letto
guardo che ore sono
DIO ho 25 anni
non posso credere è stato un sogno
un sogno a colori
l’unico della mia vita

lo scemo del villaggio

ma come è duro
fare questo lavoro
è un mestiere faticoso
stressante si rischiano le botte
e devi far ridere la gente
sono
lo scemo del villaggio

forse sono l’ultimo
di quella razza
li trovavi nelle piazze
nelle panchine ha ciondolare
dentro e fuori i bar
persone strane
uomini che hanno perso
la tribù
che hanno fatto brutti viaggi
e non sono tornati più
poi giravano solitari
parlando al vento
gli psichiatri democratici
gli chiamavano schizofrenici
da rieducare
per la gente erano soltanto pazzi
drogati da evitare
forse sovversivi
da internare
molte volte venivano
messi al bando
dovevano pagare
per la loro diversità
e tutti li deridevano
come se fosse normale
perché erano
scemi del villaggio

ma come è duro
fare questo lavoro
è un mestiere faticoso
stressante si rischiano le botte
e devi far ridere la gente
sono
lo scemo del villaggio

forse sono l’ultimo
di quella razza
e non ho rimpianti
sono disoccupato
ho lasciato quel lavoro
quel mestiere ingrato
ma è difficile farlo capire
alla gente
per loro sono
lo scemo del villaggio

20000 Anime

Ci sono 20000 Anime

Che aspettano la verità

Ci sono 20000 Anime

Che piangono inascoltate

Ci sono 20000 Anime

Scomparse dalla storia

Ci sono 20000 Anime

Trucidate per la ragion di Stato

Ci sono 20000 Anime

Che gridano nel nulla

Ci sono 20000 Anime

Ed io sono una di loro

Gli assassini criminali impuniti

i loro figli in doppiopetto

oggi ridono e se ne fanno un vanto

la falce 1980

“la falce devi usare la falce”
io non capisco ma i fratelli
insistono solo così ti puoi vendicare

è triste ma reale
il DIO bambino

ha bisogno di sangue

“la falce devi usare la falce”
arrivano non cercano mediazioni
tutto per loro è chiaro
la rabbia la rabbia non ha padroni

mi vengono addosso ed io penso alla falce
scappo la vedo la prendo
il bambino cade a terra è morto
è morto il mondo finisce il quel momento

“falce devi usare la falce”
le urla le grida lo strazio
il DIO bambino ha bisogno di sangue
come un vampiro credo di vivere in eterno
il sangue sulla mia bocca
un mostro da oggi
per tutti sono un mostro un assassino…….

il traditore dell’anarchia

tu mi guardi e
non capisci
giudichi senza conoscere
la mia vita
mi condanni senza appello
rinvanghi quella storia
per colpa tua è finito tutto
hai sputtanato il movimento
sei un traditore
il traditore dell’anarchia

“sono Simonetti”
Simonetti Walter (il mio nome ti fa paura)
ricordo la galera
ho firmato quel foglio
avevo 6 anni
in carcere con i terroristi
dove la paura ti rendeva umano

il tempo è passato ragazzo
mi guardi di nuovo negli occhi
e non vedi “nulla”
mi odi per quello che ho fatto
sono solo ora
senza amici
c’è il vuoto intorno a me
e non è l’indifferenza
che mi fa paura ma
quell’odio che si respira nell’aria
sono stanco
ma non vedo compromessi
combatto questa battaglia
ora che non c’è più niente da dire
ora che non c’è più niente da fare
e mi chiami traditore dell’anarchia

sono Simonetti
Simonetti Walter
(il mio nome ti fa paura)
mi guardo indietro e mi specchio
forse rido troppo
mi chiami nichilista
e la cosa non mi da fastidio
ma però non capisco ragazzo
perché sei invidioso

geloso della mia vita
perché non accetti che
sono Simonetti
il traditore dell’anarchia

Il sacrificio umano

ascolta bambino ascolta
oh tu che sei l’unico
il sacrificio umano
la voce dell’Ordine
la parola è potenza
materia che si plasma
ascolta ed impara
ne avrai bisogno

ascolta bambino ascolta
oh tu che sei l’Unico
il sacrificio umano
la tua vita è in bilico
sei debole sei piccolo
quella tosse maledetta

lo Stato ti cerca devi scappare
imparare a nuotare tra i pescecani
imparare ad odiare
ricorda l’autodifesa il libro dello splendore
ricorda tu sei l’Unico
il sacrificio umano
non dimenticare
non dimenticare

non hai scelta questo è il tuo futuro
non hai scelta questo è il tuo futuro
scappa noi siamo i demoni
siamo nella riserva e il cacciatore
vuole il nostro scalpo
ricorda l’autodifesa il libro dello splendore

t’hanno ammazzato ma sei tornato dal limbo
oh tu che sei l’unico
il sacrificio umano
ti sei rigenerato
Simonetti, Simonetti Walter
era il tuo nome
ma adesso chi sei?? cosa sei??
un demone
un demone implacabile della negazione…

il provocatore

aspettavamo la fine del comizio
tesi ubriachi e carichi di anfetamina
Massimo gridò un urlo di disperazione
lo scontro era imminente
l’idea era nell’aria
come una pistola che esplode
i mattoncini del selciato
volavano contro i caschi
dei poliziotti

e tu ragazza non capisci
che io sono un provocatore
piccolo e fragile
parli d’infiltrati
gente che non c’entra niente
col movimento

aspettavamo la fine del comizio
tesi ubriachi e carichi di anfetamina
Massimo gridò un urlo di disperazione
lo scontro era imminente
l’idea era nell’aria
come una pistola che esplode
i mattoncini del selciato
volavano contro i caschi
dei poliziotti

e tu ragazza non capisci
che io sono un provocatore
parli d’infiltrati
gente che non c’entra niente
col movimento

ma solo in quell’istante
la ribellione viene fuori
tu ragazza
non capirai mai
non crederai mai
alle mie parole
io sono un provocatore
piccolo e fragile

TSO

1
non conoscevo questa parola
T.S.O. T.S.O. T.S.O.
non credevo potessero farlo
T.S.O. T.S.O. T.S.O.
era mattina davanti a casa
l’ambulanza e i vigili
gentilmente mi prendono
mi mostrano un foglio
firmato dal sindaco
e dallo psichiatra
non faccio resistenza
ho capito che la mia fuga è finita
la libertà deve ancora venire
T.S.O. T.S.O. T.S.O.

entro nel reparto stordito
solo dall’ambiente
T.S.O. T.S.O. T.S.O.
mi sembra famigliare
gli infermieri i medici
riconosco le voci
solo sensazioni???
mi dicono che è la prima volta
ma non credo ad una sola parola
ci sono già stato
e diritti non ne hai
qui regna l’ipocrisia
racconto qualcosa della mia storia
il medico mi guarda
come se pronunciassi una lingua morta
T.S.O. T.S.O. T.S.O.
mi adeguo divento un soldatino
aspetto il mio turno
guardo gli altri malati
qualcuno si lamenta
vomitano urlano e come me sono sedati
e ci si abitua
alle pillole del controllo
fino a che non puoi farne a meno
ogni giorno uguale all’altro
scandito dalla sigaretta
voglio uscire
non si può fare da soli
la guerra all’omertà
voglio uscire
stanco di questa gente

Sentire le voci

2
le voci io sento le voci
come è difficile
spiegare
come è difficile
credere
alle voci dentro la mia testa
forse è un demonio dal nome impronunciabile
forse è qualcuno più vicino a te
non chiede la tua anima
ma solo rieducarti
plasmarti
ormai sei un numero seriale

le voci io sento le voci
echi di persone che vedi sulla strada
a volte scherzano con te
molto spesso ti aggrediscono
speri solo che finisca
e disprezzi questo paradiso
con i suoi angioletti
fatto di conti in banca
e di nasi sporchi di polvere bianca

le voci io sento le voci
come è difficile spiegare
come è difficile credere
alle voci dentro la mia testa
non ricordo più come tutto è iniziato
a volte pensi di essere speciale
forse troppo speciale

la maschera del diavolo Messico 1996

seduto dentro una capanna
nella Realidad
(Messico 1996)
avevo davanti Marcos
tremavo e non capivo
i suoi discorsi

anche tu hai una maschera
la maschera del diavolo
fatta di carne e sangue

e poi quel foglio
quelle parole scritte
col timbro dello Stato
quella donna francese
che dice di conoscermi
sei un dormiente Riccardo
sei un dormiente Riccardo
prigioniero nel tuo paese
un killer
dell’ordine degli assassini
non posso credere
non voglio credere

ma qualcosa mi dice,
dentro me, che è vero

anche tu hai una maschera
la maschera del diavolo
fatta di carne e sangue

seduto dentro una capanna
nella Realidad
Messico 1996
ora aspetto il verdetto
arriva la donna francese
che si spoglia nuda
mi prende con forza
è l’amore
ma dopo come in una
storia nera
tutto ritorna come prima

anche tu hai una maschera
la maschera del diavolo
fatta di carne e sangue

la festa di Halloween

Halloween
Halloween
Halloween
tu sei Halloween

quel giorno maledetto
una lama affilata
tagliò la gola di molti
stronzi maiali prevaricatori
quel giorno maledetto
sfidasti il mondo
senza pudore
senza pensare
al domani
quel giorno maledetto
una lama affilata
tagliò la gola di molti
stronzi maiali prevaricatori
perché tu sei
Halloween
volevi giustizia
ed ottenesti la prigione
è a cielo aperto ma
non c’è ragione
perché tu rimanga
ad aspettare
Halloween
Halloween
Halloween
ora ti nascondi
dietro quel viso senza espressione
dietro quei silenzi
che non hanno voce
ti nascondi
e dicono che sei sensibile
troppo sensibile
non c’è ragione
perché tu rimanga
ad aspettare
Halloween
Halloween
Halloween

Autodafé (“atto di fede”)
una storia vera accaduta pochi anni fa

era un giorno normale
se così si può chiamare
camminavo estraniato da tutto
arrivano in molti
col sorriso dipinto in volto
mi prendono di peso
come dei vigliacchi
sembrano dei maiali
dei nazisti post moderni
degli eroi comunisti
la Santa Inquisizione
che porta la croce del supplizio
e della vergogna
e tutti gridano
morte al demone
morte al demone
tutti gridano
Autodafé (“atto di fede”)
Autodafé (“atto di fede”)
Autodafé (“atto di fede”)
Autodafé (“atto di fede”)
non c’è ragione
che possa parlare
non c’è grido che possa
aiutare
legato ad un palo
il fuoco è sotto di me
allora penso solo
il silenzio il silenzio
questi sono esseri umani??
questi sono esseri umani??
il fumo solo questo
mi può aiutare
a morire prima
a morire davanti
a queste brave persone
nel cuore dell’occidente civilizzato
e li guardo per l’ultima volta
sembrano dei maiali
dei nazisti post moderni
degli eroi comunisti
la Santa Inquisizione
che porta la croce del supplizio
e della vergogna
mentre tutti gridano
morte al demone
morte al demone
tutti gridano
Autodafé (“atto di fede”)
Autodafé (“atto di fede”)
Autodafé (“atto di fede”)
Autodafé (“atto di fede”)

Mindfucking

esiste un sistema
uno stato di cose
che tu non conosci
la tua vita è solo
per il Principe
uno scherzo del destino
controllano la tua mente
con quelle medicine
Mindfucking
ufficialmente bandite
da ogni Stato
Mindfucking
controllano la tua mente
con quelle medicine
rimani interdetto da queste parole
ma sai che c’è qualcosa che non va
dentro e fuori di te
ti hanno resettato
come un computer
pieno di Virus
ma non per metterlo in sesto
solo per il gusto di violentare
la tua vita
per renderti un vegetale
ore giorni anni
hai perso
storie di violenza
di amore di vita vissuta
Mindfucking
Mindfucking
ti guardi intorno
perché vuoi capire
chi sono queste persone
che vengono di notte
a casa tua
ti prendono nel letto
mentre dormi
pronti con la siringa
pronti per
il Mindfucking
ma non c’è nulla da capire
non c’è nulla da cercare
sono solo maiali feccia umana
uomini che hanno perso la dignità
e tu non puoi parlare
questo è
Mindfucking
questo è
Mindfucking
sono solo maiali feccia umana
ti parleranno di droghe
ed alcol di come
ti sei buttato via
ti sorrideranno come se
fossero degli amici premurosi
ma sono solo maiali feccia umana
uomini che hanno perso la dignità
questo è
Mindfucking
questo è
Mindfucking

Io sono il Messia

ascolta mia giovane amica
Simonetti ti parla
per l’ultima volta
anche se non ha più senso
anche se parole non contano più

“io sono Zarathustra
sono il messia
la stella del mattino
non sono pazzo
come un angelo caduto
credo solo in me stesso
dopo anni di silenzio
scendo ancora dalla montagna
ma non trovo più nessuno
la talpa è sparita
le genti non vogliono ascoltare
la parola dell’Unico che muore
gli stolti sono ancora lì
ma non ridono più
come un tempo
pieni di arroganza
si credono padroni
della vita altrui
alzano bandiere nere
alzano bandiere rosse
alzano bandiere azzurre
io non ho più bandiere
solo in nulla creatore
solo provocazione
ANARCHIA PRIMORDIALE

“io sono Gesù Cristo
sono il messia
figlio degli uomini
non sono pazzo
per la seconda volta
vengo a voi ad annunciare
dopo 2000 anni
che DIO è morto
vengo a voi ad annunciare
la parabola del nichilismo
l’ANARCHIA PRIMORDIALE
ma i cristiani difensori della vita
vogliono il mio sangue
vogliono la mia carne
la mia vita issata in una croce
i mercanti i padroni il popolo
la moltitudine delle genti
invoca il patibolo
invoca la galera
per il messia
per l’assassino”

“io sono Simonetti Walter
sono il messia
perduto dimenticato
un pazzo drogato
un traditore rinnegato
nemico del popolo

non cerco il perdono
degli uomini onesti
dei padri di famiglia
degli eroi nazionali
criminali protetti dallo Stato
con le loro mani sporche di sangue
aguzzini senza vergogna
non cerco il perdono
delle persone per bene
dei forcaioli senza memoria
non cerco il perdono
della nazione
con le sue vetuste bandiere
nere rosse azzurre”

ascolta mia giovane amica
Simonetti ti parla
per l’ultima volta
“aspetto solo te con le tue forme
aspetto solo te con le tue risate
cerco la mia tribù l’Esodo
L’ANARCHIA PRIMORDIALE
cerco la mia tribù l’Esodo
L’ANARCHIA PRIMORDIALE

La Setta


sono passati anni
ma ricordo quel giorno

la città Ducale
seduti in piazza
davanti alla fontana
il Professore parlava ai suoi amici
(io ero lì vicino ad ascoltare in segreto)
sembra una città come le altre
sembra un posto tranquillo
le persone sembrano “normali”
conformisti fino all’eccesso
ma è solo apparenza
solo una facciata
che si rompe facilmente
c’è stata una guerra
senza esclusione di colpi
l’ultimo canto del cigno degli anarchici stirneriani
chiamati antitaliani portatori di Kaos
sono stati distrutti divisi estinti
ora in quella isola felice
il potere del Principe (dello Stato) regna sovrano
ma nel sotterraneo cova il culto segreto
La Setta dei Satanisti Cristiani
dicono di essere discendenti di Gesù Cristo
dicono di essere il vero cristianesimo
credono nel sacrificio umano
credono nel capro espiatorio
che funge da catalizzatore
degli istinti bestiali del buon cittadino
odiano gli ebrei e i diversi
credono in creature spaventose extraterrene
uomini demoni creati in laboratorio
per loro sono angeli
venuti ad aiutarli
si riuniscono in certe date
praticando starni rituali paganocristiani
si credono dei superuomini
ma in realtà sono
la Setta dei Satanisti Cristiani
una lobby trasversale da sinistra a destra
intoccabili ufficialmente scomunicati dalla Chiesa
ma è solo apparenza è uno scandalo al sole
un segreto di Stato
il Professore si volta verso di me
pronuncia il mio nome rimango di stucco
in un foglio avevo copiato la sua storia

sembra una città come le altre
sembra un posto tranquillo
le persone sembrano normali
conformisti fino all’eccesso
ma è solo apparenza
nel sotterraneo cova il culto segreto
La Setta dei Satanisti Cristiani
dicono di essere discendenti di Gesù Cristo
dicono di essere il vero cristianesimo
credono nel sacrificio umano
credono nel capro espiatorio
che funge da catalizzatore
degli istinti bestiali del cittadino moderato
odiano gli ebrei e i diversi
negazionisti vivono nell’ipocrisia
credono in creature spaventose extraterrene
uomini demoni creati in laboratorio
per loro sono angeli
venuti ad aiutare i fedeli in Cristo
ma in realtà sono
la Setta dei Satanisti Cristiani
una lobby trasversale da sinistra a destra
intoccabili ufficialmente scomunicati dalla Chiesa
ma è solo apparenza è uno scandalo al sole
un segreto di Stato

c’è un compromesso in quella città
un compromesso scritto col sangue
del capro espiatorio

molti parlano molti credono
di essere contro la Setta dei Satanisti cristiani
ma in pochi hanno resistito
la dignità dell’uomo si misura
anche così…

Gli

Illuminati di Baviera

sono tornati perché
non credevo in loro
sono tornati per la compensazione
sono tornati ed io ero lì
ad aspettarli affascinato
disperato
sono tornati perché
gli ho invocati
una maledizione
una leggenda
gli Illuminati di Baviera
la società esoterica dello ZeroAstro
gli Illuminati di Baviera
la società esoterica dello zeroAstro

li vedo davanti a me in alto
in pose stravaganti è impossibile
ma sono loro ridono come matti
l’élite la crema degli anarchisti
è un gioco di specchi
in mano hanno fili invisibili
che muovono persone dalla buona reputazione
come burattini i Presidenti girano impazziti

il batter d’ali di una farfalla
può provocare un tornado

è un gioco di specchi
guardo più in alto
ci sono i sinistri fratelli maledetti
il vecchio della montagna
il Conte
l’Aragonese
Amedeo Bordiga
Bhagwan
Aziz Mehmed Effendi
Toni ed Oreste
il filosofo maledetto con i suoi libri
e c’è una sedia vuota
non puoi fuggire dal passato

il batter d’ali di una farfalla
può provocare un tornado

è la loro vendetta
è la mia vendetta
una maledizione
una leggenda
gli Illuminati di Baviera
la società esoterica dello ZeroAstro
gli Illuminati di Baviera
la società esoterica dello ZeroAstro

sono sopra un banchetto lunghissimo
c’è tutta la città ed oltre
mangiano come lupi affamati
scherzano e deridono l’Unico
mangiano la mia carne bevono il mio sangue
cannibali e licantropi con la coscienza pulita
scherzano e deridono la vittima del sacrificio
cannibali e licantropi con la coscienza pulita
credono che il potere della parola
la potenza costituente
svanisca per sempre mangiando la carne
del caprone
li guardo ma non mi vedono
sono uno spettro
non sanno che il batter d’ali di una farfalla
può provocare un tornado

poi arriva lui con i suoi vestiti stracciati
con i suoi capelli corvini spettinati
con la sua bellezza innata
con la sua voce incantevole
mi parla
sono in ginocchio davanti (a Walter)
io ti ho rubato la vita
il suo volto cambia in continuazione
siamo vicini siamo la stessa persona

una maledizione
una leggenda
gli Illuminati di Baviera
la società esoterica dello ZeroAstro
gli Illuminati di Baviera
la società esoterica dello ZeroAstro
il batter d’ali di una farfalla
può provocare un tornado

Paura e delirio a Bologna

Ucronia

Illuminati Pop Anarchy N1

Simonetti Walter

Paura e delirio a Bologna

Una distopia Post-moderna

*Senza il contributo e la revisione critica di Jessica Dainese   l’opera non sarebbe uscita.

Prefazione

Paura e delirio a Bologna nasce dall’uomo, è un’opera della sua fantasia.

L’autore, un esperimento genetico soggetto a multi personalità e senza memoria, ci mostra nei suoi pochi ricordi una storia semplice e primitiva.

Non può essere recepito come pura finzione, questa Ucronia narra di una distopia possibile il dubbio rimarrà sempre nei nostri pensieri, perché Simonetti Walter è è un membro degli Illuminati – Fazione Pop Anarchica; scrivere queste pagine è costato sofferenza e dolore, in qualche modo, lo scrittore pretende da noi uno sforzo analogo, oltre-umano: cancellarci come lettori.

RICERCHE SULLA MEMORIA E SUI “CATTIVI RICORDI”

La prepotenza del potere arriva spesso a desiderare piegare in maniera fisicamente invisibile i prigionieri. La “rieducazione” delle persone secondo i pazzi che mi torturano passerebbe per una “riprogrammazione mentale” che utilizzando depistagli e ripetitività, cerca di far dimenticare le cose che a loro non piacciono SUBITO DOPO che le ho pensate, scritte o lette. In qualche modo arbitrariamente decidendo loro che cosa nella mia testa deve rimanere o meno, come se io fossi un loro dipendente o schiavo, un killer da loro formato o una persona che in qualche modo deve essere da loro “punita”.

Gli esperimenti sui “cattivi ricordi” sono stati in qualche modo –e nel rispetto per i “colleghi” ricercatori- denunciati da Vittorino Andreoli su una rivista (“Io donna”) del “Corriere della sera” nel febbraio 2003:

Diversi studi si stanno occupando della memoria: cercano di scoprire come INTERVENIRE SULLA FORMAZIONE DEI RICORDI, PER EVITARE CHE QUELLI NEGATIVI

(secondo chi ? secondo qualche strizza cervelli goebbelsiano estasiato dalle nuove tecnologie elettroniche e di decriptazione del pensiero ? Ognuno, anche il più pazzo degli uomini, ha sì il diritto ad essere curato anche contro la propria volontà, ma ha anche il diritto inviolabile all’arbitrio totale della sua identità interiore ossia dei suoi ricordi e sapere, affetti ed esperienza; l’unico potere coercitivo che ha lo Stato è quello ad impedirgli di compiere altri reati attraverso la detenzione; altre forme di potere non sono previste da alcuno Stato “democratico).

P. D.

Finché tu credi alla verità, tu non credi a te stesso e sei un  − servo, un − uomo religioso. Tu solo sei la verità o, piuttosto, tu sei più della verità, la quale senza di te non è proprio niente.

Max Stirner

Ciò che descrivo è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene […]: l’insorgere del nichilismo. […]. Che cosa significa nichilismo? Significa che i valori supremi si svalutano. Manca lo scopo. Manca la risposta al “perché?”. [… Dunque] non possiamo porre nessun aldilà o un “in sé” delle cose. Manca il valore, manca il senso. […]. Risultato [di questa svalutazione]: i giudizi morali di valore sono […] negazioni: la morale è volgere le spalle alla volontà di esistere.

Friedrich Wilhelm Nietzsche

L’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli.

Lenin

La verità. Era questa l’ancora di salvezza a cui le avevano insegnato ad aggrapparsi. Non si può amare nella menzogna, ne sperare, costruire, progredire… La menzogna è ovunque: filtra tra gli interstizi degli oggetti, tra le persone e tra i sentimenti e impedisce a qualunque cosa di realizzarsi interamente e in pienezza. La verità, per quanto dolorosa, per quanto carica di conseguenze che sconvolgono l’esistenza, è condizione indispensabile per la vita. Non si tratta della semplice verità di un nome, un origine o una filiazione. La verità afferma, è la condizione per essere se stessi.

Il mio nome è Victoria

Paura e delirio a Bologna

Il sogno 30/10/2000

Paura e delirio a Bologna è un viaggio lisergico, nel cuore della bestia città, la più libera d’Italia, un’avventura dionisiaca e paranoica di uno ragazzo straniero a se stesso,  un rinnegato, di nome Simonetti Walter. Il perfetto capro espiatorio, da mettere all’indice e schernire a comando.

Bologna un sabato qualsiasi, alla fine del giubileo. Un sogno che s’avvera. La mia vita aveva un senso, l’ora x era arrivata, ed io non mi sono tirato indietro. Forse avevo aspettato troppo, forse non ero preparato, ma questa è stata la mia salvezza. Un sogno che s’avvera, camminare per Bologna dalla Stazione a Via del Pratello passando per la Feltrinelli,  davanti alle due torri, seguito da uno stuolo di cavallette. Pesavo 70 kg, capelli corti, jeans e maglia scura, il tipico vestito di un esaurito, così dicevano gli amici, gli stolti sempre a giudicare, occhiali da sole e scarpe da ginnastica di non so di quale marca presa al centro commerciale di Bellocchi. E le mie nuove armi, “i bigliettini da visita” stampati nelle macchinette delle stazioni dei treni. Il viaggio in treno, da Pesaro a Bologna, era andato come al solito: osservavo il paesaggio deprimente della Romagna, felice di tornare nel luogo del misfatto. Mesi prima, il giorno del mio ritorno a Bologna, alcuni ragazzi stupiti nel vedermi mi annunciarono la buona novella:

“Sei vivo? Tutti ti credono morto, dicevano overdose, tu non lo sai ma hanno paura di te, ci sono persone che si fanno passare per tuoi amici, che stasera pregheranno Dio. Ci hai rimesso tu e non doveva succedere, proprio non doveva ”.

Io, forse scioccato e incazzato, rispondevo:

“Sono vivo, anche se sembro uno spettro, e qualcosa di grosso sta per succedere … credetemi, amici miei”

Quelle parole per me sono state un’illuminazione. Mi vedevo come il protagonista di Brian di Nazaret dei Monty Python, o Kevin Kline in Un pesce di nome Wanda. Anche se per gli altri ero al massimo un cattivo imitatore di Gene Wilder, eroe della mia infanzia.

Sono un virus allo stato puro e loro dei falsi ricettori.

Al Pratello solito giro fino al baraccio dei due vecchi, il loro accento forestiero non l’avevo dimenticato, con un po’ di timore, ma erano passati anni (1996) dalle pisciate antinomiane (il DNA non è acqua e un Simonetti si riconosce come dada) sul selciato, dentro i portoni, sotto la OMISSIS che Baal mi perdoni, lui l’Anarchista non l’aveva mai fatto, pensava l’avessi fatto apposta, invece ero giovane e bevevo troppa birra e non volevo pisciarmi addosso.

L’idillio con via del Pratello era finito prima di cominciare. Ricordo che alla prima festa pubblica, mi avvicinai ad una damigiana di vino e l’autonomo di turno dopo un po’ che parlavamo:

“Ma chi sei? Perché fai tutte queste domande?”.

Io lì a spiegargli:

“Faccio il servizio militare qui vicino, non sono un infiltrato”.

Ero venuto solo a bere ad una strana festa, poi dopo ubriaco e trasognante con un taxi finivo in caserma. Avevo già dei trip mentali sulla mia vita gioiosa e radicale, invece sto qui a piangere sul latte versato, dal bambino terribile che si credeva un vampiro, ma questa è un’altra storia.

Perdonatemi. La letteratura non è acqua, ma nichilismo creatore grazie a Renzo Novatore.
Ero un giorno diverso, quel 30 ottobre:  lo sapevo, seguivo il mio sogno. Avevo già programmato tutto, bere un trip senza ritorno e poi al Link per l’autodistruzione, un posto carino per i miei gusti alcolici, e un tiro di fumo forse si rimediava, la musica non era male e poi avevo conosciuto una ragazza (figlia di un poliziotto) un affare strano, i bolognesi si erano dimostrati freddini con la leggenda. Già, la leggenda dei 27 acidi.

Il 7 giugno 1996, un giorno come tanti, non per il sottoscritto … al mattino mi ero congedato dal servizio militare, un anno perso in fondo al bicchiere di birra scadente, per non pensare alle stronzate senza senso che bisognava fare, ma era finita e per la mia  grande testolina bisognava festeggiare. Non a casa dove non c’erano amici ad aspettarmi, ma lì a Bologna e avevo il mio piano studiato nei minimi particolari, metodo da socialismo scientifico, bere a più non posso fino al Pratello vicino a quelle leggendarie case occupate. Adesso devo trovare i fogli con il poema, il resoconto di quella notte da anestetici per cani, qualcuno penserà all’innocenza perduta ma quella forse non l’ho mai avuta. L’ho persa tanto tempo fa in una clinica maledetta, dove dottori fascisti senza pudore, facevano esperimenti genetici su dei bambini inermi, con il beneplacito della società civile e del Partito. Ma questa è un’altra storia, e non credo sarà mai raccontata. La mia prima vita è stata completamente cancellata dalla memoria collettiva, e non ho ricordi né fotografie da mostrare.

OGGETTO:”Un viaggio andato male n°27”

BORDERLINE 1996

“Ho licenziato Dio

gettato via un amore

per costruirmi il vuoto

nell’anima e nel cuore”

Plagio non voluto.

L’immortalità si paga cara: bisogna morire diverse volte mentre si è ancora in vita.

Friedrich Nietzsche

Libero finalmente dopo un anno di oblio, fuori da quelle mura, da quell’ambiente indecente. Una strana sensazione: “Adesso, ora, posso fare qualsiasi cosa”. Cancellare la parola impossibile dal mio vocabolario. Cammino per il centro di Bologna. È pomeriggio. Domani andrò a casa, forse, intanto mi godo questi attimi di libertà. A cena con gli ex compagni di sventura. Vino, birra, limoncino: sono già fuori dall’ordine costituito. Si va in Piazza Maggiore, mi sembra di galleggiare nell’aria, negli scalini davanti al duomo parliamo ma abbiamo due lingue diverse e non c’è mediazione. Mi sembra di scorgere un’altra Bologna, sembra diversa. Qualcosa è cambiato dentro e fuori di me. Un ragazzo sui scalini sta parlando a delle giovani (gallesi), mi avvicino e dopo un dialogo fatto a gesti mezze parole in spagnolo andiamo in un pub, lì vicino il ritrovo dei turisti. Le cose si mettono male divento fastidioso, sembra impossibile ma è vero, il gestore mi caccia, lascio diecimila lire di mancia. Ora da solo ubriaco e incazzato, mi avvio verso il Pratello a finire la serata con il botto.

Il cammino verso la mecca dei supplizianti è difficile. Mi fermo in due osterie, ancora birra, nella testa l’alcool risuona come un disco all’incontrario di satanica cospirazione, ma poi come per magia li vedo, sono lì che mi aspettano, chissà da quanto?

Mi siedo

“Ciao, io mi chiamo William”.

“Piacere, Noemi”.

”Farvo”.

”Marina”.

”Max”.

Ma nessuno crede al mio nome, William: impossibile, non ne ho la faccia. Allora pronuncio il mio vero nome, Riccardo, ma non capiscono, la condanna della mia vita, non poter parlare ma trattenere tutto dentro. Per colpa di quella consonante (“R” che viene “W”) costretto a vagare nel silenzio o in esplosioni senza senso, alla ricerca della verità. Il teatro dell’assurdo mi accompagna sempre nei miei spettacoli surreali unici nel loro genere.

Mi sembra di averli già visti, dejà vu, uno dei tanti da quella notte in poi. Parlano allegri forse ubriachi, ridono senza motivo, alle mie spalle un angelo mi sfiora, è una ragazza siciliana indossa una gonna lunga e sottile la chiamo:

“Sei bellissima”.

Mi guarda divertita e mi indica una persona il suo ragazzo. Tiro fuori un sorriso sardonico e senza vergogna le racconto che l’ho conosco mi ha ospitato a casa sua, una notte di fuoco insieme ad un freak che parlava con uno strano accento e lavorava il gesso.

Uso tutto il mio vocabolario ma non c’è storia anzi il suo ragazzo mi dice di telare e non scherza.

Mi riunisco a quei ragazzi il tempo passa, segno i loro nomi e numeri di telefono in un’agendina per non dimenticarli:

“Marina di Milano”, Max, Noemi e Farvo”.

Il futuro non sarebbe stato clemente con me, sarei diventato il loro capro espiatorio. La notte chiede sangue giovane ed io sono li a portagli tributo. Ero “Alice nel paese delle meraviglie”, insieme al gran coniglio stavo facendo un gioco sottile e rischioso,è la cara roulette russa.

Un branco di ragazzi mi circonda con i loro cani da slitta, sono una tribù in movimento, gli chiedo un acido. Dopo qualche minuto comincio a parlare e muovermi, mi sento forte, sicuro, finalmente libero critico della ragion cinica.

Si fa vanti la Malaria con la sua morale, il suo odio verso il mondo e la sua storia che mi riguarda.

Che tempo che fa … qualche anno prima.

Piazza delle Corriere. Davanti al bar centrale due vecchi freak, testimoni di un mondo condannato all’eutanasia, cercano di spronarmi, non accettano che l’unico sia finito, diventato un vegetale. Mi mandano da una strana ragazzina che sta sempre lì ad aspettare il pullman, diventiamo amici, ero un tipo molto buffo per la Malaria. Giovanissima e già maledetta si considerava un tossica e parlava di politica per spaventare il messia perduto:

“A Bologna i miei amici sono gli autonomi”.

Credeva nelle apparenze, nella ribellione dello stile e non sapeva chi ero veramente, una costante della mia vita. La nostra piccola storia finisce in modo tragicomico. Mi presenta, un giorno i suoi amici bolognesi e una sua amica Silvia, capelli biondi carina, in un minuto mi fa perdere la testa.

Mesi dopo Silvia torna a casa mia e mi legge una lettera, rimango senza parole è al prima volta che una ragazza mi dichiara un amore incondizionato.

Ma le apparenze molte volte ingannano, Silvia ha un passato traumatico e lo shock si ripercuote in ogni suo rapporto, mi trovo senza saperlo davanti ad uno specchio la mia immagine riflessa. Non c’è soluzione per questo enigma.

E non è solo questo, la mia storia con la Malaria e la sua amica non piace, ha gerarchi e burocrati di partito, l’infamia più grossa si abbatte su di me. Con la complicità della mia famiglia, sempre agli ordini del potere repressivo, vengo allontanato dai miei amici. Tre intellettuali della domenica fuori dalla legge e dalla dignità umana mi prelevano e imbottiscono di farmaci:

“Tu non devi vivere, la sentenza del Partito non si discute”.

Rimango traumatizzato, dopo non ricordo più nulla la Malaria, Silvia e gli altri ragazzi diventano un sogno sfumato.

Ma questo è un uomo? Cosa sono questi dottori di “sinistra”, con l’Unità in tasca? Che permettono tutto hai loro figli, ma poi si sfogano con me “l’ebreo che ride”, “l’ebreo rinnegato”. Sono agenti della controrivoluzione preventiva, la loro posa, espressione da intellettuale che non sbaglia mai, si trasforma in un ghigno criminale. Il diritto e la legge che difendono viene meno e si instaura lo Stato di eccezione. Tutto è per messo, il fine giustifica i mezzi?

Alla cultura autoritaria, di stalinista e fascista memoria si unisce il fanatismo cattolico ed il liberalsocialismo, in una nuova santa crociata contro la famigerata seconda società. L’omertà diventa il primo comandamento. Vogliono creare un paese artificiale senza memoria, senza storia, solo finzione e falsa radicalità da figli di papa.

Questa città è un’isola felice?!

Niente è sacro.

In Via del Pratello la festa non è ancora finita. La Malaria deve andare via, è di nuovo innamorata di me. Le dico di restare, ho paura che tutto sia un sogno, ma se va. Non so cosa mi spinge ma voglio osare di più, andare oltre, deprogrammare il mio cervello una volta per tutte. Ubriaco tra i punk e i loro cani, chiedo gentilmente ancora un viaggio. Una ragazza mi chiede quanti:

“27 come ventisettemila leghe sotto i mari”.

Ma ora che ci penso le leghe erano ventimila, piccolo errore di strategia militare. Mette un grosso pezzo di cartone nel mio bicchiere di birra. All’inizio dell’esperimento non sento cambiamenti, ma poi un onda maestosa, che non riesco a cavalcare. Dietro di me uno squalo sta azzannando la mia tavola, la paura sta prendendo il sopravvento, mi sovrasta. In gergo si dice “strippare”. I 27 acidi diluiti nella birra esplodono dentro la mia testa. Ho sete tanta sete, la lingua amara. Parlo con mille persone, almeno così credo. Una forza sconosciuta mi spinge oltre, mi sento invincibile, il tempo si dilata, lo spazio circostante si muove e apre labili confini.

Sto per crollare, mi manca il fiato, una ragazza vicino a me cerca di aiutarmi:

“27 acidi, ti sei preso 27 acidi”

Ma è tardi è troppo tardi, cado a terra. Le ultime immagini che vedo riportano la mia mente ai vangeli, la crocefissione di Cristo. Vedo dei ragazzi coi loro cani, seduti vicino al loro messia in attesa che la profezia si compi, in attesa del sacrificio umano. Cado nel vuoto, il cuore smette di battere. Un miracolo si sta compiendo. La mia anima, la mia essenza si distacca dal corpo. Sto salendo in alto, contro tutte le leggi della fisica vedo il mio corpo esanime in Via del Pratello, le persone senza parole, attonite, fissano il santo caprone. Una sensazione di benessere assoluto domina il mio nuovo essere: è bellissimo sentirsi liberi, galleggiare nell’aria.

Forse è finita, questa è la ricompensa per l’Unico che muore, la quarta dimensione si è aperta di nuovo per Simonetti “l’ebreo errante”, ”l’ebreo che ride”. Ora ricordo tutto, proprio tutto, i due Freakkettoni morti tanto tempo prima sono lì a guidarmi nel mio passato:

La cerimonia, il Conte, i due folli, la Roby, i fratelli e le sorelle, la tragedia degli anni ’70, la clinica dell’orrore, la fuga in America, il primo ringiovanimento, la morte del bambino, il secondo ringiovanimento, la condanna a non poter vivere da parte dello stato, la condanna all’isolamento, alla morte civile e sociale, la condanna al continuo lavaggio del cervello. Ricordo le leggi speciali, razziali contro di noi anarchici stirneriani per il nostro folle sacrificio. La rigenerazione, gli anni del culto della droga, delle libertà totali. La meteora infelice del Livello 14. La follia e la provocazione fuori luogo ci porta anche la scomunica del movimento autonomo e la maledizione sul nostro nome:

“Non siete mai esisti, il vostro nome sarà maledetto per sempre, siete solo dei provocatori infiltrarti, marionette dei servizi. Se tu non fossi nato. il movimento sarebbe forte e vivo”.

Gli esecutori materiali di questa sentenza, di questa persecuzione, molti militanti del Partito ed altri uomini dai santi principi, non perdonano la verità storica portata dall’Unico, l’iconoclasta che non si è piegato, che è sopravvissuto, che ha denunciato al modo il crimine dei ringiovanimenti e le leggi argentine. Tutti segreti di Stato. Senza pudore, gli eroi dello stato, nel corso degli anni, come nazisti postmoderni, non mi daranno pace. Una guerra senza esclusioni di colpi si è combattuta nella cittadina felice, avamposto del cristianesimo ariano.

La religione è l’oppio dei popoli?

E poi insieme a questi due demoni, senza gloria, vedo gli ultimi anni della mia vita, mi trovo a combattere una guerra solitaria contro tutto e tutti, alleandomi con la teppa più misericordiosa.

Lo stato e i mille poteri che si diramano nella società si divertono a violentare la mia debole vita.

Ma la ribellione c’è sempre stata, un refrattario non si può piegare, non si può distruggere, non si può uccidere, la sua dignità lo distingue dagli altri, la sua amoralità lo porta sempre oltre la linea, l’anarchia.

Ora sono qui in questo limbo ad aspettare la sentenza delle divinità, dell’Ordine della Stella “la Cultura”.

Devo tornare tra i vivi, la mia missione non è ancora compiuta, il mio viaggio non è ancora finito, devo pagare il prezzo della mia anarchia, della mia ribellione prometeica. Mi sento come l’uomo che cadde sulla terra, tento in ogni modo di fare la mia nave spaziale per tornare a casa dalla fratellanza, ma alla fine le cose vanno a rotoli e mi ritrovo con i punk di Via del Pratello. La vita con il suo peso torna a far sentire la sua voce, sudore, mal di testa.  Una ragazza tenta di sollevarmi:

“Dai alzati, alzati! Alzati ti prego”.

Gli altri mi guardano stupiti, inebetiti, in attesa che lo spettacolo continui, sanno di aver assistito a qualcosa fuori dal comune. Mi alzo osservo delle strane figure che mi fissano con rabbia, un adunata di refrattari, tento l’impossibile, racconto la mia storia:

“Mi chiamo Simonetti Walter e sono nato il OMISSIS a OMISSIS …“

Ma uno di loro risponde malamente:

“Ti conosciamo Riccardino, la sappiamo a memoria la tua storia, non attacca, sono cavoli tuoi, ne hai fatte troppe, sarai sempre il traditore dell’anarchia, un provocatore da quattro soldi …”.

Cerco di difendermi ma non c’è niente da fare e non c’è più niente da dire, solo maledire la società degli uomini in tutte le sue manifestazioni.

Da quella notte in poi sarò per molto tempo il ragazzo dei 27 acidi, l’uomo che cadde sulla terra, un personaggio strano, un incognita da evitare perché carico di autodistruzione. Il prezzo di questa de programmazione sarà altissimo, la schizofrenia del linguaggio diventerà legge. Sotto la supervisione e la recita infame di un intero paese sarò costretto ad una folle dissimulazione, che portò inevitabilmente alla dissociazione della mia personalità.

Tandem 30/10/2000

Ore 20,00 circa, sono all’inizio di Viale Indipendenza, dalle osterie del Pratello due ragazze mi seguono, ma in quel momento non ero paranoico, e non ci vedevo niente di strano, neanche quando entro al cinema Capitol e loro sempre dietro. Vado a vedere Tandem, un film divertente, rido sopra le bizzarre storie di queste due iene, due sciacalli pronti a tutto, figli di questo tempo. Mi avvio verso il Link, dietro la stazione, quando sono verso l’entrata dei parcheggi un ragazzo venditore di francobolli, mi chiama, ne prendo uno. Come uno stregone folle cerco la via della mano sinistra, cerco l’eldorado, il tramite è un cartoncino rinsecchito. Entro, vado subito a bere sento caldo devo liberarmi della giacca, la ragazza che sta al deposito mi chiede se vengo dall’ex Jugoslavia, il mio mento allungato le mette il dubbio, io gli spiego che sono purtroppo italiano. Ho ancora sete poi nella saletta in alto ritrovo la ragazza figlia di un poliziotto, capisce che sto per partire di testa, il trip comincia a fare effetto.

Nel locale alternativo mi sento in prigione, continuo a muovermi da una stanza all’altra, la memoria va e viene, la musica mi entra dentro, uno strano labirinto si forma nella mia mente, cerco la via d’uscita. Sono in trappola, caduto nella rete gioco le mie carte, sono inconsapevolmente un anarchico stirneriano, passato attraverso la Fazione ed il Livello14 e tutt’ora un agente dell’Ordine della Cultura e della Stella.

La prima mossa.

Vedo una ragazza, l’avevo intravista alla stazione centrale dei treni, carina, ha diversi orecchini, mi avvicino le porgo il mio dono, il bigliettino da visita.

Quella dei biglietti da visita è un’idea geniale e allo stesso tempo ridicola, beffarda, pericolosa, da teatro dell’assurdo. Molti avevano frainteso vedevano provocazioni al movimento, un’oscura congiura che ritornava, quella degli Illuminati di Baviera, dell’Ordine della Stella (la Cultura), i pazzi Simonetti anche da morti danno fastidio.

Una risata vi seppellirà! Così dicevano i vecchi reduci del 77, ma i loro figli non avevano senso dell’umorismo, peccato, un’occasione mancata. Si sono smarriti nelle teorie del capro espiatorio, dei complotti mondiali ad opera di chissà quali oscuri poteri (alieni, demoni sionisti etc … ), facendo l’occhiolino inconsapevolmente a Evola e soci. La merda fascista, con altre vesti, torna sempre, e fa sempre più schifo, si sono smarriti ed io ero lì a porgere l’altra guancia come un Padre odiato dai propri figli.

Ho evitato tante volte il peggio, il senso di sopravvivenza mi ha salvato. Ho subito due aggressioni da parte dei fascistelli bolognesi, ricordo la pastura di due personaggi in nero, un transfuga della sinistra alternativa e un picchiatore, erano complementari alla fine quando hanno capito che non c’era storia, che Simonetti Walter non era in vendita, il solito discorso: “sei un sub-umano, un ebreo, contro la nazione, condannato a subire. Non possiamo toccarti perché abbiamo paura dell’Ordine della Stella ‘La Cultura’. Ma è solo questione di tempo, le tue protezioni sono cadute”.

Non posso dimenticare L. “l’uomo più forte del mondo”, un personaggio singolare, una leggenda a Bologna. Vederlo combattere mi ha fatto ridere, il suo volto si trasforma e l’avversario sviene dalla paura. Figlio di un ufficiale dell’esercito, cresciuto come se fosse un soldato. Al raggiungimento della maggiore età, esplode, è una mina vagante, pericoloso, distruttivo spacca le ossa solo per uno sguardo, fino all’arruolamento nella Legione Straniera (non è il primo che fa questa scelta) ma i legionari sono troppo anche per lui. Il resto è storia giudiziaria, non sta a me giudicare. Una notte del 1997, nella via dei provocatori completamente ubriaco esco da una birreria non sto in piedi e mi trovo davanti L., sta per darmi una lezione ma la sua donna l’ho ferma e lui mi riconosce:

“Ah sei tu Riccardino, devi smetterla non posso vedere una persona ridotta in questo stato, vieni con me a casa mia”.

Non riesco a dire una parola, poi a casa sua l’amara verità. Mi porge una fotografia ci sono due ragazzini e siamo noi due, non riesco a capire come è possibile, quando ci siamo conosciuti? Mi racconta la storia e non è piacevole ascoltare il segreto che nasconde la mia vita, quelle medicine illegali usate come caramelle per distruggere la mia vita, creare il vuoto ,l’amnesia di stato.

Quel mattino presto scappo senza una meta. Ma poi come in una favola nera tutto torna come prima, e non so chi sono?

Poi è venuto il turno delle merde in esilio da Fossombrone, una notte al Pratello hanno tentato in dieci di sopraffarmi sono stato salvato dalla Malaria e Samuel (strano il destino).  Avrei voluto regolare i conti con questi bambocci, che non hanno mai capito che il prezzo da pagare dell’anarchia è alto, ma il Luther Blisset mi riportò alla ragione.

E altre volte mi sono visto piombarmi addosso i soliti noti, eroi con le medaglie al petto, il braccio violento della legge borghese. Cani che non meritano di essere menzionati, stalinisti con il salvadanaio pieno d’oro, la loro legge: repressione, omertà ed amnistia ad personam.

Come è iniziato il gioco dei bigliettini da visita? Così per caso, alla stazione di Pesaro, mi sono avvicinato a quella macchinetta e ho cominciato a pensare, ho cominciato a vedere delle scritte stravaganti da imprimere su quei foglietti come Pop Art srl, Zero Operaio Music Club, Gli Illuminati società esoterica dello Zeroastro, Wife of Life logomachia. Leggevo una rivista in quel periodo: Torazine.

Era un gioco stupido e ridicolo per conoscere ragazze, ma tanti sono scivolati su quella buccia di banana, perfino il leggendario Luther Blissett, vedeva provocazioni, infiltrazioni da parte del vecchio anarchico stirneriano (di gloriosa memoria), del traditore  sionista, perché non ha mai odiato gli ebrei, qui a Bologna sotto mentite spoglie.

Alla fine il ragazzo strippato, ubriacone, inconcludente e autodistruttivo aveva passato il limite, la soglia di sopportazione. E non è mancato il volantino di condanna, di stalinista memoria, da parte dei duri e puri di Via A..

Il frammento delle macchine, la krisis balla sopra il mondo …

<<Nelle macchine il lavoro oggettivato si contrappone materialmente al lavoro vivo come il potere che lo domina e come attiva sussunzione di esso sotto di sé: non solo in quanto se ne appropria, ma nello stesso processo di produzione reale.

Il rapporto di capitale come valore che si appropria l’attività valorizzante è posto, nel capitale fisso, che esiste sotto forma di macchine, nello stesso tempo come rapporto tra valore d’uso del capitale e valore d’uso della forza- lavoro. Il valore oggettivato nelle macchine si presenta inoltre come una premessa rispetto alla quale la forza valorizzante della singola forza-lavoro scompare come qualcosa di infinitamente piccolo; con la produzione in masse enormi, che è posta con le macchine, scompare altresí, nel prodotto, ogni rapporto al bisogno immediato del produttore e quindi al valore d’uso immediato (…). L’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, rimane così, rispetto al lavoro, assorbita nel capitale, e si presenta perciò come proprietà del capitale, e più precisamente del capitale fisso, nella misura in cui esso entra nel processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio. Le macchine si presentano così come la forma più adeguata del capitale fisso, e il capitale fisso, se si considera il capitale nella sua relazione con se stesso, come la forma più adeguata del capitale in generale. (…)

In quanto poi le macchine si sviluppano con l’accumulazione della scienza sociale, della produttività in generale, non è nel lavoro, ma nel capitale che si esprime il lavoro generalmente sociale. La produttività della società si commisura al capitale fisso, esiste in esso in forma oggettiva e, viceversa, la produttività del capitale si sviluppa con questo progresso generale che il capitale si appropria gratis. Qui lo sviluppo delle macchine non va esaminato in dettaglio, ma solo sotto l’aspetto generale per cui nel capitale fisso il mezzo di lavoro, dal suo lato materiale, perde la sua forma immediata e si contrappone materialmente, come capitale, all’operaio. La scienza si presenta, nelle macchine, come una scienza altrui, esterna all’operaio: e il lavoro vivo si presenta sussunto sotto quello oggettivato, che opera in modo autonomo. L’operaio si presenta superfluo, nella misura in cui la sua azione non è condizionata dal bisogno del capitale. (…)

Nella stessa misura in cui il tempo di lavoro – la mera quantità di lavoro – è posto dal capitale come unico elemento determinante, il lavoro immediato e la sua quantità scompaiono come principio determinante della produzione – della creazione di valori d’uso – e vengono ridotti sia quantitativamente a una proporzione esigua, sia qualitativamente a momento certamente indispensabile, ma subalterno, rispetto al lavoro scientifico generale, all’applicazione tecnologica della scienze naturali da un lato, e rispetto alla produttività generale derivante dall’articolazione sociale nella produzione complessiva dall’altro – produttività generale che si presenta come dono naturale del lavoro sociale (benché sia, in realtà, prodotto storico). Il capitale lavora così alla propria dissoluzione come forma dominante della produzione.

Lo scambio del lavoro vivo col lavoro oggettivato, cioè la posizione del lavoro sociale nella forma dell’opposizione di capitale e lavoro salariato, è l’ultimo sviluppo del rapporto di valore e della produzione basata sula valore. La premessa di questa è e rimane la quantità di tempo di lavoro immediato, la quantità di lavoro impiegato, come fattore decisivo della produzione della ricchezza. Ma nella misura in cui si sviluppa la grande industria, la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità del lavoro impiegato che dalla potenza degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di lavoro, e che a sua volta – questa loro powerful effectiveness – non è minimamente in rapporto al tempo di lavoro immediato che costa la loro produzione, ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall’applicazione di questa scienza alla produzione. (Lo sviluppo di questa scienza, in particolare della scienza della natura, e con essa di tutte le altre, è a sua volta di nuovo in rapporto allo sviluppo della produzione materiale). L’agricoltura, per esempio, diventa una semplice applicazione della scienza del ricambio materiale, da regolarsi nel modo più vantaggioso per l’intero organismo sociale.

La ricchezza reale si manifesta invece – e questo è il segno della grande industria – nella enorme sproporzione tra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto, come pure nella sproporzione qualitativa tra il lavoro ridotto a una pura astrazione e la potenza del processo di produzione che esso sorveglia. Non è più tanto il lavoro a presentarsi come incluso nel processo di produzione, quanto piuttosto l’uomo a porsi in rapporto al processo di produzione come sorvegliante e regolatore. (Ciò che si è detto delle macchine, vale anche per la combinazione delle attività umane e per lo sviluppo delle relazioni umane).

L’operaio non è più quello che inserisce l’oggetto naturale modificato come membro intermedio tra l’oggetto e se stesso; ma è quello che inserisce il processo naturale, che egli trasforma in un processo industriale, come mezzo tra se stesso e la natura inorganica, della quale si impadronisce. Egli si colloca accanto al processo di produzione, anziché esserne l’agente principale. In questa trasformazione non è né il lavoro immediato, eseguito dall’uomo stesso, né il tempo che egli lavora, ma l’appropriazione della sua produttività generale, la sua comprensione della natura e il dominio su di essa attraverso la sua esistenza di corpo sociale – in una parola, è lo sviluppo dell’individuo sociale che si presenta come il grande pilone di sostegno della produzione e della ricchezza.

Il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a una nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa. Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura, e quindi il valore di scambio deve cessare di essere la misura del valore d’uso. Il pluslavoro della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non- lavoro dei pochi ha cessato di essere la condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana. Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo. Subentra il libero sviluppo delle individualità, e dunque non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare pluslavoro, ma in generale la riduzione del lavoro necessario della società a un minimo, a cui corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico ecc. degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro.

Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. Esso diminuisce, quindi, il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma del tempo di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo – in misura crescente – la condizione (question de vie et de mort) di quello necessario. Da un lato esso evoca, quindi, tutte le forze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato.

Le forze produttive e le relazioni sociali – entrambi lati diversi dello sviluppo dell’individuo sociale – figurano per il capitale solo come mezzi, e sono per esso solo mezzi per produrre sulla sua base limitata. Ma in realtà essi sono le condizioni per far saltare in aria questa base. La natura non costruisce macchine, non costruisce locomotive, ferrovie, telegrafi elettrici, filatoi automatici ecc. Essi sono prodotti dell’industria umana: materiale naturale, trasformato in organi della volontà umana sulla natura o della sua esplicazione nella natura. Sono organi del cervello umano creati dalla mano umana: capacità scientifica oggettivata. Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità a esso. Fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale.

(…) La creazione di molto tempo disponibile oltre il tempo di lavoro necessario per la società in generale e per ogni membro di essa (ossia di spazio per il pieno sviluppo delle forze produttive dei singoli, e quindi anche della società), questa creazione di tempo di non-lavoro si presenta, al livello del capitale, come tempo di non-lavoro per alcuni. Il capitale vi aggiunge il fatto che esso moltiplica il tempo di lavoro supplementare della massa con tutti i mezzi della tecnica e della scienza, perché la sua ricchezza è fatta direttamente di appropriazione di tempo di lavoro supplementare: giacché il suo scopo è direttamente il valore, e non il valore d’uso. In tal modo esso, malgré lui, è strumento di creazione della possibilità di tempo sociale disponibile, della riduzione del tempo di lavoro per l’intera società a un minimo decrescente, sì da rendere il tempo di tutti libero per il loro sviluppo personale. Ma la sua tendenza è sempre, per un verso, quella di creare tempo disponibile, per l’altro di convertirlo in pluslavoro. Se la prima cosa gli riesce, ecco intervenire una sovrapproduzione, e allora il lavoro necessario viene interrotto perché il capitale non può valorizzare alcun plusprodotto. Quanto più si sviluppa questa contraddizione, tanto più viene in luce che la crescita delle forze produttive non può più essere vincolata all’appropriazione di pluslavoro altrui, ma che piuttosto la massa operaia stessa deve appropriarsi del suo pluslavoro. Una volta che essa lo abbia fatto – e con ciò il tempo disponibile cessi di avere un’esistenza antitetica – da una parte il tempo di lavoro necessario avrà la sua misura nei bisogni dell’individuo sociale, dall’altra lo sviluppo della produttività sociale crescerà così rapidamente che, sebbene ora la produzione sia calcolata in vista della ricchezza di tutti, cresce il tempo disponibile di tutti. Giacché la ricchezza reale è la produttività sviluppata di tutti gli individui. E allora non è più il tempo di lavoro, ma il tempo disponibile la misura della ricchezza.

Il tempo di lavoro come misura della ricchezza pone la ricchezza stessa come fondata sulla povertà, e il tempo disponibile come tempo che esiste nella, e in virtù della, antitesi al tempo di lavoro supplementare, ovvero tutto il tempo di un individuo è posto come tempo di lavoro, e l’individuo viene degradato perciò a mero operaio, sussunto sotto il lavoro. Come, con lo sviluppo della grande industria, la base su cui essa poggia – ossia l’appropriazione di tempo di lavoro altrui – cessa di costituire o di creare ricchezza, così, con esso, il lavoro immediato cessa di essere, come tale, base della produzione, per un verso in quanto viene trasformato in un’attività più che altro regolatrice, di sorveglianza, ma poi anche perché il prodotto cessa di essere il prodotto del lavoro immediato, isolato, ed è piuttosto la combinazione dell’attività sociale ad assumere la veste di produttore.

(…) L’economia effettiva – il risparmio – consiste in un risparmio di tempo di lavoro; ma questo risparmio si identifica con lo sviluppo della produttività. Non si tratta quindi affatto di rinuncia al godimento, bensì di sviluppo di capacità, di capacità atte alla produzione, e perciò tanto delle capacità quanto dei mezzi di godimento. La capacità di godere è una condizione per godere, ossia il suo primo mezzo, e questa capacità è lo sviluppo di un talento individuale, è produttività. Il risparmio di tempo di lavoro equivale all’aumento di tempo libero, ossia del tempo dedicato allo sviluppo pieno dell’individuo, sviluppo che a sua volta reagisce, come massima produttività, sulla produttività del lavoro. Esso può essere considerato, dal punto di vista del processo di produzione immediata, come produzione di capitale fisso: questo capitale fisso è l’uomo stesso.

Che del resto lo stesso tempo di lavoro immediato non possa rimanere in astratta antitesi al tempo libero – come si presenta dal punto di vista dell’economia borghese – si intende da sé. Il lavoro non può diventare gioco, come vuole Fourier, al quale rimane il grande merito di aver indicato come obbiettivo ultimo la soppressione non della distribuzione, ma del modo di produzione stesso nella sua forma superiore. Il tempo libero – che è sia tempo di ozio che tempo per attività superiori – ha trasformato naturalmente il suo possessore in un soggetto diverso, ed è in questa veste di soggetto diverso che egli entra poi anche nel processo di produzione immediato.

Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica  – Karl Marx (l’ebreo rinnegato, l’ebreo che ride)

Tutto in una notte ore 01:00

Le parole che escono dalla mia bocca sono una strana litania e non riesco a ricordarle. Forse ero una marionetta preziosa. La ragazza di Modena rimane intrappolata dalle mie stramberie, qualcuno le dice che sono un personaggio particolare, un freak immaginario, appena uscito dalla gabbia allo Zoo di Berlino.

Il tempo trascorso sembra a volte dilatarsi all’infinito, altre volte essere velocissimo. Ad un tratto sono fuori dal club e la sto baciando, dopo una frazione di secondo sono in macchina ma non riesco ad essere presente, il sapore amaro del trip invade la mia bocca e le allucinazioni mi indicano una via da battere, il segreto della vita è tutto lì, non c’è altro. Solo la bomba destabilizzante di un acido riesce a sbloccarmi e le conseguenze sono un prezzo alto da pagare, non posso riprogrammare il mio cervello da solo, dopo tanti anni ho capito il perché del fallimento, ma ancora non sapevo il segreto di pulcinella, non sapevo di essere un capro espiatorio, un sacrificio umano della società italiana.

Ci salutiamo con tante promesse e tante parole dolci, ma sento un forza che mi spinge oltre, la notte non è finita.

Sembra la scusa di uno stronzo, per quello che verrà ma non lo è.

Torno dentro al Link, mi guardo intorno, cerco la verità che si era mostrata prima. E dopo un giro tondo infinito e tanti passi vicino al delirio, trovo una ragazza bionda che ho intravisto tante volte di notte a Bologna, seduta con altri nella saletta vicino all’entrata.

Era Silvia, il senza nome e un loro amico straniero. Ma io non ricordavo nulla di lei e non era una normale amnesia.

Mi avvicino sempre con un sorriso stampato in volto.

Rimango stordito da lei, la sua voce, i suoi discorsi arriviamo diritti al cuore.

Si arriva al nodo dolente, i bigliettini da visita. Secondo lei provoco il movimento. Quello da me diffuso allo Strett Rave Parade (Nexus 6 free rave party) è un esempio lampante della mia cattiva fede.

Cado dalle nuvole ma fino ad un certo punto, sono stanco di questi giochetti di queste mezze parole.

Le spiego il significato che ho dato io alla parola Nexus 6, i replicanti non sono i cattivi del film (Blade Runner), visto che il protagonista Harrison Ford si innamora di una di loro, visto che il regista ci fa intendere che anche Il cacciatore di Nexus 6 è uno di loro.

In più nella scena finale del film, la colomba liberata dal leader degli androidi ribelli, è per me la nuova umanità, dopo la morte di Dio e la morte dell’uomo nei campi di sterminio.

« Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi.

Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo…
come lacrime nella pioggia.

È tempo… di morire. »

Blade Runner

“Io sono di sinistra malgrado la sinistra Radical Chic.”

Questa mia lettura non convince, mi raccontano che altri volevano darmi una lezione, e che sono stanchi delle mie stranezze, ancora oggi dopo tanto tempo non capisco, il compagno numero uno messo alla gogna dai suoi figli, che tristezza. Spiego che “Zero operaio Music club” non vuole prendere in giro il leggendario Link, ma è una famosa scritta nella vecchia sede del Leoncavallo e mi è rimasta dentro, forse perché sono figlio del 77, forse perché sono il Padre e anche se il mio passato è stato resettato, questa macchia indelebile rimane incastonata nella mia coscienza.

Mi accusano di fare cose di destra, questi bigliettini in bianco e nero, frasi ambigue.

Rimango interdetto ok non sono un Radical Chic che vuol fare la rivoluzione, e non lo sarò mai, ma figli miei sbagliate bersaglio o c’è qualcosa sotto ed anche sopra che vi da fastidio del personaggio che mi sono costruito qui a Bologna.

Rimango solo con Silvia, gli altri se ne vanno, forse fiutano la catastrofe imminente, decidiamo di andare a casa sua. E’ un viaggio catartico, per Via dell’Indipendenza, la verità mi libera da un peso incredibile, la verità è che il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano, e così è stato. Incontriamo due poliziotti che hanno fame, ma non siamo commestibili. Silvia mi parla delle sue storie, spogliarelli in bar di provincia per scandalizzare, mi parla cercando un contatto, ma io cerco di liberarmi, le racconto il mio segreto la mia schizofrenia del linguaggio.

Ho superato la linea senza accorgermi, gli acidi mi hanno distrutto l’ego e non ho trovato una casa dove poter rinascere come uomo.

Ma era un segreto di pulcinella, la compagnia fittizia godeva delle mie sventure, della mia innocenza. Questi falsi amici ridevano e si approfittavano di una persona che stava male come un cane. Solo gli alternativi di ordine nuovo potevano farlo, solo gli eletti che confondevano il fascismo razzista di Evola con l’anarchia (il socialismo degli imbecilli alla massima potenza), solo loro potevano usare violenza su un Buddha postmoderno, Simonetti Walter, che chiamavano ebreo mongoloide.

Silvia rimane di sasso, adesso capisce il mio tormento, dice di aiutarmi, mi parla di un suo amico psicologo, siamo arrivati al suo appartamento.

Nascosto dietro un vicolo vicino al portone c’è un uomo, ci viene vicino. Ho paura per lei, gli dico che sono il suo ragazzo. E’ difficile convincerlo ma alla fine si arrende. Ma c’è qualcosa di strano, non era la prima volta che aspettava Silvia, avevo chiesto aiuto alla persona sbagliata, come può un folle essere aiutato da una ragazza fuori di senno. Nell’appartamento ci sono altre ragazze, la sorella della Malaria e altri prodotti dell’entroterra pesarese, l’élite dell’arroganza con troppa coca nel cervello per camminare con i piedi per terra.

Sono seduto per terra e dondolo la testa ogni volta che apro gli occhi non ricordo dove sono, rimaniamo soli mi legge dei passi di Q del Luther Blisset, mi fa capire che è un grande romanzo manifesto, per lei è un opera collettiva.

Poi molti parleranno a torto o a ragione di plagio di un autore maledetto, in Italia bandito condannato al rogo, chiamato anche Il Padre, Il Ringiovanito, La Stella del Mattino, il fratello numero Uno, il Colonnello Kurz, il diavolo in persona per la Chiesa, un esperimento dell’Ordine della stella per il Partito. Per me un ebreo rinnegato.

Un coglione fallito mi fa il nome della strega (assurdo) o di programmi del computer e di U. Eco, la verità è troppo dura per passare in questa repubblica delle banane.

Ho la lingua amara e una seta spaventosa in casa Silvia non ha niente che mi può interessare, esco e vado nel primo locale aperto. Ordino una birra e vedo una ragazza dai capelli biondi a caschetto, cerco ancora la verità (questo è un crimine per tanti). Parliamo un po’, le racconto il viaggio di questo sabato, del Link e di Silvia e ci provo.

Le dico che era lei la ragazza che cercavo, ma è uno sbaglio, sono il fumo negli occhi per la biondina, uno spettro, un nemico un capro espiatorio.

Torno all’appartamento di Silvia, ma per la strada dei ragazzi in motorino mi vengono dietro, ho paura scappo penso al peggio, ma invece son gli amici di Roberta la ragazza che avevo conosciuto a Fano alla Fuente (un locale di cui non sento la mancanza). Mi dicono di andare con loro a trovare Roberta, non esce di casa, non sta molto bene problemi con la roba, credono che io possa aiutarla, un grosso madornale errore. Ma prima devo avvertire Silvia, appena entro in casa si fa avanti con uno sguardo indemoniato, c’è anche la biondina dai capelli a caschetto, sono amiche,  esplode in un turpiloquio minaccioso. Mi viene da ridere, non ho paura, vado via senza pensarci due volte, vado con quei ragazzi a trovare Roberta.

Andiamo fino al circolo Arci vicino a via Avesella, cerco di spiegare a quei ragazzi, che non sono in condizioni di vedere la loro amica, che la l’eroina è una brutta bestia e non sono il salvatore che aspettavano. Ma poi mi convincono, andiamo a casa sua, io rimango in macchina, esce Roberta insieme alla madre:

“ Ti lascio mia figlia mi ha parlato tanto di te fate due passi, mi raccomando state attenti.”

Facciamo due passi, le racconto che sono tornato a Bologna per lei, volevo rivederla ma non ero riuscito ha capire dove fosse quel circolo Arci. Dopo poco sclera, dice che sta male e non c’è la fa più senza una dose, che se non l’aiuto fa una sciocchezza. Non riesco ha tranquillizzarla, le dico:

“ Va bene per la coca ma niente eroina”.

Lei sembra rinascere va subito in cabina, a telefonare ad un suo amico con la scimmia sulla schiena. Andiamo all’appuntamento, arriva il suo amico e due giovani albanesi, entriamo in auto.

Faccio presente che sono ancora in stato confusionale il trip non mi abbandona, il ragazzo alla mia sinistra mi dice che questa polvere mi può aiutare a stare tranquillo. Qualcosa però non torna, non è coca ma ero, chiedo di scendere, ma ormai è tardi, le ultime parole famose:

“Roberta promettimi che smetterai con l’eroina, la prendo anch’io per non lasciarti sola”.

Il primo tiro, una botta incredibile, mi sento rigenerato.

Il giovane albanese alla guida di colpo diventa aggressivo tira fuori un coltello e senza mezzi termini mi dice che se non faccio altri due tiri di eroina mi taglia la gola. Comincia a parlare di storie vecchie, della falce e del bambino, di persone importanti che vogliono la mia testa.

Rischio l’overdose.

Il delitto perfetto

Ma chi è questo albanese? All’improvviso ricordo l’altro incontro avvenuto a Bologna nei mesi precedenti, aveva testato il terreno voleva vedere se la storia della mia amnesia era vera. Ricordo quello strano discorso, camminando sotto le stelle, mi aveva gelato il sangue.

Mi parlava di persone molto importanti in Italia che mi consideravano una scoria radioattiva, un pericoloso sovversivo, un demone da bruciare, un virus da debellare.

Mi accusavano dell’impossibile e forse anche delle disgrazie naturali. Un delitto perfetto perché nessuno indagherebbe e tanto meno ci sarebbero processi un suicido di Stato. La Tv e i media piangerebbero lacrime di coccodrillo per una tragedia della droga. E la rete virtuale? L’intelligenza collettiva di operaista memoria non protegge e non difende un demone impazzito un agente dell’ordine della Cultura, votato al nichilismo creatore ed alla sovversione della società tramite la Tiqqun del socialismo  scientifico, di cabbalista memoria.

In una parola il capro espiatorio. Il nemico del popolo e delle sue libertà.

Arriva l’ultimo tiro della polvere scura (ho superato 100 gr), è troppo e in poco tempo, mi sento pesante non riesco quasi più a parlare, muovermi. Mi lasciano davanti al Link in via Fioravanti, ho passato il limite, mi sembra di sprofondare, di morire, un ragazzo si avvicina capisce la situazione, chiedo aiuto:

“Sto male aiutami”.

Arriva la Malaria sbianca, quando capisce chi lo strippato sono io, riescono con difficoltà a mettermi in macchina. Penso di non farcela, ormai il mio viaggio è finito, ma la casa è vicina. Saliamo le scale finalmente siamo dentro l’appartamento, mi adagiano in un letto e mi fa prendere qualcosa, piano piano mi sento meglio.

La Malaria e la sua amica sono nell’altra stanza in piena agitazione, stanno parlando di me e della loro amica Silvia, un’incosciente a farmi andare in giro di notte a Bologna in quelle condizioni. La parola ambulanza mi fa sussultare e decido di tagliare la corda mi sento di nuovo in forze. In silenzio vado alla porta e poi giù nelle scale, esco mi guardo intorno, non sono lontano dalla stazione dei treni, e quindi dal Link, comincio a correre e in pochi minuti sono di nuovo li come in un delitto perfetto (ma la vittima designata ero io).

Ho più di un grammo di ero nel sangue, mi sento un sopravvissuto, un revenant tornato dall’Ade e mi comporto come tale.

Non faccia molta strada nel club i compagni mi prendono e mi dicono di seguirli in un privè alternativo,  esclusivo.

Credo che volessero darmi una lezione visto la mia irresponsabilità, ma io racconto la storiaccia dell’eroina, calzando sul fatto che mi avevano detto coca ed ero rimasto incastrato in quella situazione.

Alla fine questi volti, che per la prima volta si affacciano al capezzale dello sciamano pazzo, cominciano a raccontare la mia storia a Bologna. Dal militare alla notte delle 27 mila leghe sotto i mari, fino a questa sera maledetta dove sto rovinando la festa in mio onore.

Mi raccontano che sono stati loro a proteggermi nelle mie notti alcoliche, ad evitarmi il peggio, mi seguivano sempre, ovunque andassi, adesso i conti tornano, tanti di questi volti mi sono familiari. Avevo il sospetto che qualcosa non andasse nei miei sabati liberi a Bologna, ho pensato sempre al caso ma sbagliavo. L’amnesia di stato funziona.

Mi raccontano del 1996 di quei giorni dove sono esploso, del fatto che non ero e non sono amato dai vecchi militanti del movimento, né dagli anarchici che mi considerano un traditore, né da tanti stranieri che mi pensano ebreo, l’ebreo che ride.

E poi quei bigliettini da visita, loro pensavano che volessi denigrare questo bel locale alternativo, provocare i provocatori, io gli rispondo che mi piace venire qui, la musica, l’ambiente, le gente che balla elettronica sul fumo dolce.

Sono un provocatore? Si, la vita mi ha fatto diventare uno strano freak, mio malgrado, se vengo qui a Bologna il sabato è perché devo allontanarmi dall’infamia di quella cittadina, di quell’isola felice.

Ci sono anche dei vip nella sala, la cantante, il chitarrista dei Prozac + e un ex marxista leninista ora infiltrato della polizia con il look da alternativo, una faccia già vista purtroppo. Intanto gli altri mi dicono di attendere nella saletta con la bella di Acido Acida. Mi sta a sentire nel mio farfugliare allucinato e mi racconta che tanti anni fa sono stati dalle mie parti ed hanno avuto un esperienza brutta con un ragazzo, secondo lei un pazzo assassino, che gli aveva terrorizzati, mai conosciuto. Forse le faccio tenerezza e mi bacia, ma quando i nostri corpi si stavano prendendo pericolosamente, arrivano gli altri e rivolti alla cantante:

“Che stai facendo? Stai lontana da quel pazzo, c’è gente che lo vuole fuori di qui, noi non entriamo in questa storia di merda …”

Rimango perplesso, in poche parole mi dicono di sloggiare, sembrano tutti spaventati, dalla porta si affacciano degli uomini in nero sembrano contenti:

“Finalmente sei finito nella trappola, non hai scampo … dovrai uscire da questo posto?” .

Non ho paura, sono strafatto, vampate di calore anestetizzante mi colpiscono tra delirio e santità la mia mente rifugge ogni responsabilità. Dopo questa scossa per fortuna incontro un altra ragazza di nome Libertaria, in realtà mi stavano cercando anche loro, due punk anarchici (volti noti e poco amichevoli). Mi portano in giro, con la polizia alla calcagna, nei luoghi della Bologna sotterranea e nei locali strapieni di gente, in uno di questi ho baciato Dio (non era la prima volta) aveva la forma di Libertaria il nostro amore tossico non si può dimenticare.

Dalla pista in basso si sentono voci, urlano, un tipo tira fuori il tesserino dice di essere un poliziotto ma noi siamo in un’altra dimensione e scappiamo ancora. Arriviamo al fortino degli anarchici, è come aver preso una macchina del tempo e tornare alle mie radici dimenticate, l’Anarchista mi guarda e spiega la mia storia che nemmeno io conosco:

“Tu soffri di amnesia, ma non perché bevi, il tuo cervello è stato resettato, riprogrammato, violentato da uomini senza dignità mossi dall’odio razziale e dai grandi valori della nostra bella società borghese,  per renderti un vegetale che ha paura di tutto anche della sua immagine. Ma non sono riusciti nel loro intento sei un refrattario, un ribelle e un anarchico in un certo senso, questa è la tua indole la tua attitudine.”

L’anarchista continua:

“Qui a Bologna abbiamo due incognite una è Silvia, sono vent’anni che sopportiamo ogni sua follia, e l’altra sei tu per fortuna venivi su solo il fine settimana, bisognava seguirti ovunque soprattutto di notte, per te è pericoloso, ma non lo sai di essere un ex appartenente al Livello 14 un anti italiano e ti piaceva fare le sbronze a Bologna . Siamo anche riusciti ad allontanarti per un po’, ma purtroppo sei tornato (lo sapevamo), volevi sapere che ti era successo nel 96, da quello che so sei nella merda fino al collo e stasera sei esploso era inevitabile, se vuoi ci siamo noi ti aiutiamo noi a smettere.”

Intervengo: “E’ la terza volta che la prendo.”

Lui ride perché sa l’amara verità.

“Non pensare al passato noi non lasciamo indietro nessuno, gli altri tuoi “amici” del Link sono dei licantropi ti salteranno addosso e per due soldi e ti sacrificheranno, sono fatti così.”

E poi prendendomi alla sprovvista:

“Ascolta bene questa canzone…”

Mette su il disco e comincio a capire, ricordare in modo confuso, allucinazioni mi portano nel passato e nel futuro,  mi piace vedermi finalmente libero …

Gli anarchici

Non son l’uno per cento ma credetemi esistono

In gran parte spagnoli chi lo sa mai perché

Penseresti che in Spagna proprio non li capiscano

Sono gli anarchici

Han raccolto già tutto

Di insulti e battute

E più hanno gridato

Più hanno ancora fiato

Hanno chiuso nel petto

Un sogno disperato

E le anime corrose

Da idee favolose

Non son l’uno per cento ma credetemi esistono

Figli di troppo poco o di origine oscura

Non li si vede mai che quando fan paura

Sono gli anarchici

Mille volte son morti

Come è indifferente

Con l’amore nel pugno

Per troppo o per niente

Han gettato testardi

La vita alla malora

Ma hanno tanto colpito

Che colpiranno ancora

Non son l’uno per cento ma credetemi esistono

e se dai calci in culo c’è da incominciare

Chi è che scende per strada non lo dimenticare

Sono gli anarchici

Hanno bandiere nere

Sulla loro Speranza

E la malinconia

Per compagna di danza

Coltelli per tagliare

Il pane dell’Amicizia

E del sangue pulito

Per lavar la sporcizia

Non son l’uno per cento ma credetemi esistono

Stretti l’uno con l’altro e se in loro non credi

Li puoi sbattere in terra ma sono sempre in piedi

Sono gli anarchici

Non son l’uno per cento ma credetemi esistono

Stretti l’uno con l’altro e se in loro non credi

Li puoi sbattere in terra ma sono sempre in piedi

Sono gli anarchici

Finita la canzone di Leo Ferré, un ragazzino si avvicina,  ricordo, non è la prima volta che ci incontriamo, si chiama Gippo, e come se fosse un vecchio saggio, mi accusa di un infinità di cose ma quello che più gli da fastidio è che sono un rinnegato, un traditore dell’anarchia. In quello stato confusionale riesco solo a dire

“Non ricordo nulla di tutte queste storie, ho difficoltà a credere che sia tutto vero e alla fine non ho mai tradito me stesso. “

Alla fine rivolto all’Anarchista racconto la mia ultima storiaccia:

“Quando saprete tutto di questa notte, mi salterete addosso anche voi e mi darete in pasto agli sciacalli”.

Ride e credo che sia un addio, è ora di andare all’ultima spiaggia di affrontare l’ultimo livello il 57. Sotto il ponte di via Stalingrado c’è il centro sociale più famoso di Bologna, la prima volta che  sono stato lì ad un Rave è stata un illuminazione, un esplosione di déjà vu,  era il posto che cercavo, che sognavo, mi bastava il mio spazio vicino al cassa enorme e ballare facendo capolino al bar ad innaffiarmi di birra, non chiedevo altro solo di essere libero senza bulli e deficienti addosso. Ricordo con piacere, ma allo stesso tempo rancore, un sabato del 1996 al Livello 57, quella notte avevo le stelle in mio favore, ero così innocente e carico di fiducia nel prossimo che sembrava il mondo intero darmi ragione. Due ragazze del centro sociale mi avevano preso in disparte, la ragazza più grande mi dice:

“Ti teniamo d’occhio da un po’ di tempo, hai bisogna di una mano, stai sempre a bere,  non ti devi buttare via, ci siamo noi due adesso ti lascio a lei”.

Era venuto il mio turno, mi avevano stregato, quella lontana notte le porte del mio cuore si erano aperte quella ragazza punk aveva risvegliato il mio amore sopito. Sapevano chi ero e, chissà perché, erano innamorati del piccolo uomo – diavolo. Ma nelle storie c’è sempre il terzo incomodo e poi il quarto e via di seguito. Ero troppo ingenuo e altri più svelti e stronzi hanno fatto in modo di allontanarmi per sempre dalle due ragazze.

E’ difficile raccontare tutto il resto, i ricordi svaniscono, la mia storia bolognese viene interrotta bruscamente nel 1997 dopo alcuni giorni passati in giro per Bologna insieme a dei ragazzi amanti della libertà, quella vera. Poi ricordo degli scontri duri con vecchi antagonisti e gli esuli forsempronesi lì a Bologna, la ciliegina sulla torta. L’odio non era mai cessato tra me e loro, ero sempre il deficiente, il pazzo, la femminuccia per  questi miei conterranei, a casa di uno di loro è scoppiata la lite dopo essere stato umiliato e provocato, ho solo distrutto due sedie e per questo mi hanno bandito e confinato dalla città più libera d’Italia.

Ma sono tornato per sapere, per capire il perché. Ora qui al livello 57 è notte fonda anche loro mi raccontano la mia storia, non capiscono perché ho stampato quei bigliettini da visita, perché ho attaccato i miei “amici” del Link, io di nuovo a difendermi era solo un gioco un banalissimo e stupido gioco. Mi parlano di quella ragazza punk e non è bello immaginare quello che non c’è stato tra di noi. Una sua amica mi racconta:

“Nei mesi scorsi l’hai anche vista ma non riconosciuta, ti seguiva, dopo che nel 1997 sei sparito ti ha aspettato ma poi quando non sei tornato se messa insieme al V.A.F. “

“Quel coglione? Un gullo fascistoide mio Dio…”

“Ci hai rimesso tu quella volta non doveva succedere… e ci sono anche altre persone che ti vogliono vedere”

Già altre persone…

Se non fossi un revenant ed il passato ed il futuro non appartenesse all’oblio del presente. Dovrei parlare di quella ragazza, che nel 1996 mi aspettava alla fine di Viale Indipendenza. Ma anche lei come altri ormai è un  sogno lontano.

Ricordo la visita al bar dell’Aurora (Wu Ming  54), gli sguardi e le parole d’odio di questi uomini, vedevo la paura nei loro occhi. Pensavano di esorcizzare il demone, l’ebreo rinnegato che ritorna sempre, ma non conoscevano le parole magiche, non conoscevano la dignità di Simonetti Walter.

Per fortuna c’è la Daniela che mi conforta e un’altra ragazza Silvietta (la figlia di un vecchio autonomo) non credo sappia bene chi sono veramente, ma è gentile tanto gentile. Forse è meglio dimenticare il passato, pensare alla mia nuova attitudine.  Aspetto che Daniela finisca i suoi lavori lì al Livello e poi mi porta in stazione mi dice che non mi può ospitare, il padre la metterebbe in croce. Il viaggio con il motorino quel mattino presto insieme a lei, allarga le mie percezioni mi vedo insieme a lei diverso felice, vedo un futuro che non si è mai realizzato. La Silvietta è curiosa vuole sapere cosa riserva il futuro, le mie allucinazioni cosa raccontano, tanto tempo fa sarei stato considerato uno stregone e un veggente oggi un drogato pericoloso. Passiamo prima al link a prendere la giacca e poi alla stazione ci diciamo arrivederci al prossimo sabato, ma la realtà è che sono provato, confuso, sfinito.

Davanti alla stazione vengo fermato da una pattuglia della polizia, penso non è servito a niente scappare tutta la notte mi hanno preso, ma non mi fanno nulla, solo questo discorso agghiacciante:

“Non ti facciamo niente oggi ma non vogliamo più vederti qui a Bologna se capita ne pagherai le conseguenze. Quei drogati dei centri sociali non possono difenderti, non ti illudere ti spacchiamo la faccia. Poi contatteremo delle persone laggiù dove vivi tu, gli diremo che sei morto, non è finita. Sei vivo ma non per molto, tu ancora non ti ricordi chi sei un anti italiano, hai tradito il nostro bel paese”

“Sei solo un anarchico stirneriano di merda”.

Poi se ne vanno, la paura rimane ma sento il mio corpo anestetizzato, rido senza motivo, vado al binario per tornare a casa finalmente.

Nel viaggio di ritorno sono come in trance. Il controllore capisce che non sono messo bene ma  io rido, vedo una donna che sta parlando i miei occhi la vedano diversa di nuovo allucinazioni sento una specie di desiderio verso di lei la mi fantasia chimica mostra un’altra dimensione.

Scendo a Pesaro trovo la mia macchina e metto su le cuffiette, per un po’ ascolto G. L. Ferretti ”C.O.D.E.X.” un martello di poesie a ritmo di techno.

Dopo 45 minuti sono a casa vado a letto cerco di non farmi vedere, penso che il sonno riparerà i guasti, penso:

“E’ incredibile ce l’ho fatta”

Ma qualcosa mi dice che non è finita, che i giochi sono aperti ed io sono in verità solo, vulnerabile un piccolo uomo diavolo.

«Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni in cui regna la civiltà capitalistica. Questa follia porta con sé miserie individuali e sociali che da due secoli torturano l’infelice umanità. Questa follia è l’amore per il lavoro, la passione esiziale del lavoro, spinta fino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie. Anziché reagire contro questa aberrazione mentale, i preti, gli economisti ed i moralisti hanno proclamato il lavoro sacrosanto. Uomini ciechi e limitati, che hanno voluto essere più saggi del loro stesso Dio; uomini deboli e spregevoli, che hanno voluto riabilitare quel che il loro stesso Dio ha maledetto. Io, che non mi professo cristiano, economista o moralista, non posso fare a meno di mettere a confronto il loro giudizio con quello del loro Dio; i precetti della loro morale religiosa, economica e libero-pensatrice, con le spaventose conseguenze del lavoro nella società capitalistica.» […]

Paul Lafargue

Vado al bagno mi guardo allo specchio e vedo un’altra persona che sta facendo capolino,  ha il volto dell’anarchia, drogata  fino alle viscere, che ha perso l’ultimo barlume di moralità. Solo un lucido bisogno di desiderio permanente. Dai miei occhi si sprigiona un alone di magia, vedo la via della mano sinistra. Ancora non ricordo il mio passato, non ricordo più cosa possono le mie parole. O solo iniezioni di memoria che decostruiscono il pensiero e l’azione.

Ed una risata dissacrante, beffarda che fa male ad ogni gesuita.

Sembro la redenzione attraverso il peccato, un messia perduto.

Sembro l’ultimo dei Mohicani che non vuole morire e si batte fino all’ultima goccia di sangue, per la propria anima maledetta.

Il misfatto

Sono le ore 12,30 (del 31 10 2000), in cucina c’è mia madre, che sta guardando il telegiornale, un servizio da Bologna parla della notte brava  di un giovane. Ricercato dalla polizia per atti osceni in luogo pubblico e per aver portato una ragazza in overdose di eroina. La polizia fa sapere che il giovane è di Milano. La giornalista fa un sermone contro la Cultura della droga. Io non riesco che a ridere, un lampo di memoria mi fa ricordare che, nella mia prima vita mi chiamavano il milanese. Paura e delirio a Bologna.

Documenti

“Una storia vera,  Argentina  i bambini rapiti  dalla Dittatura  militare”.

Storia delle Nonne – Abuelas de Plaza de Mayo

Il 24 marzo del 1976 le Forze Armate rovesciarono il governo costituzionale nella Repubblica Argentina attraverso un colpo di stato. Da quel momento il regime militare che si autodefinì “Processo di Riorganizzazione Nazionale” portò avanti una politica basata sul terrore. La sparizione, forma predominante attraverso la quale venne esercitata la repressione politica, colpì 30.000 persone di tutte le età e condizione sociale che furono sottomesse alla privazione della propria libertà e alla tortura, e tra loro centinaia di bambini sequestrati con i propri genitori o nati nei centri clandestini di detenzione dove vennero condotte le giovani in stato interessante.

La quantità di sequestri di bambini e giovani in stato interessante, il funzionamento di centri di maternità clandestini (Campo de Mayo, Escuela de Mecanica de la Armada, Pozo de Banfield, etc. Etc.), l’esistenza di liste di famiglie di militari in “attesa” di una nascita all’interno di questi centri clandestini e le dichiarazioni degli stessi militari dimostrano l’esistenza di un piano predeterminato, non solo fondato sul sequestro di adulti, ma anche sull’appropriazione indebita di bambini.

I bambini rubati come “bottino di guerra” furono registrati come figli legittimi dagli stessi membri delle forze repressive, abbandonati in qualche luogo, venduti o lasciati in istituti come creature senza nome N.N. In questo modo li fecero sparire annullandone l’identità, privandoli della possibilità di vivere con le famiglie e di tutti i loro diritti e della loro libertà.

L’Associazione Civile Nonne di Piazza di Maggio è una organizzazione non governativa che ha come obiettivo fondamentale quello di localizzare e restituire alle famiglie legittime tutti i bambini sequestrati e spariti a causa della repressione politica, creando le condizioni affinché non si ripeta mai più una così terribile violazione dei diritti dei bambini, esigendo allo stesso tempo una punizione per tutti i responsabili.

Niente e nessuno ci ha fermato nella ricerca dei figli dei nostri figli. Attività investigative si alternavano a visite quotidiane ai Tribunali dei Minori, Orfanotrofi, Casa Cunas e allo stesso tempo realizzavamo indagini specifiche sulle adozioni avvenute all’epoca.
Ricevevamo anche, e continuiamo a ricevere, le denunce che il popolo argentino ci invia, forma di collaborazione nell’attività di localizzazione dei piccoli.
Questo è il risultato dell’attività di sensibilizzazione e presa di coscienza della comunità.

Al fine di localizzare i bambini scomparsi le Nonne di Piazza di Maggio lavorano su quattro livelli: denunce e reclami alle autorità governative, nazionali ed internazionali, richieste giudiziarie, richieste di collaborazione dirette al popolo in generale ed indagini o ricerche personali. In questi anni di drammatica ricerca senza pause siamo riusciti a localizzare 80 bambini scomparsi.

Per il proprio lavoro l’Associazione si avvale di staff tecnici composti da professionisti in campo giuridico, medico, psicoloico e genetico.

Ognuno dei bambini ha una causa aperta nella Giustizia alla quale si aggiungono le denunce che via via si ricevono con il passare del tempo e che conformano elementi probatori che determinano la loro vera identità e quella dei responsabili del loro sequestro o del loro possesso illecito.

Per assicurare in seguito la validità degli esami del sangue abbiamo implementato una Banca di Dati Genetici, creata con la Legge Nazionale N. 23.511, dove sono presenti le mappe genetiche di tutte le famiglie che hanno bambini scomparsi.

Lavoriamo per i nostri bambini e per i bambini delle generazioni che verranno per preservare la loro identità, le loro radici e la loro storia, pilastri fondamentali dell’intera identità collettiva.

Presentazioni spontanee

Cosa succede quando un giovane si avvicina alle Nonne?

Ogni giovane che si avvicina alle Nonne di Piazza di Maggio lo fa perché ha un dubbio che non lo lascia tranquillo; “Sarò figlio di coloro che dicono essere miei genitori?”, e se non sono figlio loro “di chi sono figlio?”, “Avrò famiglia?”, c’è qualcuno che mi sta cercando?”. Queste sono alcune delle domande che ricorrono in ognuno dei ragazzi e ragazze che vengono alla nostra istituzione.

È per quello che molti si avvicinano con il timore di non sapere in cosa consiste nella pratica, la ricerca che le Nonne di Piazza di Maggio conducono.

Uno degli obiettivi delle Nonne è che ogni giovane che viene presso di noi abbia la possibilità di cominciare una ricerca sulle proprie origini in modo riservato e privato.

Una volta che il giovane viene all’Istituzione si realizza un colloquio per capire se si tratta di un caso di possibile ricerca da parte delle Nonne o meno. È per questo che la fascia di nascita o registrazione realizzate a partire del 1975 fino al 1980 è quello che riveste importanza, in quanto è possibile che un bambino nato durante quell’epoca sia figlio di desaparecidos.

Questa è una ricerca non facile visto che la maggioranza della documentazione che portano i giovani è falsificata. È per questo che, attraverso la CONADI (Commissione Nazionale per il Diritto all’Identità) che dipende dal Ministero della Giustizia, Sicurezza e Diritti Umani è possibile che questa ricerca sia concreta e che attraverso questa sia possibile richiedere documentazione nei distinti luoghi dove si intervenne per la registrazione del bambino, ordinare se necessario gli esami del sangue nella Banca Nazionale dei Dati Genetici che funziona presso l’Ospedale Durand in forma totalmente gratuita.

È quindi possibile iniziare la ricerca dell’identità di un giovane che è nato nel periodo compreso tra il 1975 ed il 1980 con l’operato della CONADI.

In questi anni la Commissione ha ricevuto più di 407 presentazioni spontanee, delle quali 58 sono state risolte. Di questi casi non tutti sono giovani ricercati dalle Nonne, molti sono stati incontrati dalle famiglie biologiche.

Invece se la persona che si avvicina è maggiore di 30 anni l’alternativa che esiste attualmente è una ricerca grazie ad un accordo che le Nonne di Piazza di Maggio hanno con la Defensoria del Pueblo de la Nacion (Difensore del Popolo della Nazione), dove si mette l’accento sul fatto che l’interessato possa recuperare la propria identità. Dove quindi non si tratta di un caso delle Nonne, visto che non si parla di desaparecidos.

Se hai dubbi sulla tua identità e credi di poter essere figlio di desaparecidos rivolgiti a dudas@abuelas.org.ar

Aspetto Genetico – L’IDENTITÀ

Tutte le persone nascono con un patrimonio biologico culturale e sociale trasmesso attraverso le generazioni precedenti., che configurano le loro caratteristiche essenziali come persona. Questo fa sì che un essere umano sia diverso da un altro, che tenga radici che lo legano al suo gruppo sociale di origine e presenti peculiarità determinate che, unite a ciò che acquisito successivamente con la maturità lo rendano un essere completo tendente all’equilibrio.

Tutto ciò che è stato menzionato precedentemente configura l’identità, che permette avere un riferimento come essere pieno nei confronti degli altri individui che costituiscono la società. Non esiste nessuna possibilità di cambiare, sradicare o sopprimere l’identità senza provocare danni gravissimi nell’individuo, turbamenti propri di chi, nel non avere radici, storia familiare o sociale, né nome che lo identifica cessa di essere chi è senza potersi trasformare in un altro.

Nel costante pellegrinaggio delle nonne per tutto il mondo, abbiamo cercato di sapere se esisteva qualche metodo specifico per determinare la filiazione di un bambino in assenza dei genitori.

Abbiamo consultato molti centri scientifici, fino a che alla fine negli Stati Uniti il Dr. Fred Allen del Blood Center di New York e l’Associazione Americana per il Progresso della Scienza di Washington, ci ha permesso di realizzare questi studi. Grazie a loro si trovò un metodo che permette arrivare ad una percentuale del 99.9% di certezza attraverso analisi specifiche del sangue. Hanno dato un grande contributo la Dr.ssa Mary Claire King e il Dr. Cristian Orrego dell’Universita’ di Berkeley negli Stati Uniti. Il risultato di questo studio si chiama “Indice di Abuelidad” (Abuela vuole dire nonna, quindi di nonnità) con riferimento alla nostra richiesta.

Durante gli anni’80 si studiavano:

  1. Gruppo sanguigno e RH
  2. Istocompatibilità (HLA, A, B, C, DR)
  3. Analisi degli enzimi eritrociti
  4. Analisi delle proteine plasmatiche

Nel corso degli anni ’90 si svilupparono metodologie tendenti a studiare direttamente il materiale genetico delle persone che partecipano di questi studi di identità. Questo e´il DNA presente nelle 23 coppie dei cromosomi delle cellule. Queste nuove metodologie permettono di arrivare probabilità di vincoli biologici molto maggiori che con gli studi sopra menzionati, anche se nelle situazioni in cui ci si trova si può contare solo su pochi parenti lontani della persona la cui filiazione si mette in discussione.

Che tipo di marcatori si studiano nel DNA delle persone?

Oggigiorno, i marcatori polimorfici più studiati e accordati tra i distinti laboratori nel mondo sono i marcatori microsatelli o STR. Questi marcatori si trovano presenti in tutti i cromosomi di una persona, compreso nei cromosomi sessuali X e Y.

Questi marcatori presentano una enorme variabilità tra le persone. Per ognuno di questi marcatori STR (escluso per quelli dei cromosomi sessuali) una persona eredita due alleli o caratteristiche, uno di questi alleli proviene da suo padre biologico e l’altro da sua madre biologica. Questi padri a loro volta hanno ereditato dai loro genitori (o nonni biologici) della persona che cerca la sua identità.

Per quei casi nei quali i genitori sono assenti e solo esistono familiari più lontani (caso nonni paterni e/o materni, fratelli, mezzi fratelli, cugini, zii), è possibile analizzare oltre agli STR nei cromosomi non sessuali, gli STR presenti nel cromosoma Y. Questi STR definiscono la linea paterna. Cioè, il cromosoma Y lo trasmette ad un uomo con la discendenza. Quindi, se abbiamo solo un nonno paterno ed un possibile nipote maschio, questi condivideranno gli stessi alleli per il cromosoma Y. Lo stesso si può fare con un figlio maschio del padre assente, con un fratello maschio del padre o con figli di questo fratello maschio (possibili cugini).

Nei casi in cui siano presenti sorelle femmine della madre assente, o una possibile nonna materna, è possibile studiare la linea materna attraverso lo studio della sequenza del DNA mitocondriale. Questo DNA mitocondriale si trasmette da donna a figli tanto maschi come femmine. Quindi, sia la nonna materna o qualsiasi figlio di questa, avranno lo stesso DNA mitocondriale, il quale verrà comparato con il DNA della persona che sta cercando la sua identità.

Studiando un gran numero di STR siano di cromosomi non sessuali e di cromosomi sessuali ed il DNA mitocondriale, si possono ottenere probabilità di paternità, fraternità, nonnità, etc., etc., sufficientemente alte per confermare praticamente un vincolo biologico.

Nell’Ospedale Durand di Buenos Aires, nella Repubblica Argentina, esiste un laboratorio che da tempo realizza le analisi emogenetiche per l’Istituzione. Forma parte del servizio Immunologia equipaggiato materialmente e professionalmente per realizzare gli esami sopra menzionati.
Negli ultimi anni sono molti i laboratori in Argentina che lavorano su studi di identità, con la partecipazione di società nazionali ed internazionali, tanto per controllare la qualità del lavoro quanto per creare uno standard dei sistemi che mondialmente si utilizzano per studi di identità e genetica forense.
L’aiuto della Comunità Scientifica Internazionale è fondamentale per arrivare ad offrire questi studi.

È compito delle Nonne di Piazza di Maggio collaborare nell’equipaggiamento di detto servizio di Immunologia attraverso donazioni apportando allo stesso tempo i reagenti necessari per ogni studio.

BANCA NAZIONALE DI DATI GENETICI

Abbiamo elaborato insieme a vari organismi governativi, al fine di garantire la possibilità ai bambini sequestrati dalla dittatura militare di recuperare la propria identità, un Progetto di Legge riferito ad una Banca Nazionale di Dati Genetici di familiari di bambini scomparsi. Questo progetto è stato presentato con carattere prioritario di fronte al Parlamento dal Presidente della Nazione. La nostra Istituzione ha dato attivamente impulso a questo progetto e convertito alla fine nella Legge Nazionale N. 23.511 nel maggio del 1987. Il suo regolamento è stato sancito nel 1989.

Questa Legge ci permette di avere condizioni pratiche stabilite che rendano possibile l’identificazione dei nostri nipoti, anche se non ci saremo più, visto che è impossibile sapere quando saranno localizzati; in alcuni casi saranno i bambini, già adulti, coloro i quali troveranno la vera storia circa le loro origini.

Questa Banca avrà come funzione quella di immagazzinare e conservare i campioni di sangue di ognuno dei membri dei gruppi familiari al fine di rendere possibili gli studi che verranno a svilupparsi nel futuro. Tenendo in considerazione l’aspettativa di vita attuale in Argentina, questa Banca Nazionale di Dati Genetici dovrà funzionare per lo meno fino all’anno 2050.

Area Psicologica

I nostri psicologi dicono che di tutte le parole che il bambino ascolta ce n’è una che riveste una importanza fondamentale: IL SUO NOME

Già alla nascita il nome contribuisce in maniera decisiva alla strutturazione dell’immagine del corpo. Il nome è la prima ed ultima parola in relazione alla propria vita con se stesso e con gli altri. Nome che rappresenta desiderio e legge. È storia e luogo per lo stesso soggetto. Da queste considerazioni la gravità che implica la privazione del nome e la sostituzione con un altro.

Mantenere la clandestinità di qualcosa, occultandola al fine che altri non la sappiano è funesto. E ciò che è funesto rappresenta una forma di terrore che affonda radici nell’antico, nel familiare. Rimanda a ciò che si definisce “il segreto della famiglia”. Il bambino convive con qualcosa che ignora che però gli provoca una percezione inquietante.
Gli esecutori dello sciagurato atto, coloro che conoscono il segreto sono, in un certo modo, insensibili agli effetti dell’orrendo. Loro stessi rappresentano l’atto sciagurato soprattutto se riescono a garantirsi l’impunità a cui ambiscono.

È di fondamentale importanza capire che le conseguenze del sequestro dei bambini colpiscono la società nel suo complesso, quella che in particolar modo nel suo ambito infantile è stata testimone della distruzione dei suoi sistemi di difesa e protezione che lo Stato ha il compito di garantire uno sviluppo sano ed armonico.

La scomparsa, la sparizione di anche solo un bambino per opera dello Stato determina una frattura nelle strutture di sicurezza che l’infanzia richiede.

Diritto all’Identità

Introduzione

La dittatura militare che si insedia in Argentina il 24 di Marzo del 1976 sistematizza una pratica di persecuzione politica inedita, “la sparizione forzata di persone” ed il loro omicidio successivo, operato da gruppi specifici nei quali erano coinvolti tutti i settori del potere.

Con la suddetta pratica definita con il nome di “sparizione forzata di persone” e con la instituzionalizzazione di campi di concentramento e sterminio (arrivarono a raggiungere il numero di 465 in tutto il Paese) viene organizzata una modalità repressiva del potere. Tale modello di potere …….è tipico di questo secolo e fu inaugurato dal regime nazista durante la seconda guerra mondiale e funzionò da potere totalizzante, padrone, dunque, della vita e della morte.

Fece della violenza una pratica di vita in cui il terrore e la paralisi destrutturano il tessuto sociale. Il trauma vissuto, vero e proprio genocidio, affetta tutta la comunità convertendosi in un trauma storico.

Genocidio è un termine coniato da Raphael Lemkin, a radice del nazismo, e si descrive come un crimine contro il diritto della gente, sia commesso questo in tempo di pace o di guerra. E’ l’esercizio criminale della sovranità statale.

E’ necessario interrogarsi su quali siano gli effetti che produce nella dimensione soggettiva questo tipo di trauma storico, con l’aggravante che il potere totalitario non si è mai assunto la responsabilità dell’accaduto, negò la propria pratica burocratica di burocratizzazione della morte. Per loro, infatti, non esistono nomi, corpi, morti, archivi responsabili.

La democrazia da un lato porta alla creazione della CONADEP ed il Giudizio ai Comandanti responsabili dell’Aeronautica, della Marina e dell’Esercito ed ai repressori, dall’altro si firma la Ley de Punto Finale (Legge di Punto Finale), quella della Obediencia Debida (Obbedienza Dovuta) e gli Indultos (Indulti).

Una delle modalità della violenza repressiva è stata la frattura generazionale. Dietro la protezione della “famiglia” si presero alcune famiglie, quelle dei 30.000 desaparecidos e dell’incirca 500 bambini, oggi giovani, appropriati, producendo in tale maniera una rottura nel sistema parentale:

  • Spariscono uno o più membri della famiglia, rappresentanti o varie generazioni.
  • Come fattore inedito nella modernità queste sparizioni riguardarono minorenni sequestrati con i loro genitori e neonati nati durante la prigionia da madri allora in stato interessante. Questi bambini furono separati dai loro famigliari ed appropriati da persone in maggioranza connesse con il potere militare.

Questa frattura storica negli antenati e nei discendenti crea un gap nella dimensione simbolica, visto che non esistono spiegazioni per i fatti o spiegazioni falsate? che inducono al senza senso visto che impedisce definire l’origine della aggressione, pratica che il potere totalitario utilizza affinché la responsabilità appaia come proveniente dall’aggredito. Manipolazione di corpi e di discorsi come metodo di distruzione della dimensione soggettiva che induce alla sottomissione.

La solidarietà che si generò intorno a questi fatti permise una forma de organizzazione sociale che produce un punto di rottura nello Stato totalitario, in quanto l’azione delle Madri e delle Nonne nel momento in cui si rendono pubbliche nella Plaza de Mayo rende evidente qualcosa che era destinato solamente ad una dimensione privata, alla dimensione privata del desaparecido, alla dimensione privata della famiglia del desaparecido.

Scenario pubblico all’interno del quale circolano storie rese note dalle Madri e dalle Nonne che invitano ad un riconoscimento dell’accaduto, all’esigenza di giustizia e ad una memoria che sembrava essere allora innominabile.

Posizione attiva che rappresenta un maniera di resistere al potere ed un modo di trasformare la posizione del desaparecido che, sottratto alla dimensione privata ritorna nell’ambito sociale come esigenza primaria di riapparizione con vita e maniera di eliminare l’insensatezza ma anche modo di uscire dalla fragilità psichica per la mancanza di appoggio in ambito sociale.

Dobbiamo ricordare che rimangono ancora desaparecidos circa 500 giovani. Sono i desaparecidos vivi di oggi che vivono “dall’altra parte della parete” nella moltitudine di “campi” (convivenza con coloro che li hanno sottratti) che sono stati disseminati all’interno della società. Desaparecidos vivi sottomessi a permanere nell’ignoranza della loro origine familiare, fondata sull’omicidio dei genitori e sul loro conseguente furto:

  • Alcuni furono sequestrati con i loro genitori
  • Altri sono nati in cattività da madri sequestrate quando già in stato interessante. Le testimonianze dei sopravvissuti, di medici ed ostetriche ci dicono che le donne in stato interessante sequestrate partorivano imbavagliate, con gli occhi bendati, mani e piedi legate e venivano indotte al parto o veniva praticato loro un parto cesareo non necessario. A seguito del parto il neonato veniva separato dalla madre ed appropriato illecitamente.
  • Ci furono bambini abbandonati presso vicini che localizzarono le loro famiglie per restituirli
  • Allo stesso tempo ci furono vicini che non conoscendo i famigliari protessero i bambini fino a che riuscirono a trovarli attraverso le Nonne di Piazza di Maggio
  • Altri bambini furono consegnati ad istituzione pubbliche come NN (senza nome) e dati in seguito in adozione. In seguito alcuni di coloro che avevano adottato bambini, sospettando della possibile origine degli stessi, si misero in contatto con le Nonne di Piazza di Maggio. In questi casi si considerò che avendo agito in buona fede fosse possibile mantenere, previo accordo con la famiglia di origine ed in stretto contatto, la convivenza del bambino con la famiglia adottante. Queste situazioni si risolsero senza l’intervento della giustizia.
  • Ci furono anche vicini che si appropriarono dei bambini impedendogli di arrivare a conoscere la loro vera storia. Questi casi (quando il bambino fu localizzato dalle Nonne di Piazza di Maggio), si risolsero con il ricorso alla giustizia che ordinò, a seguito della prova di istocompatibilità sanguigna, la restituzione alla famiglia di origine.
  • Ci furono anche situazioni in cui i familiari della linea materna o paterna mantennero il bambino senza comunicarlo, per timore o per il fatto di ignorare i dati dell’altra parte della famiglia. Ci furono situazioni risolte dall’istituzione ed altre nelle quali, una volta ritornata la democrazia, iniziò la ricerca della restante famiglia.

Su questi bambini si esercitò violenza considerando che:

  • furono brutalmente separati dai loro genitori, visto che non furono abbandonati ma rubati ed appropriati illegalmente
  • ci fu occultamento dell’identità, incluso cambio di nomi e cognomi, di data di nascita ed in alcuni casi cambio di età, vennero inscenati parti con falsificazione di certificato di nascita
  • adozioni apparentemente legali, visto che i bambini che furono abbandonati nelle diverse istituzioni e considerati NN, nonostante si sapesse l’origine del bambino
  • bambini assassinati durante il sequestro
  • bambini in gestazione assassinati nel ventre materno
  • tortura, violenze sessuali, vessazioni a donne in stato interessante
  • convivenza con coloro che si erano appropriati del bambino che ottengono un vincolo fondato sulla sparizione forzata e omicidio successivo dei genitori.

La violenza imposta venne accresciuta attraverso la minuziosa pratica dei sottrattori e degli apparati dello Stato basata sull’eliminazione di ogni legame con la vera origine.

Secondo i dati in nostro possesso, i casi denunciati e documentati sono 250. Dei quali 80 sono stati risolti dalle Nonne di Piazza di Maggio. Attualmente i giovani restituiti sono: 41. 9 i bambini localizzati assassinati, in pratica giudiziaria, 7 ed in convivenza con la famiglia di “allevamento”, 14.

Supponiamo, però, che il numero di giovani sottratti sia intorno a 500, visto che in molti casi non si passò ad una denuncia.

Un fenomeno recente è dato dal fatto che molti giovani, dubitando della loro origine, chiedano di essere sottoposti ad analisi. In questi ultimi si sono rivolti all’istituzione delle Nonne o alla Commissione Nazionale per il Diritto all’Identità circa 570 giovani.

PSICOLOGIA E DIRITTO

Con la sparizione sistematica di minori d’età lo Stato Argentino ha violato la Dichiarazione Universale di Diritti Umani approvata dalle Nazioni Unite nel 1948, articolo 1 e 16, Patto Internazionale dei Diritti Economico, Sociali e Culturali approvata dalle Nazioni Unite nel 1966, parte III, articolo 10, il Patto Internazionale di Diritti Civili e Politici approvata dalle Nazioni Unite nel 1966, articolo 23 e 24 e la Convenzione Americana di Diritti Umani, Patto di San Jose´di Costa Rica del novembre del 1960, articolo 17 e 18. Allo stesso modo si violarono, dal punto di vista del diritto interno, diversi articoli della I parte delle Dichiarazioni e Garanzie della Costituzione Nazionale.

Il diritto Penale non ha ancora legiferato sulla “sparizione forzata di persone” anche se in relazione a minori esistono delitti contemplati:

  1. delitto di sottrazione di minore, articolo 146;
  2. delitto di soppressione e supposizione di stato civile, articolo 139;
  3. delitto di falso ideologico in atto pubblico, articolo 292 e 293;
  4. delitto di privazione illegale di libertà, articolo 142.

Durante la instaurazione della democrazia e su pressione delle Nonne di Piazza di Maggio si promulga la legge 23511 nel 1987 che crea la Banca Nazionale di Dati Genetici. In questa Banca si conservano campioni di sangue dei familiari dei casi documentati dal giovane che voglia ricercare la propria identità. Tale Banca ha come obiettivo quello di realizzare rapporti e pareri tecnici, realizzare perizie genetiche su richiesta giudiziaria per determinare l’identità di un minore che si pensi figlio di desaparecidos.

Il governo argentino promulgò due leggi relativi alla politica dei Diritti Umani: la legge 23492 del Punto Final (Punto Finale) che stabilisce prescrizione per l’azione penale e la legge 23521 di Obedencia Debida (Obbedienza Dovuta) nell’anno 1987 che limita il giudizio dei delitti commessi durante il Terrorismo di Stato alle alte gerarchie. Fu escluso da queste leggi il delitto commesso per sostituzione di stato civile, sottrazione ed occultamento di identità, delitti molto vicini alla sparizione che però non vengono nominati; dunque le cause penali che si istruiscono per un minore scomparso non vengono contemplate da queste leggi. Inoltre questo tipo di delitto è permanente e quindi non dovrebbe essere soggetto a prescrizione.

All’interno della Convenzione Internazionale per il Diritto dell’Infanzia approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 si promosse l’inclusione degli articoli 7, 8 (conosciuti come argentini) e l’11 del diritto all’identità caldeggiato dalle Nonne di Piazza di Maggio.

Vedere Convenzione Internazionale per il Diritto dell’Infanzia

I minori appropriati furono sottratti da un sistema di parentela ed inseriti violentemente in un altro che rinnega quello creato dai genitori. Atto protetto dal Terrorismo di Stato nel quale il trionfo sui genitori desaparecidos deve prolungarsi ben oltre la sparizione. Così il bambino viene sottomesso ad una relazione che rinnega l’accaduto, visto che gli autori del fatto illecito o complici, si comportano come se niente fosse successo, sapendo che la relazione si basa sull’omicidio dei genitori.

Per il Diritto il vincolo filiale è un vincolo costituito dalle istituzioni giuridiche. La filiazione è un concetto che deve essere trattato come “principio politico di organizzazione” che permetta l’annodamento del biologico, del sociale e del soggettivo. Non è solo necessario nascere in quanto la vita deve essere istituita. Istituire la vita è fabbricare il vincolo istituzionale; questo è opera della genealogia che permette sostenere il filo della vita e che ricorda al soggetto la sua collocazione nella specie e produce per la società dell’umano vivo.

La genealogia indica l’insieme dei sistemi istituzionali fabbricati dall’umanità per sopravvivere e diffondersi. Istituire implica la normatività, la cui esigenza sarà l’esistenza di una cornice di legalità che garantisce la conservazione della specie. L’arte di governare, è l’arte di intessere una legalità affinché nasca una persona, che possa soggettivarsi e fare sì che la vita possa trascorrere fino alla morte. La specie si propone al soggetto umano attraverso la genealogia. È la legge che assegna un padre ad un figlio in virtù della presunzione legale che così la stabilisce. La umanità è la successione di padri e figli e la filiazione è il montaggio della catena umana.

Il diritto romano parla di istituire la vita. Dalla psicoanalisi (teoria che ha permesso di teorizzare i processi di soggettivizazione della persone) mutuiamo le operazioni di soggettivizzazione necessarie affinché il piccolo organismo si umanizzi.

EFFETTI PSICOLOGICI DEL TERRORISMO DI STATO

La famiglia è l’ambito in cui si sviluppa l’essere parlante e ricopre un ruolo primordiale nella trasmissione della cultura. Il simbolico, che precede la nascita del soggetto, è la funzione ordinatrice della cultura che divide l’uomo dalla natura, inscrivendolo dal principio nel linguaggio, legge fondatrice le cui interdizioni fondamentali sono il divieto ad uccidere ed il divieto all’incesto, e nella struttura parentale che regolano le differenze di sesso e delle generazioni.

Il bambino alla nascita per la sua prematurazione avrà bisogno della funzione materna e paterna per vivere. Ma lo scambio tra la madre ed il neonato non avrà luogo solo nel terreno dei bisogni (alimentazione, pulizia, etc.) visto che le richieste di cura del bambino rivolte alla madre si inscrivono nel linguaggio e si convertono in richiesta d’amore.

Per la madre la sua relazione con il bambino avrà il segno di un interesse particolarizzato per lui, che è indice di investitura libidinare. In relazione al padre, la sua funzione sarà in relazione al nome del padre ed è vettore di una incarnazione della legge nel desiderio, in quanto proibisce l’incesto umanizza il desiderio ed è lui che, in quanto desiderante, si rende responsabile delle proprie azioni.

Il neonato per costruirsi soggettivamente si identificherà primariamente con i propri genitori, da loro riceverà un segno simbolico, traccia identificatrice che gli permetteranno essere. Verrà marcato con un nome, inscrizione simbolica che non si riduce solo al nome ma include l’etimologia del cognome e la storia familiare, perché uno si nomina come è stato nominato e al nominarsi nomina la relazione di uno con i suoi progenitori, quella che lo incluse nell’ordine delle generazioni. Identificazione che è una inscrizione inconscia che ha una efficacia simbolica, che particolarizza ed impedisce la ripetizione dell’identico. In ogni inscrizione si marca il luogo che il soggetto occupa nell’ordine delle generazioni, che è unico e che apre il cammino a nuovi anelli di una catena del sistema di parentela.

È in questo senso che dalla psicoanalisi possiamo pensare all’identità: essere inscritto dai genitori nel sistema di parentela riconoscendo l’uguaglianza e la differenza. Poiché soltanto essendo differente il soggetto può particolarizzarsi. Il soggetto non si può pensare né come autoprocreato né come identico a un altro visto che al nascere, sostenuto dal desiderio dei genitori, soggettivarsi sarà come prodursi come soggetto nuovo.

Sappiamo che con i bambini desaparecidos si produsse una falsa filiazione protetta nel terrorismo di stato e venne impedito loro il diritto a vivere nella loro famiglia. Non ebbero la possibilità di vivere con i loro genitori che furono prima fatti sparire e poi assassinati e nemmeno ebbero la possibilità di essere allevati con i famigliari dei genitori, le loro nonne e nonni, i loro fratelli, i loro zii: coloro i quali non rinunciarono mai alla loro ricerca e alla verità. Denunciarono le sparizioni, la falsità, l’appropriazione, denunciano e reclamano giustizia e diritto all’identità.

Ricordiamo con le Nonne la nostra obiezione e ripudio di fronte gli eventi che produce il terrorismo di stato, è etico. Ciò che è successo è qualcosa che non possiamo accettare, la persistenza di una memoria viva è nostra responsabilità.

Ciò che è successo, lo smantellamento del diritto delle persone per sparizione ed omicidio e l’appropriazione di bambini, oggigiovani ed ancora desaparecidos ha condotto ad una rottura del sistema umano di filiazione, è un massacro dei vincoli ed una frattura della memoria. È nostra responsabilità segnalare il danno al quale sono stati e seguitano ad essere sottoposti i giovani scomparsi. Nello stesso modo c’è da segnalare e denunciare il danno a cui siamo sottoposti come società.

Sappiamo che nel vincolo che creano coloro che si sono appropriati dei bambini, oggi  giovani, funzionano processi di identificazione, non possiamo negare i suoi marchi, le iscrizioni che effettuarono coloro che si sono aggiudicati impunemente le funzioni materne e paterne nella condizione indifesa del piccolo soggetto che ha bisogno dell’Altro per vivere per non cadere nel marasma e nella morte.

Usurpazione dell’amore che rinnega (in quanto meccanismo perverso) che l’origine del vincolo si basa nella sparizione e nell’omicidio dei genitori e che allevando i bambini come propri consumano un’altra maniera di sterminio, funzionano “come se” niente fosse successo e mantengono durante gli anni l’occultamento dell’origine fraudolenta.

L’appello delle Nonne al diritto all’identità non è solo la richiesta di un ordinamento simbolico istituzionale che risponda alla forza della Legge che essendo uguale per tutti fonda una comunità etica e politica. Insistere nella restituzione a questi giovani dell’identità implica il riconoscere quello che è stato vissuto con chi se ne è appropriato, di coloro che furono privati con l’omicidio dei propri genitori e che questo è irrecuperabile. Non si può cancellare magicamente l’usurpazione ed i marchi che nello psichico produssero, però è possibile creare uno spazio per costruire una verità storica che impedisca l’assassinio della memoria.

È dire no alle forme criminali di soggettivazione, è rendere pubblici fatti che si ritenevano privati ed occulti, è esigere una risposta giuridica e sociale. È esigere uno per uno dei loro nipoti che hanno nome e cognome, che hanno un volto così come ebbero un nome ed un cognome i loro genitori, ebbero un volto, una famiglia ed una storia. È esigere un lavoro di storicizzazione dove la relazione tra la memoria e l’oblio possa essere soggettivata in un discorso. Lo stato terrorista trovò nella sparizione forzata di persone la sua principale risorsa di gestione. Far scomparire bambini, privarli delle proprie famiglie, della loro storia, del loro nome, del loro corpo, della loro voce.
La rinnegazione di un origine e di un atto che nella persistenza nel sociale è rinnegazione della rinnegazione. Nel farli sparire per inscriverli come altri si produce un altro modo di filiazione che è l’ottimizzazione razionale della reclusione. Viviamo in democrazia ma la dittatura non è qualcosa di passato fino a quando ci saranno giovani scomparsi ed apparsi in un altro sistema parentale. Walter Benjiamin diceva che gli uomini ritornano muti dall’orrore, senza niente da raccontare. Crediamo che le Nonne di Piazza di Maggio con il loro lavoro tentano di rendere intellegibili i segni del terrore nel tentativo di risalire??? Di quello che è successo e per mantenere viva la memoria la sua memoria come una lezione che non deve dimenticarsi in tempi in cui si sopporta male la memoria dell’accaduto.

Simonetti Walter

Biografia ucronica

Simonetti Walter, nato a Milano il 07/01/1971, è un demone implacabile della negazione, un portatore di luce, appartenente suo malgrado all’Ordine Galattico della Stella “La Cultura”, chiamato anche “Gli Illuminati”. Ultimo dirigente del Partito dell’Anarchia, mascotte del movimento del 77,  cresciuto dai “cattivi innominabili maestri”. Discendente di un popolo maledetto che arriva dall’antica Sumeria, di origini extraterrestri, gli Anunnaki. Tra i suoi antenati troviamo  Zorasrtaini,  Zeloti e i Nizariti detti anche Assassini.  Per semplificazione viene considerato un ebreo rinnegato.

Un esperimento genetico lo ringiovanisce di 4 anni: nasce per l’anagrafe l’11/05/1975 a Fossombrone. E’ soggetto a multipersonalità e risulta essere per gli scienzati immortale e immorale. La super intelligenza artificiale che sprigionava, e la sua memoria, tramite interventi di lavaggio del cervello e controllo mentale, se ne va per sempre all’inferno. La dislessia l’accompagna per il resto della sua vita. Ma resta un individuo Unico, speciale, terrorista poetico, spia ed agente provocatore doppiogiochista dello SDECE, e gola profonda al servizio della Stasi, cacciato con disonore dalla Legione Straniera.

La pubblicazione nel 2007 di blog su internet segna per Simonetti Walter (l’ebreo che ride) la fine della militanza in progetti più direttamente postsituazionisti (e politici O_O) nella scena subavanguardista internazionale. Vere e proprie T.A.Z (1977-2000), come quelle del Consiglio degli Unici, l’intervista al Moro con il vecchio della montagna, la morte del demone postmoderno, il Livello 14, il gruppo TNT e i freak di Lucifero, il Nuovo Ordine Mondiale, Gli Illuminati sezione mongoloidi di Fossombrone (la compagnia fittizia). Poi proseguita fino al 2006 con la diffusione di bigliettini da visita locandine in luoghi strategici, magici (locali alternativi, centri sociali, vie e piazze di Bologna, Fano, Rimini, Firenze, Milano, Parigi, la Realidad).

Ma “Simonetti Walter” non è solo un ex anarchico stirneriano: é anche il nome di una leggenda metropolitana, una setta ipersegreta, piccola comunità iniziatica (macchina desiderante nomadica), che raccoglieva attorno a Walter alcuni dei suoi amici e collaboratori. Su questa setta (società pirata), realizzazione di una “violenta congiura dissacrante” che sarebbe stata fondata addirittura sul sacrificio umano di una vittima consenziente, un importante dossier in gran parte inedito fa ora per la prima volta piena luce in queste pagine postmaterialiste.

“Fa ciò che vuoi “

Indice

_Prefazione                                    pag  3

_Paura e delirio a Bologna          pag  7

_Documenti :

_Abuelas de plaza de mayo         pag  48

_Simonetti Walter                        pag  70