GILLES DELEUZE PREFAZIONE ALLA TRADUZIONE INGLESE DI NIETZSCHE E LA FILOSOFIA

PREFAZIONE ALLA TRADUZIONE INGLESE DI
NIETZSCHE E LA FILOSOFIA

GILLES DELEUZE

Risulta sempre emozionante per un libro francese essere tradotto in inglese. È un’opportunità che si presenta all’autore per considerare, dopo diversi anni, l’impressione che gli piacerebbe provocare in un insperato lettore al quale si sente al contempo molto vicino e molto svincolato.
Il destino postumo di Nietzsche ha dovuto confrontarsi con due ambiguità: il suo pensiero è stato precursore del fascismo? E il suo pensiero era realmente filosofia o si trattava piuttosto di una poesia estremamente violenta, composta di aforismi capricciosi e di frammenti patologici? Chissà se è in Inghilterra che Nietzsche è stato pili incompreso? Tomlinson suggerisce che i temi principali che Nietzsche affronta e contro i quali combatte – il razionalismo francese e la dialettica tedesca – non hanno mai avuto un’importanza centrale per il pensiero inglese. Gli inglesi avevano a loro disposizione teorica un empirismo e un pragmatismo che impedirono che la svolta tramite Nietzsche potesse risultar loro di gran valore. Per lui non furono necessarie queste deviazioni attraverso il particolare empirismo e pragmatismo nietzscheano, che si opponevano benissimo al suo “buon sentire”. Per questo, in Inghilterra, Nietzsche poté influire solo su romanzieri, poeti, drammaturghi: si trattava di un’influenza pratica ed emozionale più che filosofica, molto più lirica che teorica.
Al di là di tutto, Nietzsche è uno dei più grandi filosofi del XIX secolo. Trasforma tanto la teoria quanto la pratica della filosofia. Lo si compari al pensatore con una freccia lanciata con naturalezza, che un altro pensatore dovrà raccogliere dove è caduta per lanciarla di nuovo verso un altro luogo. Secondo Nietzsche, il filosofo non è né eterno né storico, quanto “intempestivo”, sempre intempestivo. Nietzsche ha difficilmente dei precursori. A parte i primi presocratici, egli stesso ne riconobbe uno solo: Spinoza.
La filosofia di Nietzsche si organizza su due grandi assi. Il primo ha a che vedere con la forza, con le forze e le forme di una semiologia generale. I fenomeni, le
cose, gli organismi, le società, le coscienze e le anime sono segni, o meglio sintomi che riflettono attraverso se stessi gli stati delle forze. Da qui deriva la concezione del filosofo come “fisiologo o medico”. Possiamo chiedere, per una determinata cosa, quale stato di forze interiori e esteriori presuppone. Nietzsche è il responsabile della creazione di una tipologia generale atta a distinguere le forze attive, attività e reattività, e analizzare le diverse combinazioni. In modo particolare, uno dei punti pili originali del pensiero di Nietzsche sta nell’aver delineato un tipo di forze genuinamente reattive. Questo tipo di semiologia generale include la linguistica, o più concretamente la filologia, come una delle sue parti, posto che ogni proposizione è in se stessa un insieme di sintomi che esprimono una forma di essere o un modo di esistenza di chi parla, sarebbe a dire, lo stato di forze che mantiene o tenta di mantenere con se stesso e con gli altri (si consideri, per esempio, il ruolo della congiunzione in questa connessione). In questo senso, una proposizione riflette sempre un modo di esistere, un “tipo”. Qual è il modo di esistere di una persona che pronuncia una proposizione data, quale modo di esistere è richiesto per poter giungere a pronunciarla? Il modo di esistere è lo stato delle forze nella misura in cui danno forma a un tipo che può essere espresso attraverso segni o sintomi.
I due grandi concetti reattivi dell’uomo, diagnosticati da Nietzsche, sono il risentimento e la cattiva coscienza. Risentimento e cattiva coscienza sono l’espressione del trionfo delle forze reattive dell’uomo, ivi inclusa la costituzione dell’uomo attraverso le forze reattive: l’uomo schiavo. Tutto questo evidenzia in che modo il concetto nietzscheano di schiavo non rappresenti un qualcuno dominato dal destino o dalla condizione sociale, piuttosto caratterizza tanto i dominati quanto i dominatori una volta che il regime di dominio è caduto sotto il potere di forze che non sono attive, quanto reattive. I regimi totalitari sono, in questo’ senso, regimi di schiavi, non solo a causa della gente che soggiogano quanto e soprattutto per il tipo di “padroni” che producono. Una storia universale del risentimento e della cattiva coscienza – a partire dai sacerdoti giudaico-cristiani fino al sacerdote secolare del presente – è una componente fondamentale della prospettiva storica nietzscheana (i supposti testi antisemiti di Nietzsche sono di fatto testi sul tipo sacerdotale originario).
II secondo asse riguarda la potenza e dà luogo ad un’etica e a una ontologia. Nietzsche è stato male interpretato soprattutto in relazione alla questione del potere. Ogni volta che si interpreta la volontà di potenza come “desiderio o ambizione di potere”, incontriamo delle semplificazioni che non hanno nulla a che vedere con il pensiero nietzscheano. Se è vero che tutte le cose riflettono uno stato
delle forze, la potenza designa allora l’elemento, o meglio la relazione differenziale delle forze che si affrontano direttamente tra loro. Questa relazione si esprime nelle qualità dinamiche del tipo come la “affermazione” e la “negazione”. La potenza non è dunque ciò che la volontà desidera, piuttosto, al contrario, ciò che desidera nella volontà. E “desiderare o ambire la potenza” è solo il grado più basso della volontà di potenza, la sua forma negativa, la piega che prende quando le-*’ forze reattive prevalgono nello stato delle cose. Una delle caratteristiche più originali nella filosofia di Nietzsche è la trasformazione della domanda: Che cos’è… ? in Chi è…? Ad esempio, per ogni proposizione una data domanda: Chi è capace di pronunciarla? Su questo punto dobbiamo disfarci di ogni riferimento “personalista”. “Chi…” non si riferisce a un individuo o a una persona quanto a un evento, ossia, alle forze che diversamente relazionate incontriamo in una proposizione o in un fenomeno, e alla relazione genetica che determina queste forze (potenza). “Chi…” è sempre Dioniso, una maschera o maschera di Dioniso, un lampo.
L’eterno ritorno è stato mal interpretato come la volontà di potenza. Ogni volta che sentiamo l’eterno ritorno come il ritorno ad un determinato stato delle cose dopo che tutte le altre cose si sono già realizzate, ogni volta che interpretiamo l’eterno ritorno come il ritorno dell’identico o dello stesso, stiamo sostituendo il pensiero di Nietzsche con ipotesi puerili. Nessuno ha esteso la critica ad ogni forma di identità tanto lontano come Nietzsche. In due occasioni nello Zarathustra Nietzsche nega esplicitamente che l’eterno ritorno sia il circolo che compie sempre lo stesso giro. Si tratta esattamente dell’idea diametralmente opposta, perché l’eterno ritorno non può essere separato da una selezione, da una doppia selezione. In primo luogo, vi è la selezione della volontà o del pensiero che costituisce l’etica di Nietzsche, ciò che vuoi, voglio in modo tale da volere anche il suo eterno ritorno (si eliminano così tutti i volere a metà, tutto quello che solo può essere voluto a condizione di volerlo “una volta, solo una volta”). In secondo luogo, vi è la selezione dell’essere che costituisce l’ontologia di Nietzsche: solo ciò che diviene nel più completo senso della parola può tornare, è atto a tornare. Solo l’azione e l’affermazione ritornano: il divenire, e solo il divenire, è. Ciò che si oppone, lo stesso o l’identico, strettamente parlando, non è. La negazione come grado più basso della potenza e il reattivo come grado più basso della forza non ritornano perché sono l’opposto del divenire e solo il divenire può essere. Possiamo vedere allora come l’eterno ritorno si collega, non ad una ripetizione dello stesso, ma al contrario, ad una transvalutazione. È l’istante, o l’eremità del divenire, ciò che elimina tutto quello che gli resiste. Libero, crea di colpo, il puramente attivo e la pura affermazione. Da questo deriva l’unico contenuto del superuomo. È il prodotto congiunto della volontà di potenza e dell’eterno ritorno, Dioniso e Arianna. Questa è la ragione per la quale Nietzsche afferma che la volontà di potenza non è volere, ambire o desiderare il potere, quanto solo “dare” o “creare”. Questo libro vuole analizzare, prima di tutto, quello che Nietzsche chiama divenire.
La difficoltà che pone Nietzsche, senza dubbio, dipende meno dall’analisi concettuale che dalle valutazioni pratiche che evocano nel lettore un’atmosfera complessiva e tutto un tipo di disposizione emozionale. Come Spinoza, Nietzsche sostenne che vi è una relazione molto profonda tra il concetto e l’affetto. Le analisi concettuali sono indispensabili, e Nietzsche le porta più lontano di tutti, però risulteranno sempre inefficaci se il lettore le trasporta in un’atmosfera che non è quella di Nietzsche. Mentre il lettore continua: 1) a vedere lo schiavo come colui che si trova ad essere dominato da un padrone e merita di restarlo 2) a intendere la volontà di potenza come volontà di volere e ambire al potere 3) a concepire l’eterno ritorno come il tedioso ritorno dello stesso 4) a immaginare il superuomo come una razza superiore, non sarà possibile alcuna relazione positiva tra Nietzsche e il suo lettore. Nietzsche apparirà come un nichilista, o, ancor peggio, come un fascista e, nel migliore de casi, come un oscuro e terrificante profeta. Nietzsche lo sapeva, conosceva il destino che lo riguardava, lui che diede a Zarathustra una “scimmia” o un “buffone” come doppio, predicendo che Zarathustra sarebbe stato confuso con la sua scimmia (un profeta, un fascista, un pazzo…). Questa è la ragione per la quale un libro su Nietzsche deve sforzarsi di correggere i malintesi pratici 0 emozionali, così come stabilirne l’analisi concettuale. È, in effetti, vero che Nietzsche diagnosticò il nichilismo come il movimento che spinge la storia in avanti. Nessuno ha analizzato il concetto di nichilismo meglio di lui, fu lui che ne inventò il concetto. Però è importante tener presente che lo definì come il trionfo delle forze reattive o del negativo nella volontà di potenza. Al nichilismo oppose la transvalutazione, ossia, il divenire che è simultaneamente l’unica azione della forza e l’unica affermazione della potenza, e l’elemento transtorico dell’uomo, il superuomo (non il superman). Il superuomo è il punto focale in cui il reattivo (il risentimento e la cattiva coscienza) è conquistato e in cui la negazione dà luogo all’affermazione. Nietzsche si mantiene inseparabilmente legato, in ogni momento, alle forze del futuro, alle forze a venire che le sue suppliche invocano, che il suo pensiero abbozza, che la sua arte prefigura. Non solo diagnostica, come disse Kafka, le forze diaboliche che sta chiamando alla porta, ma le esorcizza erigendo l’ultima potenza capace di lottare contro di loro, espellendole entrambe da noi, fuori di noi. Un aforisma nietzscheano non è un mero frammento, un pezzo di pensiero: è una proposizione che ha senso solo in relazione con lo stato delle forze che esprime, e che cambia senso, che deve cambiare senso, in rapporto alle forze che è “capace” (ha la potenza) di attrarre.
Senza alcun dubbio, questo è il punto più importante della filosofia di Nietzsche: la trasformazione radicale dell’immagine del pensiero che creiamo per noi stessi. Nietzsche si spinge al pensiero dell’elemento della verità e della falsità. Lo converte in valutazione, interpretazione di forze, valutazione della potenza. – E un movimento del pensiero, non solo nel senso che Nietzsche desidera riconciliare il pensiero e il movimento concreto, quanto nel senso che il pensiero stesso deve produrre movimenti, piccoli stati di velocità e lentezze straordinarie (possiamo osservare di nuovo la carta dell’aforisma, con le sue diverse velocità e il suo movimento “tipo proiettile”). Di conseguenza, la filosofia ha una nuova relazione con le arti del movimento: teatro, danza e musica. Nietzsche non fu mai soddisfatto dal discorso o dalla dissertazione (logos) come espressione del pensiero filosofico, nonostante l’aver scritto le più belle dissertazioni – specialmente ne La genealogia della morale, verso la quale tutta l’etnologia moderna ha oggi un debito impagabile. Ma un libro come lo Zarathustra, può solo essere letto come un’opera moderna, e visto e ascoltato come tale. Non è che Nietzsche abbia prodotto un’opera filosofica o un testo di teatro allegorico, o un’opera che esprime direttamente il pensiero come esperienza o movimento. Quando Nietzsche dice che il superuomo assomiglia più a Borgia che a Parsifal, o che è un membro tanto dell’ordine dei gesuiti quanto del corpo degli ufficiali prussiani, sarebbe molto erroneo considerare queste tesi come delle dichiarazioni protofasciste, perché sono le osservazioni di un direttore che indica come dovrebbe essere “interpretato” il superuomo (come Kierkegaard quando dice che il cavaliere della fede è come un borghese domenicano). – Pensare è creare: questa è la più grande lezione di Nietzsche. Pensare, lanciare i dadi…: questo era già il senso dell’eterno ritorno.

Questo testo redatto originariamente in francese è stato tradotto da Hugh Tolinson e pubblicalo in Nietzsche and Philosophy, Columbia University Press, New York, 1983, pp. IX-XIV

Traduzione italiana a cura di Tiziana Villani.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...