Guy Debord COMMENTARI SULLA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO

Guy Debord

COMMENTARI SULLA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO

Alla memoria di Gerard Lebovici, assassinato a Parigi il 5 marzo 1984 in un agguato rimasto misterioso.

I

Possiamo essere certi che questi Commentari saranno conosciuti rapidamente da cinquanta o sessanta persone; che non sono poche di questi tempi, e trattando di questioni così gravi. Ma è anche perché in certi ambienti ho fama di essere un intenditore. Bisogna inoltre considerare che la metà, o pressappoco, dell’elite che si interesserà al libro è composta da persone la cui occupazione è il mantenimento del sistema di dominio spettacolare, e l’altra metà da persone che si ostineranno a fare tutto l’opposto. Dovendo perciò tener conto di lettori attentissimi e diversamente influenti, non posso ovviamente parlare in tutta libertà. Soprattutto devo stare attento a non istruire troppo chiunque. La gravita dei tempi attuali mi costringerà quindi a scrivere, ancora una volta, in maniera nuova. Certi elementi saranno volutamente omessi; e il piano dovrà rimanere abbastanza oscuro. Si potrà incontrare, come impronta tangibile dell’epoca, qualche tranello. A condizione di intercalare qua e là numerose altre pagine, il senso totale può risultare chiaro: così, assai spesso, articoli segreti sono stati aggiunti a quanto certi trattati precisavano apertamente, e allo stesso modo succede che degli agenti chimici rivelino una parte sconosciuta delle loro proprietà solo quando si trovano associati ad altri. Del resto, in questo breve lavoro ci saranno anche troppe cose che risulteranno, ahimè, di troppo facile comprensione.

II

Nel 1967 ho mostrato in un libro, La società dello spettacolo, ciò che lo spettacolo moderno era già nella sua essenza: il regno autocratico dell’economia mercantile elevato a uno statuto di sovranità irresponsabile, e l’insieme delle nuove tecniche di governo che accompagnano tale regno. Dato che le rivolte del 1968, prolungatesi in vari paesi nel corso degli anni successivi, in nessun luogo hanno abbattuto l’organizzazione attuale della società, da cui esso scaturisce quasi spontaneamente, lo spettacolo ha continuato a consolidarsi ovunque, cioè ad estendersi alle estremità da tutti i lati, e al tempo stesso ad accrescere la sua densità al centro. Ha perfino appreso nuovi metodi difensivi, come avviene normalmente ai poteri attaccati. Quando ho intrapreso la critica della società spettacolare è stato notato soprattutto, dato il momento, il contenuto rivoluzionario che si poteva ravvisare in tale critica, e naturalmente si è visto in esso il suo elemento più deplorevole. Quanto alla cosa stessa, sono stato accusato a volte di averla inventata di sana pianta, e sempre di avere esagerato intenzionalmente nel valutare la profondità e l’unità di tale spettacolo e della sua azione effettiva. Devo ammettere che in seguito gli altri, pubblicando nuovi libri sullo stesso argomento, hanno dimostrato perfettamente che si poteva evitare di dirne tanto. Hanno dovuto solo sostituire l’insieme e il suo movimento con un unico dettaglio statico della superficie del fenomeno, scegliendolo ogni volta diverso, e quindi tanto meno inquietante, secondo l’originalità di ogni autore. Nessuno ha voluto alterare la modestia scientifica della sua interpretazione personale inserendovi avventati giudizi storici. In definitiva però la società dello spettacolo ha continuato ugualmente il suo corso. Procede in fretta, perché nel 1967 aveva poco più di una quarantina d’anni dietro di sé; ma spesi assai bene. E col suo movimento, che nessuno si prendeva più la briga di studiare, ha dimostrato in seguito, con imprese straordinarie, che la sua natura effettiva era proprio quella che io avevo indicato. Questa constatazione non ha soltanto un valore accademico: perché era forse indispensabile avere riconosciuto l’unità e l’articolazione di quella forza attiva che è lo spettacolo, per essere quindi in grado di ricercare in quali direzioni tale forza ha potuto muoversi, essendo ciò che era.. Sono questioni di grande interesse: la continuazione del conflitto nella società si giocherà necessariamente in tali condizioni. Dato che lo spettacolo è oggi indubbiamente più potente di prima, come usa tale potenza supplementare? Fino a quale punto, dove prima non si trovava, si è spinto? Quali sono insomma le sue linee di operazioni in questo momento? La vaga sensazione che si tratti di una sorta di rapida invasione, che obbliga la gente a cambiare radicalmente vita, è ormai largamente diffusa; ma ciò è sentito piuttosto come una modificazione misteriosa del clima o di un altro equilibrio naturale, modificazione di fronte alla quale l’ignoranza sa solo di non aver niente da dire. Inoltre, molti ammettono che si tratta di un’invasione civilizzatrice, peraltro inevitabile, e hanno perfino voglia di collaborarvi. Costoro preferiscono non sapere a cosa serve esattamente questa conquista, e come procede. Accennerò ad alcune conseguenze pratiche, ancora poco note, risultanti dalla rapida espansione dello spettacolo negli ultimi vent’anni. Non mi propongo di suscitare polemiche, ormai troppo facili e troppo inutili, su nessun aspetto della questione; né tanto meno mi propongo di convincere. Questi commentari non intendono moraleggiare. Non considerano ciò che è auspicabile o semplicemente preferibile. Si limiteranno a rilevare ciò che esiste.

III

Adesso che nessuno può ragionevolmente dubitare dell’esistenza e della potenza dello spettacolo, possiamo in compenso dubitare che sia ragionevole aggiungere qualcosa su una questione che l’esperienza ha liquidato in modo tanto drastico. «Le Monde» del 19 settembre 1987 illustrava efficacemente la formula «Di ciò che esiste, non c’è più bisogno di parlare», vera legge fondamentale di questi tempi spettacolari che, almeno a questo riguardo, non hanno lasciato indietro nessun paese: «Che la società contemporanea sia una società dello spettacolo, è un fatto assodato. Presto si noteranno solo quelli che non si fanno notare. Non si contano più le opere che descrivono un fenomeno che sta caratterizzando tutte le nazioni industriali, senza risparmiare i paesi in ritardo rispetto al loro tempo. Il buffo, però, è che i libri che analizzano, generalmente per deplorarlo, questo fenomeno, devono a loro volta adeguarsi allo spettacolo per farsi conoscere». In effetti questa critica spettacolare dello spettacolo, tardiva e che per di più vorrebbe «farsi conoscere» sullo stesso terreno, si limiterà necessariamente a vane generalizzazioni o a ipocriti rimpianti; come sembra vana anche la saggezza disillusa che sproloquia su un giornale. La vuota discussione sullo spettacolo, ossia su ciò che fanno i proprietari del mondo, è così organizzata da esso stesso: si insiste sui grandi mezzi dello spettacolo per non dire niente del loro grande uso. Spesso si preferisce chiamarlo, invece che spettacolo, «il mediale». E con questo termine si intende designare un semplice strumento, una sorta di servizio pubblico che gestirebbe con imparziale «professionismo» la nuova ricchezza della comunicazione di tutti attraverso i mass media, comunicazione finalmente giunta alla purezza unilaterale, in cui la decisione già presa si lascia tranquillamente ammirare. Ciò che è comunicato sono degli ordini; e, in modo molto armonioso, coloro che li hanno dati sono anche quelli che diranno ciò che ne pensano. Il potere dello spettacolo, così essenzialmente unitario, centralizzatore per forza di cose, e completamente dispotico nello spirito, si indigna assai spesso vedendo formarsi sotto il suo regno una politica-spettacolo, una giustizia-spettacolo, una medicina-spettacolo o tanti altri «eccessi mediali» così sorprendenti. Dunque lo spettacolo non sarebbe altro che l’eccesso del mediale, la cui natura, indiscutibilmente buona dato che serve a comunicare, è talvolta portata all’eccesso. Con una certa frequenza, i padroni della società affermano di essere serviti male dai loro dipendenti mediali; più spesso rimproverano alla plebe degli spettatori la tendenza ad abbandonarsi senza ritegno, in modo quasi bestiale, ai piaceri dei mass media. In questo modo si nasconderà, dietro una moltitudine virtualmente infinita di presunte divergenze mediali, quello che è al contrario il risultato di una convergenza spettacolare voluta con notevole tenacia. Come la logica della mercé prevale sulle diverse ambizioni concorrenziali di tutti i commercianti, o come la logica della guerra domina sempre le frequenti trasformazioni degli armamenti, così la logica severa dello spettacolo comanda ovunque l’estrema varietà degli eccessi mediali. Il cambiamento più importante, in tutto ciò che è successo negli ultimi vent’anni, sta nella continuità stessa nello spettacolo. Tale importanza non dipende dal perfezionamento della sua strumentazione mediale, che già in precedenza aveva raggiunto uno stadio di sviluppo molto avanzato: il fatto essenziale è semplicemente che il dominio spettacolare abbia potuto allevare una generazione sottomessa alle sue leggi. Le condizioni straordinariamente nuove in cui tale generazione, nel suo complesso, ha effettivamente vissuto, costituiscono un riassunto preciso e sufficiente di tutto ciò che ormai lo spettacolo impedisce; e anche di tutto ciò che permette.

IV

Sul piano puramente teorico, dovrò aggiungere a quanto avevo formulato in precedenza solo un dettaglio, ma carico di conseguenze. Nel 1967 distinguevo due forme, successive e antagonistiche, del potere spettacolare: quella concentrata e quella diffusa. Entrambe aleggiavano sulla società reale, come suo scopo e sua menzogna. La prima, mettendo in risalto l’ideologia riassunta intorno ad una personalità dittatoriale, aveva accompagnato la controrivoluzione totalitaria, sia nazista che stalinista. L’altra, incitando i salariati ad effettuare liberamente le loro scelte tra una grande varietà di merci nuove in competizione, aveva costituito quel!’americanizzazione del mondo che per certi aspetti spaventava, ma soprattutto affascinava i paesi in cui le condizioni delle democrazie borghesi di tipo tradizionale avevano potuto mantenersi più a lungo. Successivamente si è costituita una terza forma, attraverso la combinazione ragionata delle due precedenti, e sulla base generale di una vittoria di quella che si era mostrata più forte, la forma diffusa. Si tratta dello spettacolare integrato, che tende ormai a imporsi su scala mondiale. Il ruolo predominante già svolto dalla Russia e dalla (Germania nella formazione dello spettacolare concentrato, e dagli Stati Uniti in quella dello spettacolare diffuso, pare spettare alla Francia e all’Italia al momento dell’introduzione dello spettacolare integrato, attraverso il gioco di una serie di fattori storici comuni: ruolo importante del partito e del sindacato stalinista nella vita politica e intellettuale, scarsa tradizione democratica, lunga monopolizzazione del potere da parte di un unico partito di governo, necessità di finirla con una contestazione rivoluzionaria apparsa di sorpresa. Lo spettacolare integrato si manifesta al tempo stesso come concentrato e come diffuso, e dall’inizio di questa fruttuosa unificazione ha saputo sfruttare maggiormente entrambe le qualità. Le loro precedenti modalità di applicazione sono molto cambiate. Per quanto riguarda l’aspetto concentrato, il suo centro direttivo è ormai diventato occulto: non è più occupato da un capo conosciuto né da un’ideologia precisa. Per quanto riguarda l’aspetto diffuso, l’influenza spettacolare non aveva mai contrassegnato fino a questo punto la quasi totalità dei comportamenti e degli oggetti prodotti socialmente. Perché in definitiva il senso dello spettacolare integrato è che si è integrato nella realtà stessa man mano che ne parlava; e che la ricostruiva come ne parlava. Così adesso questa realtà non gli sta più di fronte come qualcosa di estraneo. Quando lo spettacolare era concentrato gli sfuggiva la maggior parte della società periferica; quando era diffuso, una piccola parte; oggi, niente. Lo spettacolo si è mischiato a ogni realtà, irradiandola. Come era facilmente prevedibile sul piano teorico, l’esperienza pratica della realizzazione sfrenata delle volontà della ragione mercantile avrà dimostrato rapidamente e senza eccezioni che il divenir mondo della falsificazione era anche un divenir-falsificazione del mondo. Eccetto un patrimonio ancora cospicuo, ma destinato a ridursi sempre di più, di libri e di edifici antichi, peraltro selezionati e disposti in prospettiva sempre più spesso secondo le preferenze dello spettacolo, non esiste più nulla, nella cultura e nella natura, che non sia stato trasformato, e inquinato, secondo le capacità e gli interessi dell’industria moderna. La genetica stessa è diventata pienamente accessibile alle forze dominanti della società.

Il governo dello spettacolo, che attualmente detiene tutti i mezzi per falsificare l’insieme della produzione nonché della percezione, è padrone assoluto dei ricordi e padrone incontrollato dei progetti che plasmano l’avvenire più lontano. Egli regna da solo ovunque; egli esegue le sue sentenze sommarie. In tali condizioni possiamo vedere scatenarsi all’improvviso, con un tripudio carnevalesco, una fine parodistica della divisione del lavoro; tanto più tempestiva in quanto coincide col movimento generale di scomparsa di ogni autentica competenza. Un finanziere canta, un avvocato diventa informatore della polizia, un fornaio espone le sue preferenze letterarie, un attore governa, un cuoco disserta sui tempi di cottura come momenti essenziali della storia universale. Ognuno può apparire improvvisamente nello spettacolo per darsi pubblicamente, o a volte perché ci si è dedicato di nascosto, a un’attività completamente diversa dalla specialità grazie alla quale si era fatto conoscere finora. Dato che il possesso di uno «statuto mediale» ha assunto un’importanza infinitamente maggiore del valore di ciò che si è stati effettivamente capaci di fare, è normale che tale statuto sia facilmente trasferibile, e conferisca il diritto di brillare allo stesso modo in qualsiasi altro ruolo. Il più delle volte queste particelle mediali accelerate proseguono la loro semplice carriera nell’ammirabile garantito statutariamente. Ma avviene che la transizione dei mass media faccia da copertura tra molte imprese, ufficialmente indipendenti ma di fatto collegate segre-liimcnte grazie a varie reti ad hoc. Tanto che, a volte, la divisione sociale del lavoro e la solidarietà comunemente prevedibile del suo uso riappaiono sotto forme letalmente nuove: per esempio, è ormai possibile pubblicare un romanzo per preparare un assassinio. Questi esempi pittoreschi significano anche che non possiamo più fidarci di nessuno in rapporto al suo mestiere. Ma la massima ambizione dello spettacolare integrato è pur sempre che gli agenti segreti diventino dei rivoluzionari, e che i rivoluzionari diventino degli agenti segreti.

V

La società modernizzata fino allo stadio dello spettacolare integrato è contraddistinta dall’effetto combinato di cinque caratteristiche principali, che sono: il continuo rinnovamento tecnologico; la fusione economico-statale; il segreto generalizzato; il falso indiscutibile; un eterno presente. Il processo di innovazione tecnologica dura da un pezzo, ed è costitutivo della società capitalista, detta a volte industriale o postindustriale. Ma da quando ha avuto la sua accelerazione più recente (all’indomani della seconda guerra mondiale), rafforza sempre più incessantemente l’autorità spettacolare, perché grazie ad essa ognuno si scopre abbandonato completamente all’insieme degli specialisti, ai loro calcoli e ai loro giudizi sempre soddisfatti su tali calcoli. La fusione economico-statale è la tendenza più manifesta di questo secolo; ed è diventata quanto meno il motore dello sviluppo economico più recente. L’alleanza difensiva e offensiva conclusa tra queste due potenze, l’economia e lo Stato, ha assicurato loro i massimi benefici comuni, in tutti i campi: possiamo dire che ognuna delle due possiede l’altra; è assurdo opporle, o distinguere le loro ragioni o le loro follie. Inoltre questa unione si è mostrata estremamente favorevole allo sviluppo del dominio spettacolare, il quale precisamente non era altro fin dalla sua formazione. Le ultime tre caratteristiche sono gli effetti diretti di questo dominio, al suo stadio integrato.

Il segreto generalizzato sta dietro lo spettacolo, come complemento decisivo di ciò che mostra e, se scendiamo al fondo delle cose, come la sua operazione più importante. Il solo fatto di essere ormai indiscutibile ha fornito al falso una qualità del tutto nuova. Allo stesso tempo, il vero ha smesso di esistere quasi dappertutto, o nel migliore dei casi si è visto ridotto allo stato di ipotesi indimostrabile. Il falso indiscutibile ha ultimato la scomparsa dell’opinione pubblica, che in un primo tempo è stata incapace di farsi sentire; e in seguito, molto rapidamente, anche solo di formarsi. Naturalmente ciò provoca conseguenze importanti nella politica, nelle scienze applicate, nella giustizia, nella conoscenza dell’arte. La costruzione di un presente in cui la moda stessa, dall’abbigliamento ai cantanti, si è immobilizzata, che vuole dimenticare il passato e che non da più l’impressione di credere in un futuro, è ottenuta grazie all’incessante passaggio circolare dell’informazione, che ritorna continuamente su una lista brevissima di inezie sempre uguali, annunciate con passione come notizie importanti; mentre le notizie veramente importanti, su ciò che effettivamente cambia, passano solo di rado e per brevi baleni. Riguardano sempre la condanna che questo mondo pare aver pronunciato contro la propria esistenza, le tappe della sua autodistruzione programmata.

VI

L’intenzione originaria del dominio spettacolare era far sparire la conoscenza storica in generale; e in primo luogo quasi tutte le informazioni e tutti i commenti ragionevoli sul passato più recente. Un’evidenza così flagrante non ha bisogno di essere spiegata. Lo spettacolo organizza magistralmente l’ignoranza di ciò che succede e, subito dopo, l’oblio di ciò che siamo riusciti ugualmente a sapere. La cosa più importante è la più nascosta. Da vent’anni a questa parte niente è stato sommerso da tante bugie imposte quanto la storia del maggio 1968. Tuttavia sono state tratte lezioni utili da alcuni studi privi di mistificazioni su quelle giornate e sulle loro origini; ma questo è segreto di Stato. In Francia, già dieci anni fa, un presidente della Repubblica ormai dimenticato ma che allora galleggiava sulla superficie dello spettacolo esprimeva ingenuamente la gioia che provava «sapendo che vivremo ormai in un mondo senza memoria, in cui, come sulla superficie dell’acqua, l’immagine scaccia indefinitamente l’immagine». In effetti è comodo per chi è negli affari, e sa restarci. La fine della storia è un piacevole riposo per ogni potere attuale. Gli garantisce assolutamente il successo dell’insieme delle sue imprese, o almeno la notizia del successo. Un potere assoluto sopprime tanto più radicalmente la storia quanto più sono imperiosi gli interessi od obblighi che ha per farlo, e in particolare nella misura in cui le agevolazioni pratiche di esecuzione che ha trovato sono più o meno grandi. Ts’in Che Hoang Ti ha fatto bruciare i libri, ma non è riuscito a farli sparire tutti. Stalin nel nostro secolo aveva spinto oltre la realizzazione di tale progetto ma, nonostante le complicità di ogni sorta che ha potuto trovare al di fuori delle frontiere del suo impero, restava una vasta zona del mondo inaccessibile alla sua polizia, in cui si rideva delle sue imposture. Lo spettacolare integrato ha fatto di meglio, con procedimenti nuovissimi e operando stavolta su scala mondiale. Non è più permesso ridere dell’inettitudine che si fa rispettare ovunque, o comunque è diventato impossibile far sapere che se ne ride.

Il campo della storia era il memorabile, la totalità degli avvenimenti le cui conseguenze si sarebbero manifestate a lungo. Inseparabilmente, la conoscenza avrebbe dovuto durare, e aiutare a comprendere almeno in parte ciò che sarebbe successo di nuovo: «un’acquisizione per sempre», dice Tucidide. In tal modo la storia era la misura di un’autentica novità; e chi vende la novità ha tutto l’interesse a far sparire il modo di misurarla. Quando l’importante si fa riconoscere socialmente come ciò che è istantaneo e lo sarà ancora nell’istante successivo, altro e identico, e che sarà sempre sostituito da un’altra importanza istantanea, possiamo anche dire che il metodo usato garantisce una sorta di eternità di questa non-importanza, che parla così forte. Il vantaggio prezioso che lo spettacolo ha ricavato da questa messa al bando della storia, dal fatto di aver già condannato tutta la storia recente a passare alla clandestinità e di essere riuscito a far dimenticare in misura molto ampia lo spirito storico all’interno della società, è innanzitutto l’occultamento della propria storia: il movimento stesso della sua recente conquista del mondo. Il suo potere appare già familiare come se fosse esistito da sempre. Tutti gli usurpatori hanno voluto far dimenticare che sono appena arrivati.

VII

Con la distruzione della storia l’avvenimento contemporaneo stesso si allontana immediatamente in una distanza favolosa, tra i suoi resoconti non verificabili, le sue statistiche incontrollabili, le sue spiegazioni inverosimili e i suoi ragionamenti indifendibili. Solo dei funzionar! mediali potrebbero rispondere a tutte le idiozie avanzate per via spettacolare, con qualche rettifica o rimostranza rispettosa, ma per giunta ne sono avari, perché, oltre alla loro infinita ignoranza, la loro solidarietà, di mestiere e di cuore con l’autorità generale dello spettacolo e con la società che esso esprime impone loro il dovere, che è anche un piacere, di non allontanarsi mai da tale autorità, la cui maestà non deve

7

essere lesa. Non bisogna dimenticare che ogni funzionario mediale, sia tramite lo stipendio che tramite altre ricompense o conguagli, ha sempre un padrone, e a volte parecchi; e che ogni funzionario mediale sa di essere sostituibile. Tutti gli esperti sono mediali-statali, e solo in quanto tali sono riconosciuti esperti. Ogni esperto serve il suo padrone, perché tutte le antiche possibilità d’indipendenza sono state pressappoco azzerate dalle condizioni di organizzazione della società attuale. Naturalmente, l’esperto che serve meglio è l’esperto che mente. Coloro che hanno bisogno dell’esperto sono, per motivi diversi, il falsificatore e l’ignorante. Quando l’individuo non si raccapezza più da solo, sarà rassicurato puntualmente dall’esperto. Prima era normale che ci fossero esperti di arte etrusca; ed erano sempre competenti, perché l’arte etrusca non è sul mercato. Ma per esempio, un’epoca che trova redditizio adulterare chimicamente tanti vini famosi potrà venderli solo se ha formato degli esperti in vini che indurranno le cantine ad apprezzare i nuovi sapori, più riconoscibili. Cervantes osserva che «sotto un brutto mantello spesso troviamo un buon bevitore». Chi conosce il vino spesso ignora le regole dell’industria nucleare; ma il dominio spettacolare ritiene che dal momento che un esperto l’ha preso in giro a proposito di industria nucleare, un altro esperto potrà pure prenderlo in giro a proposito del vino. È noto, ad esempio, a quante riserve l’esperto in meteorologia mediale che annuncia le temperature o le piogge previste per le quarantotto ore successive è costretto dall’obbligo di mantenere equilibri economici, turistici e regionali, quando tante persone circolano con tanta frequenza su tante strade, da un luogo desolato a un altro; così che potrebbe avere maggior successo come comico. Un aspetto della scomparsa di ogni conoscenza storica oggettiva si manifesta a proposito di qualsiasi reputazione personale, divenuta malleabile e rettificabile a piacere da parte di coloro che controllano tutta l’informazione, quella che viene raccolta e anche quella, assai diversa, che viene diffusa; essi sono dunque pienamente autorizzati a falsificare. Perché un’evidenza storica che si vuole ignorare nello spettacolo non è più un’evidenza. Quando a una persona rimane soltanto la fama attribuitagli come un favore dalla benevolenza di una Corte spettacolare, può cadere in disgrazia da un momento all’altro. Una notorietà antispettacolare è diventata una cosa rarissima. Io sono uno degli ultimi viventi a possederne una; a non averne mai avuta un’altra. Ma è diventata anche estremamente sospetta. La società si è proclamata ufficialmente spettacolare. Essere noto al di fuori delle relazioni spettacolari equivale già ad essere noto come nemico della società. È lecito cambiare completamente il passato di qualcuno, modificarlo radicalmente, ricrearlo nello stile dei processi di Mosca; e senza neppure dover ricorrere alle lungaggini di un processo. È possibile uccidere con mi-nor spesa. I falsi testimoni, goffi forse — ma quale capacità di avvertire questa goffaggine rimarrà agli spettatori che saranno testimoni delle prodezze dei falsi testimoni? — e i documenti falsi, sempre eccellenti, non possono mancare a coloro che governano lo spettacolare integrato o ai loro amici. Non è perciò più possibile credere, a proposito di qualcuno, niente che non sia stato appreso per proprio conto, e direttamente. Ma, di fatto, ormai non c’è neanche più tanto spesso bisogno di accusare falsamente qualcuno. Dal momento in cui si detiene il meccanismo che comanda l’unica verifica sociale che si fa riconoscere pienamente e universalmente, si dice quel che si vuole. Il movimento della dimostrazione spettacolare si prova semplicemente girando in tondo: tornando indietro, ripetendosi, continuando ad affermare sull’unico terreno in cui risiede ormai ciò che si può affermare pubblicamente e far credere, perché è solo di ciò che tutti saranno testimoni. Inoltre l’autorità spettacolare può negare qualunque cosa, una, tre volte, e dire che non ne parlerà più, e parlare d’altro; sapendo benissimo di non rischiare più nessun’altra reazione sul proprio terreno né su un altro. Perché non esistono più agorà, comunità generali; e neppure comunità limitate a corpi intermedi o ad istituzioni autonome, a salotti o a caffè, ai lavoratori di una sola azienda; non esiste luogo in cui il dibattito sulle verità che riguardano gli interessati possa affrancarsi in modo duraturo dalla presenza opprimente del discorso dei mass media e delle varie forze organizzate per assicurarne la continuità. Ormai non esiste più il giudizio, garantito relativamente indipendente, di coloro che costituivano il mondo degli studiosi; di coloro, ad esempio, che un tempo riponevano il loro orgoglio in una capacità di verifica che permetteva di avvicinarsi a quella che era chiamata la storia imparziale dei fatti, di credere almeno che meritasse di essere conosciuta. Non c’è più neppure una verità bibliografica incontestabile, e le sintesi computerizzate degli schedari delle biblioteche nazionali potranno eliminarne le tracce tanto più facilmente. Ci turberebbe pensare a ciò che furono non molto tempo fa i magistrati, i medici, gli storici, e agli obblighi tassativi che spesso riconoscevano come propri nei limiti delle loro competenze: gli uomini assomigliano più al loro tempo che al loro padre. Ciò di cui lo spettacolo può smettere di parlare per tre giorni è uguale a ciò che non esiste. Perché allora parla di qualcos’altro, e quindi è quella la cosa che, a partire da quel momento, in definitiva esiste. Appare chiaro che le conseguenze pratiche sono immense. Credevamo di sapere che la storia era apparsa in Grecia con la democrazia. Adesso possiamo verificare che la prima sta scomparendo dal mondo con la seconda. Bisogna tuttavia aggiungere a questa lista dei trionfi del potere un risultato per esso negativo: uno Stato nella cui gestione si insedia in modo duraturo un grande deficit di conoscenze storiche non può più essere guidato strategicamente.

VIII

Quando la società che si dichiara democratica è giunta allo stadio dello spettacolare integrato, pare essere riconosciuta ovunque come la realizzazione di una perfezione fragile. Di modo che, essendo fragile, non deve più essere esposta ad attacchi; del resto non è più attaccabile, perché perfetta come nessun’altra mai. È una società fragile perché stenta molto a controllare la sua pericolosa espansione tecnologica. Ma è una società perfetta da governare; prova ne è che tutti quelli che aspirano a governare vogliono governare proprio quella, con gli stessi metodi, e mantenerla quasi esattamente com’è. È la prima volta nell’Europa contemporanea che nessun partito o frammento di partito tenta più anche solo di affermare che cercherà di cambiare qualcosa di importante. La mercé non può più essere criticata da nessuno: né in quanto sistema generale, né come una determinata paccottiglia che ai dirigenti d’azienda è convenuto mettere momentaneamente sul mercato. Dovunque regni lo spettacolo, le uniche forze organizzate sono quelle che vogliono lo spettacolo. Perciò nessuna può essere nemica di ciò che esiste, né trasgredire l’omertà che investe tutto. Ci siamo sbarazzati dell’inquietante concezione, che aveva prevalso per più di duecento anni, secondo la quale una società poteva essere criticabile e trasformabile, riformata o rivoluzionata. E ciò non è stato raggiunto grazie alla comparsa di argomenti nuovi, ma semplicemente perché gli argomenti sono diventati inutili. In base a tale risultato potremo misurare, piuttosto che la felicità generale, la forza temibile delle reti della tirannia. Mai censura è stata più perfetta. Mai l’opinione di quelli cui si fa ancora credere, in certi paesi, che sono rimasti cittadini liberi, è stata meno autorizzata a manifestarsi, ogni volta che si tratta di una scelta che coinvolgerà la loro vita reale. Mai è stato permesso di mentire loro con un’incoerenza tanto perfetta. Si presume semplicemente che lo spettatore ignori tutto e non meriti nulla. Chi non fa che guardare per sapere il seguito, non agirà mai: proprio così dev’essere lo spettatore. Si sente citare spesso l’eccezione degli Stati Uniti, dove un giorno Nixon aveva finito col risentire di una serie di denegazioni troppo cinicamente maldestre; ma questa eccezione del tutto locale, che aveva qualche vecchia causa storica, non è palesemente più vera, dato che di recente Reagan ha potuto fare la stessa cosa impunemente. Tutto ciò che non è mai punito è in realtà permesso. Perciò è arcaico parlare di scandalo. Si attribuisce a uno statista italiano di prim’ordine, che ha fatto parte contemporaneamente del governo ufficiale e di quello parallelo detto P.2, Potere Due, una battuta che riassume con molta efficacia il periodo in cui, poco tempo dopo l’Italia e gli Stati Uniti, tutto il mondo è entrato: «Ci sono stati degli scandali, ma ora non ce ne sono più». Ne //18 brumaio di Luigi Bonaparte, Marx descriveva il ruolo invadente dello Stato nella Francia del secondo impero, che contava all’epoca ben mezzo milione di funzionari: «Così tutto diventò oggetto dell’attività governativa, dal ponte, dalla scuola, dalla proprietà comunale di un villaggio fino alle ferrovie, alle proprietà nazionali e alle università provinciali». La famosa questione del finanziamento dei partiti si poneva già allora, perché Marx osserva che «i partiti che lottavano a turno per la supremazia vedevano nell’appropriazione di quell’enorme edificio la preda principale del vincitore». Ad ogni modo, ciò suona un po’ bucolico e, come si suoi dire, sorpassato, perché le speculazioni statali di oggi riguardano piuttosto le città satelliti e le autostrade, la circolazione sotterranea e la produzione di energia elettronucleare, la ricerca petrolifera e i computer, l’amministrazione delle banche e i centri socioculturali, le modificazioni del «paesaggio audiovisivo» e le esportazioni clandestine di armi, la promozione immobiliare e l’industria farmaceutica, l’agroalimentare e la gestione degli ospedali, i crediti militari e i fondi segreti del dipartimento, in continua crescita, che deve amministrare i numerosi servizi di protezione della società. Tuttavia Marx, il quale accenna nello stesso libro al governo «che non prende di notte delle decisioni che vuole eseguire il giorno dopo, ma decide di giorno ed esegue di notte», è disgraziatamente rimasto troppo a lungo attuale.

IX

Questa democrazia così perfetta fabbrica da sé il suo inconcepibile nemico, il terrorismo. Vuole infatti essere giudicata in base ai suoi nemici piuttosto che in base ai suoi risultati. La storia del terrorismo è scritta dallo Stato; quindi è educativa. Naturalmente le popolazioni spettatrici non possono sapere tutto del terrorismo, ma possono sempre saperne abbastanza da essere convinte che, rispetto al terrorismo, tutto il resto dovrà sembrar loro abbastanza accettabile, e comunque più razionale e più democratico. La modernizzazione della repressione ha finito col mettere a punto, in primo luogo con l’esperienza pilota dell’Italia e sotto il nome di «pentiti», degli accusatori professionisti giurati; quelli che alla loro prima apparizione, nel Seicento, durante i disordini della Fronda, erano stati chiamati «testimoni patentati». Questo progresso spettacolare della Giustizia ha popolato le prigioni italiane di numerose migliaia di condannati che espiano una guerra civile che non c’è stata, una specie di vasta insurrezione armata che casualmente non ha mai visto arrivare la sua ora, un putschismo intessuto della stoffa di cui sono fatti i sogni. Possiamo osservare che l’interpretazione dei misteri del terrorismo pare aver introdotto una simmetria tra opinioni contraddittorie; come se si trattasse di due scuole filosofiche che professino costruzioni metafisiche assolutamente antagonistiche. Alcuni vedrebbero nel terrorismo nient’altro che alcune evidenti manipolazioni da parte dei servizi segreti; altri riterrebbero che al contrario bisogna rimproverare ai terroristi unicamente la loro totale mancanza di senso storico. Il ricorso a un minimo di logica storica permetterebbe di concludere piuttosto rapidamente che non c’è niente di contraddit-torio nel considerare che anche persone che mancano di qualsiasi senso storico possono essere manipolate; e che, anzi, possono esserlo ancora più facilmente di altri. È inoltre più facile indurre a «pentirsi» qualcuno a cui si può dimostrare che fin dall’inizio si sapeva tutto di ciò che ha creduto di fare liberamente. Un effetto inevitabile delle forme di organizzazione clandestina di tipo militare è che basta infiltrare poche persone in certi punti della rete per farne marciare, e cadere, molte. La critica, in tali questioni di valutazione delle lotte armate, dovrà analizzare una volta o l’altra una di queste operazioni in particolare, senza lasciarsi fuorviare dalla somiglianzà generale che tutte potrebbero eventualmente assumere. Del resto, dovremmo aspettarci come cosa logicamente probabile che i servizi di protezione dello Stato pensino a sfruttare tutti i vantaggi che trovano sul terreno dello spettacolo, che da lunga data è stato organizzato proprio per questo; semmai è la difficoltà di accorgersene che sorprende e suona strana.

L’interesse attuale della giustizia repressiva in questo campo consiste naturalmente nel generalizzare il più rapidamente possibile. L’importante, in questo tipo di mercé, è l’imballaggio o l’etichetta: i codici a barre. Ogni nemico della democrazia spettacolare equivale a un altro, come si equivalgono tutte le democrazie spettacolari. Perciò non può più esser ci diritto d’asilo per i terroristi e, anche se non si rinfaccia loro di esserlo stati, lo diventeranno senz’altro, e l’estradizione s’impone. Nel novembre 1978, a proposito del caso di Gabor Winter, giovane operaio tipografo accusato principalmente, dal governo della Repubblica Federale Tedesca, di aver redatto dei volantini rivoluzionari, Nicole Pradain, rappresentante del pubblico ministero davanti alla sezione d’accusa della Corte d’appello di Parigi, ha rapidamente dimostrato che «le motivazioni politiche», unica causa di rifiuto di estradizione prevista dalla convenzione franco-tedesca del 29 novembre 1951, non potevano essere invocate: «Gabor Winter non è un delinquente politico, ma sociale. Rifiuta le costrizioni sociali. Un vero delinquente politico non ha un senso di rifiuto nei confronti della società. Combatte le strutture politiche e non, come Gabor Winter, le strutture sociali». La nozione di reato politico rispettabile è stata riconosciuta in Europa solo a partire da quando la borghesia aveva attaccato con successo le strutture sociali istituite precedentemente. La qualifica di reato politico era inscindibile dalle varie intenzioni della critica sociale. Questo era vero per Blanqui, Varlin, Durruti. Così adesso si finge di voler conservare, come un lusso a buon mercato, un reato puramente politico che magari nessuno avrà mai più occasione di commettere, perché l’argomento non interessa più a nessuno, tranne agli stessi professionisti della politica, i cui reati non sono quasi mai perseguiti e non si chiamano politici neanch’essi. Tutti i reati e i crimini sono di fatto sociali. Ma fra tutti i crimini sociali quello che dovrà essere considerato il peggiore è la pretesa impertinente di voler ancora cambiare qualcosa in questa società, che pensa di essere stata finora anche troppo buona e paziente; ma che non vuole più essere criticata.

X

La distruzione della logica è stata perseguita, secondo gli interessi fondamentali del nuovo sistema di dominio, con vari metodi che hanno agito sostenendosi sempre l’un l’altro. Parecchi di questi metodi dipendono dalla strumentazione tecnica sperimentata e resa popolare dallo spettacolo; ma certi sono legati piuttosto alla psicologia di massa della sottomissione. Sul piano delle tecniche, quando l’immagine costruita e scelta da qualcun altro è diventata il rapporto principale dell’individuo col mondo, che egli prima guardava da sé da ogni luogo in cui poteva andare, evidentemente non s’ignora che l’immagine reggerà tutto; perché all’interno di una stessa immagine si può giustapporre senza contraddizioni qualunque cosa. Il flusso delle immagini travolge tutto, e analogamente è qualcun altro a dirigere a suo piacimento questa sintesi semplificata del mondo sensibile; a scegliere dove andrà la corrente e anche il ritmo di ciò che dovrà manifestarsi in essa, come eterna sorpresa arbitraria, senza voler lasciare tempo alla riflessione, e prescindendo completamente da ciò che lo spettatore ne può capire o pensare. In questa esperienza concreta della sottomissione permanente sta la radice psicologica dell’adesione così generale a ciò che è presente; adesione che arriva a rico-noscergli ipsofacto un valore sufficiente. Ovviamente il discorso spettacolare tace, oltre a ciò che è propriamente segreto, tutto ciò che non gli conviene. Isola sempre da ciò che mostra la cornice, il passato, le intenzioni, le conseguenze. Quindi è totalmente illogico. Dato che nessuno può più contraddirlo, lo spettacolo ha il diritto di contraddirsi da sé, di rettificare il suo passato. L’atteggiamento altero dei suoi servi quando devono portare a conoscenza una nuova versione, e forse ancor più falsa, di certi fatti, consiste nel correggere brutalmente l’ignoranza e le interpretazioni sbagliate attribuite al pubblico, mentre erano essi stessi che si affrettavano il giorno prima a diffondere quell’errore, con la loro abituale sicurezza. Così, l’insegnamento dello spettacolo e l’ignoranza degli spettatori passano indebitamente per fattori antagonistici, mentre in realtà si generano a vicenda. Anche il linguaggio binario del computer è un’incitazione irresistibile ad ammettere in ogni istante, senza riserve, ciò che è stato programmato come meglio è parso a qualcun altro, spacciandolo per l’origine atemporale di una logica superiore, imparziale e totale. Che risparmio di velocità, e di vocabolario, per giudicare tutto! Politico? Sociale? Bisogna scegliere. Ciò che è l’uno non può essere l’altro. La mia scelta s’impone. Ci fischiano, e sappiamo per chi sono queste strutture. Perciò non c’è da stupirsi che fin dall’infanzia gli scolari comincino facilmente, e con entusiasmo, dal Sapere Assoluto dell’informatica: mentre ignorano sempre più la lettura, che richiede un autentico giudizio ad ogni riga; e che è l’unica attività che permette di accedere alla vasta esperienza umana prespettacolare. Perché la conversazione è quasi morta, e presto lo saranno molti di quelli che sapevano parlare. Sul piano dei modi di pensiero delle popolazioni contemporanee, la prima causa della decadenza dipende chiaramente dal fatto che qualunque discorso mostrato nello spettacolo non lascia nessuno spazio alla risposta; e la logica si era formata socialmente soltanto nel dialogo. Inoltre, quando si è diffuso il rispetto verso ciò che parla nello spettacolo, che si suppone importante, ricco, prestigioso, che è l’autorità stessa, si diffonde anche la tendenza tra gli spettatori a voler essere illogici quanto lo spettacolo, per ostentare un riflesso individuale di quella autorità. Insomma, la logica non è facile e nessuno ha avuto voglia di insegnarla. Nessun drogato studia la logica; perché non ne ha più bisogno, e perché non ne ha più la possibilità. Questa pigrizia dello spettatore è anche quella di qual-siasi funzionario intellettuale, dello specialista formato in fretta, che cercherà in tutte le circostanze di nascondere i limiti angusti delle sue nozioni con la ripetizione dogmatica di qualche argomentazione di autorità illogica.

XI

Generalmente si ritiene che quelli che hanno dimostrato la massima incapacità in fatto di logica sono proprio coloro che si sono proclamati rivoluzionari. Questo rimprovero ingiustificato proviene da un’epoca anteriore, in cui quasi tutti pensavano con un minimo di logica, con la palese eccezione dei cretini e dei militanti; in questi ultimi la mancanza di logica si accompagnava spesso alla malafede, voluta perché ritenuta efficace. Ma oggi non è possibile trascurare il fatto che l’uso intensivo dello spettacolo ha, come c’era da aspettarsi, reso ideologica la maggioranza dei contemporanei, per quanto solo a tratti e a sbalzi. La mancanza di logica, ossia la perdita della possibilità di riconoscere immediatamente ciò che è importante e ciò che è secondario o non pertinente; ciò che è incompatibile o che al contrario potrebbe essere complementare; tutto ciò che una data conseguenza implica e ciò che, nello stesso momento, vieta; tale malattia è stata deliberatamente iniettata a dosi massicce nella popolazione dagli anestesisti-rianimatori dello spettacolo. I contestatori non erano affatto più irrazionali dei sottomessi. Solo che in loro questa irrazionalità generale è visibile più intensamente, perché ostentando il loro progetto hanno tentato di effettuare un’operazione pratica, si trattasse anche solo di leggere certi testi dimostrando di capirne il senso. Si sono assegnati vari obblighi di dominare la logica e perfino la strategia, che è precisamente il campo completo dello spiegamento della logica dialettica dei conflitti; mentre al contrario, proprio come gli altri, anche i contestatori sono privi della semplice capacità di orientarsi con i vecchi strumenti imperfetti della logica formale. Non se ne dubita riguardo a loro, ma non ci si pensa affatto a proposito degli altri. Così, l’individuo, impoverito e segnato nel profondo da questo pensiero spettacolare più che da ogni altro elemento della sua formazione, si mette subito al servizio dell’ordine costituito, mentre la sua intenzione soggettiva poteva anche essere completamente contraria a tale risultato. Egli seguirà essenzialmente il linguaggio dello spettacolo, perché è l’unico ad essergli familiare: quello in cui gli è stato insegnato a parlare. Magari vorrà mostrarsi nemico della sua retorica; ma userà la sua sintassi. È uno dei punti più importanti del successo ottenuto dal dominio spettacolare. La scomparsa così rapida del vocabolario preesistente è solo un momento di questa operazione, e la favorisce.

XII

La cancellazione della personalità accompagna fatalmente le condizioni dell’esistenza sottomessa concretamente alle norme spettacolari, e in tal modo sempre più separata dalle possibilità di conoscere esperienze auten-tiche, scoprendo così le sue preferenze individuali. Paradossalmente, l’individuo dovrà perennemente rinnegare se stesso, se tiene ad essere un po’ considerato in tale società. Infatti questa esistenza postula una fedeltà sempre mutevole, una serie di adesioni continuamente deludenti a prodotti fasulli. Si tratta di correre rapidamente dietro l’inflazione dei segni svalutati della vita. La droga aiuta a conformarsi a questa organizzazione delle cose; la pazzia aiuta a fuggirla. In tutti i tipi di affari di questa società, in cui la distribuzione dei beni si è centralizzata in modo tale da diventare, in maniera allo stesso tempo palese e segreta, detentrice della definizione stessa di ciò che potrà essere il bene, succede che si attribuiscano a certe persone qualità o conoscenze, o a volte addirittura vizi, del tutto immaginari per spiegare con tali cause lo sviluppo soddisfacente di certe imprese; e tutto ciò con l’unico scopo di nascondere, o almeno dissimulare il più possibile, la funzione di varie intese che decidono di tutto. Tuttavia, a dispetto delle sue frequenti intenzioni e dei suoi pesanti metodi per mettere in luce la dimensione piena di molte personalità considerate eccezionali, la società attuale, e non solo attraverso tutto ciò che ha sostituito le arti al giorno d’oggi o attraverso i discorsi al riguardo, dimostra molto più spesso il contrario: la totale incapacità si scontra con un’altra incapacità paragonabile; impazziscono, e fanno a gara per mettersi in rotta. Succede che un avvocato, dimenticando di figurare in un processo solo per rappresentare una determinata causa, si lasci influenzare sinceramente da un ragionamento dell’avvocato suo avversario, anche quando tale ragionamento non è più rigoroso del suo. Inoltre succede che un indiziato, innocente, confessi momentaneamente un delitto che non ha commesso; per il semplice motivo che era stato colpito dalla logica dell’ipotesi di un delatore che voleva ritenerlo colpevole (caso del dottor Archambeau, a Poitiers, nel 1984). Lo stesso McLuhan, il primo apologeta dello spettacolo, che sembrava l’imbecille più convinto del suo secolo, ha cambiato parere scoprendo finalmente, nel 1976, che la «pressione dei mass media porta all’irrazionale» e che sarebbe diventato urgente moderare il loro uso. In precedenza il pensatore di Toronto aveva passato vari decenni a meravigliarsi delle molteplici libertà procurate dal «villaggio planetario», istantaneamente accessibile a tutti senza fatica. I villaggi, contrariamente alle città, sono sempre stati dominati dal conformismo, dall’isolamento, dalla sorveglianza meschina, dalla noia, dalle chiacchiere ripetute all’infinito sulle stesse famiglie. Ed è così che ormai si presenta la volgarità del pianeta spettacolare, in cui non è più possibile distinguere la dinastia dei Grimaldi-Monaco, o dei BorboniFranco, da quella che aveva sostituito gli Stuart. Tuttavia oggi certi discepoli ingrati tentano di far dimenticare McLuhan e di rispolverare le sue prime trovate, puntando a loro volta a una carriera nell’elogio mediale di tutte le nuove libertà da «scegliere» in modo aleatorio nell’effimero. E probabilmente rinnegheranno se stessi più rapidamente del loro ispiratore.

XIII

Lo spettacolo non nasconde che l’ordine meraviglioso che ha istituito è attorniato da alcuni pericoli. L’inquinamento degli oceani e la distruzione delle foreste equatoriali minacciano il rinnovamento dell’ossigeno della Terra; il suo strato di ozono stenta a resistere al progresso industriale; le radiazioni di origine nucleare si accumulano in modo irreversibile. Lo spettacolo conclude semplicemente che ciò non ha importanza. Vuole discutere solo sulle date e sulle dosi. E, solo a questo proposito, riesce a tranquillizzare; cosa che una mente prespettacolare avrebbe giudicato impossibile. I metodi della democrazia spettacolare sono molto flessibili, contrariamente alla semplice brutalità del diktat totalitario. Si può conservare il nome quando la cosa è stata cambiata segretamente (della birra, del manzo, un filosofo). Si può anche cambiare il nome quando la cosa è andata avanti segretamente: per esempio in Inghilterra la fabbrica di trattamento delle scorie nucleari di Windscale è stata indotta a chiamare Sellafield la località dove ha sede per meglio dissipare i sospetti, dopo un incendio disastroso nel 1957, ma questo trattamento toponimico non ha impedito l’aumento della mortalità per cancro e leucemia nei dintorni. Il governo inglese, come apprendiamo democraticamente trent’anni dopo, aveva deciso all’epoca di tenere segreto un rapporto sulla catastrofe che giudicava, non a torto, in grado di scuotere la fiducia che il pubblico accordava al nucleare. Le pratiche nucleari, militari o civili, hanno bisogno di una dose di segreto più forte che in qualsiasi altro campo, dove già, come è noto, ce ne vuole molto. Per facilitare la vita, cioè le menzogne, degli specialisti eletti dai padroni di questo sistema, si è scoperta l’utilità di cambiare anche le misure, di variarle secondo un numero maggiore di punti di vista, di raffinarle per poter giocare secondo i casi con parecchie di tali cifre difficilmente convertibili. Così, per calcolare la radioattività abbiamo a disposizione le seguenti unità di misura: il curie, il becquerel, il rontgen, il rad, alias centigray, il rem, senza dimenticare il facile millirad e il sivert, che non è altro che un pezzo da 100 rem. Tutto questo ricorda le suddivisioni della moneta inglese, così complesse che gli stranieri stentavano ad assimilarle, ai tempi in cui Sellafield si chiamava ancora Windscale. Possiamo immaginare il rigore e la precisione che la storia delle guerre e di conseguenza i teorici della strategia avrebbero potuto raggiungere nell’Ottocento se, per non fornire informazioni troppo confidenziali ai commentatori neutrali o agli storici nemici, ci si fosse attenuti abitualmente a render conto di una campagna in questi termini: «La fase preliminare comporta una serie di scontri in cui, dalla nostra parte, una solida avanguardia costituita da quattro generali e dalle unità poste sotto il loro comando affronta un corpo nemico fornito di 13000 baionette. Nella fase successiva si sviluppa una battaglia campale, combattuta a lungo, che ha coinvolto il nostro esercito al completo con i suoi 290 cannoni e la sua cavalleria forte di 18000 sciabole; mentre l’avversario gli ha opposto truppe che allineavano non meno di 3600 tenenti di fanteria, quaranta capitani di ussari e ventiquattro di corazzieri. Dopo successi e insuccessi alterni da ambo le parti, nell’insieme l’esito della battaglia può essere considerato incerto. Le nostre perdite, piuttosto al di sotto della cifra media rilevata solitamente in combattimenti di pari intensità e durata, sono sensibilmente superiori a quelle dei greci a Maratona, ma restano inferiori a quelle dei prussiani a lena». Sulla base di questo esempio, non è impossibile per uno specialista farsi un’idea vaga delle forze impegnate. Ma la direzione delle operazioni resta sicuramente al di sopra di ogni giudizio. Nel giugno 1987, Pierre Bacher, vice direttore tecnico della Società elettrica francese, ha esposto la più recente dottrina per la sicurezza delle centrali nucleari. Dotandole di paratoie e di filtri, diventa molto più facile evitare le catastrofi gravi, la fessurazione o l’esplosione dell’area, che colpirebbero una «regione» nel suo complesso. È il risultato che si ottiene a voler confinare troppo. È meglio, ogni volta che la macchina da segno di sfuggire al controllo, decomprimere lentamente, inondando una zona vicina di qualche chilometro, zona che sarà ogni volta estesa in modo molto vario e aleatorio dal capriccio dei venti. Bacher rivela che i prudenti tentativi compiuti a Cadarache, nella Dròme, nei due anni precedenti «hanno dimostrato concretamente che i rigetti — essenzialmente gassosi — non superano le poche unità per mille, alla peggio l’uno per cento della radioattività che domina nell’area». Il peggio resta quindi molto moderato: un uno per cento. Prima eravamo sicuri che non c’era alcun rischio, tranne in caso di incidente, logicamente impossibile. I primi anni di esperienza hanno cambiato tale ragionamento in questo modo: dato che l’incidente è sempre possibile, occorre evitare che raggiunga una soglia catastrofica, ed è facile. Basta contaminare volta per volta con moderazione. Chi negherebbe che è infinitamente più sano limitarsi per qualche anno a bere 140 centilitri di vodka al giorno invece di cominciare subito a ubriacarsi come tanti polacchi? È certamente un peccato che la società umana si scontri con problemi così scottanti proprio quando è diventato materialmente impossibile far sentire la minima obiezione al discorso mercantile; quando il dominio, proprio perché è dispensato dallo spettacolo da qual-siasi risposta alle sue decisioni e giustificazioni frammentarie o deliranti, crede di non aver più bisogno di pensare; ed effettivamente non sa più pensare. Per quanto il democratico sia inflessibile, non preferirebbe che gli avessero scelto padroni più intelligenti? La conferenza internazionale di esperti tenuta a Ginevra nel dicembre 1986 verteva unicamente su un divieto mondiale di produzione di clorofluorocarbonio, il gas che da poco tempo, ma a un ritmo molto sostenuto, fa sparire il sottile strato di ozono che come forse si ricorda proteggeva questo pianeta dagli effetti nocivi dell’irradiazione cosmica. Daniel Verilhe, rappresentante della filiale di prodotti chimici di Elf-Aquitaine, incluso in tale veste in una delegazione francese fermamente contraria a questo divieto, faceva un’osservazione molto significativa: «Ci vogliono tre anni buoni per mettere a punto eventuali sostituti e i costi possono essere moltiplicati per quattro». Com’è noto, il fuggevole strato di ozono, a una tale altitudine, non appartiene a nessuno, e non ha nessun valore commerciale. Lo stratega industriale ha potuto così far misurare ai suoi avversa-ri tutta la loro inspiegabile incuranza economica, con questo richiamo alla realtà: «È molto rischioso basare una strategia industriale su imperativi in materia di ambiente». Quanti già da un pezzo avevano iniziato a criticare l’economia politica definendola «la negazione totale dell’uomo» non si erano sbagliati. La si può constatare da questa spiritosaggine.

XIV

Si sente dire che ormai la scienza è subordinata a imperativi di redditività economica; ciò è vero da sempre. Il fatto nuovo è che l’economia abbia comincialo a fare apertamente guerra agli umani; non più soltanto alle possibilità della loro vita, ma anche a quelle della loro sopravvivenza. È stato allora che il pensiero scientifico ha scelto, contro gran parte del proprio passato antischiavista, di servire il dominio spettacolare. Prima di arrivare a questo punto la scienza godeva di una relativa autonomia. Perciò sapeva pensare il suo briciolo di realtà; e in tal modo aveva potuto contribuire immensamente ad aumentare i mezzi dell’economia. Quando l’economia onnipotente è diventata folle, e i tempi spettacolari non sono altro che questo, ha soppresso le ultime tracce dell’autonomia scientifica, inscindibilmente sul piano metodologico e su quello delle condizioni pratiche dell’attività dei «ricercatori». Non si chiede più alla scienza di capire il mondo, o di migliorare qualcosa. Le si chiede di giustificare istantaneamente tutto ciò che si fa. Stupido m questo campo come in tutti gli altri, da lui sfruttati con l’irriflessione più nefasta, il dominio spettacolare ha fatto abbattere l’albero gigantesco del sapere scientifico al solo fine di ricavarne un manganello. Per obbedire a questa ultima domanda sociale di una giustificazione manifestamente impossibile, è meglio non saper più pensare troppo, ma essere al contrario abbastanza abituati alle comodità del discorso spettacolare. I infatti è proprio in questa carriera che la scienza prostituita di questi tempi spregevoli ha trovato prontamente la sua più recente specializzazione, con molta buona volontà.

La scienza della giustificazione menzognera era apparsa naturalmente fin dai primi sintomi di decadenza della società borghese, con la proliferazione cancerosa delle pseudoscienze dette «umane»; ma, ad esempio, la medicina moderna era riuscita per un certo tempo a spacciarsi per utile, e coloro che avevano sconfitto il vaiolo o la lebbra erano ben diversi da quanti hanno capitolato vigliaccamente di fronte alle radiazioni nucleari o alla chimica agroalimentare. Si fa presto ad osservare che oggi la medicina non ha più il diritto di difendere la salute della popolazione dall’ambiente patogeno, perché ciò significherebbe opporsi allo Stato, o anche soltanto all’industria farmaceutica. Ma non è soltanto per mezzo di ciò che è obbligata a tacere che l’attuale attività scientifica confessa ciò che è diventata. È anche per mezzo di ciò che essa molto spesso ha l’ingenuità di dire. Annunciando nel novembre del 1985 di avere probabilmente scoperto un rimedio efficace contro l’Aids, i professori Even e Andrieu dell’ospedale Laènnec suscitarono due giorni dopo, essendo morti i pazienti, alcune riserve da parte di vari medici, meno avanzati rispetto a loro o forse invidiosi, per il loro modo piuttosto precipitoso di correre a far registrare quella che era solo un’apparenza ingannevole di vittoria solo poche ore prima del crollo. E quelli si difesero senza scomporsi, affermando che «dopo tutto meglio una falsa speranza che nessuna speranza». Erano addirittura troppo ignoranti per riconoscere che questo solo argomento bastava a rinnegare completamente lo spirito scientifico; e che storicamente era sempre servito a mascherare le proficue fantasie dei ciarlatani e degli stregoni, nei tempi in cui non si affidava loro la direzione degli ospedali. Quando la scienza ufficiale arriva al punto di essere diretta in questo modo, come tutto il resto dello spettacolo sociale che sotto una veste materialmente ammodernata e arricchita non ha fatto altro che riprendere le antichissime tecniche dei teatrini ambulanti — illusionisti, imbonitori e protettori —, non possiamo stupirci vedendo la grande autorità che riacquistano parallelamente, un po’ dappertutto, i maghi e le sette, lo zen imballato sotto vuoto o la teologia dei mormoni. L’ignoranza, che ha servito bene le potenze costituite, o stata per di più sempre sfruttata da aziende ingegnose che si tenevano ai margini delle leggi. Quale momento più propizio di quello in cui l’analfabetismo ha fatto tanti progressi? Ma questa realtà è a sua volta negata da un’altra dimostrazione di stregoneria. Al momento della sua fondazione l’Unesco aveva adottato una definizione scientifica, molto precisa, dell’analfabetismo, che si prefiggeva di combattere nei paesi arretrati. Quando si è visto riapparire inopinatamente lo stesso fatto, ma stavolta nei paesi detti avanzati, come qualcun altro che aspettando Grouchy vide spuntare Blucher nella battaglia, è bastato gettare nella mischia le truppe scelte degli esperti; e con un unico assalto irresistibile essi si sono affrettati a eliminare la formula, sostituendo il termine analfabeta con quello di illetterato: così come un «falso patriota» può comparire al momento giusto per sostenere una buona causa nazionale. E per corroborare tra pedagoghi la pertinenza del nuovo termine ci si affretta a far passare rapidamente, come se fosse ammessa da sempre, una nuova definizione, secondo la quale mentre l’analfabeta era come si sa colui che non aveva mai imparato a leggere, l’illetterato in senso moderno è al contrario colui che ha imparato la lettura (e anzi l’ha imparata meglio di prima, come possono freddamente testimoniare seduta stante i teorici e gli storici ufficiali della pedagogia più dotati), ma che casualmente l’ha dimenticata subito. Questa sorprendente spiegazione rischierebbe di essere meno rassicurante che inquietante se non fosse così abile da evitare, sfiorandola come se non la vedesse, la prima conseguenza che sarebbe venuta in niente a ognuno in epoche più scientifiche: ovvero che quest’ultimo fenomeno meriterebbe di essere a sua volta spiegato, e combattuto, perché non aveva mai potuto essere osservato né immaginato da nessuna parte, prima dei recenti progressi del pensiero avariato; quando la decadenza della spiegazione accompagna di pari passo la decadenza della pratica.

XV

Più di cento anni fa il Nuovo dizionario dei sinonimi francesi di A.-L. Sardou definiva le sfumature che bisogna cogliere tra: fallacieux, trompeur, imposteur, sé-ducteur, insidieux, captieux (fallace, ingannevole, impostore, seduttore, insidioso, capzioso); e che insieme costituiscono oggigiorno una sorta di tavolozza dei colori che si confanno a un ritratto della società dello spettacolo. Non spettava al suo tempo né alla sua esperienza di specialista il compito di esporre con altrettanta chiarezza i significati vicini, ma molto diversi, dei pericoli che normalmente deve prepararsi ad affrontare ogni gruppo che si da alla sovversione, seguendo ad esempio questa gradazione: égaré, provoqué, infiltré, ma-nipulé, usurpé, retourné (fuorviato, provocato, infiltrato, manipolato, usurpato, deviato). Ad ogni modo queste sfumature considerevoli non sono mai risultate chiare ai dottrinari della «lotta armata». «Fallace, dal latino fallaciosus, abile o abituato ad ingannare, pieno di ipocrisia: la desinenza di questo aggettivo equivale al superlativo di ingannevole. Ciò che inganna o induce in errore in qualsiasi modo è ingannevole: ciò che è fatto per ingannare, abusare, gettare nell’errore con un proposito deliberato di ingannare con l’artificio e l’imponente apparato più adatto a trarre in inganno, è fallace. Ingannevole è un termine generico e vago; tutti i tipi di segni e di apparenze incerte sono ingannevoli: fallace designa la falsità, l’ipocrisia, l’impostura calcolata; dei discorsi, delle proteste, dei ragionamenti sofistici sono fallaci. Questo termine ha dei nessi con impostore, seduttore, insidioso, capzioso, ma non ha equivalenti. Impostore designa tutti i generi di false apparenze, o di trame concertate per trarre in inganno o per nuocere; l’ipocrisia, ad esempio, la calunnia, ecc. Seduttore esprime l’azione propria di impadronirsi di qualcuno, di fuorviarlo con mezzi abili e insinuanti. Insidioso indica unicamente l’azione di tendere abilmente dei tranelli e di farci cadere la vittima. Capzioso si limita all’azione sottile di sorprendere qualcuno e di farlo cadere in errore. Fallace riassume la maggior parte di questi aspetti».

XVI

11 concetto, ancora giovane, di disinformazione è stato importato recentemente dalla Russia insieme a molte altre invenzioni utili alla gestione degli Stati moderni. È sempre impiegato nel senso più alto da un potere, o come corollario da persone che detengono un pezzo di autorità economica o politica per mantenere ciò che è istituito; e sempre attribuendo a tale impiego una funzione controffensiva. Ciò che può opporsi a una sola verità ufficiale dev’essere necessariamente una disinformazione proveniente da potenze ostili, o quanto meno da rivali, e deve essere stata intenzionalmente falsata per malanimo. La disinformazione non è la semplice negazione di un fatto che conviene alle autorità, o la semplice affermazione di un fatto loro sgradito: questo si chiama psicosi. Contrariamente alla pura e semplice menzogna la disinformazione, e qui il concetto diventa interessante per i difensori della società dominante, deve fatalmente contenere una certa parte di verità, ma deliberatamente manipolata da un abile nemico. Il potere che parla di disinformazione non si crede assolutamente privo di difetti, ma sa che potrà attribuire ad ogni critica precisa l’eccessiva inconsistenza che è nella natura della disinformazione; e in questo modo non dovrà mai ammettere un difetto particolare. Insomma, la disinformazione sarebbe il cattivo uso della verità. Chi la diffonde è colpevole, e chi le crede, imbecille. Ma chi sarebbe dunque l’abile nemico? In questo caso non può essere il terrorismo, che non rischia di «disinformare» nessuno, perché è incaricato di rappresentare ontologicamente l’errore più bislacco e meno ammissibile. Grazie alla sua etimologia e ai ricordi contemporanei degli scontri limitati che verso la metà del secolo opposero per breve tempo Est e Ovest, spettacolare concentrato e spettacolare diffuso, il capitalismo dello spettacolare integrato fa tuttora finta di credere che il capitalismo burocratico totalitario — presentato addirittura, a volte, come il retroterra o l’ispirazione dei terroristi — resti il suo nemico fondamentale, e il secondo dirà lo stesso del primo, nonostante le innumerevoli prove della loro profonda alleanza e solidarietà. In realtà tutti i poteri insediati, nonostante qualche effettiva rivalità locale, e senza volerlo mai dire, pensano continuamente ciò che aveva ricordato un giorno, da parte sovversiva e senza grande successo immediato, uno dei rari internazionalisti tedeschi dopo l’inizio della guerra del 1914: «II nemico principale è nel nostro paese». In definitiva la disinformazione è l’equivalente di ciò che «le cattive passioni» rappresentavano nel discorso della guerra sociale dell’Ottocento. È tutto ciò che è oscuro e rischierebbe di volersi opporre alla straordinaria felicità di cui questa società, come ben sappiamo, fa beneficiare coloro che le hanno dato fiducia; felicità che non può essere mai troppo pagata con vari rischi o irrilevanti delusioni. E tutti quelli che vedono tale felicità nello spettacolo ammettono che non c’è da lesinare sul prezzo; mentre gli altri disinformano. L’altro vantaggio che si trova nel denunciare, spiegandola in questo modo, una disinformazione assai particolare è che di conseguenza il discorso complessivo dello spettacolo non può essere sospettato di contenerla a sua volta, perché esso può designare, con la sicurezza più scientifica, il terreno dove si riconosce la disinformazione: è tutto ciò che si può dire e che non gli aggrada. Probabilmente è per sbaglio — a meno che non si tratti piuttosto di un inganno deliberato — che di recente in Francia si è ventilato il progetto di attribuire ufficialmente una sorta di marchio a del materiale mediale «garantito senza disinformazione»: ciò offendeva certi professionisti dei mass media, che volevano ancora credere, o più modestamente far credere, di non essere effettivamente censurati già da ora. Ma soprattutto il concetto di disinformazione non deve evidentemente essere usato difensivamente, e ancor meno in una difensiva statica, rinforzando una muraglia cinese, una linea Maginot che dovrebbe coprire completamente uno spazio che si suppone vietato alla disinformazione. Bisogna che ci sia una disinformazione, e che essa resti fluida, capace di passare dappertutto. Sarebbe stupido difendere lo spettacolo là dove non è attaccato; e questo concetto si logorerebbe con un’estrema velocità difendendolo, contro l’evidenza, su punti che devono al contrario evitare di mobilitare l’attenzione. Inoltre, le autorità non hanno alcun autentico bisogno di garantire che un’informazione precisa non contenga disinformazione. E non ne hanno i mezzi: non sono così rispettate, e non farebbero che attirare il sospetto sull’informazione in questione. Il concetto di disinformazione è valido solo nel contrattacco. Bisogna mantenerlo in seconda linea e poi lanciarlo immediatamente in avanti per respingere ogni verità che si presenti.

Se talvolta rischia di apparire una sorta di disinformazione disordinata, al servizio di alcuni interessi privati provvisoriamente in conflitto, e di essere a sua volta creduta, diventando incontrollabile e opponendosi in tal modo al lavoro complessivo di una disinformazione meno irresponsabile, non è affatto il caso di temere che nella prima siano impegnati altri manipolatori più esperti o più sottili: è semplicemente perché la disinformazione si dispiega ormai in un mondo in cui non c’è più posto per nessuna verifica. Il concetto confusionista di disinformazione è messo in risalto per confutare istantaneamente, grazie semplicemente al suono del termine, ogni critica che le varie agenzie di organizzazione del silenzio non fossero riuscite a far sparire. Ad esempio, un giorno si potrebbe dire, se ciò fosse utile, che questo scritto è un’impresa di disinformazione sullo spettacolo; oppure di disinformazione ai danni della democrazia, che è lo stesso. Contrariamente a quanto afferma il suo concetto spettacolare opposto, la pratica della disinformazione non può che servire lo Stato qui e ora, sotto la sua guida diretta, o per iniziativa di coloro che difendono gli stessi valori. In realtà la disinformazione risiede in tutta l’informazione esistente; e come suo carattere principale. È nominata soltanto dove occorre mantenere, con l’intimidazione, la passività. Dove la disinformazione è nominata, non esiste. Dove esiste, non la si nomina. Quando esistevano ancora delle ideologie che si scontravano, che si proclamavano a favore o contro un dato aspetto conosciuto della realtà, c’erano fanatici e bugiardi ma non «disinformatori». Quando il rispetto per il consenso spettacolare, o perlomeno una volontà di vanagloria spettacolare non permettono più di dire veramente a che cosa ci si oppone, oppure ciò che si approva con tutte le sue conseguenze, ma ci si trova spesso costretti a dissimulare un aspetto considerato per qualche motivo pericoloso in ciò che si è supposti ammettere, allora si pratica la disinformazione; come per disattenzione, o per dimenticanza, o per cosiddetto falso ragionamento. Ad esempio, sul terreno della contestazione successiva al 1968, i ricuperatori inetti chiamati «pro situ» sono stati i primi disinformatori, perché dissimulavano il più possibile le manifestazioni pratiche attraverso le quali si era affermata la critica che sostenevano di condividere; e, senza farsi scrupolo di indebolire l’enunciato, non citavano mai niente o nessuno, per dare l’impressione di aver trovato qualcosa da se stessi.

XVII

Invertendo una famosa formula di Hegel notavo già nel 1967 che «nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso». Gli anni trascorsi da allora hanno dimostrato i progressi di questo principio in ogni campo particolare, senza eccezioni. Così, in un’epoca in cui l’arte contemporanea non può più esistere, diventa difficile giudicare le arti classiche. Qui come altrove, l’ignoranza è prodotta solo per essere sfruttata. Nello stesso momento in cui vanno perduti il senso della storia e il gusto, si organizzano reti di falsificazione. È sufficiente disporre di esperti e di banditori, cosa piuttosto facile, per far passare tutto, perché in certi affari, come in tutti gli altri del resto, è la vendita ad autenticare ogni valore. Dopo, converrà ai collezionisti o ai musei, soprattutto americani, strapieni di falsi, mantenerne la buona reputazione, come il Fondo monetario internazionale mantiene la finzione del valore positivo degli enormi debiti di cento nazioni.

Il falso forma il gusto e sostiene il falso, facendo sparire volontariamente la possibilità di riferimento all’autentico. Si rifà addirittura il vero, appena possibile, per farlo assomigliare al falso. Gli americani, essendo i più ricchi e i più moderni, sono stati le vittime principali di questo commercio del falso in arte. E sono proprio gli stessi a finanziare i lavori di restauro di Versailles o della Cappella Sistina. Per questo gli affreschi di Michelangelo dovranno acquistare colori ravvivati da fumetto, e i mobili autentici di Versailles assumere il vivido splendore della doratura che li farà assomigliare al falso mobilio d’epoca Luigi XIV importato dispendiosamente nel Texas. Il giudizio di Feuerbach sul fatto che il suo tempo preferiva «l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà» è stato pienamente confermato dal secolo dello spettacolo, e questo in numerosi campi in cui l’Ottocento era voluto restare lontano da quella che era già la sua natura profonda: la produzione industriale capitalista. In tal modo la borghesia aveva ampiamente diffuso lo spirito rigoroso del museo, dell’oggetto originale, della critica storica esatta, del documento autentico. Ma oggi l’artificiale tende a sostituire il vero dovunque. A questo punto è provvidenziale che l’inquinamento dovuto al traffico costringa a sostituire con copie di plastica i cavalli di Marly o le statue ro-maniche del portale di Saint-Trophime. Insomma, tutto sarà più bello di prima, per essere fotografato dai turisti. Probabilmente il colmo è stato raggiunto con il ridicolo falso burocratico cinese delle grandi statue della vasta armata industriale del Primo Imperatore, che tanti statisti in viaggio sono stati invitati ad ammirare in si-tu. Ciò dimostra quindi, dato che si è potuto prenderli in giro con tanta crudeltà, che nessuno disponeva, nella massa dei consiglieri, di un solo individuo che conoscesse la storia dell’arte, in Cina o fuori della Cina. È noto che hanno avuto un’istruzione particolare: «II computer di Sua Eccellenza non ne è stato informato». La constatazione che, per la prima volta, si può governare senza avere alcuna conoscenza dell’arte né alcun senso dell’autentico o dell’impossibile potrebbe bastare da sola a far supporre che tutti gli ingenui creduloni dell’economia e dell’amministrazione porteranno probabilmente il mondo a una grande catastrofe; se la loro pratica effettiva non l’avesse già dimostrato.

XVIII

La nostra società è costruita sul segreto, dalle «società schermo» che mettono al riparo da qualsiasi luce i beni concentrati dei possidenti, fino al «segreto difesa» che copre oggi un immenso territorio di piena libertà extragiudiziale dello Stato; dai segreti, spesso terribili, della produzione povera, nascosti dietro la pubblicità, alle proiezioni delle variabili di futuro estrapolato, sulle quali il dominio è il solo a leggere lo sviluppo più probabile di ciò di cui nega assolutamente l’esistenza, calcolando tuttavia le risposte che fornirà misteriosamente. A questo proposito possiamo fare alcune osservazioni. C’è un numero sempre maggiore di luoghi, nelle grandi città come in alcuni spazi riservati della campagna, che sono inaccessibili, ossia sorvegliati e protetti da tutti gli sguardi; che sono tenuti lontano dalla curiosità innocente, e al riparo da ogni spionaggio. Senza essere propriamente militari, sono organizzati su quel modello, escludendo ogni rischio di controllo da parte di passanti o abitanti; o addirittura da parte della polizia, che da un pezzo si è vista ridurre le sue funzioni alla sorveglianza e alla repressione della delinquenza più comune. Così, in Italia, quando Aldo Moro era prigioniero di Potere Due, non è stato tenuto rinchiuso in un edificio più o meno introvabile, ma semplicemente in un edificio impenetrabile.

C’è un numero sempre maggiore di uomini formati per agire nel segreto; istruiti ed esercitati a non far altro. Sono distaccamenti speciali di uomini armati di archivi riservati, cioè di osservazioni e analisi segrete. E altri sono armati di varie tecniche per lo sfruttamento e la manipolazione di questi affari segreti. Infine, quando si tratta delle loro branche «Azione», possono anche essere dotati di altre capacità di semplificazione dei problemi studiati. Mentre i mezzi assegnati a questi uomini specializzati nella sorveglianza e nell’influenza aumentano, trovano anche circostanze generali che li favoriscono ogni anno di più. Ad esempio, quando le nuove condizioni della società dello spettacolo integrato hanno costretto la sua critica a rimanere autenticamente clandestina, non perché si nasconde ma perché è nascosta dalla massiccia messinscena del pensiero del divertimento, coloro che sono comunque incaricati di sorvegliare tale critica, e se necessario di smentirla, possono in definitiva servirsi contro di essa delle risorse che sono tradizionali nell’ambiente della clandestinità: provocazione, infiltrazioni e varie forme di eliminazione della critica autentica a vantaggio di una falsa che avrà potuto essere introdotta a tale scopo. L’incertezza cresce ogni momento, quando l’impostura generale dello spettacolo si arricchisce della possibilità di ricorrere a mille imposture particolari. Un delitto inspiegato può anche essere definito suicidio, in prigione o altrove; e la dissoluzione della logica permette inchieste e processi che decollano in verticale nell’assurdo, e che spesso sono falsati fin dall’origine da stravaganti autopsie, praticate da strani esperti. Da un pezzo ci siamo abituati a veder giustiziare sommariamente gente di ogni tipo. I terroristi noti o considerati tali sono combattuti apertamente in modo terroristico. Il Mossad va ad ammazzare lontano Abù Jihad, o i S.A.S. inglesi degli irlandesi, o la polizia parallela del «G.A.L.» dei baschi. A loro volta quelli che vengono fatti uccidere da presunti terroristi non sono scelti senza motivi; ma è generalmente impossibile essere sicuri di conoscere questi motivi. Si può sapere che la stazione di Bologna è saltata in aria perché l’Italia continuasse ad essere ben governata; e cosa sono gli «Squadroni della morte» in Brasile; e che la mafia può incendiare un albergo negli Stati Uniti per appoggiare un racket. Ma come sapere a cosa hanno potuto servire, veramente, i «folli omicidi del Brabante»? È difficile applicare il principio cui prodest? in un mondo in cui tanti interessi operanti sono nascosti così bene. Di modo che, sotto lo spettacolare integrato, si vive e si muore alla confluenza di un’enorme quantità di misteri. Dicerie medial-poliziesche assumono subito, o al massimo dopo essere state ripetute tre o quattro volte, il peso indiscusso di prove storiche secolari. Secondo la leggendaria autorità dello spettacolo del giorno, strani personaggi eliminati in silenzio riappaiono in veste di falsi sopravvissuti, il cui ritorno potrà sempre essere evocato o calcolato, e dimostrato dal più semplice «si dice» degli specialisti. Stanno da qualche parte tra l’Acheronte e il Lete, questi morti che non sono stati regolarmente sepolti dallo spettacolo; si presume che dormano nell’attesa che ci si degni di svegliarli, tutti, il terrorista ridisceso dalle colline e il pirata tornato dal mare; e il ladro che non ha più bisogno di rubare. Così l’incertezza è organizzata dappertutto. La protezione del dominio procede molto spesso per falsi attacchi di cui il trattamento mediale farà perdere di vista la vera operazione: come la singolare azione di forza di Tejero e delle sue guardie civili nelle Cortes, nel 1981, il cui fallimento doveva nascondere un altro pronunciamiento più moderno, cioè mascherato, che è andato in porto. Il fallimento altrettanto vistoso di un sabotaggio ad opera dei servizi speciali francesi, nel 1985, in Nuova Zelanda è stato da alcuni considerato uno stratagemma forse destinato a distogliere l’attenzione dai numerosi nuovi impieghi di tali servizi, facendo credere alla loro grottesca goffaggine sia nella scelta degli obiettivi che nelle modalità di esecuzione. Con maggiore sicurezza si è ritenuto quasi ovunque che le ricerche geologiche di un giacimento petrolifero nel sottosuolo della città di Parigi, effettuate rumorosamente nell’autunno del 1986, non avessero altra seria intenzione che quella di misurare fin dove era potuto arrivare il grado di ot-tundimento e di sottomissione degli abitanti, mostrando loro una presunta ricerca del tutto demenziale sul piano economico. Il potere è diventato così misterioso che, dopo il caso delle vendite illegali di armi all’Iran da parte della presidenza degli Stati Uniti, ci si è potuti chiedere chi comandava veramente negli Stati Uniti, la potenza più forte del mondo detto democratico. E allora chi diavolo può comandare il mondo democratico? A un livello più profondo, in questo mondo ufficialmente così pieno di rispetto per tutte le necessità eco-nomiche, nessuno sa mai quanto costa veramente qualsiasi cosa prodotta: infatti la parte più importante del costo effettivo non è mai calcolata; e il resto è tenuto segreto.

XIX

II generale Noriega si è fatto conoscere per un istante in tutto il mondo all’inizio del 1988. Era dittatore senza carica di Panama, paese senza esercito, in cui comandava la Guardia Nazionale. Perché Panama non è un vero Stato sovrano: è stato scavato per il suo canale, e non l’inverso. Il dollaro è la sua moneta, e anche il vero e proprio esercito che vi staziona è straniero. Dunque Noriega aveva fatto tutta la sua carriera, perfettamente identica in questo a quella di Jaruzelski in Polonia, come generale-poliziotto, al servizio dell’occupante. Importava droga negli Stati Uniti, perché Panama non rende abbastanza, ed esportava in Svizzera i suoi capitali «panamensi». Aveva lavorato con la CI A contro Cuba, e per avere la copertura adatta alle sue attività economiche aveva anche denunciato alle autorità americane, tanto ossessionate da questo problema, un certo numero di suoi rivali nell’importazione. Il suo consigliere principale in materia di sicurezza, invidiategli da Washington, era il migliore sul mercato, Michael Ha-rari, ex ufficiale del Mossad, il servizio segreto di Israele. Quando gli americani hanno voluto disfarsi del personaggio, perché alcuni loro tribunali l’avevano imprudentemente condannato, Noriega si è dichiarato pronto a difendersi anche mille anni, per patriottismo panamense, contro il suo popolo insorto e al tempo stesso contro gli stranieri; ha ottenuto subito l’approvazione pubblica dei dittatori burocratici più austeri di Cuba e del Nicaragua, in nome dell’anti imperialismo. Lungi dall’essere una stranezza strettamente panamense, questo generale Noriega, che vende tutto e simula tutto, in un mondo che fa ovunque altrettanto, era in ogni suo aspetto come tipo di uomo di un tipo di Stato, come tipo di generale, come capitalista, perfettamente rappresentativo dello spettacolare integrato; e dei successi che esso autorizza nelle direzioni più disparate della sua politica interna e internazionale. È un modello di principe del nostro tempo, e tra coloro che si destinano a salire e a restare al potere in qualsia-si parte del mondo, i più capaci gli assomigliano molto. Non è Panama che produce tali meraviglie, è la nostra epoca.

XX

Per ogni servizio segreto, in armonia su questo punto con la giusta teoria clausewitziana della guerra, un sapere deve diventare un potere. Da qui un servizio ricava attualmente il suo prestigio, il suo tipo di poesia particolare. L’intelligenza, scacciata così radicalmente dallo spettacolo, che non permette di agire e non dice gran che di vero sull’azione altrui, pare quasi essersi rifugiata tra coloro che analizzano delle realtà, e agiscono di nascosto su delle realtà. Recentemente, alcune rivelazioni che Margaret Thatcher ha fatto di tutto per soffocare, ma invano, autenticandole in tal modo, hanno dimostrato che in Inghilterra i servizi erano già stati in grado di provocare la caduta di un ministero la cui politica sembrava loro pericolosa. Così, il disprezzo generale che lo spettacolo suscita restituisce, per motivi nuovi, un’attrattiva a quello che ai tempi di Kipling potè essere chiamato «il grande gioco».

La «concezione poliziesca della storia» era nell’Ottocento un’interpretazione reazionaria e ridicola, in un periodo in cui tanti fortissimi movimenti sociali agitavano le masse. Gli pseudo-contestatari di oggi lo sanno bene, per sentito dire o grazie a qualche libro, e credono che quella conclusione sia rimasta vera in eterno. Non vogliono mai vedere la pratica reale del loro tempo; perché è troppo triste per le loro frigide speranze. Lo Stato non lo ignora, e ne approfitta. Nel momento in cui quasi tutti gli aspetti della vita politica internazionale, e un numero crescente di coloro che contano nella politica interna, sono diretti e mostrati secondo lo stile dei servizi segreti, con inganni, disinformazione, duplice spiegazione — quella che può nasconderne un’altra, o semplicemente averne l’aria — lo spettacolo si limita a far conoscere il mondo noioso dell’incomprensibile obbligatorio, una tediosa serie di romanzi polizieschi privi di vita e dove manca sempre la conclusione. Qui la messinscena realista di una lotta di negri, di notte, in una galleria, può rappresentare un espediente drammatico sufficiente. L’imbecillità crede che tutto sia chiaro, quando la televisione ha mostrato una bella immagine, e l’ha commentata con una coraggiosa menzogna. La semi-élite si accontenta di sapere che quasi tutto è oscuro, ambivalente, «montato» in funzione di codici sconosciuti. Un’elite più chiusa vorrebbe sapere il vero, difficilissi-mo da distinguere chiaramente in ogni singolo caso, nonostante tutti i dati riservati e le confidenze di cui può disporre. Per questo amerebbe possedere il metodo della verità, ma si tratta quasi sempre di un amore infelice.

XXI

II segreto domina questo mondo, in primo luogo come segreto del dominio. Secondo lo spettacolo, il segreto non sarebbe che un’eccezione necessaria alla regola dell’informazione offerta abbondantemente su tutta la superficie della società, mentre il dominio, in questo «mondo libero» dello spettacolare integrato, si sarebbe ridotto ad un semplice dipartimento esecutivo al servizio della democrazia. Ma nessuno crede veramente allo spettacolo. Come accettano gli spettatori l’esistenza del segreto, garanzia sufficiente che essi non potrebbero amministrare un mondo di cui ignorano le principali realtà, se per un caso improbabile si chiedesse davvero il loro parere sul modo di farlo? È un fatto che il segreto non appare quasi a nessuno nella sua purezza inaccessibile, e nella sua generalità funzionale. Tutti ammettono che esista inevitabilmente un piccolo margine di segreto riservato agli specialisti; e per la maggioranza delle cose, molti pensano di essere a parte del segreto.

Nel Discours sur la servitude volontaire La Boétie ha mostrato come il potere di un tiranno deve trovare numerosi appoggi nei circoli concentrici degli individui che in esso trovano o credono di trovare un vantaggio. Allo stesso modo molte persone, tra i politici o i funzio-nari mediali, lusingate dal fatto di non poter essere sospettate di irresponsabilità, conoscono molte cose tramite relazioni e confidenze. Chi è contento di essere a parte della confidenza non è particolarmente portato a criticarla; quindi neanche a notare che, in tutte le confidenze, la parte principale della realtà gli sarà sempre nascosta. Grazie alla benevola protezione dei bari, conosce un po’ più di carte, ma possono essere false; ma mai il metodo che dirige e spiega il gioco. Perciò s’identifica subito con i manipolatori, e disprezza l’ignoranza che in fondo riguarda anche lui. Perché le briciole d’informazione offerte a questi famigli della tirannia menzognera sono normalmente ammorbate dalla menzogna, incontrollabili, manipolate. Tuttavia gratificano chi vi ha accesso, perché si sente superiore a quanti non sanno niente. Esse del resto valgono soltanto per far meglio approvare il dominio, e mai per capirlo effettivamente. Costituiscono il privilegio degli spettatori di prima classe: quelli che hanno l’idiozia di credere di poter capire qualcosa, non servendosi di ciò che è loro nascosto, ma credendo a ciò che è loro rivelato! Il dominio è lucido almeno in questo, che si aspetta dalla propria gestione, libera e senza ostacoli, un numero piuttosto elevato di catastrofi di prima grandezza in un futuro imminente, sia sui terreni ecologici, ad esempio chimico, che su quelli economici, ad esempio bancario. Già da qualche tempo si è messo nella situazione di poter trattare tali sciagure eccezionali usando un metodo diverso da quello abituale della mite disinformazione.

XXII

Quanto agli assassini! sempre più numerosi da più di due decenni, rimasti del tutto inspiegati — perché se talora è stata sacrificata qualche comparsa, non ci si è mai sognati di risalire agli accomandanti — la loro qualità di produzione in serie ha il suo marchio: le menzogne palesi, e mutevoli, delle dichiarazioni ufficiali; Kennedy, Aldo Moro, Olaf Palme, ministri o finanzieri, un paio di papi, altri che valevano più di loro. Questa sindrome di una malattia sociale acquisita di recente si è diffusa rapidamente un po’ dappertutto, come se, partendo dai primi casi osservati, discendesse dai vertici degli Stati, sfera tradizionale di questo tipo di attentati, e allo stesso tempo risalisse dai bassifondi, altro luogo tradizionale dei traffici illegali e delle coperture in cui si è sempre svolto questo tipo di guerra, tra professionisti. Tali pratiche tendono a incontrarsi al centro di tutte le questioni della Società, come se di fatto lo Stato non disdegnasse di immischiarvisi, e come se la mafia riuscisse ad assurgervi; verificando in tal modo una sorta di congiungimento. Si è sentito dire di tutto per tentare di spiegare occasionalmente questo nuovo genere di misteri: incompetenza delle polizie, stupidità dei giudici istruttori, rivelazioni inopportune della stampa, crisi di crescita dei servizi segreti, malanimo dei testimoni, sciopero settoriale dei delatori. Eppure Edgar Allan Poe aveva già trovato la direzione sicura della verità, con il suo celebre ragionamento del Delitto della rue Morgue. «Mi pare che il mistero sia considerato insolubile proprio per il motivo che dovrebbe farlo ritenere di facile risoluzione — mi riferisco all’aspetto eccessivo sotto il quale appare… In indagini come quella che ci occupa, non dobbiamo tanto chiederci come si siano svolte le cose, quanto esaminare in che cosa si distinguono da tutto ciò che è successo finora».

XXIII

Nel gennaio del 1988 la mafia colombiana della droga pubblicava un comunicato destinato a rettificare l’opinione del pubblico sulla sua presunta esistenza. L’esigenza principale di una mafia, dovunque possa esser-si formata, è naturalmente di dimostrare di non esistere, o di essere stata vittima di calunnie poco scientifiche; questo è il suo primo punto di contatto col capitalismo. Ma in questo caso quella mafia, irritata dal fatto di essere additata essa sola, è arrivata al punto di evocare gli altri raggruppamenti che vorrebbero farsi dimenticare prendendola abusivamente come capro espiatorio. Il comunicato diceva: «Noi non apparteniamo alla mafia burocratica e politica, né a quella dei banchieri e dei finanzieri, né a quella dei milionari, né alla mafia dei grandi contratti fraudolenti, dei monopoli o del petrolio, né a quella dei grandi mezzi di comunicazione». È certo possibile ritenere che gli autori di questa dichiarazione abbiano interesse a scaricare, come tutti gli altri, le loro pratiche nel vasto fiume delle acque torbide della criminalità e delle illegalità più comuni, che bagna la società contemporanea per tutta la sua estensione; ma è anche giusto ammettere che queste persone sanno meglio di altre, per la loro professione, di cosa parlano. La mafia trova dappertutto le condizioni migliori sul terreno della società moderna. La sua crescita è rapida quanto quella degli altri prodotti del lavoro col quale la società dello spettacolare integrato plasma il suo mondo. La mafia aumenta con gli enormi progressi dei computer e dell’alimentazione industriale, della ricostruzione urbana integrale e delle bidonville, dei servizi speciali e dell’analfabetismo.

XXIV

Quando cominciò a manifestarsi all’inizio del seco­lo negli Stati Uniti, la mafia non era che un arcaismo trapiantato con l’immigrazione dei lavoratori siciliani; come le guerre di gang tra le società segrete cinesi nel­lo stesso momento comparivano sulla Costa Ovest. Fondata sull’oscurantismo e sulla miseria, a quell’epoca la mafia non aveva la possibilità di insediarsi neppure nell’Italia settentrionale. Sembrava condannata a far­si ovunque da parte di fronte allo Stato moderno. Era una forma di crimine organizzato che poteva prospe­rare solo sulla «protezione» di minoranze arretrate, fuo­ri del mondo delle città, dove il controllo di una poli­zia razionale e delle leggi della borghesia non poteva penetrare. La tattica difensiva della mafia consisteva unicamente nella soppressione delle testimonianze, per neutralizzare la polizia e la giustizia e far regnare nel­la propria sfera di attività il segreto che le era necessa­rio. Ma in seguito le si è aperto un campo nuovo nel nuovo oscurantismo della società dello spettacolare dif­fuso, poi integrato: con la vittoria totale del segreto, l’abdicazione generale dei cittadini, la perdita comple­ta della logica e i progressi della venalità e della vigliac­cheria universali, vennero a sommarsi tutte le condi­zioni favorevoli perché diventasse una potenza moder­na, e offensiva.

Il proibizionismo americano — grande esempio del­le pretese degli Stati del secolo al controllo autoritario di tutto, e dei risultati che ne derivano — ha lasciato per più di un decennio al crimine organizzato la gestio­ne del commercio dell’alcol. La mafia, così arricchita e addestrata, si è collegata alla politica elettorale, agli affari, allo sviluppo del mercato dei sicari professioni­sti, a certi aspetti della politica internazionale. Così du­rante la seconda guerra mondiale fu invitata dal gover­no di Washington a collaborare all’invasione della Si­cilia. L’alcol, tornato ad essere legale, è stato sostitui­to dagli stupefacenti, che hanno costituito da allora la mercé principale dei consumi illegali. La mafia ha poi assunto una notevole importanza nel settore immobi­liare, nelle banche, nella grande politica e nei grandi af­fari dello Stato, e in seguito nelle industrie dello spet­tacolo: televisione, cinema, editoria. Negli Stati Uniti, ciò vale anche per l’industria del disco, come in tutti i casi in cui la pubblicità di un prodotto dipende da un numero abbastanza ristretto di persone. Si può quindi fare facilmente pressione su di esse, comprandole o in­timidendole, dato che si dispone di capitali a sufficien­za o di sicari che non possono essere né riconosciuti né puniti. Corrompendo i disc-jockey, si decide quale do­vrà aver successo, tra merci ugualmente misere.

Probabilmente è in Italia che la mafia, reduce dalle sue esperienze e conquiste americane, ha realizzato la forza più grande: dall’epoca del suo compromesso sto­rico con il governo parallelo, è stata in grado di far uc­cidere giudici istruttori o capi della polizia: pratica con cui aveva inaugurato la sua partecipazione alle monta­ture del «terrorismo» politico. In situazioni relativamen­te indipendenti, l’analoga evoluzione dell’equivalente giapponese della mafia dimostra bene l’omogeneità della nostra epoca.

Ci si sbaglia ogni volta che si vuole spiegare qual­cosa opponendo la mafia allo Stato: essi non sono mai in rivalità. La teoria verifica con facilità ciò che tutte le dicerie della vita pratica avevano dimostrato troppo facilmente. La mafia non è un’estranea in que­sto mondo: ci si trova perfettamente a suo agio. Nel­l’epoca dello spettacolare integrato, essa appare di fat­to come il modello di tutte le imprese commerciali avan­zate.

XXV

Con le nuove condizioni attualmente predominanti nella società schiacciata sotto il tallone di ferro dello spettacolo, notiamo ad esempio che un assassinio poli­tico è visto in una luce diversa; in un certo modo smor­zata. Ci sono molti più dementi di prima dappertutto, ma ciò che è infinitamente più comodo è che se ne può parlare in modo demenziale. E tali spiegazioni mediali non sono imposte da un qualsiasi terrore regnante. Al contrario, è l’esistenza pacifica di tali spiegazioni che deve suscitare terrore.

Quando nel 1914, poco prima dello scoppio della guerra, Villain assassinò Jaurès, nessuno dubitò che Villain, individuo probabilmente un po’ squilibrato, ave­va ritenuto di dover uccidere Jaurès perché agli occhi degli estremisti della destra patriottica, che avevano in­fluenzato profondamente Villain, Jaurès appariva un uomo che sarebbe stato sicuramente nocivo per la di­fesa del paese. Quegli estremisti avevano però sotto­valutato l’immensa forza del consenso patriottico nel partito socialista, che l’avrebbe spinto rapidamente all’«unione sacra»; e questo sia nel caso che Jaurès fos­se assassinato, sia nel caso che gli si lasciasse l’oppor­tunità di perseverare nella sua posizione internaziona­lista di rifiuto della guerra. Oggi, di fronte a un simile avvenimento, i giornalisti-poliziotti, noti esperti di «fatti sociali» e di «terrorismo», direbbero subito che Villain  era conosciuto per i suoi reiterati tentativi di omicidio, spinto da una pulsione indirizzata ogni volta verso uo­mini che potevano professare opinioni politiche dispa­rate, ma che casualmente presentavano tutti una so­miglianza fisica o di abbigliamento con Jaurès. Diver­si psichiatri lo confermerebbero, e i mass media, atte­stando semplicemente tali affermazioni, attesterebbero la loro competenza e la loro imparzialità di esperti in­comparabilmente autorizzati. In seguito, l’inchiesta uf­ficiale della polizia potrebbe portare, fin dal giorno suc­cessivo, alla scoperta di varie persone rispettabili pronte a testimoniare che Villain, ritenendo un giorno di es­sere stato mal servito alla «Chope du Croissant», ave­va minacciato ripetutamente in loro presenza di vendicarsi entro breve tempo del gestore del caffè, abbat­tendo davanti a tutti e sul posto uno dei suoi migliori clienti.

Ciò non significa che in passato la verità si impones­se con frequenza e rapidità: perché alla fine Villain fu assolto dalla Giustizia francese. Fu fucilato solo nel 1936, quando scoppiò la rivoluzione spagnola, perché aveva commesso l’imprudenza di risiedere alle Baleari.

XXVI

Se vediamo formarsi ovunque reti di influenza o so­cietà segrete, è perché ciò è voluto tassativamente dalle nuove condizioni per una gestione proficua degli affari economici, in una situazione in cui lo Stato ha un peso egemone nell’orientamento della produzione, e in cui la domanda di ogni mercé dipende strettamente dalla centralizzazione realizzata dall’informazione-istigazione spettacolare, cui devono adattarsi anche le forme della distribuzione. Si tratta quindi della conseguenza natu­rale del movimento di concentrazione dei capitali, del­la produzione, della distribuzione. In questo campo, ciò che non si espande deve sparire; e nessuna azienda può espandersi se non con i valori, le tecniche, i mezzi di ciò che rappresentano oggi l’industria, lo spettacolo, lo Stato. Si tratta in ultima analisi dello sviluppo partico­lare scelto dall’economia del nostro tempo, che arriva a imporre ovunque la formazione di nuovi legami per­sonali di dipendenza e di protezione.

Proprio in questo punto sta la profonda verità della formula, immediatamente comprensibile in tutta l’Ita­lia, usata dalla mafia siciliana: «Quando si hanno sol­di e amici, si ride della Giustizia». Nello spettacolare integrato, le leggi dormono; perché non erano state fatte per le nuove tecniche di produzione, e perché sono stra­volte nella distribuzione da intese di nuovo genere. Ciò che il pubblico pensa o preferisce non ha più importan­za, viene mascherato dallo spettacolo dei tanti sondag­gi elettorali, d’opinione, di ristrutturazioni moderniz­zanti. Chiunque siano i vincitori, il peggiore verrà ac­quistato dalla gentile clientela: perché è proprio ciò che è stato prodotto per lei.

Si fa un gran parlare di «Stato di diritto» da quando lo Stato moderno detto democratico ha smesso generalmente di esserlo: non è un caso che l’espressione si sia diffusa solo poco dopo il 1970, e in un primo tem­po proprio in Italia. In vari campi si fanno addirittura delle leggi precisamente perché siano stravolte da colo­ro che saranno in grado di farlo. In certe circostanze l’illegalità, ad esempio intorno al commercio mondiale di armamenti d’ogni tipo, e più spesso rispetto a pro­dotti della tecnologia più avanzata, è solo una sorta di forza complementare dell’operazione economica: che sarà perciò tanto più redditizia. Oggi molti affari sono necessariamente disonesti come lo è il secolo, e non com’erano un tempo quelli praticati, visibilmente in pic­cola serie, da chi aveva scelto la strada della disonestà.

Con la crescita delle reti di promozione-controllo per diffondere e controllare settori sfruttabili del mercato, cresce anche il numero di servizi personali che non pos­sono essere rifiutati a coloro che sono al corrente e che da parte loro non hanno negato il loro aiuto; e non si tratta sempre solo dei poliziotti o dei custodi degli inte­ressi o della sicurezza dello Stato. Le complicità fun­zionali comunicano a grande distanza e a lunga dura­ta, perché le loro reti dispongono di tutti i mezzi per imporre i sentimenti di gratitudine o di fedeltà, che pur­troppo sono sempre stati così rari nella libera attività dei tempi borghesi.

S’impara sempre qualcosa dall’avversario. È accer­tato che anche gli uomini di Stato sono stati indotti a leggere le osservazioni del giovane Lukàcs sui concetti di legalità e di illegalità, quando hanno dovuto affron­tare il passaggio effimero di una nuova generazione del negativo — Omero ha detto che «una generazione di uomini passa con la rapidità di una generazione di fo­glie». Da allora gli uomini di Stato hanno potuto smet­tere come noi di preoccuparsi di qualsiasi tipo di ideo­logia riguardo a questo problema; le pratiche della

società spettacolare infatti non favorivano più nessuna il­lusione ideologica del genere. In fin dei conti, a propo­sito di noi tutti, si potrà concludere che ciò che spesso ci ha impedito di limitarci ad una sola attività illegale è il fatto che ne abbiamo avute più d’una.

XXVII

Tucidide, nel libro Vili, capitolo 66, della Guerra del Peloponneso dice, a proposito dell’operato di un’altra cospirazione oligarchica, qualcosa che ha molte affini­tà con la situazione in cui ci troviamo:

«Per di più, coloro che prendevano la parola faceva­no parte del complotto e i discorsi che pronunciavano erano stati sottoposti in precedenza all’esame dei loro amici. Nessuna opposizione si manifestava tra i rimanenti cittadini, spaventati dal numero dei congiurati. Quando qualcuno tentava di contraddirli nonostante tut­to, si trovava subito un sistema comodo per farlo mo­rire. Gli assassini non erano ricercati e nessuna azione giudiziaria era intentata contro i sospetti. Il popolo non reagiva e la gente era così terrorizzata da ritenersi for­tunata, pur restando muta, di sfuggire alle violenze. Cre­dendo i congiurati molto più numerosi di quanti fosse­ro, aveva un senso di totale impotenza. La città era trop­po grande e le persone non si conoscevano abbastanza a vicenda da avere la possibilità di scoprire come sta­vano veramente le cose. In tali condizioni, per quanto si fosse indignati, non si poteva confidare a nessuno le proprie lagnanze. Pertanto occorreva rinunciare a in­tentare un’azione contro i colpevoli, perché a tale sco­po ci si sarebbe dovuti rivolgere o a uno sconosciuto, o a un conoscente in cui non si aveva fiducia. Nel par­tito democratico, le relazioni personali erano impron­tate ovunque alla diffidenza e ci si chiedeva sempre se colui con cui si aveva a che fare non fosse d’accordo di nascosto con i congiurati. Tra questi ultimi c’erano infatti uomini di cui non si sarebbe mai creduto che po­tessero aderire all’oligarchia».

Se la storia dovrà tornare a noi dopo questa eclissi, cosa che dipende da fattori ancora in conflitto e dun­que da un esito che nessuno può escludere con certez­za, un giorno questi Commentati potranno servire a scri­vere la storia dello spettacolo: forse l’avvenimento più importante verificatosi in questo secolo, e anche quel­lo che ci si è meno arrischiati a spiegare. In circostanze diverse, penso che avrei potuto considerarmi ampiamen­te soddisfatto dal mio primo studio sull’argomento, e lasciare ad altri il compito di esaminare il seguito. Ma nel momento in cui ci troviamo, mi è sembrato che nes­sun altro l’avrebbe fatto.

XXVIII

Dalle reti di promozione-controllo si passa impercet­tibilmente a quelle di sorveglianza-disinformazione. Un tempo si cospirava sempre contro un ordine costituito. Oggi, cospirare a suo favore è un nuovo mestiere in grande sviluppo. Sotto il dominio spettacolare si cospira per mantenerlo, e per garantire ciò che soltanto esso po­trà chiamare il suo buon andamento. Questa cospira­zione fa parte del suo stesso funzionamento.

Si sono già iniziati a insediare alcuni mezzi per una sorta di guerra civile preventiva, adatti a differenti proie­zioni del futuro calcolato. Si tratta di «organizzazioni specifiche», incaricate di intervenire su alcuni punti pre­cisi secondo i bisogni dello spettacolare integrato. Così è stata prevista, per la peggiore eventualità, una tattica detta scherzosamente «delle Tre Culture», in ricordo di una piazza di Città del Messico nell’estate del 1968, ma stavolta senza usare i guanti, e che inoltre dovrà essere applicata prima del giorno della rivolta. E all’infuori di casi così estremi non sarà necessario, per fare di esso un buon metodo di governo, che l’assassinio inspiega­to colpisca molta gente o si ripeta con una certa fre­quenza: il semplice fatto che si sappia che ne esiste la possibilità complica immediatamente i calcoli in nume­rosissimi campi. Non ha neppure bisogno di essere in­telligentemente selettivo, ad hominem. L’impiego del procedimento in modo puramente aleatorio potrebbe anzi essere più produttivo.

Ci si è messi inoltre in una situazione in cui è possi­bile far comporre frammenti di una critica sociale del­l’allevamento, che non sarà più affidata a docenti uni­versitari o a funzionari mediali, che è ormai meglio tenere lontani dalle fandonie troppo abituali in que­sto dibattito. Si tratta di una critica migliore, lancia­ta e sfruttata in modo nuovo, manovrata da un’altra specie di professionisti, meglio formati. Cominciano ad essere pubblicati, in modo abbastanza confiden­ziale, testi lucidi, anonimi o firmati da sconosciuti — tattica peraltro facilitata dalla concentrazione di ciò che tutti sanno sui buffoni dello spettacolo, il che fa sì che degli sconosciuti sembrino oggi i più degni di stima — non solo su temi che non sono mai affrontati nello spet­tacolo, ma anche con argomentazioni la cui giustezza è resa più sorprendente da un tipo di originalità, calco­labile, derivante dal fatto di non essere tutto sommato mai state prima usate, pur essendo piuttosto evidenti. Questa pratica può servire almeno come prima fase di iniziazione per reclutare menti un po’ sveglie, cui si di­rà in seguito, se sembreranno adatti, una dose maggio­re del probabile seguito. E ciò che per alcuni sarà il pri­mo passo di una carriera sarà per altri — classificatisi meno bene — il primo gradino della trappola in cui ca­dranno. In certi casi si tratta di creare, su questioni che rischie­rebbero di diventare scottanti, un’altra pseudo-opinione critica; e tra le due opinioni che così risultassero, entram­be estranee alle misere convenzioni spettacolari, il giudi­zio ingenuo potrà oscillare indefinitamente, e la discus­sione per valutarle sarà rilanciata ogni volta che con­verrà. Più spesso si tratta di un discorso generale su ciò che è nascosto dai mass media, e questo discorso potrà essere molto critico, e palesemente intelligente su alcu­ni punti, ma sempre restando stranamente decentrato. I temi e le parole sono stati selezionati in modo artifi­cioso con l’aiuto di computer informati sul pensiero cri­tico. In questi testi ci sono delle lacune, non molto evi­denti ma pur sempre notevoli: il punto di fuga della pro­spettiva è sempre assente in modo anomalo. Assomi­gliano al facsimile di un’arma famosa, cui manchi soltanto il percussore. Si tratta necessariamente di una critica laterale, che vede molte cose in modo franco e giusto, ma mettendosi da parte, e questo non per fin­gere una qualsiasi imparzialità, poiché deve anzi aver l’aria di biasimare molto, ma senza mai dare l’impres­sione di sentire il bisogno di far apparire qual è la sua causa; e dunque di dire, anche implicitamente, da dove viene e dove vorrebbe andare.

A questa specie di falsa critica antigiornalistica può unirsi la pratica organizzata della diceria, che come si sa è originariamente una sorta di riscatto selvaggio del­l’informazione spettacolare, perché tutti avvertono in essa anche solo vagamente un aspetto ingannevole, e quindi la scarsa fiducia che merita. La diceria è stata un tempo superstiziosa, ingenua, autointossicata. Ma più recentemente la sorveglianza ha cominciato a inse­diare nella popolazione persone suscettibili di lanciare, al primo segnale, le dicerie più convenienti. In questo campo si è deciso di applicare praticamente le conside­razioni di una teoria formulata quasi trent’anni fa, la cui origine si trova nella sociologia americana della pub­blicità: la teoria degli individui chiamati «locomotive», cioè persone che altri nella loro cerchia saranno inclini a seguire e imitare; ma passando stavolta dallo sponta­neo all’esperto. Inoltre sono stati attualmente messi a disposizione i mezzi, budgetari o extrabudgetari, per mantenere molti elementi di riserva; accanto ai pre­cedenti specialisti, universitari e mediali, sociologi o poliziotti, del passato recente. Credere che si appli­chino ancora meccanicamente modelli noti in passato è fuorviante quanto l’ignoranza generale del passato. «Roma non è più a Roma», e la mafia non è più la teppa. E i servizi di sorveglianza e disinformazione assomigliano poco al lavoro dei poliziotti e dei confi­denti di una volta — per esempio agli sbirri o alle spie del Secondo Impero — proprio come i servizi speciali attuali, in tutti i paesi, assomigliano poco alle attività degli ufficiali del Deuxième Bureau dello stato maggiore dell’Esercito nel 1914.

Da quando l’arte è morta, è diventato facilissimo, com’è noto, travestire dei poliziotti da artisti. Quando le ultime imitazioni di un neodadaismo stravolto sono au­torizzate a pontificare gloriosamente nei mass media, e quindi anche a modificare un po’ l’arredamento dei palazzi ufficiali, come i buffoni dei re di paccottiglia, vediamo che al tempo stesso una copertura culturale è garantita a tutti gli agenti o alle riserve delle reti d’in­fluenza dello Stato. Si aprono pseudomusei vuoti, o pseudocentri di ricerca sull’opera completa di un per­sonaggio inesistente con la stessa velocità con cui si crea la fama di giornalisti-poliziotti, o di storici-poliziotti, o di romanzieri-poliziotti. Probabilmente Athur Cravan vedeva profilarsi questo mondo quando scriveva in Maintenant: «Presto per la strada non vedremo più che artisti, e faremo una gran fatica a scorgere un uomo». È proprio questo il senso della versione aggiornata di una vecchia battuta dei teppistelli parigini: «Salve, ar­tisti! Se mi sbaglio, pazienza».

Poiché le cose sono arrivate al punto in cui si trova­no, possiamo vedere alcuni autori collettivi impiegati dall’editoria più moderna, ossia quella che si è data la migliore diffusione commerciale. Poiché l’autenticità dei loro pseudonimi è assicurata solo dai giornali, essi se li passano, collaborano, si sostituiscono, assumono nuo­vi cervelli artificiali. Si sono presi l’incarico di esprimere lo stile di vita e di pensiero dell’epoca, non in virtù del­la loro personalità, ma dietro ordini. Perciò quanti cre­dono che si tratti di veri imprenditori letterari indivi­duali, indipendenti, possono arrivare al punto di assi­curare sapientemente che adesso Bucasse si è arrabbia­to col conte di Lautréamont; che Dumas non è Macquet, e che soprattutto non bisogna confondere Erckmann con Chatrian; che Censier e Daubenton non si parlano più. Meglio sarebbe dire che questo tipo di autori moderni ha voluto seguire Rimbaud, almeno nell’affermare che «io è un altro».

Secondo l’intera storia della società spettacolare i ser­vizi segreti erano destinati a svolgere il ruolo di piatta­forma centrale girevole; perché in essi si concentrano al massimo grado le caratteristiche e i mezzi di esecu­zione di una simile società. Essi vengono inoltre sem­pre più incaricati di arbitrare gli interessi generali di que­sta società, anche se sotto la modesta qualifica di «ser­vizi». Non si tratta di abusi, perché esprimono fedel­mente i costumi abituali del secolo dello spettacolo. Sorveglianti e sorvegliati fuggono così su un oceano sen­za confini. Lo spettacolo ha fatto trionfare il segreto, ed esso dovrà essere sempre di più nelle mani degli spe­cialisti del segreto, che naturalmente non sono tutti funzionari, destinati a rendersi autonomi, a vari livelli, dal  controllo dello Stato; che non sono tutti funzionari.

XXIX

Una legge generale del funzionamento dello spetta­colo integrato, almeno per coloro che ne gestiscono

la direzione, è che, in questo ambito, tutto ciò che si può fare dev’essere fatto. In altre parole ogni nuovo stru­mento dev’essere utilizzato, a qualsiasi costo. L’attrez­zatura nuova diventa ovunque il fine e il motore del si­stema; e sarà l’unica a poter modificare in modo consi­derevole il suo andamento, ogni volta che il suo uso si sarà imposto senza altre riflessioni. I proprietari della società vogliono infatti mantenere, innanzitutto, un cer­to «rapporto sociale tra le persone», ma devono anche perseguire il rinnovamento tecnologico continuo; per­ché questo è stato uno degli obblighi che hanno accet­tato insieme all’eredità. Perciò questa legge si applica anche ai servizi che proteggono il dominio. Lo strumento messo a punto dev’essere usato, e il suo uso rafforzerà le condizioni stesse che favorivano tale uso. I procedi­menti d’emergenza diventano così procedure di sempre.

La coerenza della società dello spettacolo ha dato ra­gione in un certo modo ai rivoluzionari, perché è ormai chiaro che non si può riformare il suo dettaglio più insi­gnificante senza disfare l’insieme. Allo stesso tempo però questa coerenza ha soppresso ogni tendenza rivoluziona­ria organizzata, sopprimendo i terreni sociali in cui essa aveva potuto esprimersi più o meno bene: dal sindacali­smo ai giornali, dalla città ai libri. In una sola volta si è potuto mettere in luce l’incompetenza e l’irriflessione che tale tendenza portava in sé del tutto naturalmente. E sul piano individuale, la coerenza dominante è capacissima di eliminare o di comprare certe eventuali eccezioni.

XXX

La sorveglianza potrebbe essere molto più pericolo­sa se non fosse stata spinta, sulla strada del controllo assoluto di tutti, fino a un punto in cui incontra diffi­coltà derivanti dai suoi stessi progressi. C’è una con­traddizione tra la massa delle informazioni raccolte su un numero crescente di individui, e il tempo e l’intelli­genza di cui si dispone per analizzarle; o semplicemen­te il loro possibile interesse. L’abbondanza del mate­riale costringe a riassumerlo a ogni livello: una parte considerevole scompare, e il resto è sempre troppo lun­go per essere letto. La direzione della sorveglianza e della manipolazione non è unificata. Infatti si lotta ovunque per la spartizione dei profitti; e quindi anche per lo svi­luppo prioritario di una data virtualità della società esi­stente, a scapito di tutte le altre virtualità che pure, a patto che siano dello stesso stampo, sono reputate anch’esse rispettabili.

Si lotta anche per gioco. Ogni funzionario impegnato è portato a sopravvalutare i suoi agenti e anche gli avversari di cui si occupa. Ogni paese, per non parlare delle numerose alleanze sopranazionali, possiede attual­mente un numero indeterminato di servizi di polizia o di controspionaggio, e di servizi segreti, statali o pa­rastatali. Inoltre esistono molte compagnie private che si occupano di sorveglianza, protezione, informazioni. Le grandi multinazionali hanno naturalmente i loro ser­vizi; ma anche aziende nazionalizzate, pur di modeste dimensioni, svolgono ugualmente la loro politica indi­pendente, sul piano nazionale e a volte internazionale. È possibile vedere un raggruppamento industriale nu­cleare opporsi a un raggruppamento petrolifero, pur es­sendo entrambi di proprietà dello stesso Stato e per giun­ta uniti l’uno all’altro dialetticamente dall’interesse a mantenere elevato il corso del petrolio sul mercato mon­diale. Ogni servizio di sicurezza di un’industria privata combatte il sabotaggio di cui è oggetto, e all’occorren-za lo organizza contro il rivale: chi ripone grandi inte­ressi in un tunnel sottomarino è favorevole all’insicurezza dei ferry-boat e può assoldare dei giornali in dif­ficoltà per farne parlare alla prima occasione, e senza troppo lunghe riflessioni; e chi fa concorrenza alla Sandoz è indifferente alle falde freatiche della valle del Re­no. Si sorveglia segretamente ciò che è segreto. Di mo­do che ognuno di questi organismi, confederati in mo­do molto elastico intorno ai responsabili della ragion di Stato, aspira per proprio conto a una specie di ege­monia insensata. Perché il senso è andato perduto in­sieme al centro conoscibile.

La società moderna, che fino al 1968 passava da un successo all’altro e si era convinta di essere amata, ha dovuto rinunciare da allora a questi sogni; preferisce essere temuta. Sa bene che «la sua aria innocente non tornerà più».

Così, mille complotti a favore dell’ordine costituito s’ingarbugliano e si combattono un po’ ovunque, con  l’intreccio sempre accresciuto delle reti e delle vicende o azioni segrete; e il loro processo di integrazione rapi­da in ogni ramo dell’economia, della politica, della cul­tura. La gradazione del miscuglio di osservatori, di di­sinformatori, di affari speciali aumenta di continuo in tutti i settori della vita sociale. Dato che il complotto generale è diventato così denso da mostrarsi quasi alla luce del sole, ognuna delle sue diramazioni può comin­ciare a disturbare o a preoccupare l’altra, perché tutti questi cospiratori professionisti arrivano al punto di os­servarsi senza sapere esattamente perché, o s’incontra­no casualmente senza potersi riconoscere con sicurez­za. Chi vuole osservare chi? Per conto di chi, apparen­temente? Ma in realtà? Le vere influenze rimangono na­scoste, e le intenzioni finali possono essere sospettate solo con un certo sforzo, e quasi mai capite. Così nes­suno può dire che non viene ingannato o manipolato, ma solo in rare occasioni il manipolatore stesso è in grado di sapere se ha vinto. Del resto, il fatto di trovarsi dalla parte vincente della manipolazione non significa che la prospettiva strategica sia stata ben scelta. In que­sto modo dei successi tattici possono impantanare grandi forze su cattive strade.

In una stessa rete, che apparentemente persegue uno stesso fine, coloro che costituiscono solo una parte della rete sono costretti ad ignorare tutte le ipotesi e le con­clusioni delle altre parti, e soprattutto del loro nucleo dirigente. Il fatto risaputo che tutte le informazioni su qualsiasi soggetto osservato possono anche essere del tutto immaginarie, o falsate in modo grave, o interpre­tate molto inadeguatamente, complica e rende poco si­curi, in larga misura, i calcoli degli inquisitori; perché ciò che basta per far condannare qualcuno non è altret­tanto sicuro quando si tratta di conoscerlo o di utiliz­zarlo. Visto che le fonti d’informazioni sono rivali, lo sono anche le falsificazioni.

È in base a tali condizioni del suo esercizio che si può parlare di una tendenza alla redditività decrescente del controllo, man mano che si avvicina alla totalità dello spazio sociale, e che di conseguenza il suo personale e i suoi mezzi aumentano. Perché qui ogni mezzo aspira a diventare un fine, e opera in questo senso. La stessa sorveglianza si sorveglia e complotta contro se stessa.

In definitiva, la sua principale contraddizione è che essa oggi sorveglia, infiltra, influenza un partito assen­te: quello che si presume voglia il sovvertimento del­l’ordine sociale. Ma dove si può vederlo all’opera? Per­ché, certo, le condizioni non sono mai state così pesan­temente rivoluzionarie ovunque, ma solo i governi lo pensano. La negazione è stata così perfettamente pri­vata del suo pensiero che è da lungo tempo dispersa. Per questo essa non è altro ormai che una minaccia vaga, eppure molto inquietante, e la sorveglianza è stata privata a sua volta del terreno migliore della sua attivi­tà. La forza di sorveglianza e d’intervento è obbligata, proprio dalle necessità attuali che impongono le condi­zioni del suo impiego, a portarsi sul terreno stesso del­la minaccia per combatterla in anticipo. Per questo con­verrà alla sorveglianza organizzare essa stessa dei poli di negazione e di informarli al di fuori dei mezzi scre­ditati dello spettacolo, per influenzare non più stavolta dei terroristi, ma delle teorie.

XXXI

Baltasar Graciàn, grande conoscitore del tempo sto­rico, dice con molta pertinenza nell’Oracolo manuale: «L’azione, il discorso, tutto dev’essere misurato col tem­po. Bisogna volere quando è possibile; perché né la sta­gione né il tempo aspettano nessuno».

Ma Ornar Khayyàm, meno ottimista: «Per parlare chiaramente e senza misteri,/ Siamo i pezzi del gioco del Ciclo; / Facciamo divertire sulla scacchiera dell’Es­sere, / E poi torniamo a uno a uno nella cassa del Nulla».

XXXII

La Rivoluzione francese provocò grandi cambiamenti nell’arte della guerra. Fu dopo quell’esperienza che Clausewitz potè introdurre la distinzione secondo la qua­le la tattica era l’uso delle forze nella battaglia per otte­nere la vittoria, mentre la strategia era l’uso delle vitto­rie per raggiungere gli obiettivi della guerra. L’Europa rimase soggiogata, subito e a lungo, dai risultati. Ma la teoria è stata stabilita solo in seguito, e sviluppata in modo disuguale. Dapprima furono compresi gli aspet­ti positivi provocati direttamente da una profonda tra­sformazione sociale: l’entusiasmo, la mobilità che re­gnava nel paese, in maniera relativamente indipenden­te dagli arsenali e dai convogli, la moltiplicazione degli effettivi. Un giorno questi elementi pratici furono equi­librati dall’entrata in azione, dalla parte avversa, di ele­menti analoghi: le armate francesi si scontrarono in Spagna con un altro entusiasmo popolare; nello spazio russo si scontrarono con un paese che non poteva dar loro da vivere; dopo l’insurrezione della Germania si scon­trarono con effettivi molto superiori. Tuttavia l’effet­to di rottura, nella nuova tattica francese, che fu la sem­plice base sulla quale Bonaparte fondò la sua strategia — che consisteva nello sfruttare le vittorie in anticipo, come acquistate a credito: nel prevedere fin dall’inizio la manovra e le sue diverse varianti in quanto conse­guenze di una vittoria non ancora riportata ma che lo sarebbe stata sicuramente al primo scontro —, deriva­va anche dall’abbandono forzato di idee sbagliate. Quel­la tattica era stata bruscamente costretta a liberarsi da tali idee sbagliate, trovando al tempo stesso, grazie al­l’azione concomitante delle altre innovazioni citate, i mezzi di tale liberazione. I soldati francesi, arruolati da poco, erano incapaci di combattere in linea, cioè di re­stare nelle loro file e di eseguire il fuoco a comando. Allora si spiegheranno in ordine sparso e praticheran­no il fuoco a volontà marciando sul nemico. Ora, il fuo­co a volontà era proprio l’unico efficace, quello che ope­rava veramente la distruzione per mezzo del fucile, la più decisiva all’epoca nello scontro degli eserciti. Tut­tavia il pensiero militare aveva negato universalmente una tale conclusione nel secolo che terminava, e la di­scussione su tale questione ha potuto protrarsi ancora per quasi un altro secolo, nonostante i costanti esempi della pratica dei combattimenti, e i progressi incessanti nella portata e nella velocità di tiro del fucile.

Analogamente, l’insediamento del dominio spettaco­lare è una trasformazione sociale così profonda da aver cambiato radicalmente l’arte di governare. Questa sem­plificazione, che ha dato così in fretta simili frutti nella pratica, non è stata ancora pienamente compresa teo­ricamente. Vecchi pregiudizi smentiti dappertutto, pre­cauzioni diventate inutili e perfino tracce di scrupoli d’al­tri tempi sono ancora d’ostacolo nel pensiero di nume­rosi governanti a tale comprensione, che la pratica ge­nerale dimostra e conferma ogni giorno. Non solo si fa credere agli assoggettati che si trovano ancora in larga misura in un mondo che è stato fatto sparire, ma a vol­te i governi stessi soffrono per certi versi della stessa incongruenza. Capita loro di pensare a una parte di ciò che hanno soppresso come se fosse rimasta reale e do­vesse perciò restare presente nei loro calcoli. Questo ri­tardo non si protrarrà molto. Chi ha potuto far tanto senza fatica andrà necessariamente oltre. Non si deve credere che coloro che non hanno capito abbastanza in fretta tutta la flessibilità delle nuove regole del loro gioco e la sua sorta di barbara grandezza possano mantener­si in modo duraturo, come un arcaismo, nei dintorni del potere reale. Il destino dello spettacolo non è certo di finire come un dispotismo illuminato.

Occorre concludere che è imminente e ineluttabile un ricambio nella casta cooptata che gestisce il domi­nio e in particolare dirige la protezione di tale domi­nio. In tale campo, ovviamente, la novità non sarà mai esibita sulla scena dello spettacolo. Essa appare sol­tanto come il fulmine, che si riconosce unicamente dai suoi colpi. Questo ricambio, che concluderà in modo decisivo l’opera dei tempi spettacolari, si verifica con discrezione, pur riguardando persone già tutte collo­cate nella sfera del potere, come un complotto segre­to. Selezionerà coloro che vi prenderanno parte in base a questa esigenza principale: che sappiano chiaramente da quali ostacoli sono liberati, e di che cosa sono ca­paci.

XXXIII

Lo stesso Sardou dice anche: « Vanamente è relativo al soggetto; invano è relativo all’oggetto; inutilmente è senza utilità per tutti. Si è lavorato vanamente quan­do lo si è fatto senza successo, in modo da perdere tempo e fatica: si è lavorato invano quando lo si è fatto senza raggiungere lo scopo che ci si prefiggeva, a causa del difetto dell’opera. Se non riesco a svolgere il mio com­pito, lavoro vanamente; perdo inutilmente tempo e fa­tica. Se il mio compito svolto non ha l’effetto che mi aspettavo, se non ho raggiunto il mio scopo, ho lavo­rato invano; ossia ho fatto una cosa inutile…

«Si dice anche che uno ha lavorato vanamente quan­do non è ricompensato per il suo lavoro, o quando tale lavoro non è apprezzato; perché in tal caso il lavorato­re ha perso tempo e fatica, senza pregiudicare in nes­sun modo il valore del suo lavoro, che peraltro può es­sere eccellente».

(Parigi, febbraio-aprile 1988)

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