Paura e delirio a Bologna

Ucronia

Illuminati Pop Anarchy N1

Simonetti Walter

Paura e delirio a Bologna

Una distopia Post-moderna

*Senza il contributo e la revisione critica di Jessica Dainese   l’opera non sarebbe uscita.

Prefazione

Paura e delirio a Bologna nasce dall’uomo, è un’opera della sua fantasia.

L’autore, un esperimento genetico soggetto a multi personalità e senza memoria, ci mostra nei suoi pochi ricordi una storia semplice e primitiva.

Non può essere recepito come pura finzione, questa Ucronia narra di una distopia possibile il dubbio rimarrà sempre nei nostri pensieri, perché Simonetti Walter è è un membro degli Illuminati – Fazione Pop Anarchica; scrivere queste pagine è costato sofferenza e dolore, in qualche modo, lo scrittore pretende da noi uno sforzo analogo, oltre-umano: cancellarci come lettori.

RICERCHE SULLA MEMORIA E SUI “CATTIVI RICORDI”

La prepotenza del potere arriva spesso a desiderare piegare in maniera fisicamente invisibile i prigionieri. La “rieducazione” delle persone secondo i pazzi che mi torturano passerebbe per una “riprogrammazione mentale” che utilizzando depistagli e ripetitività, cerca di far dimenticare le cose che a loro non piacciono SUBITO DOPO che le ho pensate, scritte o lette. In qualche modo arbitrariamente decidendo loro che cosa nella mia testa deve rimanere o meno, come se io fossi un loro dipendente o schiavo, un killer da loro formato o una persona che in qualche modo deve essere da loro “punita”.

Gli esperimenti sui “cattivi ricordi” sono stati in qualche modo –e nel rispetto per i “colleghi” ricercatori- denunciati da Vittorino Andreoli su una rivista (“Io donna”) del “Corriere della sera” nel febbraio 2003:

Diversi studi si stanno occupando della memoria: cercano di scoprire come INTERVENIRE SULLA FORMAZIONE DEI RICORDI, PER EVITARE CHE QUELLI NEGATIVI

(secondo chi ? secondo qualche strizza cervelli goebbelsiano estasiato dalle nuove tecnologie elettroniche e di decriptazione del pensiero ? Ognuno, anche il più pazzo degli uomini, ha sì il diritto ad essere curato anche contro la propria volontà, ma ha anche il diritto inviolabile all’arbitrio totale della sua identità interiore ossia dei suoi ricordi e sapere, affetti ed esperienza; l’unico potere coercitivo che ha lo Stato è quello ad impedirgli di compiere altri reati attraverso la detenzione; altre forme di potere non sono previste da alcuno Stato “democratico).

P. D.

Finché tu credi alla verità, tu non credi a te stesso e sei un  − servo, un − uomo religioso. Tu solo sei la verità o, piuttosto, tu sei più della verità, la quale senza di te non è proprio niente.

Max Stirner

Ciò che descrivo è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene […]: l’insorgere del nichilismo. […]. Che cosa significa nichilismo? Significa che i valori supremi si svalutano. Manca lo scopo. Manca la risposta al “perché?”. [… Dunque] non possiamo porre nessun aldilà o un “in sé” delle cose. Manca il valore, manca il senso. […]. Risultato [di questa svalutazione]: i giudizi morali di valore sono […] negazioni: la morale è volgere le spalle alla volontà di esistere.

Friedrich Wilhelm Nietzsche

L’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli.

Lenin

La verità. Era questa l’ancora di salvezza a cui le avevano insegnato ad aggrapparsi. Non si può amare nella menzogna, ne sperare, costruire, progredire… La menzogna è ovunque: filtra tra gli interstizi degli oggetti, tra le persone e tra i sentimenti e impedisce a qualunque cosa di realizzarsi interamente e in pienezza. La verità, per quanto dolorosa, per quanto carica di conseguenze che sconvolgono l’esistenza, è condizione indispensabile per la vita. Non si tratta della semplice verità di un nome, un origine o una filiazione. La verità afferma, è la condizione per essere se stessi.

Il mio nome è Victoria

Paura e delirio a Bologna

Il sogno 30/10/2000

Paura e delirio a Bologna è un viaggio lisergico, nel cuore della bestia città, la più libera d’Italia, un’avventura dionisiaca e paranoica di uno ragazzo straniero a se stesso,  un rinnegato, di nome Simonetti Walter. Il perfetto capro espiatorio, da mettere all’indice e schernire a comando.

Bologna un sabato qualsiasi, alla fine del giubileo. Un sogno che s’avvera. La mia vita aveva un senso, l’ora x era arrivata, ed io non mi sono tirato indietro. Forse avevo aspettato troppo, forse non ero preparato, ma questa è stata la mia salvezza. Un sogno che s’avvera, camminare per Bologna dalla Stazione a Via del Pratello passando per la Feltrinelli,  davanti alle due torri, seguito da uno stuolo di cavallette. Pesavo 70 kg, capelli corti, jeans e maglia scura, il tipico vestito di un esaurito, così dicevano gli amici, gli stolti sempre a giudicare, occhiali da sole e scarpe da ginnastica di non so di quale marca presa al centro commerciale di Bellocchi. E le mie nuove armi, “i bigliettini da visita” stampati nelle macchinette delle stazioni dei treni. Il viaggio in treno, da Pesaro a Bologna, era andato come al solito: osservavo il paesaggio deprimente della Romagna, felice di tornare nel luogo del misfatto. Mesi prima, il giorno del mio ritorno a Bologna, alcuni ragazzi stupiti nel vedermi mi annunciarono la buona novella:

“Sei vivo? Tutti ti credono morto, dicevano overdose, tu non lo sai ma hanno paura di te, ci sono persone che si fanno passare per tuoi amici, che stasera pregheranno Dio. Ci hai rimesso tu e non doveva succedere, proprio non doveva ”.

Io, forse scioccato e incazzato, rispondevo:

“Sono vivo, anche se sembro uno spettro, e qualcosa di grosso sta per succedere … credetemi, amici miei”

Quelle parole per me sono state un’illuminazione. Mi vedevo come il protagonista di Brian di Nazaret dei Monty Python, o Kevin Kline in Un pesce di nome Wanda. Anche se per gli altri ero al massimo un cattivo imitatore di Gene Wilder, eroe della mia infanzia.

Sono un virus allo stato puro e loro dei falsi ricettori.

Al Pratello solito giro fino al baraccio dei due vecchi, il loro accento forestiero non l’avevo dimenticato, con un po’ di timore, ma erano passati anni (1996) dalle pisciate antinomiane (il DNA non è acqua e un Simonetti si riconosce come dada) sul selciato, dentro i portoni, sotto la OMISSIS che Baal mi perdoni, lui l’Anarchista non l’aveva mai fatto, pensava l’avessi fatto apposta, invece ero giovane e bevevo troppa birra e non volevo pisciarmi addosso.

L’idillio con via del Pratello era finito prima di cominciare. Ricordo che alla prima festa pubblica, mi avvicinai ad una damigiana di vino e l’autonomo di turno dopo un po’ che parlavamo:

“Ma chi sei? Perché fai tutte queste domande?”.

Io lì a spiegargli:

“Faccio il servizio militare qui vicino, non sono un infiltrato”.

Ero venuto solo a bere ad una strana festa, poi dopo ubriaco e trasognante con un taxi finivo in caserma. Avevo già dei trip mentali sulla mia vita gioiosa e radicale, invece sto qui a piangere sul latte versato, dal bambino terribile che si credeva un vampiro, ma questa è un’altra storia.

Perdonatemi. La letteratura non è acqua, ma nichilismo creatore grazie a Renzo Novatore.
Ero un giorno diverso, quel 30 ottobre:  lo sapevo, seguivo il mio sogno. Avevo già programmato tutto, bere un trip senza ritorno e poi al Link per l’autodistruzione, un posto carino per i miei gusti alcolici, e un tiro di fumo forse si rimediava, la musica non era male e poi avevo conosciuto una ragazza (figlia di un poliziotto) un affare strano, i bolognesi si erano dimostrati freddini con la leggenda. Già, la leggenda dei 27 acidi.

Il 7 giugno 1996, un giorno come tanti, non per il sottoscritto … al mattino mi ero congedato dal servizio militare, un anno perso in fondo al bicchiere di birra scadente, per non pensare alle stronzate senza senso che bisognava fare, ma era finita e per la mia  grande testolina bisognava festeggiare. Non a casa dove non c’erano amici ad aspettarmi, ma lì a Bologna e avevo il mio piano studiato nei minimi particolari, metodo da socialismo scientifico, bere a più non posso fino al Pratello vicino a quelle leggendarie case occupate. Adesso devo trovare i fogli con il poema, il resoconto di quella notte da anestetici per cani, qualcuno penserà all’innocenza perduta ma quella forse non l’ho mai avuta. L’ho persa tanto tempo fa in una clinica maledetta, dove dottori fascisti senza pudore, facevano esperimenti genetici su dei bambini inermi, con il beneplacito della società civile e del Partito. Ma questa è un’altra storia, e non credo sarà mai raccontata. La mia prima vita è stata completamente cancellata dalla memoria collettiva, e non ho ricordi né fotografie da mostrare.

OGGETTO:”Un viaggio andato male n°27”

BORDERLINE 1996

“Ho licenziato Dio

gettato via un amore

per costruirmi il vuoto

nell’anima e nel cuore”

Plagio non voluto.

L’immortalità si paga cara: bisogna morire diverse volte mentre si è ancora in vita.

Friedrich Nietzsche

Libero finalmente dopo un anno di oblio, fuori da quelle mura, da quell’ambiente indecente. Una strana sensazione: “Adesso, ora, posso fare qualsiasi cosa”. Cancellare la parola impossibile dal mio vocabolario. Cammino per il centro di Bologna. È pomeriggio. Domani andrò a casa, forse, intanto mi godo questi attimi di libertà. A cena con gli ex compagni di sventura. Vino, birra, limoncino: sono già fuori dall’ordine costituito. Si va in Piazza Maggiore, mi sembra di galleggiare nell’aria, negli scalini davanti al duomo parliamo ma abbiamo due lingue diverse e non c’è mediazione. Mi sembra di scorgere un’altra Bologna, sembra diversa. Qualcosa è cambiato dentro e fuori di me. Un ragazzo sui scalini sta parlando a delle giovani (gallesi), mi avvicino e dopo un dialogo fatto a gesti mezze parole in spagnolo andiamo in un pub, lì vicino il ritrovo dei turisti. Le cose si mettono male divento fastidioso, sembra impossibile ma è vero, il gestore mi caccia, lascio diecimila lire di mancia. Ora da solo ubriaco e incazzato, mi avvio verso il Pratello a finire la serata con il botto.

Il cammino verso la mecca dei supplizianti è difficile. Mi fermo in due osterie, ancora birra, nella testa l’alcool risuona come un disco all’incontrario di satanica cospirazione, ma poi come per magia li vedo, sono lì che mi aspettano, chissà da quanto?

Mi siedo

“Ciao, io mi chiamo William”.

“Piacere, Noemi”.

”Farvo”.

”Marina”.

”Max”.

Ma nessuno crede al mio nome, William: impossibile, non ne ho la faccia. Allora pronuncio il mio vero nome, Riccardo, ma non capiscono, la condanna della mia vita, non poter parlare ma trattenere tutto dentro. Per colpa di quella consonante (“R” che viene “W”) costretto a vagare nel silenzio o in esplosioni senza senso, alla ricerca della verità. Il teatro dell’assurdo mi accompagna sempre nei miei spettacoli surreali unici nel loro genere.

Mi sembra di averli già visti, dejà vu, uno dei tanti da quella notte in poi. Parlano allegri forse ubriachi, ridono senza motivo, alle mie spalle un angelo mi sfiora, è una ragazza siciliana indossa una gonna lunga e sottile la chiamo:

“Sei bellissima”.

Mi guarda divertita e mi indica una persona il suo ragazzo. Tiro fuori un sorriso sardonico e senza vergogna le racconto che l’ho conosco mi ha ospitato a casa sua, una notte di fuoco insieme ad un freak che parlava con uno strano accento e lavorava il gesso.

Uso tutto il mio vocabolario ma non c’è storia anzi il suo ragazzo mi dice di telare e non scherza.

Mi riunisco a quei ragazzi il tempo passa, segno i loro nomi e numeri di telefono in un’agendina per non dimenticarli:

“Marina di Milano”, Max, Noemi e Farvo”.

Il futuro non sarebbe stato clemente con me, sarei diventato il loro capro espiatorio. La notte chiede sangue giovane ed io sono li a portagli tributo. Ero “Alice nel paese delle meraviglie”, insieme al gran coniglio stavo facendo un gioco sottile e rischioso,è la cara roulette russa.

Un branco di ragazzi mi circonda con i loro cani da slitta, sono una tribù in movimento, gli chiedo un acido. Dopo qualche minuto comincio a parlare e muovermi, mi sento forte, sicuro, finalmente libero critico della ragion cinica.

Si fa vanti la Malaria con la sua morale, il suo odio verso il mondo e la sua storia che mi riguarda.

Che tempo che fa … qualche anno prima.

Piazza delle Corriere. Davanti al bar centrale due vecchi freak, testimoni di un mondo condannato all’eutanasia, cercano di spronarmi, non accettano che l’unico sia finito, diventato un vegetale. Mi mandano da una strana ragazzina che sta sempre lì ad aspettare il pullman, diventiamo amici, ero un tipo molto buffo per la Malaria. Giovanissima e già maledetta si considerava un tossica e parlava di politica per spaventare il messia perduto:

“A Bologna i miei amici sono gli autonomi”.

Credeva nelle apparenze, nella ribellione dello stile e non sapeva chi ero veramente, una costante della mia vita. La nostra piccola storia finisce in modo tragicomico. Mi presenta, un giorno i suoi amici bolognesi e una sua amica Silvia, capelli biondi carina, in un minuto mi fa perdere la testa.

Mesi dopo Silvia torna a casa mia e mi legge una lettera, rimango senza parole è al prima volta che una ragazza mi dichiara un amore incondizionato.

Ma le apparenze molte volte ingannano, Silvia ha un passato traumatico e lo shock si ripercuote in ogni suo rapporto, mi trovo senza saperlo davanti ad uno specchio la mia immagine riflessa. Non c’è soluzione per questo enigma.

E non è solo questo, la mia storia con la Malaria e la sua amica non piace, ha gerarchi e burocrati di partito, l’infamia più grossa si abbatte su di me. Con la complicità della mia famiglia, sempre agli ordini del potere repressivo, vengo allontanato dai miei amici. Tre intellettuali della domenica fuori dalla legge e dalla dignità umana mi prelevano e imbottiscono di farmaci:

“Tu non devi vivere, la sentenza del Partito non si discute”.

Rimango traumatizzato, dopo non ricordo più nulla la Malaria, Silvia e gli altri ragazzi diventano un sogno sfumato.

Ma questo è un uomo? Cosa sono questi dottori di “sinistra”, con l’Unità in tasca? Che permettono tutto hai loro figli, ma poi si sfogano con me “l’ebreo che ride”, “l’ebreo rinnegato”. Sono agenti della controrivoluzione preventiva, la loro posa, espressione da intellettuale che non sbaglia mai, si trasforma in un ghigno criminale. Il diritto e la legge che difendono viene meno e si instaura lo Stato di eccezione. Tutto è per messo, il fine giustifica i mezzi?

Alla cultura autoritaria, di stalinista e fascista memoria si unisce il fanatismo cattolico ed il liberalsocialismo, in una nuova santa crociata contro la famigerata seconda società. L’omertà diventa il primo comandamento. Vogliono creare un paese artificiale senza memoria, senza storia, solo finzione e falsa radicalità da figli di papa.

Questa città è un’isola felice?!

Niente è sacro.

In Via del Pratello la festa non è ancora finita. La Malaria deve andare via, è di nuovo innamorata di me. Le dico di restare, ho paura che tutto sia un sogno, ma se va. Non so cosa mi spinge ma voglio osare di più, andare oltre, deprogrammare il mio cervello una volta per tutte. Ubriaco tra i punk e i loro cani, chiedo gentilmente ancora un viaggio. Una ragazza mi chiede quanti:

“27 come ventisettemila leghe sotto i mari”.

Ma ora che ci penso le leghe erano ventimila, piccolo errore di strategia militare. Mette un grosso pezzo di cartone nel mio bicchiere di birra. All’inizio dell’esperimento non sento cambiamenti, ma poi un onda maestosa, che non riesco a cavalcare. Dietro di me uno squalo sta azzannando la mia tavola, la paura sta prendendo il sopravvento, mi sovrasta. In gergo si dice “strippare”. I 27 acidi diluiti nella birra esplodono dentro la mia testa. Ho sete tanta sete, la lingua amara. Parlo con mille persone, almeno così credo. Una forza sconosciuta mi spinge oltre, mi sento invincibile, il tempo si dilata, lo spazio circostante si muove e apre labili confini.

Sto per crollare, mi manca il fiato, una ragazza vicino a me cerca di aiutarmi:

“27 acidi, ti sei preso 27 acidi”

Ma è tardi è troppo tardi, cado a terra. Le ultime immagini che vedo riportano la mia mente ai vangeli, la crocefissione di Cristo. Vedo dei ragazzi coi loro cani, seduti vicino al loro messia in attesa che la profezia si compi, in attesa del sacrificio umano. Cado nel vuoto, il cuore smette di battere. Un miracolo si sta compiendo. La mia anima, la mia essenza si distacca dal corpo. Sto salendo in alto, contro tutte le leggi della fisica vedo il mio corpo esanime in Via del Pratello, le persone senza parole, attonite, fissano il santo caprone. Una sensazione di benessere assoluto domina il mio nuovo essere: è bellissimo sentirsi liberi, galleggiare nell’aria.

Forse è finita, questa è la ricompensa per l’Unico che muore, la quarta dimensione si è aperta di nuovo per Simonetti “l’ebreo errante”, ”l’ebreo che ride”. Ora ricordo tutto, proprio tutto, i due Freakkettoni morti tanto tempo prima sono lì a guidarmi nel mio passato:

La cerimonia, il Conte, i due folli, la Roby, i fratelli e le sorelle, la tragedia degli anni ’70, la clinica dell’orrore, la fuga in America, il primo ringiovanimento, la morte del bambino, il secondo ringiovanimento, la condanna a non poter vivere da parte dello stato, la condanna all’isolamento, alla morte civile e sociale, la condanna al continuo lavaggio del cervello. Ricordo le leggi speciali, razziali contro di noi anarchici stirneriani per il nostro folle sacrificio. La rigenerazione, gli anni del culto della droga, delle libertà totali. La meteora infelice del Livello 14. La follia e la provocazione fuori luogo ci porta anche la scomunica del movimento autonomo e la maledizione sul nostro nome:

“Non siete mai esisti, il vostro nome sarà maledetto per sempre, siete solo dei provocatori infiltrarti, marionette dei servizi. Se tu non fossi nato. il movimento sarebbe forte e vivo”.

Gli esecutori materiali di questa sentenza, di questa persecuzione, molti militanti del Partito ed altri uomini dai santi principi, non perdonano la verità storica portata dall’Unico, l’iconoclasta che non si è piegato, che è sopravvissuto, che ha denunciato al modo il crimine dei ringiovanimenti e le leggi argentine. Tutti segreti di Stato. Senza pudore, gli eroi dello stato, nel corso degli anni, come nazisti postmoderni, non mi daranno pace. Una guerra senza esclusioni di colpi si è combattuta nella cittadina felice, avamposto del cristianesimo ariano.

La religione è l’oppio dei popoli?

E poi insieme a questi due demoni, senza gloria, vedo gli ultimi anni della mia vita, mi trovo a combattere una guerra solitaria contro tutto e tutti, alleandomi con la teppa più misericordiosa.

Lo stato e i mille poteri che si diramano nella società si divertono a violentare la mia debole vita.

Ma la ribellione c’è sempre stata, un refrattario non si può piegare, non si può distruggere, non si può uccidere, la sua dignità lo distingue dagli altri, la sua amoralità lo porta sempre oltre la linea, l’anarchia.

Ora sono qui in questo limbo ad aspettare la sentenza delle divinità, dell’Ordine della Stella “la Cultura”.

Devo tornare tra i vivi, la mia missione non è ancora compiuta, il mio viaggio non è ancora finito, devo pagare il prezzo della mia anarchia, della mia ribellione prometeica. Mi sento come l’uomo che cadde sulla terra, tento in ogni modo di fare la mia nave spaziale per tornare a casa dalla fratellanza, ma alla fine le cose vanno a rotoli e mi ritrovo con i punk di Via del Pratello. La vita con il suo peso torna a far sentire la sua voce, sudore, mal di testa.  Una ragazza tenta di sollevarmi:

“Dai alzati, alzati! Alzati ti prego”.

Gli altri mi guardano stupiti, inebetiti, in attesa che lo spettacolo continui, sanno di aver assistito a qualcosa fuori dal comune. Mi alzo osservo delle strane figure che mi fissano con rabbia, un adunata di refrattari, tento l’impossibile, racconto la mia storia:

“Mi chiamo Simonetti Walter e sono nato il OMISSIS a OMISSIS …“

Ma uno di loro risponde malamente:

“Ti conosciamo Riccardino, la sappiamo a memoria la tua storia, non attacca, sono cavoli tuoi, ne hai fatte troppe, sarai sempre il traditore dell’anarchia, un provocatore da quattro soldi …”.

Cerco di difendermi ma non c’è niente da fare e non c’è più niente da dire, solo maledire la società degli uomini in tutte le sue manifestazioni.

Da quella notte in poi sarò per molto tempo il ragazzo dei 27 acidi, l’uomo che cadde sulla terra, un personaggio strano, un incognita da evitare perché carico di autodistruzione. Il prezzo di questa de programmazione sarà altissimo, la schizofrenia del linguaggio diventerà legge. Sotto la supervisione e la recita infame di un intero paese sarò costretto ad una folle dissimulazione, che portò inevitabilmente alla dissociazione della mia personalità.

Tandem 30/10/2000

Ore 20,00 circa, sono all’inizio di Viale Indipendenza, dalle osterie del Pratello due ragazze mi seguono, ma in quel momento non ero paranoico, e non ci vedevo niente di strano, neanche quando entro al cinema Capitol e loro sempre dietro. Vado a vedere Tandem, un film divertente, rido sopra le bizzarre storie di queste due iene, due sciacalli pronti a tutto, figli di questo tempo. Mi avvio verso il Link, dietro la stazione, quando sono verso l’entrata dei parcheggi un ragazzo venditore di francobolli, mi chiama, ne prendo uno. Come uno stregone folle cerco la via della mano sinistra, cerco l’eldorado, il tramite è un cartoncino rinsecchito. Entro, vado subito a bere sento caldo devo liberarmi della giacca, la ragazza che sta al deposito mi chiede se vengo dall’ex Jugoslavia, il mio mento allungato le mette il dubbio, io gli spiego che sono purtroppo italiano. Ho ancora sete poi nella saletta in alto ritrovo la ragazza figlia di un poliziotto, capisce che sto per partire di testa, il trip comincia a fare effetto.

Nel locale alternativo mi sento in prigione, continuo a muovermi da una stanza all’altra, la memoria va e viene, la musica mi entra dentro, uno strano labirinto si forma nella mia mente, cerco la via d’uscita. Sono in trappola, caduto nella rete gioco le mie carte, sono inconsapevolmente un anarchico stirneriano, passato attraverso la Fazione ed il Livello14 e tutt’ora un agente dell’Ordine della Cultura e della Stella.

La prima mossa.

Vedo una ragazza, l’avevo intravista alla stazione centrale dei treni, carina, ha diversi orecchini, mi avvicino le porgo il mio dono, il bigliettino da visita.

Quella dei biglietti da visita è un’idea geniale e allo stesso tempo ridicola, beffarda, pericolosa, da teatro dell’assurdo. Molti avevano frainteso vedevano provocazioni al movimento, un’oscura congiura che ritornava, quella degli Illuminati di Baviera, dell’Ordine della Stella (la Cultura), i pazzi Simonetti anche da morti danno fastidio.

Una risata vi seppellirà! Così dicevano i vecchi reduci del 77, ma i loro figli non avevano senso dell’umorismo, peccato, un’occasione mancata. Si sono smarriti nelle teorie del capro espiatorio, dei complotti mondiali ad opera di chissà quali oscuri poteri (alieni, demoni sionisti etc … ), facendo l’occhiolino inconsapevolmente a Evola e soci. La merda fascista, con altre vesti, torna sempre, e fa sempre più schifo, si sono smarriti ed io ero lì a porgere l’altra guancia come un Padre odiato dai propri figli.

Ho evitato tante volte il peggio, il senso di sopravvivenza mi ha salvato. Ho subito due aggressioni da parte dei fascistelli bolognesi, ricordo la pastura di due personaggi in nero, un transfuga della sinistra alternativa e un picchiatore, erano complementari alla fine quando hanno capito che non c’era storia, che Simonetti Walter non era in vendita, il solito discorso: “sei un sub-umano, un ebreo, contro la nazione, condannato a subire. Non possiamo toccarti perché abbiamo paura dell’Ordine della Stella ‘La Cultura’. Ma è solo questione di tempo, le tue protezioni sono cadute”.

Non posso dimenticare L. “l’uomo più forte del mondo”, un personaggio singolare, una leggenda a Bologna. Vederlo combattere mi ha fatto ridere, il suo volto si trasforma e l’avversario sviene dalla paura. Figlio di un ufficiale dell’esercito, cresciuto come se fosse un soldato. Al raggiungimento della maggiore età, esplode, è una mina vagante, pericoloso, distruttivo spacca le ossa solo per uno sguardo, fino all’arruolamento nella Legione Straniera (non è il primo che fa questa scelta) ma i legionari sono troppo anche per lui. Il resto è storia giudiziaria, non sta a me giudicare. Una notte del 1997, nella via dei provocatori completamente ubriaco esco da una birreria non sto in piedi e mi trovo davanti L., sta per darmi una lezione ma la sua donna l’ho ferma e lui mi riconosce:

“Ah sei tu Riccardino, devi smetterla non posso vedere una persona ridotta in questo stato, vieni con me a casa mia”.

Non riesco a dire una parola, poi a casa sua l’amara verità. Mi porge una fotografia ci sono due ragazzini e siamo noi due, non riesco a capire come è possibile, quando ci siamo conosciuti? Mi racconta la storia e non è piacevole ascoltare il segreto che nasconde la mia vita, quelle medicine illegali usate come caramelle per distruggere la mia vita, creare il vuoto ,l’amnesia di stato.

Quel mattino presto scappo senza una meta. Ma poi come in una favola nera tutto torna come prima, e non so chi sono?

Poi è venuto il turno delle merde in esilio da Fossombrone, una notte al Pratello hanno tentato in dieci di sopraffarmi sono stato salvato dalla Malaria e Samuel (strano il destino).  Avrei voluto regolare i conti con questi bambocci, che non hanno mai capito che il prezzo da pagare dell’anarchia è alto, ma il Luther Blisset mi riportò alla ragione.

E altre volte mi sono visto piombarmi addosso i soliti noti, eroi con le medaglie al petto, il braccio violento della legge borghese. Cani che non meritano di essere menzionati, stalinisti con il salvadanaio pieno d’oro, la loro legge: repressione, omertà ed amnistia ad personam.

Come è iniziato il gioco dei bigliettini da visita? Così per caso, alla stazione di Pesaro, mi sono avvicinato a quella macchinetta e ho cominciato a pensare, ho cominciato a vedere delle scritte stravaganti da imprimere su quei foglietti come Pop Art srl, Zero Operaio Music Club, Gli Illuminati società esoterica dello Zeroastro, Wife of Life logomachia. Leggevo una rivista in quel periodo: Torazine.

Era un gioco stupido e ridicolo per conoscere ragazze, ma tanti sono scivolati su quella buccia di banana, perfino il leggendario Luther Blissett, vedeva provocazioni, infiltrazioni da parte del vecchio anarchico stirneriano (di gloriosa memoria), del traditore  sionista, perché non ha mai odiato gli ebrei, qui a Bologna sotto mentite spoglie.

Alla fine il ragazzo strippato, ubriacone, inconcludente e autodistruttivo aveva passato il limite, la soglia di sopportazione. E non è mancato il volantino di condanna, di stalinista memoria, da parte dei duri e puri di Via A..

Il frammento delle macchine, la krisis balla sopra il mondo …

<<Nelle macchine il lavoro oggettivato si contrappone materialmente al lavoro vivo come il potere che lo domina e come attiva sussunzione di esso sotto di sé: non solo in quanto se ne appropria, ma nello stesso processo di produzione reale.

Il rapporto di capitale come valore che si appropria l’attività valorizzante è posto, nel capitale fisso, che esiste sotto forma di macchine, nello stesso tempo come rapporto tra valore d’uso del capitale e valore d’uso della forza- lavoro. Il valore oggettivato nelle macchine si presenta inoltre come una premessa rispetto alla quale la forza valorizzante della singola forza-lavoro scompare come qualcosa di infinitamente piccolo; con la produzione in masse enormi, che è posta con le macchine, scompare altresí, nel prodotto, ogni rapporto al bisogno immediato del produttore e quindi al valore d’uso immediato (…). L’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, rimane così, rispetto al lavoro, assorbita nel capitale, e si presenta perciò come proprietà del capitale, e più precisamente del capitale fisso, nella misura in cui esso entra nel processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio. Le macchine si presentano così come la forma più adeguata del capitale fisso, e il capitale fisso, se si considera il capitale nella sua relazione con se stesso, come la forma più adeguata del capitale in generale. (…)

In quanto poi le macchine si sviluppano con l’accumulazione della scienza sociale, della produttività in generale, non è nel lavoro, ma nel capitale che si esprime il lavoro generalmente sociale. La produttività della società si commisura al capitale fisso, esiste in esso in forma oggettiva e, viceversa, la produttività del capitale si sviluppa con questo progresso generale che il capitale si appropria gratis. Qui lo sviluppo delle macchine non va esaminato in dettaglio, ma solo sotto l’aspetto generale per cui nel capitale fisso il mezzo di lavoro, dal suo lato materiale, perde la sua forma immediata e si contrappone materialmente, come capitale, all’operaio. La scienza si presenta, nelle macchine, come una scienza altrui, esterna all’operaio: e il lavoro vivo si presenta sussunto sotto quello oggettivato, che opera in modo autonomo. L’operaio si presenta superfluo, nella misura in cui la sua azione non è condizionata dal bisogno del capitale. (…)

Nella stessa misura in cui il tempo di lavoro – la mera quantità di lavoro – è posto dal capitale come unico elemento determinante, il lavoro immediato e la sua quantità scompaiono come principio determinante della produzione – della creazione di valori d’uso – e vengono ridotti sia quantitativamente a una proporzione esigua, sia qualitativamente a momento certamente indispensabile, ma subalterno, rispetto al lavoro scientifico generale, all’applicazione tecnologica della scienze naturali da un lato, e rispetto alla produttività generale derivante dall’articolazione sociale nella produzione complessiva dall’altro – produttività generale che si presenta come dono naturale del lavoro sociale (benché sia, in realtà, prodotto storico). Il capitale lavora così alla propria dissoluzione come forma dominante della produzione.

Lo scambio del lavoro vivo col lavoro oggettivato, cioè la posizione del lavoro sociale nella forma dell’opposizione di capitale e lavoro salariato, è l’ultimo sviluppo del rapporto di valore e della produzione basata sula valore. La premessa di questa è e rimane la quantità di tempo di lavoro immediato, la quantità di lavoro impiegato, come fattore decisivo della produzione della ricchezza. Ma nella misura in cui si sviluppa la grande industria, la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità del lavoro impiegato che dalla potenza degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di lavoro, e che a sua volta – questa loro powerful effectiveness – non è minimamente in rapporto al tempo di lavoro immediato che costa la loro produzione, ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall’applicazione di questa scienza alla produzione. (Lo sviluppo di questa scienza, in particolare della scienza della natura, e con essa di tutte le altre, è a sua volta di nuovo in rapporto allo sviluppo della produzione materiale). L’agricoltura, per esempio, diventa una semplice applicazione della scienza del ricambio materiale, da regolarsi nel modo più vantaggioso per l’intero organismo sociale.

La ricchezza reale si manifesta invece – e questo è il segno della grande industria – nella enorme sproporzione tra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto, come pure nella sproporzione qualitativa tra il lavoro ridotto a una pura astrazione e la potenza del processo di produzione che esso sorveglia. Non è più tanto il lavoro a presentarsi come incluso nel processo di produzione, quanto piuttosto l’uomo a porsi in rapporto al processo di produzione come sorvegliante e regolatore. (Ciò che si è detto delle macchine, vale anche per la combinazione delle attività umane e per lo sviluppo delle relazioni umane).

L’operaio non è più quello che inserisce l’oggetto naturale modificato come membro intermedio tra l’oggetto e se stesso; ma è quello che inserisce il processo naturale, che egli trasforma in un processo industriale, come mezzo tra se stesso e la natura inorganica, della quale si impadronisce. Egli si colloca accanto al processo di produzione, anziché esserne l’agente principale. In questa trasformazione non è né il lavoro immediato, eseguito dall’uomo stesso, né il tempo che egli lavora, ma l’appropriazione della sua produttività generale, la sua comprensione della natura e il dominio su di essa attraverso la sua esistenza di corpo sociale – in una parola, è lo sviluppo dell’individuo sociale che si presenta come il grande pilone di sostegno della produzione e della ricchezza.

Il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a una nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa. Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura, e quindi il valore di scambio deve cessare di essere la misura del valore d’uso. Il pluslavoro della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non- lavoro dei pochi ha cessato di essere la condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana. Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo. Subentra il libero sviluppo delle individualità, e dunque non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare pluslavoro, ma in generale la riduzione del lavoro necessario della società a un minimo, a cui corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico ecc. degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro.

Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. Esso diminuisce, quindi, il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma del tempo di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo – in misura crescente – la condizione (question de vie et de mort) di quello necessario. Da un lato esso evoca, quindi, tutte le forze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato.

Le forze produttive e le relazioni sociali – entrambi lati diversi dello sviluppo dell’individuo sociale – figurano per il capitale solo come mezzi, e sono per esso solo mezzi per produrre sulla sua base limitata. Ma in realtà essi sono le condizioni per far saltare in aria questa base. La natura non costruisce macchine, non costruisce locomotive, ferrovie, telegrafi elettrici, filatoi automatici ecc. Essi sono prodotti dell’industria umana: materiale naturale, trasformato in organi della volontà umana sulla natura o della sua esplicazione nella natura. Sono organi del cervello umano creati dalla mano umana: capacità scientifica oggettivata. Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità a esso. Fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale.

(…) La creazione di molto tempo disponibile oltre il tempo di lavoro necessario per la società in generale e per ogni membro di essa (ossia di spazio per il pieno sviluppo delle forze produttive dei singoli, e quindi anche della società), questa creazione di tempo di non-lavoro si presenta, al livello del capitale, come tempo di non-lavoro per alcuni. Il capitale vi aggiunge il fatto che esso moltiplica il tempo di lavoro supplementare della massa con tutti i mezzi della tecnica e della scienza, perché la sua ricchezza è fatta direttamente di appropriazione di tempo di lavoro supplementare: giacché il suo scopo è direttamente il valore, e non il valore d’uso. In tal modo esso, malgré lui, è strumento di creazione della possibilità di tempo sociale disponibile, della riduzione del tempo di lavoro per l’intera società a un minimo decrescente, sì da rendere il tempo di tutti libero per il loro sviluppo personale. Ma la sua tendenza è sempre, per un verso, quella di creare tempo disponibile, per l’altro di convertirlo in pluslavoro. Se la prima cosa gli riesce, ecco intervenire una sovrapproduzione, e allora il lavoro necessario viene interrotto perché il capitale non può valorizzare alcun plusprodotto. Quanto più si sviluppa questa contraddizione, tanto più viene in luce che la crescita delle forze produttive non può più essere vincolata all’appropriazione di pluslavoro altrui, ma che piuttosto la massa operaia stessa deve appropriarsi del suo pluslavoro. Una volta che essa lo abbia fatto – e con ciò il tempo disponibile cessi di avere un’esistenza antitetica – da una parte il tempo di lavoro necessario avrà la sua misura nei bisogni dell’individuo sociale, dall’altra lo sviluppo della produttività sociale crescerà così rapidamente che, sebbene ora la produzione sia calcolata in vista della ricchezza di tutti, cresce il tempo disponibile di tutti. Giacché la ricchezza reale è la produttività sviluppata di tutti gli individui. E allora non è più il tempo di lavoro, ma il tempo disponibile la misura della ricchezza.

Il tempo di lavoro come misura della ricchezza pone la ricchezza stessa come fondata sulla povertà, e il tempo disponibile come tempo che esiste nella, e in virtù della, antitesi al tempo di lavoro supplementare, ovvero tutto il tempo di un individuo è posto come tempo di lavoro, e l’individuo viene degradato perciò a mero operaio, sussunto sotto il lavoro. Come, con lo sviluppo della grande industria, la base su cui essa poggia – ossia l’appropriazione di tempo di lavoro altrui – cessa di costituire o di creare ricchezza, così, con esso, il lavoro immediato cessa di essere, come tale, base della produzione, per un verso in quanto viene trasformato in un’attività più che altro regolatrice, di sorveglianza, ma poi anche perché il prodotto cessa di essere il prodotto del lavoro immediato, isolato, ed è piuttosto la combinazione dell’attività sociale ad assumere la veste di produttore.

(…) L’economia effettiva – il risparmio – consiste in un risparmio di tempo di lavoro; ma questo risparmio si identifica con lo sviluppo della produttività. Non si tratta quindi affatto di rinuncia al godimento, bensì di sviluppo di capacità, di capacità atte alla produzione, e perciò tanto delle capacità quanto dei mezzi di godimento. La capacità di godere è una condizione per godere, ossia il suo primo mezzo, e questa capacità è lo sviluppo di un talento individuale, è produttività. Il risparmio di tempo di lavoro equivale all’aumento di tempo libero, ossia del tempo dedicato allo sviluppo pieno dell’individuo, sviluppo che a sua volta reagisce, come massima produttività, sulla produttività del lavoro. Esso può essere considerato, dal punto di vista del processo di produzione immediata, come produzione di capitale fisso: questo capitale fisso è l’uomo stesso.

Che del resto lo stesso tempo di lavoro immediato non possa rimanere in astratta antitesi al tempo libero – come si presenta dal punto di vista dell’economia borghese – si intende da sé. Il lavoro non può diventare gioco, come vuole Fourier, al quale rimane il grande merito di aver indicato come obbiettivo ultimo la soppressione non della distribuzione, ma del modo di produzione stesso nella sua forma superiore. Il tempo libero – che è sia tempo di ozio che tempo per attività superiori – ha trasformato naturalmente il suo possessore in un soggetto diverso, ed è in questa veste di soggetto diverso che egli entra poi anche nel processo di produzione immediato.

Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica  – Karl Marx (l’ebreo rinnegato, l’ebreo che ride)

Tutto in una notte ore 01:00

Le parole che escono dalla mia bocca sono una strana litania e non riesco a ricordarle. Forse ero una marionetta preziosa. La ragazza di Modena rimane intrappolata dalle mie stramberie, qualcuno le dice che sono un personaggio particolare, un freak immaginario, appena uscito dalla gabbia allo Zoo di Berlino.

Il tempo trascorso sembra a volte dilatarsi all’infinito, altre volte essere velocissimo. Ad un tratto sono fuori dal club e la sto baciando, dopo una frazione di secondo sono in macchina ma non riesco ad essere presente, il sapore amaro del trip invade la mia bocca e le allucinazioni mi indicano una via da battere, il segreto della vita è tutto lì, non c’è altro. Solo la bomba destabilizzante di un acido riesce a sbloccarmi e le conseguenze sono un prezzo alto da pagare, non posso riprogrammare il mio cervello da solo, dopo tanti anni ho capito il perché del fallimento, ma ancora non sapevo il segreto di pulcinella, non sapevo di essere un capro espiatorio, un sacrificio umano della società italiana.

Ci salutiamo con tante promesse e tante parole dolci, ma sento un forza che mi spinge oltre, la notte non è finita.

Sembra la scusa di uno stronzo, per quello che verrà ma non lo è.

Torno dentro al Link, mi guardo intorno, cerco la verità che si era mostrata prima. E dopo un giro tondo infinito e tanti passi vicino al delirio, trovo una ragazza bionda che ho intravisto tante volte di notte a Bologna, seduta con altri nella saletta vicino all’entrata.

Era Silvia, il senza nome e un loro amico straniero. Ma io non ricordavo nulla di lei e non era una normale amnesia.

Mi avvicino sempre con un sorriso stampato in volto.

Rimango stordito da lei, la sua voce, i suoi discorsi arriviamo diritti al cuore.

Si arriva al nodo dolente, i bigliettini da visita. Secondo lei provoco il movimento. Quello da me diffuso allo Strett Rave Parade (Nexus 6 free rave party) è un esempio lampante della mia cattiva fede.

Cado dalle nuvole ma fino ad un certo punto, sono stanco di questi giochetti di queste mezze parole.

Le spiego il significato che ho dato io alla parola Nexus 6, i replicanti non sono i cattivi del film (Blade Runner), visto che il protagonista Harrison Ford si innamora di una di loro, visto che il regista ci fa intendere che anche Il cacciatore di Nexus 6 è uno di loro.

In più nella scena finale del film, la colomba liberata dal leader degli androidi ribelli, è per me la nuova umanità, dopo la morte di Dio e la morte dell’uomo nei campi di sterminio.

« Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi.

Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo…
come lacrime nella pioggia.

È tempo… di morire. »

Blade Runner

“Io sono di sinistra malgrado la sinistra Radical Chic.”

Questa mia lettura non convince, mi raccontano che altri volevano darmi una lezione, e che sono stanchi delle mie stranezze, ancora oggi dopo tanto tempo non capisco, il compagno numero uno messo alla gogna dai suoi figli, che tristezza. Spiego che “Zero operaio Music club” non vuole prendere in giro il leggendario Link, ma è una famosa scritta nella vecchia sede del Leoncavallo e mi è rimasta dentro, forse perché sono figlio del 77, forse perché sono il Padre e anche se il mio passato è stato resettato, questa macchia indelebile rimane incastonata nella mia coscienza.

Mi accusano di fare cose di destra, questi bigliettini in bianco e nero, frasi ambigue.

Rimango interdetto ok non sono un Radical Chic che vuol fare la rivoluzione, e non lo sarò mai, ma figli miei sbagliate bersaglio o c’è qualcosa sotto ed anche sopra che vi da fastidio del personaggio che mi sono costruito qui a Bologna.

Rimango solo con Silvia, gli altri se ne vanno, forse fiutano la catastrofe imminente, decidiamo di andare a casa sua. E’ un viaggio catartico, per Via dell’Indipendenza, la verità mi libera da un peso incredibile, la verità è che il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano, e così è stato. Incontriamo due poliziotti che hanno fame, ma non siamo commestibili. Silvia mi parla delle sue storie, spogliarelli in bar di provincia per scandalizzare, mi parla cercando un contatto, ma io cerco di liberarmi, le racconto il mio segreto la mia schizofrenia del linguaggio.

Ho superato la linea senza accorgermi, gli acidi mi hanno distrutto l’ego e non ho trovato una casa dove poter rinascere come uomo.

Ma era un segreto di pulcinella, la compagnia fittizia godeva delle mie sventure, della mia innocenza. Questi falsi amici ridevano e si approfittavano di una persona che stava male come un cane. Solo gli alternativi di ordine nuovo potevano farlo, solo gli eletti che confondevano il fascismo razzista di Evola con l’anarchia (il socialismo degli imbecilli alla massima potenza), solo loro potevano usare violenza su un Buddha postmoderno, Simonetti Walter, che chiamavano ebreo mongoloide.

Silvia rimane di sasso, adesso capisce il mio tormento, dice di aiutarmi, mi parla di un suo amico psicologo, siamo arrivati al suo appartamento.

Nascosto dietro un vicolo vicino al portone c’è un uomo, ci viene vicino. Ho paura per lei, gli dico che sono il suo ragazzo. E’ difficile convincerlo ma alla fine si arrende. Ma c’è qualcosa di strano, non era la prima volta che aspettava Silvia, avevo chiesto aiuto alla persona sbagliata, come può un folle essere aiutato da una ragazza fuori di senno. Nell’appartamento ci sono altre ragazze, la sorella della Malaria e altri prodotti dell’entroterra pesarese, l’élite dell’arroganza con troppa coca nel cervello per camminare con i piedi per terra.

Sono seduto per terra e dondolo la testa ogni volta che apro gli occhi non ricordo dove sono, rimaniamo soli mi legge dei passi di Q del Luther Blisset, mi fa capire che è un grande romanzo manifesto, per lei è un opera collettiva.

Poi molti parleranno a torto o a ragione di plagio di un autore maledetto, in Italia bandito condannato al rogo, chiamato anche Il Padre, Il Ringiovanito, La Stella del Mattino, il fratello numero Uno, il Colonnello Kurz, il diavolo in persona per la Chiesa, un esperimento dell’Ordine della stella per il Partito. Per me un ebreo rinnegato.

Un coglione fallito mi fa il nome della strega (assurdo) o di programmi del computer e di U. Eco, la verità è troppo dura per passare in questa repubblica delle banane.

Ho la lingua amara e una seta spaventosa in casa Silvia non ha niente che mi può interessare, esco e vado nel primo locale aperto. Ordino una birra e vedo una ragazza dai capelli biondi a caschetto, cerco ancora la verità (questo è un crimine per tanti). Parliamo un po’, le racconto il viaggio di questo sabato, del Link e di Silvia e ci provo.

Le dico che era lei la ragazza che cercavo, ma è uno sbaglio, sono il fumo negli occhi per la biondina, uno spettro, un nemico un capro espiatorio.

Torno all’appartamento di Silvia, ma per la strada dei ragazzi in motorino mi vengono dietro, ho paura scappo penso al peggio, ma invece son gli amici di Roberta la ragazza che avevo conosciuto a Fano alla Fuente (un locale di cui non sento la mancanza). Mi dicono di andare con loro a trovare Roberta, non esce di casa, non sta molto bene problemi con la roba, credono che io possa aiutarla, un grosso madornale errore. Ma prima devo avvertire Silvia, appena entro in casa si fa avanti con uno sguardo indemoniato, c’è anche la biondina dai capelli a caschetto, sono amiche,  esplode in un turpiloquio minaccioso. Mi viene da ridere, non ho paura, vado via senza pensarci due volte, vado con quei ragazzi a trovare Roberta.

Andiamo fino al circolo Arci vicino a via Avesella, cerco di spiegare a quei ragazzi, che non sono in condizioni di vedere la loro amica, che la l’eroina è una brutta bestia e non sono il salvatore che aspettavano. Ma poi mi convincono, andiamo a casa sua, io rimango in macchina, esce Roberta insieme alla madre:

“ Ti lascio mia figlia mi ha parlato tanto di te fate due passi, mi raccomando state attenti.”

Facciamo due passi, le racconto che sono tornato a Bologna per lei, volevo rivederla ma non ero riuscito ha capire dove fosse quel circolo Arci. Dopo poco sclera, dice che sta male e non c’è la fa più senza una dose, che se non l’aiuto fa una sciocchezza. Non riesco ha tranquillizzarla, le dico:

“ Va bene per la coca ma niente eroina”.

Lei sembra rinascere va subito in cabina, a telefonare ad un suo amico con la scimmia sulla schiena. Andiamo all’appuntamento, arriva il suo amico e due giovani albanesi, entriamo in auto.

Faccio presente che sono ancora in stato confusionale il trip non mi abbandona, il ragazzo alla mia sinistra mi dice che questa polvere mi può aiutare a stare tranquillo. Qualcosa però non torna, non è coca ma ero, chiedo di scendere, ma ormai è tardi, le ultime parole famose:

“Roberta promettimi che smetterai con l’eroina, la prendo anch’io per non lasciarti sola”.

Il primo tiro, una botta incredibile, mi sento rigenerato.

Il giovane albanese alla guida di colpo diventa aggressivo tira fuori un coltello e senza mezzi termini mi dice che se non faccio altri due tiri di eroina mi taglia la gola. Comincia a parlare di storie vecchie, della falce e del bambino, di persone importanti che vogliono la mia testa.

Rischio l’overdose.

Il delitto perfetto

Ma chi è questo albanese? All’improvviso ricordo l’altro incontro avvenuto a Bologna nei mesi precedenti, aveva testato il terreno voleva vedere se la storia della mia amnesia era vera. Ricordo quello strano discorso, camminando sotto le stelle, mi aveva gelato il sangue.

Mi parlava di persone molto importanti in Italia che mi consideravano una scoria radioattiva, un pericoloso sovversivo, un demone da bruciare, un virus da debellare.

Mi accusavano dell’impossibile e forse anche delle disgrazie naturali. Un delitto perfetto perché nessuno indagherebbe e tanto meno ci sarebbero processi un suicido di Stato. La Tv e i media piangerebbero lacrime di coccodrillo per una tragedia della droga. E la rete virtuale? L’intelligenza collettiva di operaista memoria non protegge e non difende un demone impazzito un agente dell’ordine della Cultura, votato al nichilismo creatore ed alla sovversione della società tramite la Tiqqun del socialismo  scientifico, di cabbalista memoria.

In una parola il capro espiatorio. Il nemico del popolo e delle sue libertà.

Arriva l’ultimo tiro della polvere scura (ho superato 100 gr), è troppo e in poco tempo, mi sento pesante non riesco quasi più a parlare, muovermi. Mi lasciano davanti al Link in via Fioravanti, ho passato il limite, mi sembra di sprofondare, di morire, un ragazzo si avvicina capisce la situazione, chiedo aiuto:

“Sto male aiutami”.

Arriva la Malaria sbianca, quando capisce chi lo strippato sono io, riescono con difficoltà a mettermi in macchina. Penso di non farcela, ormai il mio viaggio è finito, ma la casa è vicina. Saliamo le scale finalmente siamo dentro l’appartamento, mi adagiano in un letto e mi fa prendere qualcosa, piano piano mi sento meglio.

La Malaria e la sua amica sono nell’altra stanza in piena agitazione, stanno parlando di me e della loro amica Silvia, un’incosciente a farmi andare in giro di notte a Bologna in quelle condizioni. La parola ambulanza mi fa sussultare e decido di tagliare la corda mi sento di nuovo in forze. In silenzio vado alla porta e poi giù nelle scale, esco mi guardo intorno, non sono lontano dalla stazione dei treni, e quindi dal Link, comincio a correre e in pochi minuti sono di nuovo li come in un delitto perfetto (ma la vittima designata ero io).

Ho più di un grammo di ero nel sangue, mi sento un sopravvissuto, un revenant tornato dall’Ade e mi comporto come tale.

Non faccia molta strada nel club i compagni mi prendono e mi dicono di seguirli in un privè alternativo,  esclusivo.

Credo che volessero darmi una lezione visto la mia irresponsabilità, ma io racconto la storiaccia dell’eroina, calzando sul fatto che mi avevano detto coca ed ero rimasto incastrato in quella situazione.

Alla fine questi volti, che per la prima volta si affacciano al capezzale dello sciamano pazzo, cominciano a raccontare la mia storia a Bologna. Dal militare alla notte delle 27 mila leghe sotto i mari, fino a questa sera maledetta dove sto rovinando la festa in mio onore.

Mi raccontano che sono stati loro a proteggermi nelle mie notti alcoliche, ad evitarmi il peggio, mi seguivano sempre, ovunque andassi, adesso i conti tornano, tanti di questi volti mi sono familiari. Avevo il sospetto che qualcosa non andasse nei miei sabati liberi a Bologna, ho pensato sempre al caso ma sbagliavo. L’amnesia di stato funziona.

Mi raccontano del 1996 di quei giorni dove sono esploso, del fatto che non ero e non sono amato dai vecchi militanti del movimento, né dagli anarchici che mi considerano un traditore, né da tanti stranieri che mi pensano ebreo, l’ebreo che ride.

E poi quei bigliettini da visita, loro pensavano che volessi denigrare questo bel locale alternativo, provocare i provocatori, io gli rispondo che mi piace venire qui, la musica, l’ambiente, le gente che balla elettronica sul fumo dolce.

Sono un provocatore? Si, la vita mi ha fatto diventare uno strano freak, mio malgrado, se vengo qui a Bologna il sabato è perché devo allontanarmi dall’infamia di quella cittadina, di quell’isola felice.

Ci sono anche dei vip nella sala, la cantante, il chitarrista dei Prozac + e un ex marxista leninista ora infiltrato della polizia con il look da alternativo, una faccia già vista purtroppo. Intanto gli altri mi dicono di attendere nella saletta con la bella di Acido Acida. Mi sta a sentire nel mio farfugliare allucinato e mi racconta che tanti anni fa sono stati dalle mie parti ed hanno avuto un esperienza brutta con un ragazzo, secondo lei un pazzo assassino, che gli aveva terrorizzati, mai conosciuto. Forse le faccio tenerezza e mi bacia, ma quando i nostri corpi si stavano prendendo pericolosamente, arrivano gli altri e rivolti alla cantante:

“Che stai facendo? Stai lontana da quel pazzo, c’è gente che lo vuole fuori di qui, noi non entriamo in questa storia di merda …”

Rimango perplesso, in poche parole mi dicono di sloggiare, sembrano tutti spaventati, dalla porta si affacciano degli uomini in nero sembrano contenti:

“Finalmente sei finito nella trappola, non hai scampo … dovrai uscire da questo posto?” .

Non ho paura, sono strafatto, vampate di calore anestetizzante mi colpiscono tra delirio e santità la mia mente rifugge ogni responsabilità. Dopo questa scossa per fortuna incontro un altra ragazza di nome Libertaria, in realtà mi stavano cercando anche loro, due punk anarchici (volti noti e poco amichevoli). Mi portano in giro, con la polizia alla calcagna, nei luoghi della Bologna sotterranea e nei locali strapieni di gente, in uno di questi ho baciato Dio (non era la prima volta) aveva la forma di Libertaria il nostro amore tossico non si può dimenticare.

Dalla pista in basso si sentono voci, urlano, un tipo tira fuori il tesserino dice di essere un poliziotto ma noi siamo in un’altra dimensione e scappiamo ancora. Arriviamo al fortino degli anarchici, è come aver preso una macchina del tempo e tornare alle mie radici dimenticate, l’Anarchista mi guarda e spiega la mia storia che nemmeno io conosco:

“Tu soffri di amnesia, ma non perché bevi, il tuo cervello è stato resettato, riprogrammato, violentato da uomini senza dignità mossi dall’odio razziale e dai grandi valori della nostra bella società borghese,  per renderti un vegetale che ha paura di tutto anche della sua immagine. Ma non sono riusciti nel loro intento sei un refrattario, un ribelle e un anarchico in un certo senso, questa è la tua indole la tua attitudine.”

L’anarchista continua:

“Qui a Bologna abbiamo due incognite una è Silvia, sono vent’anni che sopportiamo ogni sua follia, e l’altra sei tu per fortuna venivi su solo il fine settimana, bisognava seguirti ovunque soprattutto di notte, per te è pericoloso, ma non lo sai di essere un ex appartenente al Livello 14 un anti italiano e ti piaceva fare le sbronze a Bologna . Siamo anche riusciti ad allontanarti per un po’, ma purtroppo sei tornato (lo sapevamo), volevi sapere che ti era successo nel 96, da quello che so sei nella merda fino al collo e stasera sei esploso era inevitabile, se vuoi ci siamo noi ti aiutiamo noi a smettere.”

Intervengo: “E’ la terza volta che la prendo.”

Lui ride perché sa l’amara verità.

“Non pensare al passato noi non lasciamo indietro nessuno, gli altri tuoi “amici” del Link sono dei licantropi ti salteranno addosso e per due soldi e ti sacrificheranno, sono fatti così.”

E poi prendendomi alla sprovvista:

“Ascolta bene questa canzone…”

Mette su il disco e comincio a capire, ricordare in modo confuso, allucinazioni mi portano nel passato e nel futuro,  mi piace vedermi finalmente libero …

Gli anarchici

Non son l’uno per cento ma credetemi esistono

In gran parte spagnoli chi lo sa mai perché

Penseresti che in Spagna proprio non li capiscano

Sono gli anarchici

Han raccolto già tutto

Di insulti e battute

E più hanno gridato

Più hanno ancora fiato

Hanno chiuso nel petto

Un sogno disperato

E le anime corrose

Da idee favolose

Non son l’uno per cento ma credetemi esistono

Figli di troppo poco o di origine oscura

Non li si vede mai che quando fan paura

Sono gli anarchici

Mille volte son morti

Come è indifferente

Con l’amore nel pugno

Per troppo o per niente

Han gettato testardi

La vita alla malora

Ma hanno tanto colpito

Che colpiranno ancora

Non son l’uno per cento ma credetemi esistono

e se dai calci in culo c’è da incominciare

Chi è che scende per strada non lo dimenticare

Sono gli anarchici

Hanno bandiere nere

Sulla loro Speranza

E la malinconia

Per compagna di danza

Coltelli per tagliare

Il pane dell’Amicizia

E del sangue pulito

Per lavar la sporcizia

Non son l’uno per cento ma credetemi esistono

Stretti l’uno con l’altro e se in loro non credi

Li puoi sbattere in terra ma sono sempre in piedi

Sono gli anarchici

Non son l’uno per cento ma credetemi esistono

Stretti l’uno con l’altro e se in loro non credi

Li puoi sbattere in terra ma sono sempre in piedi

Sono gli anarchici

Finita la canzone di Leo Ferré, un ragazzino si avvicina,  ricordo, non è la prima volta che ci incontriamo, si chiama Gippo, e come se fosse un vecchio saggio, mi accusa di un infinità di cose ma quello che più gli da fastidio è che sono un rinnegato, un traditore dell’anarchia. In quello stato confusionale riesco solo a dire

“Non ricordo nulla di tutte queste storie, ho difficoltà a credere che sia tutto vero e alla fine non ho mai tradito me stesso. “

Alla fine rivolto all’Anarchista racconto la mia ultima storiaccia:

“Quando saprete tutto di questa notte, mi salterete addosso anche voi e mi darete in pasto agli sciacalli”.

Ride e credo che sia un addio, è ora di andare all’ultima spiaggia di affrontare l’ultimo livello il 57. Sotto il ponte di via Stalingrado c’è il centro sociale più famoso di Bologna, la prima volta che  sono stato lì ad un Rave è stata un illuminazione, un esplosione di déjà vu,  era il posto che cercavo, che sognavo, mi bastava il mio spazio vicino al cassa enorme e ballare facendo capolino al bar ad innaffiarmi di birra, non chiedevo altro solo di essere libero senza bulli e deficienti addosso. Ricordo con piacere, ma allo stesso tempo rancore, un sabato del 1996 al Livello 57, quella notte avevo le stelle in mio favore, ero così innocente e carico di fiducia nel prossimo che sembrava il mondo intero darmi ragione. Due ragazze del centro sociale mi avevano preso in disparte, la ragazza più grande mi dice:

“Ti teniamo d’occhio da un po’ di tempo, hai bisogna di una mano, stai sempre a bere,  non ti devi buttare via, ci siamo noi due adesso ti lascio a lei”.

Era venuto il mio turno, mi avevano stregato, quella lontana notte le porte del mio cuore si erano aperte quella ragazza punk aveva risvegliato il mio amore sopito. Sapevano chi ero e, chissà perché, erano innamorati del piccolo uomo – diavolo. Ma nelle storie c’è sempre il terzo incomodo e poi il quarto e via di seguito. Ero troppo ingenuo e altri più svelti e stronzi hanno fatto in modo di allontanarmi per sempre dalle due ragazze.

E’ difficile raccontare tutto il resto, i ricordi svaniscono, la mia storia bolognese viene interrotta bruscamente nel 1997 dopo alcuni giorni passati in giro per Bologna insieme a dei ragazzi amanti della libertà, quella vera. Poi ricordo degli scontri duri con vecchi antagonisti e gli esuli forsempronesi lì a Bologna, la ciliegina sulla torta. L’odio non era mai cessato tra me e loro, ero sempre il deficiente, il pazzo, la femminuccia per  questi miei conterranei, a casa di uno di loro è scoppiata la lite dopo essere stato umiliato e provocato, ho solo distrutto due sedie e per questo mi hanno bandito e confinato dalla città più libera d’Italia.

Ma sono tornato per sapere, per capire il perché. Ora qui al livello 57 è notte fonda anche loro mi raccontano la mia storia, non capiscono perché ho stampato quei bigliettini da visita, perché ho attaccato i miei “amici” del Link, io di nuovo a difendermi era solo un gioco un banalissimo e stupido gioco. Mi parlano di quella ragazza punk e non è bello immaginare quello che non c’è stato tra di noi. Una sua amica mi racconta:

“Nei mesi scorsi l’hai anche vista ma non riconosciuta, ti seguiva, dopo che nel 1997 sei sparito ti ha aspettato ma poi quando non sei tornato se messa insieme al V.A.F. “

“Quel coglione? Un gullo fascistoide mio Dio…”

“Ci hai rimesso tu quella volta non doveva succedere… e ci sono anche altre persone che ti vogliono vedere”

Già altre persone…

Se non fossi un revenant ed il passato ed il futuro non appartenesse all’oblio del presente. Dovrei parlare di quella ragazza, che nel 1996 mi aspettava alla fine di Viale Indipendenza. Ma anche lei come altri ormai è un  sogno lontano.

Ricordo la visita al bar dell’Aurora (Wu Ming  54), gli sguardi e le parole d’odio di questi uomini, vedevo la paura nei loro occhi. Pensavano di esorcizzare il demone, l’ebreo rinnegato che ritorna sempre, ma non conoscevano le parole magiche, non conoscevano la dignità di Simonetti Walter.

Per fortuna c’è la Daniela che mi conforta e un’altra ragazza Silvietta (la figlia di un vecchio autonomo) non credo sappia bene chi sono veramente, ma è gentile tanto gentile. Forse è meglio dimenticare il passato, pensare alla mia nuova attitudine.  Aspetto che Daniela finisca i suoi lavori lì al Livello e poi mi porta in stazione mi dice che non mi può ospitare, il padre la metterebbe in croce. Il viaggio con il motorino quel mattino presto insieme a lei, allarga le mie percezioni mi vedo insieme a lei diverso felice, vedo un futuro che non si è mai realizzato. La Silvietta è curiosa vuole sapere cosa riserva il futuro, le mie allucinazioni cosa raccontano, tanto tempo fa sarei stato considerato uno stregone e un veggente oggi un drogato pericoloso. Passiamo prima al link a prendere la giacca e poi alla stazione ci diciamo arrivederci al prossimo sabato, ma la realtà è che sono provato, confuso, sfinito.

Davanti alla stazione vengo fermato da una pattuglia della polizia, penso non è servito a niente scappare tutta la notte mi hanno preso, ma non mi fanno nulla, solo questo discorso agghiacciante:

“Non ti facciamo niente oggi ma non vogliamo più vederti qui a Bologna se capita ne pagherai le conseguenze. Quei drogati dei centri sociali non possono difenderti, non ti illudere ti spacchiamo la faccia. Poi contatteremo delle persone laggiù dove vivi tu, gli diremo che sei morto, non è finita. Sei vivo ma non per molto, tu ancora non ti ricordi chi sei un anti italiano, hai tradito il nostro bel paese”

“Sei solo un anarchico stirneriano di merda”.

Poi se ne vanno, la paura rimane ma sento il mio corpo anestetizzato, rido senza motivo, vado al binario per tornare a casa finalmente.

Nel viaggio di ritorno sono come in trance. Il controllore capisce che non sono messo bene ma  io rido, vedo una donna che sta parlando i miei occhi la vedano diversa di nuovo allucinazioni sento una specie di desiderio verso di lei la mi fantasia chimica mostra un’altra dimensione.

Scendo a Pesaro trovo la mia macchina e metto su le cuffiette, per un po’ ascolto G. L. Ferretti ”C.O.D.E.X.” un martello di poesie a ritmo di techno.

Dopo 45 minuti sono a casa vado a letto cerco di non farmi vedere, penso che il sonno riparerà i guasti, penso:

“E’ incredibile ce l’ho fatta”

Ma qualcosa mi dice che non è finita, che i giochi sono aperti ed io sono in verità solo, vulnerabile un piccolo uomo diavolo.

«Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni in cui regna la civiltà capitalistica. Questa follia porta con sé miserie individuali e sociali che da due secoli torturano l’infelice umanità. Questa follia è l’amore per il lavoro, la passione esiziale del lavoro, spinta fino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie. Anziché reagire contro questa aberrazione mentale, i preti, gli economisti ed i moralisti hanno proclamato il lavoro sacrosanto. Uomini ciechi e limitati, che hanno voluto essere più saggi del loro stesso Dio; uomini deboli e spregevoli, che hanno voluto riabilitare quel che il loro stesso Dio ha maledetto. Io, che non mi professo cristiano, economista o moralista, non posso fare a meno di mettere a confronto il loro giudizio con quello del loro Dio; i precetti della loro morale religiosa, economica e libero-pensatrice, con le spaventose conseguenze del lavoro nella società capitalistica.» […]

Paul Lafargue

Vado al bagno mi guardo allo specchio e vedo un’altra persona che sta facendo capolino,  ha il volto dell’anarchia, drogata  fino alle viscere, che ha perso l’ultimo barlume di moralità. Solo un lucido bisogno di desiderio permanente. Dai miei occhi si sprigiona un alone di magia, vedo la via della mano sinistra. Ancora non ricordo il mio passato, non ricordo più cosa possono le mie parole. O solo iniezioni di memoria che decostruiscono il pensiero e l’azione.

Ed una risata dissacrante, beffarda che fa male ad ogni gesuita.

Sembro la redenzione attraverso il peccato, un messia perduto.

Sembro l’ultimo dei Mohicani che non vuole morire e si batte fino all’ultima goccia di sangue, per la propria anima maledetta.

Il misfatto

Sono le ore 12,30 (del 31 10 2000), in cucina c’è mia madre, che sta guardando il telegiornale, un servizio da Bologna parla della notte brava  di un giovane. Ricercato dalla polizia per atti osceni in luogo pubblico e per aver portato una ragazza in overdose di eroina. La polizia fa sapere che il giovane è di Milano. La giornalista fa un sermone contro la Cultura della droga. Io non riesco che a ridere, un lampo di memoria mi fa ricordare che, nella mia prima vita mi chiamavano il milanese. Paura e delirio a Bologna.

Documenti

“Una storia vera,  Argentina  i bambini rapiti  dalla Dittatura  militare”.

Storia delle Nonne – Abuelas de Plaza de Mayo

Il 24 marzo del 1976 le Forze Armate rovesciarono il governo costituzionale nella Repubblica Argentina attraverso un colpo di stato. Da quel momento il regime militare che si autodefinì “Processo di Riorganizzazione Nazionale” portò avanti una politica basata sul terrore. La sparizione, forma predominante attraverso la quale venne esercitata la repressione politica, colpì 30.000 persone di tutte le età e condizione sociale che furono sottomesse alla privazione della propria libertà e alla tortura, e tra loro centinaia di bambini sequestrati con i propri genitori o nati nei centri clandestini di detenzione dove vennero condotte le giovani in stato interessante.

La quantità di sequestri di bambini e giovani in stato interessante, il funzionamento di centri di maternità clandestini (Campo de Mayo, Escuela de Mecanica de la Armada, Pozo de Banfield, etc. Etc.), l’esistenza di liste di famiglie di militari in “attesa” di una nascita all’interno di questi centri clandestini e le dichiarazioni degli stessi militari dimostrano l’esistenza di un piano predeterminato, non solo fondato sul sequestro di adulti, ma anche sull’appropriazione indebita di bambini.

I bambini rubati come “bottino di guerra” furono registrati come figli legittimi dagli stessi membri delle forze repressive, abbandonati in qualche luogo, venduti o lasciati in istituti come creature senza nome N.N. In questo modo li fecero sparire annullandone l’identità, privandoli della possibilità di vivere con le famiglie e di tutti i loro diritti e della loro libertà.

L’Associazione Civile Nonne di Piazza di Maggio è una organizzazione non governativa che ha come obiettivo fondamentale quello di localizzare e restituire alle famiglie legittime tutti i bambini sequestrati e spariti a causa della repressione politica, creando le condizioni affinché non si ripeta mai più una così terribile violazione dei diritti dei bambini, esigendo allo stesso tempo una punizione per tutti i responsabili.

Niente e nessuno ci ha fermato nella ricerca dei figli dei nostri figli. Attività investigative si alternavano a visite quotidiane ai Tribunali dei Minori, Orfanotrofi, Casa Cunas e allo stesso tempo realizzavamo indagini specifiche sulle adozioni avvenute all’epoca.
Ricevevamo anche, e continuiamo a ricevere, le denunce che il popolo argentino ci invia, forma di collaborazione nell’attività di localizzazione dei piccoli.
Questo è il risultato dell’attività di sensibilizzazione e presa di coscienza della comunità.

Al fine di localizzare i bambini scomparsi le Nonne di Piazza di Maggio lavorano su quattro livelli: denunce e reclami alle autorità governative, nazionali ed internazionali, richieste giudiziarie, richieste di collaborazione dirette al popolo in generale ed indagini o ricerche personali. In questi anni di drammatica ricerca senza pause siamo riusciti a localizzare 80 bambini scomparsi.

Per il proprio lavoro l’Associazione si avvale di staff tecnici composti da professionisti in campo giuridico, medico, psicoloico e genetico.

Ognuno dei bambini ha una causa aperta nella Giustizia alla quale si aggiungono le denunce che via via si ricevono con il passare del tempo e che conformano elementi probatori che determinano la loro vera identità e quella dei responsabili del loro sequestro o del loro possesso illecito.

Per assicurare in seguito la validità degli esami del sangue abbiamo implementato una Banca di Dati Genetici, creata con la Legge Nazionale N. 23.511, dove sono presenti le mappe genetiche di tutte le famiglie che hanno bambini scomparsi.

Lavoriamo per i nostri bambini e per i bambini delle generazioni che verranno per preservare la loro identità, le loro radici e la loro storia, pilastri fondamentali dell’intera identità collettiva.

Presentazioni spontanee

Cosa succede quando un giovane si avvicina alle Nonne?

Ogni giovane che si avvicina alle Nonne di Piazza di Maggio lo fa perché ha un dubbio che non lo lascia tranquillo; “Sarò figlio di coloro che dicono essere miei genitori?”, e se non sono figlio loro “di chi sono figlio?”, “Avrò famiglia?”, c’è qualcuno che mi sta cercando?”. Queste sono alcune delle domande che ricorrono in ognuno dei ragazzi e ragazze che vengono alla nostra istituzione.

È per quello che molti si avvicinano con il timore di non sapere in cosa consiste nella pratica, la ricerca che le Nonne di Piazza di Maggio conducono.

Uno degli obiettivi delle Nonne è che ogni giovane che viene presso di noi abbia la possibilità di cominciare una ricerca sulle proprie origini in modo riservato e privato.

Una volta che il giovane viene all’Istituzione si realizza un colloquio per capire se si tratta di un caso di possibile ricerca da parte delle Nonne o meno. È per questo che la fascia di nascita o registrazione realizzate a partire del 1975 fino al 1980 è quello che riveste importanza, in quanto è possibile che un bambino nato durante quell’epoca sia figlio di desaparecidos.

Questa è una ricerca non facile visto che la maggioranza della documentazione che portano i giovani è falsificata. È per questo che, attraverso la CONADI (Commissione Nazionale per il Diritto all’Identità) che dipende dal Ministero della Giustizia, Sicurezza e Diritti Umani è possibile che questa ricerca sia concreta e che attraverso questa sia possibile richiedere documentazione nei distinti luoghi dove si intervenne per la registrazione del bambino, ordinare se necessario gli esami del sangue nella Banca Nazionale dei Dati Genetici che funziona presso l’Ospedale Durand in forma totalmente gratuita.

È quindi possibile iniziare la ricerca dell’identità di un giovane che è nato nel periodo compreso tra il 1975 ed il 1980 con l’operato della CONADI.

In questi anni la Commissione ha ricevuto più di 407 presentazioni spontanee, delle quali 58 sono state risolte. Di questi casi non tutti sono giovani ricercati dalle Nonne, molti sono stati incontrati dalle famiglie biologiche.

Invece se la persona che si avvicina è maggiore di 30 anni l’alternativa che esiste attualmente è una ricerca grazie ad un accordo che le Nonne di Piazza di Maggio hanno con la Defensoria del Pueblo de la Nacion (Difensore del Popolo della Nazione), dove si mette l’accento sul fatto che l’interessato possa recuperare la propria identità. Dove quindi non si tratta di un caso delle Nonne, visto che non si parla di desaparecidos.

Se hai dubbi sulla tua identità e credi di poter essere figlio di desaparecidos rivolgiti a dudas@abuelas.org.ar

Aspetto Genetico – L’IDENTITÀ

Tutte le persone nascono con un patrimonio biologico culturale e sociale trasmesso attraverso le generazioni precedenti., che configurano le loro caratteristiche essenziali come persona. Questo fa sì che un essere umano sia diverso da un altro, che tenga radici che lo legano al suo gruppo sociale di origine e presenti peculiarità determinate che, unite a ciò che acquisito successivamente con la maturità lo rendano un essere completo tendente all’equilibrio.

Tutto ciò che è stato menzionato precedentemente configura l’identità, che permette avere un riferimento come essere pieno nei confronti degli altri individui che costituiscono la società. Non esiste nessuna possibilità di cambiare, sradicare o sopprimere l’identità senza provocare danni gravissimi nell’individuo, turbamenti propri di chi, nel non avere radici, storia familiare o sociale, né nome che lo identifica cessa di essere chi è senza potersi trasformare in un altro.

Nel costante pellegrinaggio delle nonne per tutto il mondo, abbiamo cercato di sapere se esisteva qualche metodo specifico per determinare la filiazione di un bambino in assenza dei genitori.

Abbiamo consultato molti centri scientifici, fino a che alla fine negli Stati Uniti il Dr. Fred Allen del Blood Center di New York e l’Associazione Americana per il Progresso della Scienza di Washington, ci ha permesso di realizzare questi studi. Grazie a loro si trovò un metodo che permette arrivare ad una percentuale del 99.9% di certezza attraverso analisi specifiche del sangue. Hanno dato un grande contributo la Dr.ssa Mary Claire King e il Dr. Cristian Orrego dell’Universita’ di Berkeley negli Stati Uniti. Il risultato di questo studio si chiama “Indice di Abuelidad” (Abuela vuole dire nonna, quindi di nonnità) con riferimento alla nostra richiesta.

Durante gli anni’80 si studiavano:

  1. Gruppo sanguigno e RH
  2. Istocompatibilità (HLA, A, B, C, DR)
  3. Analisi degli enzimi eritrociti
  4. Analisi delle proteine plasmatiche

Nel corso degli anni ’90 si svilupparono metodologie tendenti a studiare direttamente il materiale genetico delle persone che partecipano di questi studi di identità. Questo e´il DNA presente nelle 23 coppie dei cromosomi delle cellule. Queste nuove metodologie permettono di arrivare probabilità di vincoli biologici molto maggiori che con gli studi sopra menzionati, anche se nelle situazioni in cui ci si trova si può contare solo su pochi parenti lontani della persona la cui filiazione si mette in discussione.

Che tipo di marcatori si studiano nel DNA delle persone?

Oggigiorno, i marcatori polimorfici più studiati e accordati tra i distinti laboratori nel mondo sono i marcatori microsatelli o STR. Questi marcatori si trovano presenti in tutti i cromosomi di una persona, compreso nei cromosomi sessuali X e Y.

Questi marcatori presentano una enorme variabilità tra le persone. Per ognuno di questi marcatori STR (escluso per quelli dei cromosomi sessuali) una persona eredita due alleli o caratteristiche, uno di questi alleli proviene da suo padre biologico e l’altro da sua madre biologica. Questi padri a loro volta hanno ereditato dai loro genitori (o nonni biologici) della persona che cerca la sua identità.

Per quei casi nei quali i genitori sono assenti e solo esistono familiari più lontani (caso nonni paterni e/o materni, fratelli, mezzi fratelli, cugini, zii), è possibile analizzare oltre agli STR nei cromosomi non sessuali, gli STR presenti nel cromosoma Y. Questi STR definiscono la linea paterna. Cioè, il cromosoma Y lo trasmette ad un uomo con la discendenza. Quindi, se abbiamo solo un nonno paterno ed un possibile nipote maschio, questi condivideranno gli stessi alleli per il cromosoma Y. Lo stesso si può fare con un figlio maschio del padre assente, con un fratello maschio del padre o con figli di questo fratello maschio (possibili cugini).

Nei casi in cui siano presenti sorelle femmine della madre assente, o una possibile nonna materna, è possibile studiare la linea materna attraverso lo studio della sequenza del DNA mitocondriale. Questo DNA mitocondriale si trasmette da donna a figli tanto maschi come femmine. Quindi, sia la nonna materna o qualsiasi figlio di questa, avranno lo stesso DNA mitocondriale, il quale verrà comparato con il DNA della persona che sta cercando la sua identità.

Studiando un gran numero di STR siano di cromosomi non sessuali e di cromosomi sessuali ed il DNA mitocondriale, si possono ottenere probabilità di paternità, fraternità, nonnità, etc., etc., sufficientemente alte per confermare praticamente un vincolo biologico.

Nell’Ospedale Durand di Buenos Aires, nella Repubblica Argentina, esiste un laboratorio che da tempo realizza le analisi emogenetiche per l’Istituzione. Forma parte del servizio Immunologia equipaggiato materialmente e professionalmente per realizzare gli esami sopra menzionati.
Negli ultimi anni sono molti i laboratori in Argentina che lavorano su studi di identità, con la partecipazione di società nazionali ed internazionali, tanto per controllare la qualità del lavoro quanto per creare uno standard dei sistemi che mondialmente si utilizzano per studi di identità e genetica forense.
L’aiuto della Comunità Scientifica Internazionale è fondamentale per arrivare ad offrire questi studi.

È compito delle Nonne di Piazza di Maggio collaborare nell’equipaggiamento di detto servizio di Immunologia attraverso donazioni apportando allo stesso tempo i reagenti necessari per ogni studio.

BANCA NAZIONALE DI DATI GENETICI

Abbiamo elaborato insieme a vari organismi governativi, al fine di garantire la possibilità ai bambini sequestrati dalla dittatura militare di recuperare la propria identità, un Progetto di Legge riferito ad una Banca Nazionale di Dati Genetici di familiari di bambini scomparsi. Questo progetto è stato presentato con carattere prioritario di fronte al Parlamento dal Presidente della Nazione. La nostra Istituzione ha dato attivamente impulso a questo progetto e convertito alla fine nella Legge Nazionale N. 23.511 nel maggio del 1987. Il suo regolamento è stato sancito nel 1989.

Questa Legge ci permette di avere condizioni pratiche stabilite che rendano possibile l’identificazione dei nostri nipoti, anche se non ci saremo più, visto che è impossibile sapere quando saranno localizzati; in alcuni casi saranno i bambini, già adulti, coloro i quali troveranno la vera storia circa le loro origini.

Questa Banca avrà come funzione quella di immagazzinare e conservare i campioni di sangue di ognuno dei membri dei gruppi familiari al fine di rendere possibili gli studi che verranno a svilupparsi nel futuro. Tenendo in considerazione l’aspettativa di vita attuale in Argentina, questa Banca Nazionale di Dati Genetici dovrà funzionare per lo meno fino all’anno 2050.

Area Psicologica

I nostri psicologi dicono che di tutte le parole che il bambino ascolta ce n’è una che riveste una importanza fondamentale: IL SUO NOME

Già alla nascita il nome contribuisce in maniera decisiva alla strutturazione dell’immagine del corpo. Il nome è la prima ed ultima parola in relazione alla propria vita con se stesso e con gli altri. Nome che rappresenta desiderio e legge. È storia e luogo per lo stesso soggetto. Da queste considerazioni la gravità che implica la privazione del nome e la sostituzione con un altro.

Mantenere la clandestinità di qualcosa, occultandola al fine che altri non la sappiano è funesto. E ciò che è funesto rappresenta una forma di terrore che affonda radici nell’antico, nel familiare. Rimanda a ciò che si definisce “il segreto della famiglia”. Il bambino convive con qualcosa che ignora che però gli provoca una percezione inquietante.
Gli esecutori dello sciagurato atto, coloro che conoscono il segreto sono, in un certo modo, insensibili agli effetti dell’orrendo. Loro stessi rappresentano l’atto sciagurato soprattutto se riescono a garantirsi l’impunità a cui ambiscono.

È di fondamentale importanza capire che le conseguenze del sequestro dei bambini colpiscono la società nel suo complesso, quella che in particolar modo nel suo ambito infantile è stata testimone della distruzione dei suoi sistemi di difesa e protezione che lo Stato ha il compito di garantire uno sviluppo sano ed armonico.

La scomparsa, la sparizione di anche solo un bambino per opera dello Stato determina una frattura nelle strutture di sicurezza che l’infanzia richiede.

Diritto all’Identità

Introduzione

La dittatura militare che si insedia in Argentina il 24 di Marzo del 1976 sistematizza una pratica di persecuzione politica inedita, “la sparizione forzata di persone” ed il loro omicidio successivo, operato da gruppi specifici nei quali erano coinvolti tutti i settori del potere.

Con la suddetta pratica definita con il nome di “sparizione forzata di persone” e con la instituzionalizzazione di campi di concentramento e sterminio (arrivarono a raggiungere il numero di 465 in tutto il Paese) viene organizzata una modalità repressiva del potere. Tale modello di potere …….è tipico di questo secolo e fu inaugurato dal regime nazista durante la seconda guerra mondiale e funzionò da potere totalizzante, padrone, dunque, della vita e della morte.

Fece della violenza una pratica di vita in cui il terrore e la paralisi destrutturano il tessuto sociale. Il trauma vissuto, vero e proprio genocidio, affetta tutta la comunità convertendosi in un trauma storico.

Genocidio è un termine coniato da Raphael Lemkin, a radice del nazismo, e si descrive come un crimine contro il diritto della gente, sia commesso questo in tempo di pace o di guerra. E’ l’esercizio criminale della sovranità statale.

E’ necessario interrogarsi su quali siano gli effetti che produce nella dimensione soggettiva questo tipo di trauma storico, con l’aggravante che il potere totalitario non si è mai assunto la responsabilità dell’accaduto, negò la propria pratica burocratica di burocratizzazione della morte. Per loro, infatti, non esistono nomi, corpi, morti, archivi responsabili.

La democrazia da un lato porta alla creazione della CONADEP ed il Giudizio ai Comandanti responsabili dell’Aeronautica, della Marina e dell’Esercito ed ai repressori, dall’altro si firma la Ley de Punto Finale (Legge di Punto Finale), quella della Obediencia Debida (Obbedienza Dovuta) e gli Indultos (Indulti).

Una delle modalità della violenza repressiva è stata la frattura generazionale. Dietro la protezione della “famiglia” si presero alcune famiglie, quelle dei 30.000 desaparecidos e dell’incirca 500 bambini, oggi giovani, appropriati, producendo in tale maniera una rottura nel sistema parentale:

  • Spariscono uno o più membri della famiglia, rappresentanti o varie generazioni.
  • Come fattore inedito nella modernità queste sparizioni riguardarono minorenni sequestrati con i loro genitori e neonati nati durante la prigionia da madri allora in stato interessante. Questi bambini furono separati dai loro famigliari ed appropriati da persone in maggioranza connesse con il potere militare.

Questa frattura storica negli antenati e nei discendenti crea un gap nella dimensione simbolica, visto che non esistono spiegazioni per i fatti o spiegazioni falsate? che inducono al senza senso visto che impedisce definire l’origine della aggressione, pratica che il potere totalitario utilizza affinché la responsabilità appaia come proveniente dall’aggredito. Manipolazione di corpi e di discorsi come metodo di distruzione della dimensione soggettiva che induce alla sottomissione.

La solidarietà che si generò intorno a questi fatti permise una forma de organizzazione sociale che produce un punto di rottura nello Stato totalitario, in quanto l’azione delle Madri e delle Nonne nel momento in cui si rendono pubbliche nella Plaza de Mayo rende evidente qualcosa che era destinato solamente ad una dimensione privata, alla dimensione privata del desaparecido, alla dimensione privata della famiglia del desaparecido.

Scenario pubblico all’interno del quale circolano storie rese note dalle Madri e dalle Nonne che invitano ad un riconoscimento dell’accaduto, all’esigenza di giustizia e ad una memoria che sembrava essere allora innominabile.

Posizione attiva che rappresenta un maniera di resistere al potere ed un modo di trasformare la posizione del desaparecido che, sottratto alla dimensione privata ritorna nell’ambito sociale come esigenza primaria di riapparizione con vita e maniera di eliminare l’insensatezza ma anche modo di uscire dalla fragilità psichica per la mancanza di appoggio in ambito sociale.

Dobbiamo ricordare che rimangono ancora desaparecidos circa 500 giovani. Sono i desaparecidos vivi di oggi che vivono “dall’altra parte della parete” nella moltitudine di “campi” (convivenza con coloro che li hanno sottratti) che sono stati disseminati all’interno della società. Desaparecidos vivi sottomessi a permanere nell’ignoranza della loro origine familiare, fondata sull’omicidio dei genitori e sul loro conseguente furto:

  • Alcuni furono sequestrati con i loro genitori
  • Altri sono nati in cattività da madri sequestrate quando già in stato interessante. Le testimonianze dei sopravvissuti, di medici ed ostetriche ci dicono che le donne in stato interessante sequestrate partorivano imbavagliate, con gli occhi bendati, mani e piedi legate e venivano indotte al parto o veniva praticato loro un parto cesareo non necessario. A seguito del parto il neonato veniva separato dalla madre ed appropriato illecitamente.
  • Ci furono bambini abbandonati presso vicini che localizzarono le loro famiglie per restituirli
  • Allo stesso tempo ci furono vicini che non conoscendo i famigliari protessero i bambini fino a che riuscirono a trovarli attraverso le Nonne di Piazza di Maggio
  • Altri bambini furono consegnati ad istituzione pubbliche come NN (senza nome) e dati in seguito in adozione. In seguito alcuni di coloro che avevano adottato bambini, sospettando della possibile origine degli stessi, si misero in contatto con le Nonne di Piazza di Maggio. In questi casi si considerò che avendo agito in buona fede fosse possibile mantenere, previo accordo con la famiglia di origine ed in stretto contatto, la convivenza del bambino con la famiglia adottante. Queste situazioni si risolsero senza l’intervento della giustizia.
  • Ci furono anche vicini che si appropriarono dei bambini impedendogli di arrivare a conoscere la loro vera storia. Questi casi (quando il bambino fu localizzato dalle Nonne di Piazza di Maggio), si risolsero con il ricorso alla giustizia che ordinò, a seguito della prova di istocompatibilità sanguigna, la restituzione alla famiglia di origine.
  • Ci furono anche situazioni in cui i familiari della linea materna o paterna mantennero il bambino senza comunicarlo, per timore o per il fatto di ignorare i dati dell’altra parte della famiglia. Ci furono situazioni risolte dall’istituzione ed altre nelle quali, una volta ritornata la democrazia, iniziò la ricerca della restante famiglia.

Su questi bambini si esercitò violenza considerando che:

  • furono brutalmente separati dai loro genitori, visto che non furono abbandonati ma rubati ed appropriati illegalmente
  • ci fu occultamento dell’identità, incluso cambio di nomi e cognomi, di data di nascita ed in alcuni casi cambio di età, vennero inscenati parti con falsificazione di certificato di nascita
  • adozioni apparentemente legali, visto che i bambini che furono abbandonati nelle diverse istituzioni e considerati NN, nonostante si sapesse l’origine del bambino
  • bambini assassinati durante il sequestro
  • bambini in gestazione assassinati nel ventre materno
  • tortura, violenze sessuali, vessazioni a donne in stato interessante
  • convivenza con coloro che si erano appropriati del bambino che ottengono un vincolo fondato sulla sparizione forzata e omicidio successivo dei genitori.

La violenza imposta venne accresciuta attraverso la minuziosa pratica dei sottrattori e degli apparati dello Stato basata sull’eliminazione di ogni legame con la vera origine.

Secondo i dati in nostro possesso, i casi denunciati e documentati sono 250. Dei quali 80 sono stati risolti dalle Nonne di Piazza di Maggio. Attualmente i giovani restituiti sono: 41. 9 i bambini localizzati assassinati, in pratica giudiziaria, 7 ed in convivenza con la famiglia di “allevamento”, 14.

Supponiamo, però, che il numero di giovani sottratti sia intorno a 500, visto che in molti casi non si passò ad una denuncia.

Un fenomeno recente è dato dal fatto che molti giovani, dubitando della loro origine, chiedano di essere sottoposti ad analisi. In questi ultimi si sono rivolti all’istituzione delle Nonne o alla Commissione Nazionale per il Diritto all’Identità circa 570 giovani.

PSICOLOGIA E DIRITTO

Con la sparizione sistematica di minori d’età lo Stato Argentino ha violato la Dichiarazione Universale di Diritti Umani approvata dalle Nazioni Unite nel 1948, articolo 1 e 16, Patto Internazionale dei Diritti Economico, Sociali e Culturali approvata dalle Nazioni Unite nel 1966, parte III, articolo 10, il Patto Internazionale di Diritti Civili e Politici approvata dalle Nazioni Unite nel 1966, articolo 23 e 24 e la Convenzione Americana di Diritti Umani, Patto di San Jose´di Costa Rica del novembre del 1960, articolo 17 e 18. Allo stesso modo si violarono, dal punto di vista del diritto interno, diversi articoli della I parte delle Dichiarazioni e Garanzie della Costituzione Nazionale.

Il diritto Penale non ha ancora legiferato sulla “sparizione forzata di persone” anche se in relazione a minori esistono delitti contemplati:

  1. delitto di sottrazione di minore, articolo 146;
  2. delitto di soppressione e supposizione di stato civile, articolo 139;
  3. delitto di falso ideologico in atto pubblico, articolo 292 e 293;
  4. delitto di privazione illegale di libertà, articolo 142.

Durante la instaurazione della democrazia e su pressione delle Nonne di Piazza di Maggio si promulga la legge 23511 nel 1987 che crea la Banca Nazionale di Dati Genetici. In questa Banca si conservano campioni di sangue dei familiari dei casi documentati dal giovane che voglia ricercare la propria identità. Tale Banca ha come obiettivo quello di realizzare rapporti e pareri tecnici, realizzare perizie genetiche su richiesta giudiziaria per determinare l’identità di un minore che si pensi figlio di desaparecidos.

Il governo argentino promulgò due leggi relativi alla politica dei Diritti Umani: la legge 23492 del Punto Final (Punto Finale) che stabilisce prescrizione per l’azione penale e la legge 23521 di Obedencia Debida (Obbedienza Dovuta) nell’anno 1987 che limita il giudizio dei delitti commessi durante il Terrorismo di Stato alle alte gerarchie. Fu escluso da queste leggi il delitto commesso per sostituzione di stato civile, sottrazione ed occultamento di identità, delitti molto vicini alla sparizione che però non vengono nominati; dunque le cause penali che si istruiscono per un minore scomparso non vengono contemplate da queste leggi. Inoltre questo tipo di delitto è permanente e quindi non dovrebbe essere soggetto a prescrizione.

All’interno della Convenzione Internazionale per il Diritto dell’Infanzia approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 si promosse l’inclusione degli articoli 7, 8 (conosciuti come argentini) e l’11 del diritto all’identità caldeggiato dalle Nonne di Piazza di Maggio.

Vedere Convenzione Internazionale per il Diritto dell’Infanzia

I minori appropriati furono sottratti da un sistema di parentela ed inseriti violentemente in un altro che rinnega quello creato dai genitori. Atto protetto dal Terrorismo di Stato nel quale il trionfo sui genitori desaparecidos deve prolungarsi ben oltre la sparizione. Così il bambino viene sottomesso ad una relazione che rinnega l’accaduto, visto che gli autori del fatto illecito o complici, si comportano come se niente fosse successo, sapendo che la relazione si basa sull’omicidio dei genitori.

Per il Diritto il vincolo filiale è un vincolo costituito dalle istituzioni giuridiche. La filiazione è un concetto che deve essere trattato come “principio politico di organizzazione” che permetta l’annodamento del biologico, del sociale e del soggettivo. Non è solo necessario nascere in quanto la vita deve essere istituita. Istituire la vita è fabbricare il vincolo istituzionale; questo è opera della genealogia che permette sostenere il filo della vita e che ricorda al soggetto la sua collocazione nella specie e produce per la società dell’umano vivo.

La genealogia indica l’insieme dei sistemi istituzionali fabbricati dall’umanità per sopravvivere e diffondersi. Istituire implica la normatività, la cui esigenza sarà l’esistenza di una cornice di legalità che garantisce la conservazione della specie. L’arte di governare, è l’arte di intessere una legalità affinché nasca una persona, che possa soggettivarsi e fare sì che la vita possa trascorrere fino alla morte. La specie si propone al soggetto umano attraverso la genealogia. È la legge che assegna un padre ad un figlio in virtù della presunzione legale che così la stabilisce. La umanità è la successione di padri e figli e la filiazione è il montaggio della catena umana.

Il diritto romano parla di istituire la vita. Dalla psicoanalisi (teoria che ha permesso di teorizzare i processi di soggettivizazione della persone) mutuiamo le operazioni di soggettivizzazione necessarie affinché il piccolo organismo si umanizzi.

EFFETTI PSICOLOGICI DEL TERRORISMO DI STATO

La famiglia è l’ambito in cui si sviluppa l’essere parlante e ricopre un ruolo primordiale nella trasmissione della cultura. Il simbolico, che precede la nascita del soggetto, è la funzione ordinatrice della cultura che divide l’uomo dalla natura, inscrivendolo dal principio nel linguaggio, legge fondatrice le cui interdizioni fondamentali sono il divieto ad uccidere ed il divieto all’incesto, e nella struttura parentale che regolano le differenze di sesso e delle generazioni.

Il bambino alla nascita per la sua prematurazione avrà bisogno della funzione materna e paterna per vivere. Ma lo scambio tra la madre ed il neonato non avrà luogo solo nel terreno dei bisogni (alimentazione, pulizia, etc.) visto che le richieste di cura del bambino rivolte alla madre si inscrivono nel linguaggio e si convertono in richiesta d’amore.

Per la madre la sua relazione con il bambino avrà il segno di un interesse particolarizzato per lui, che è indice di investitura libidinare. In relazione al padre, la sua funzione sarà in relazione al nome del padre ed è vettore di una incarnazione della legge nel desiderio, in quanto proibisce l’incesto umanizza il desiderio ed è lui che, in quanto desiderante, si rende responsabile delle proprie azioni.

Il neonato per costruirsi soggettivamente si identificherà primariamente con i propri genitori, da loro riceverà un segno simbolico, traccia identificatrice che gli permetteranno essere. Verrà marcato con un nome, inscrizione simbolica che non si riduce solo al nome ma include l’etimologia del cognome e la storia familiare, perché uno si nomina come è stato nominato e al nominarsi nomina la relazione di uno con i suoi progenitori, quella che lo incluse nell’ordine delle generazioni. Identificazione che è una inscrizione inconscia che ha una efficacia simbolica, che particolarizza ed impedisce la ripetizione dell’identico. In ogni inscrizione si marca il luogo che il soggetto occupa nell’ordine delle generazioni, che è unico e che apre il cammino a nuovi anelli di una catena del sistema di parentela.

È in questo senso che dalla psicoanalisi possiamo pensare all’identità: essere inscritto dai genitori nel sistema di parentela riconoscendo l’uguaglianza e la differenza. Poiché soltanto essendo differente il soggetto può particolarizzarsi. Il soggetto non si può pensare né come autoprocreato né come identico a un altro visto che al nascere, sostenuto dal desiderio dei genitori, soggettivarsi sarà come prodursi come soggetto nuovo.

Sappiamo che con i bambini desaparecidos si produsse una falsa filiazione protetta nel terrorismo di stato e venne impedito loro il diritto a vivere nella loro famiglia. Non ebbero la possibilità di vivere con i loro genitori che furono prima fatti sparire e poi assassinati e nemmeno ebbero la possibilità di essere allevati con i famigliari dei genitori, le loro nonne e nonni, i loro fratelli, i loro zii: coloro i quali non rinunciarono mai alla loro ricerca e alla verità. Denunciarono le sparizioni, la falsità, l’appropriazione, denunciano e reclamano giustizia e diritto all’identità.

Ricordiamo con le Nonne la nostra obiezione e ripudio di fronte gli eventi che produce il terrorismo di stato, è etico. Ciò che è successo è qualcosa che non possiamo accettare, la persistenza di una memoria viva è nostra responsabilità.

Ciò che è successo, lo smantellamento del diritto delle persone per sparizione ed omicidio e l’appropriazione di bambini, oggigiovani ed ancora desaparecidos ha condotto ad una rottura del sistema umano di filiazione, è un massacro dei vincoli ed una frattura della memoria. È nostra responsabilità segnalare il danno al quale sono stati e seguitano ad essere sottoposti i giovani scomparsi. Nello stesso modo c’è da segnalare e denunciare il danno a cui siamo sottoposti come società.

Sappiamo che nel vincolo che creano coloro che si sono appropriati dei bambini, oggi  giovani, funzionano processi di identificazione, non possiamo negare i suoi marchi, le iscrizioni che effettuarono coloro che si sono aggiudicati impunemente le funzioni materne e paterne nella condizione indifesa del piccolo soggetto che ha bisogno dell’Altro per vivere per non cadere nel marasma e nella morte.

Usurpazione dell’amore che rinnega (in quanto meccanismo perverso) che l’origine del vincolo si basa nella sparizione e nell’omicidio dei genitori e che allevando i bambini come propri consumano un’altra maniera di sterminio, funzionano “come se” niente fosse successo e mantengono durante gli anni l’occultamento dell’origine fraudolenta.

L’appello delle Nonne al diritto all’identità non è solo la richiesta di un ordinamento simbolico istituzionale che risponda alla forza della Legge che essendo uguale per tutti fonda una comunità etica e politica. Insistere nella restituzione a questi giovani dell’identità implica il riconoscere quello che è stato vissuto con chi se ne è appropriato, di coloro che furono privati con l’omicidio dei propri genitori e che questo è irrecuperabile. Non si può cancellare magicamente l’usurpazione ed i marchi che nello psichico produssero, però è possibile creare uno spazio per costruire una verità storica che impedisca l’assassinio della memoria.

È dire no alle forme criminali di soggettivazione, è rendere pubblici fatti che si ritenevano privati ed occulti, è esigere una risposta giuridica e sociale. È esigere uno per uno dei loro nipoti che hanno nome e cognome, che hanno un volto così come ebbero un nome ed un cognome i loro genitori, ebbero un volto, una famiglia ed una storia. È esigere un lavoro di storicizzazione dove la relazione tra la memoria e l’oblio possa essere soggettivata in un discorso. Lo stato terrorista trovò nella sparizione forzata di persone la sua principale risorsa di gestione. Far scomparire bambini, privarli delle proprie famiglie, della loro storia, del loro nome, del loro corpo, della loro voce.
La rinnegazione di un origine e di un atto che nella persistenza nel sociale è rinnegazione della rinnegazione. Nel farli sparire per inscriverli come altri si produce un altro modo di filiazione che è l’ottimizzazione razionale della reclusione. Viviamo in democrazia ma la dittatura non è qualcosa di passato fino a quando ci saranno giovani scomparsi ed apparsi in un altro sistema parentale. Walter Benjiamin diceva che gli uomini ritornano muti dall’orrore, senza niente da raccontare. Crediamo che le Nonne di Piazza di Maggio con il loro lavoro tentano di rendere intellegibili i segni del terrore nel tentativo di risalire??? Di quello che è successo e per mantenere viva la memoria la sua memoria come una lezione che non deve dimenticarsi in tempi in cui si sopporta male la memoria dell’accaduto.

Simonetti Walter

Biografia ucronica

Simonetti Walter, nato a Milano il 07/01/1971, è un demone implacabile della negazione, un portatore di luce, appartenente suo malgrado all’Ordine Galattico della Stella “La Cultura”, chiamato anche “Gli Illuminati”. Ultimo dirigente del Partito dell’Anarchia, mascotte del movimento del 77,  cresciuto dai “cattivi innominabili maestri”. Discendente di un popolo maledetto che arriva dall’antica Sumeria, di origini extraterrestri, gli Anunnaki. Tra i suoi antenati troviamo  Zorasrtaini,  Zeloti e i Nizariti detti anche Assassini.  Per semplificazione viene considerato un ebreo rinnegato.

Un esperimento genetico lo ringiovanisce di 4 anni: nasce per l’anagrafe l’11/05/1975 a Fossombrone. E’ soggetto a multipersonalità e risulta essere per gli scienzati immortale e immorale. La super intelligenza artificiale che sprigionava, e la sua memoria, tramite interventi di lavaggio del cervello e controllo mentale, se ne va per sempre all’inferno. La dislessia l’accompagna per il resto della sua vita. Ma resta un individuo Unico, speciale, terrorista poetico, spia ed agente provocatore doppiogiochista dello SDECE, e gola profonda al servizio della Stasi, cacciato con disonore dalla Legione Straniera.

La pubblicazione nel 2007 di blog su internet segna per Simonetti Walter (l’ebreo che ride) la fine della militanza in progetti più direttamente postsituazionisti (e politici O_O) nella scena subavanguardista internazionale. Vere e proprie T.A.Z (1977-2000), come quelle del Consiglio degli Unici, l’intervista al Moro con il vecchio della montagna, la morte del demone postmoderno, il Livello 14, il gruppo TNT e i freak di Lucifero, il Nuovo Ordine Mondiale, Gli Illuminati sezione mongoloidi di Fossombrone (la compagnia fittizia). Poi proseguita fino al 2006 con la diffusione di bigliettini da visita locandine in luoghi strategici, magici (locali alternativi, centri sociali, vie e piazze di Bologna, Fano, Rimini, Firenze, Milano, Parigi, la Realidad).

Ma “Simonetti Walter” non è solo un ex anarchico stirneriano: é anche il nome di una leggenda metropolitana, una setta ipersegreta, piccola comunità iniziatica (macchina desiderante nomadica), che raccoglieva attorno a Walter alcuni dei suoi amici e collaboratori. Su questa setta (società pirata), realizzazione di una “violenta congiura dissacrante” che sarebbe stata fondata addirittura sul sacrificio umano di una vittima consenziente, un importante dossier in gran parte inedito fa ora per la prima volta piena luce in queste pagine postmaterialiste.

“Fa ciò che vuoi “

Indice

_Prefazione                                    pag  3

_Paura e delirio a Bologna          pag  7

_Documenti :

_Abuelas de plaza de mayo         pag  48

_Simonetti Walter                        pag  70

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