La psicosi del capro espiatorio – Homo sacer contro svastica sul sole

Ucronia N2

Illuminati Pop Anarchy Baal


«Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». C. Pavese

Ai mie fratelli e le mie sorelle di spirito
A mia moglie Carmilla e il mio amato figlio
Alla santa e maledetta fratellanza, l’ordine dei Moky
Al mondo dell’invisibile

Agli Anunnaky che osservano dal cielo il loro figlio
Ai miei Padri

A Rachele che non c’è più

A i miei figli

A mia sorella il mio angelo custode

Simonetti Walter

La Psicosi del capro espiatorio


l’homo sacer contro la svastica sul sole

“Non sono d’accordo con ciò che dite, ma mi batterò perchè possiate dirlo liberamente”. VOLTAIRE

La psicosi del capro espiatorio nasce dall’uomo, è opera della fantasia di un Borderline in caduta libera, questo racconto evoca quella che è stata chiamata ucronia una narrazione secondo cui la storia è andata diversamente. L’ucronia è un modo per dire che siamo noi e non gli altri i responsabili della storia, per rivendicare il nostro protagonismo ed anche le nostre responsabilità e i nostri errori. La psicosi del capro espiatorio è un grido anarchico di libertà che si batte dentro e contro l’Impero   neoliberale post-moderno, che oggi si impone con il plagio tardo-mediatico democratico – nazi(onal)  populista. E la rete virtuale? È a volte viola di …

Ogni riferimento a persone, cose e fatti è puramente casuale. Le opinioni e i giudizi espressi

su persone, corpi militari, movimenti politici, istituzioni nazionali e religiose appartengono al protagonista e non allo scrittore, sono usati per fini meramente narrativi.

  • La psicosi del capro espiatorio

Da:      rikizero@inwind.it
A: <propop@linkproject org>; shake milano         <press@shake.it>; estragon bologna<live@estragon.it>; radio k centrale<radiorkc@iperbote.bologna.it>;

Data invio: sabato 13 gennaio 2002 23:27

Oggetto: Letterà aperta?

Simonetti Walter

IL VILLAGGIO DEI DANNATI

Spett. Dott. Grand. President. Illuminat.

Egregio compagno presidente,

guida spirituale, massimo esponente della sinistra italiana, innovatore, precursore della giusta via, maestro non esageriamo.

Le scrivo questa lettera per semplice cortesia.

Anche se sottoposto ad un carico emotivo fuori dalle umane possibilità, sono ancora in piedi (in questo momento seduto), malconcio, massacrato psicologicamente, umiliato, isolato, ricattato, reso una barzelletta, una caricatura Etc…

Si ricorda a Fano quella notte nella sua macchina, ho scritto un breve racconto su quella conversazione, chiacchierata amichevole, con molte omissioni, molti sbagli ortografici Etc …

Spero che non sia offeso è sua l’idea di scrivere un libro su queste vicende che mi (ci) hanno visto protagonista nel bene e nel male. E’ una grande idea scrivere la storia dei figli maledetti del e dal Partito, useremo dei nomi fittizi, delle date fantasiose per salvare la privacy, ma il succo sarà la verità con la A maiuscola. Sto scherzando tutto si può dire, ma non la verità perché non esiste è morta molti secoli fa.

Quella notte mi aveva parlato di quella setta Comunione e lavoro forzato, del tentativo di corruzione, captazione onestamente non ho visto il becco di un quattrino, forse con il rialzo dei prezzi hanno svuotato il salvadanaio. Anzi nei loro occhi ho visto la nostalgia per un passato velato di nero, militarismo, post-fascismo e merda simile.

La storia non si può cambiare così mi aveva detto.

“La vita è tutto uno scherzo” un mio bigliettino copiato dai magici Merry Prankster recitava:

“Allegri burloni, non giudicare mai, serietà nemmeno per scherzo”.

Le persone che hanno sbagliato sono state beatificate, ricordate come eroi, dei bambini sono stati sacrificati per salvare l’onore perduto dello stato.

Mi viene alla mente una mattina di vent’anni fa, nel prato della scuola elementare medaglie al valore gettate come noccioline ad un ignaro e fidato compagno.

Un uomo anziano, reduce, esponente di rilievo del partito con la sua voce rauca grida hai suoi segugi li vicino:

“Fatemi vedere quel bambino? Cos’à? Come ti chiami?

“R …”. Risposi tremante, l’uomo mi prese il volto con le mani ruvide come la terra mi guardò per qualche secondo e poi disse:

“ Non ha niente questo bambino è sano come un pesce cosa che volete che sia una caramella con un po’ di … noi alla sua età combattevamo, lavoravamo come schiavi non è vero compagni?”

Ed ora rivolto al padre:

“Non si preoccupi per suo figlio, adesso le daremo una bella medaglia per la sua collaborazione il Partito pensa sempre ai suoi militanti”. Ma non hai …

Questa storia è finita le ferite non si sono riaperte, ognuno è rimasto dov’era, con la benedizione di Dio, e dei notabili del paese vecchi e nuovi. E vissero felici e contenti per i secoli nei secoli.

Saluti psichedelici

Tavor27


http://it.wikipedia.org/wiki/Psicosi

Il termine psicosi fu introdotto nel 1845 da Ernst von Feuchterslebenmalattia mentale o follia“. È un grave disturbo psichiatrico, espressione di una grave alterazione dell’equilibrio psichico dell’individuo, con compromissione dell’esame di realtà e dunque con la negazione[1] come meccanismo di difesa, inquadrabile da diversi punti di vista a seconda della lettura psichiatrica di partenza e quindi del modello di riferimento con il significato di ”

I sintomi psicotici sono ascrivibili a disturbi di forma del pensiero, disturbi di contenuto del pensiero e disturbi della sensopercezione.

SINOTOMATOLOGIA

  • Disturbi di forma del pensiero: alterazioni del flusso ideativo fino alla fuga delle idee e all’incoerenza, alterazioni dei nessi associativi come la tangenzialità, le risposte di traverso, i salti di palo in frasca;
  • Disturbi di contenuto del pensiero: ideazione prevalente delirante;
  • Disturbi della sensopercezione: allucinazioni uditive (a carattere imperativo, commentante, denigratorio o teleologico), visive, olfattive, tattili, cenestesiche, geusiche.

Di queste tre categorie di sintomi il disturbo del contenuto del pensiero (delirio) è quello caratterizzante tutti i quadri psicotici; infatti nei disturbi dell’umore le allucinazioni possono essere assenti, così come nel disturbo delirante cronico (Paranoia) non si osservano evidenti disturbi della forma del pensiero.

Tali sintomi possono presentarsi in diverse condizioni:

Epidemiologia

L’età di insorgenza delle psicosi è variabile ma già nel primo anno di vita vi possono essere comportamenti abnormi. Le psicosi hanno un’incidenza tra i 15 e i 54 anni di 1,5-4,2/100.000. Variano per gravità e prognosi in base alle caratteristiche del disturbo e in base alle caratteristiche dell’ambiente in cui vive la persona. Gli studi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’International Pilot Study of Schizophrenia e il Collaborative Study on Determainants of Outcome of Severe Mental Disorders,[2] condotti su 1400 individui osservati in un tempo superiore ai 20 anni, mostrano che la schizofrenia è ubiquitaria e che i contesti sociali diversi determinano esiti sociali diversi.

Non sono risultate aree geografiche con incidenza particolarmente alta per disturbi psicotici. Una prognosi decisamente migliore si è evidenziata per i soggetti appartenenti ai paesi in via di sviluppo. È risultato inoltre che i quadri clinici che si manifestano in maniera acuta presentano una evoluzione migliore di quelli con esordio insidioso e progressivo. Tuttavia la tendenza ad un esito migliore nei paesi in via di sviluppo è comunque stata riscontrata sia per i quadri clinici a esordio acuto, sia per quelli a esordio progressivo.

Eziologia

L’eziologia del disturbo è, come per molte condizioni in medicina, molteplice e in larga parte ignota. Da un punto di vista psicobiologico, la sintomatologia psicotica trova una correlazione con alterazioni organiche a vari livelli, da una predisposizione genetica, all’alterato funzionamento di neurotrasmettitori quali la dopamina, la serotonina, il glutammato, il GABA, l’NMDA, i peptidi endogeni e altri ancora.

Dal punto di vista della psicologia esistenziale, Karl Jaspers parla di esperienze psicotiche quando vengono vissute come incomprensibili per il soggetto per le modalità con le quali scaturiscono dall’attività psichica, facendo declinare le condizioni ontologiche dell’esistenza (tempo, spazio, coesistenza, progettualità).

Secondo Otto Kernberg la psicosi si distingue dalla nevrosi per la “diffusione dell’identità” e la messa in atto di meccanismi di difesa primitivi (idealizzazione primitiva, svalutazione, scissione, identificazione proiettiva, diniego, onnipotenza) che proteggono l’individuo dalla disintegrazione e dalla fusione di sé con l’oggetto, con regressione di fronte all’interpretazione. Un altro elemento distintivo è quello della perdita della percezione della realtà.Infatti, al contrario della nevrosi, lo psicotico non accetta la realtà che lo circonda,e ne crea una diversa nella sua mente.

La psicoanalisi interpreta le psicosi con una rottura dell’Io con la realtà esterna, dovuta alla pressione dell’Es sull’Io. L’Io cede all’Es per poi recuperare parzialmente la costruzione di una propria realtà attraverso il delirio, recuperando il rapporto oggettuale (Freud). Secondo Melanie Klein, le psicosi sono legate alla caduta nella posizione schizoparanoide della prima infanzia. Secondo lo psicologo Carl Gustav Jung, nelle psicosi si ha il sopravvento di complessi autonomi inconsci sul complesso dell’Io, che non riesce a mantenere il controllo sulle formazioni inconsce. L’indirizzo sociale della psichiatria esprime anche un’interpretazione legata al contesto che, come si è visto, risulta determinante per l’integrazione di queste persone e la loro riabilitazione.

Note

  1. ^ Dai lacaniani chiamata forclusione: cf. Jean Laplanche, Jean-Bertrand Pontalis, a cura di Luciano Mecacci e Cyhthia Puca, Enciclopedia della psicoanalisi, vol. 1, Bari-Roma, Laterza, 8ª ed. 2008. ISBN 9788842042594. (EN) The language of psycho-analysis, Karnac, Paperbacks, 1988. ISBN 0946439494; ISBN 9780946439492. Disponibile online, p. 166. In tedesco la differenza è tra Verneinung e Verwerfung.
  2. ^ WHO, 1973; WHO, 1979; Jablensky e coll., 1992; Leff e coll., 1992

Bibliografia

Simonetti Walter

Biografia ucronica di un segreto di Stato? Boh…

Simonetti Walter, nato a Milano il 07/01/1971, è un demone implacabile della negazione, un portatore di luce, appartenente suo malgrado all’Ordine Galattico della Stella “La Cultura”, chiamato anche “Gli Illuminati”. Ultimo dirigente del Partito dell’Anarchia, mascotte del movimento del 77, cresciuto dai “cattivi innominabili maestri”. Discendente di un popolo maledetto che arriva dall’antica Sumeria, di origini extraterrestri, gli Anunnaki. Tra i suoi antenati troviamo  i Zorasrtaini, i  Zeloti, i Nizariti detti anche Assassini e i baschi.  Per semplificazione viene considerato  un un ebreo rinnegato (un demone).

Un esperimento genetico lo ringiovanisce di 4 anni: nasce per l’anagrafe l’11/05/1975 a Fossombrone. E’ soggetto a schizofrenia e risulta per gli scienziati essere immortale e amorale. La super intelligenza artificiale che sprigionava, e la sua memoria, tramite interventi di lavaggio del cervello e controllo mentale, se ne vanno per sempre all’inferno. La dislessia l’accompagna per il resto della sua vita. Ma resta un individuo Unico, speciale, terrorista poetico, dalla personalità multipla, un Esperimento XXX. Spia ed agente provocatore doppiogiochista dello SDECE, e gola profonda al servizio della Stasi, cacciato con disonore dalla Legione Straniera.

La pubblicazione nel 2007 di blog su internet segna per Simonetti Walter (l’ebreo che ride) la fine della militanza in progetti più direttamente politici (post-situazionismo) nella scena sub-avanguardista internazionale. Vere e proprie T.A.Z. (1977-2000), come quelle del Consiglio degli Unici, la Fazione dell’anarchia, Co.Co.Ri. Rigenerazione, l’intervista al Moro con il vecchio della montagna, la morte del demone postmoderno, il Livello 14, il gruppo TNT e i freak di Lucifero, il Nuovo Ordine Mondiale, Gli Illuminati sezione mongoloidi di Fossombrone (la compagnia fittizia). Poi proseguita fino al 2006 con la diffusione di bigliettini da visita e locandine in luoghi strategici, magici (locali alternativi, centri sociali, vie e piazze di Bologna, Fano, Rimini, Firenze, Milano, Parigi, la Realidad).

Ma “Simonetti Walter” non è solo un ex anarchico stirneriano: é anche il nome di una leggenda metropolitana, una setta iper-segreta, piccola comunità iniziatica (macchina desiderante nomadica), che raccoglieva attorno a Walter alcuni dei suoi amici e collaboratori. Su questa setta (società pirata), realizzazione di una “violenta congiura dissacrante” che sarebbe stata fondata addirittura sul sacrificio umano di una vittima consenziente, un importante dossier in gran parte inedito fa ora per la prima volta piena luce in queste pagine post-materialiste.

Il Gobbo Internazionale


Bogdanov e La verità operaia



Leonardo Fibonacci


La morte di Jacques Mesrine


Futuro anteriore e Psicosi del capro espiatorio

Lo script autobiografico, “La psicosi del capro espiatorio” è avvincente un mix  di situazionismo P. K. Dick siringato con la scimmia sulla schiena di W. S. Burroughs. Un invettiva fuori dalle regole lessicali, che va contro il mondo intero, una visione psicotica, allucinata, delirante, ed estrema della realtà.

In Italia c’è stato un conflitto di classe segreto, senza esclusioni di colpi. Lo Stato democratico, il Partito Comunista, la DC, la Chiesa, la massoneria, i neofascisti hanno condotto una guerra segreta contro gli ebrei rinnegati (chiamati anche demoni, alieni, anti italiani), una vera e propria quinta colonna accusati di tradimento della nazione. Organizzati nell’area del socialismo autonomo libertario e nel Partito dell’Anarchia prima e poi negli anni 80, la fazione dall’anarchia approda alla narco-guerriglia del Livello14.

Questa è la storia di un capro espiatorio di nome Simonetti Walter e della sua lotta disperata contro i mulini a vento, per la verità. Contro di lui lo Stato intero, ormai nudo di fronte alle sentenze della Corte Europea per i diritti dell’uomo e delle deliberazioni del Parlamento Europeo, tenta il tutto per tutto per non smentire il suo spettacolo degradante e ridicolo, ma sempre totalitario. Viene ordinato alla fine del 2000, dopo la paura e il deliro a Bologna e la ribellione prometeica avvenuta durante il mese successivo, l’applicazione di un Sistema atroce per l’annientamento psicofisico dell’Iconoclasta (prima che la società cyber mediatica  che tanto lo odia, lo incoroni Re per una giorno).  Prima che uno dei segreti di Pulcinella dello Stato Italiano; La famigerata Klinica (creata dal duce) che negli anni 70 fece esperimenti genetici su più di 120 minori, colpevoli di essere figli di anarchici e  di militanti dell’ultrasinistra, ritorni sulla bocca di tutti. Grazie o per colpa di Simonetti Walter, Il mezzo per fermarlo  si chiama “Sistema Amerikano” (S.A.).

Il S.A. è un prodotto dell’uomo, uno dei metodi più criminali per rieducare e distruggere una persona, una vera e propria tortura, che l’attuale ordinamento democratico populista usa nell’illegalità più nera. Fuori dal diritto e dalla dignità umana agenti della contro rivoluzione preventiva agiscono indisturbati, devono insabbiare con ogni mezzo necessario, l’infame storia dell’isola felice, che è poi la storia di una Nazione. Che non ha saputo fare i conti con il passato, con il suo peccato originale. Siamo nel pieno dello stato d’eccezione con il consenso infame della società civile e della borghesia colta, viola di vergogna.  Ci sono leggi speciali non scritte che lo permettono, un lascito del fascismo che non è mai stato distrutto veramente. Solo Marco Fanella non partecipa al banchetto e si oppone alla persecuzione. Forse perché non accetta questa forma di cannibalismo post moderno, che rimane inalterato dai secoli della Santa Inquisizione, antiche leggi mai cancellate quelle del sacrificio umano e dell’ebreo come capro espiatorio. Dei vecchi cattivi maestri che l’hanno allevato solo Mascalzone tenta un approdo con i guanti per non sporcarsi, ma è fuori tempo massimo. Gli altri si guardano bene dal nominarlo, ripetono come una litania magica che Simonetti non fa parte del Movimento è solo un pazzo infiltrato, un anti italiano. L’accusa per la società benpensante e i post stalinisti è di essere un agente provocatore al servizio dell’Ordine della Stella ”La Cultura”, cioè una spia, un killer della Francia. Per la sinistra Radical Chic, sempre più lontana dal socialismo scientifico di K.Marx, è un esperimento creato dai soliti scienziati ebrei, quindi un sionista, appartenente al Mossad, un criminale di guerra. Per l’estrema destra è un demone alieno che rappresenta lo spirito anti nazionale e fa parte del complotto degli Illuminati per creare uno Stato Mondiale. Alla fine la sentenza è la stessa quest’ebreo rinnegato, questo anarchico strineriano, si è meritato questa folle persecuzione, questo fac-simile di non vita.

Simonetti Walter è l’ultimo di quei Iconoclasti che hanno riposto la loro causa su nulla. Questa storia è la fine della leggenda spettacolare dell’Unico.

Non può essere recepito come pura finzione, come il frutto della psicosi Borderline dello scrittore, questa Ucronia narra di una distopia possibile il dubbio rimarrà sempre nei nostri pensieri, perché Simonetti Walter è un membro degli Illuminati – Partito Pop Anarchico; scrivere queste pagine è costato sofferenza e dolore, in qualche modo, il protagonista pretende da noi uno sforzo analogo, oltre-umano: credere a tutto e cancellarci come lettori.

A∴A∴ Lega Socialista Anarchica Marsigliese

L’Opera di soccorso si dedico sistematicamente a individuare i bambini jenisch allo scopo di sottrarli ai genitori e collocarli presso famiglie affidatarie o negli orfanotrofi, quando non venivano addirittura incarcerati o internati in ospedali psichiatrici. Secondo i principi perversi di un’eugenetica feroce, sopravvissuta tra le pieghe delle società europee alla stessa catastrofe nazista”.

“Poi una volta impadronitesi dei piccoli, ne organizzava la ricollocazione in una rete fitta di referenti, contadini desiderosi di acquistare braccia giovani per i lavori nei campi, istituti religiosi, istituzioni psichiatriche, penitenziari. Un mondo fatto di uomini e donne per bene, tutti timorati di Dio e l’autorità, che si prendevano cura dei loro corpi e delle loro anime educandoli alla vita ordinata e alla disciplina del lavoro con ogni mezzo di correzione, a suon di nerbate o di elettroshock, sottoponendoli a controlli feroci e talvolta anche (è documentato) a molestie sessuali, impegna dosi con precisione svizzera all’unico vero dovere di cui erano ritenuti responsabili: impedirne ogni contatto con la famiglia di origine. Vigilare affinché l’identità originaria di quei loro protetti fosse davvero cancellata”.

“Ecco questa è la nuda vita. Questa “massa informe di carne senza volto” (così la Mehr si vede nel suo primo barlume di autocoscienza) totalmente affidata agli altri, estranei, nei luoghi degli altri, esposto. E’ una vita che non può vivere una vita propria. La vita che non “si appartiene”, perché negata nei suoi fondamenti identificanti, privata della stessa continuità temporale. La vita di coloro che sono spiritualmente privati della propria identità, perché non conformi allo jus soli … è la vita cui viene negato finanche il diritto alla propria naturalità (cosa più naturale del legame per nascita?). E’ la vita interamente, liberamente manipolabile perché res nullius. Privata di un soggetto. Separata dalla soggettività che la dovrebbe abitare, ma anche socialmente inaccettabile. Inopportuna. Da rimuovere con misure amministrative. Con le tecniche neutre dell’igiene sociale”.

Marco Revelli Controcanto

Se questa vittima può elargire anche dopo la sua morte i suoi doni a color o che l’hanno uccisa, è perché essa è risuscitata, oppure perché non era veramente morta. La causalità del capro espiatorio s’impone con tale forza che neanche la morte è in grado di fermarla. Per non rinunciare alla vittima in quanto causa, essa la risuscita se occorre, la rende immortale, almeno per un certo periodo, inventa tutto ciò che noi chiamiamo trascendente e sovrannaturale.

René Girard

“Uomo sacro è, però colui che il popolo ha giudicato per un delitto; e non è lecito sacrificarlo , ma chi lo uccide, non sarà condannato per omicidio; infatti nella prima legge tribunizia si avverte che se qualcuno ucciderà “colui che per plebiscito è sacro, non sarà considerato omicida”. Di qui viene che un uomo malvagio o impuro suole essere chiamato sacro. Giorgio Agamben Homo sacer

“Di stupefacenti sarebbero, secondo i sapienti, avvelenati i selvaggi. Infatti, la droga guadagna spazio, mentre sulla droga guadagna il capitale. Ma la droga allucinogena, quella per intenderci che libera dall’allucinazione della “vita”, con l’abbassare la soglia che filtra cioè economizza le percezioni, attacca direttamente l’economia che impoverisce ciascuno inchiodandolo alla scheda perforata delle percezioni programmate per lui dalle gerarchie del sapere, e, con il consentirgli finalmente di vedere ciò che non aveva mai visto prima, lo dischioda dal “reale”, gli restituisce la verità che gli pertiene. Non può essere, tale verità, che atroce: umiliante e terrifica. Ma definitiva, indimenticabile. Lo strappo non è reversibile, si lamentano i sapienti. Terrorizza, sgomenta, inselvatichisce. Ciò che terrorizza, ciò che sgomenta e ciò che, nei migliori dei casi, inselvatichisce non è, al contrario, che la visione della loro “verità”,di colpo denudata” Giorgio Cesarano

Jonh Doe

Capitolo 001

Uno spettro si aggira per l’isola felice 31/10/2000

«Il mondo occidentale ha raggiunto un nuovo stadio di sviluppo; a questo punto la difesa del sistema capitalista impone, all’interno e all’estero, l’organizzazione della controrivoluzione che attua nelle sue manifestazioni estreme gli orrori del regime nazista. […] Si tratta di una controrivoluzione in larga misura preventiva, interamente preventiva nel mondo occidentale dove non ci sono né rivoluzioni recenti da annullare né rivoluzioni nuove all’orizzonte. Eppure la paura della rivoluzione che ne costituisce il denominatore comune lega nei vari stadi e aspetti la controrivoluzione, ne percorre tutta la gamma, dalle democrazie parlamentari alle dittature aperte, passando per gli stati di polizia. Il capitalismo si riorganizza per fronteggiare la minaccia di una rivoluzione che sarebbe la più radicale della storia, la prima vera rivoluzione storico-mondiale».

Herbert Marcuse

E’ il primo pomeriggio devo uscire di casa, la follia e il delirio della notte bolognese scorre ancora nelle mie vene. Prendo la macchina per fare il solito giro senza meta della domenica. Ma all’altezza del campo da calcio abbandonato, vengo fermato da dei ragazzi del bar. Mi guardano increduli, stupefatti la leggenda è ancora viva, mi dicono:

“Tutti ti credono morto di overdose a Bologna, vieni con noi al Corso c’è gente che sta festeggiando al bar, altri hanno paura. Ma ti sei risvegliato con l’eroina? Sei Simonetti? O sei Richi?”.

Ancora non capisco ma continuo ad avere flash mentali, vere e proprie visioni sul mio passato. Rispondo con un sorriso anestetizzato:

“Sono Richi non capisco cosa volete dire, però mi sento strano, cosa c’è nel mio passato, chi sono veramente?”.

Mi guardano divertiti e accennano alla loro verità:

“Sei un pazzo, un killer tossico dell’Ordine della Stella. Tu sei Simonetti, il traditore dell’Italia”.

Comincio a ricordare, a sistemare nella mente le immagini del mio passato. E mi viene da ridere, come un Satiro folle senza morale. Ma con un codice d’onore quello dell’anarchia da rispettare. Rispondo dicendo:

“La verità non è mai così semplice. Una medaglia ha sempre due facce. E prima di giudicare come degli stolti, bisogna guardare in faccia la realtà. La vita di merda che mi hanno costruito addosso, i vostri eroi. Ma ora mi sento bene, troppo bene, vedo il futuro e sono cazzi amari per tutti”.

Vado con loro in macchina. Mi nascondo dietro per non farmi vedere. Ci vuole poco per arrivare al centro dell’isola felice, è una cittadina piccola. Quello che si mostra alla fine del corso è uno spettacolo stravagante, persone che parlottano tra di loro eccitate. L’argomento sono io o meglio la mia morte è al centro di questo festino domenicale. Alcuni ridono, altri sono spaventai, chissà perché?

Alla fine non resisto e mi faccio vedere, quasi tutti rimangono a bocca aperta, ma le parole che avanzano contro di me sono fuori dalla norma, mi spiazzano.

Mario, l’amicone freak comunista, si avvicina con un fare diverso dal solito mi parla, come se mi conoscesse da sempre. E non da pochi anni. Mi dice:

“Simonetti lo sapevo che ci saresti ricaduto, sei strafatto, era meno di un anno che non combinavi disastri. Ma sei finito, ti aspetta la galera, i francesi non ti proteggono più. Ci hanno detto che hai ammazzato una ragazza”.

Rimango stupito ma fino ad un certo punto e rispondo subito. Ma parlo un linguaggio allucinato, farsesco, da teatro dell’assurdo.

“Nemmeno per un cazzo! Non ho ammazzato nessuna ragazza, voglio sapere, chi ha messo in giro questa stronzata? E poi non sono Simonetti, ho capito cosa intendi, ma questo che vedi è la personalità Richi, alla massima potenza.”.

Poi risate continue quasi deleterie, sembra che sto per andare via di testa, ma alla fine mi riprendo in extremis. E continuo nel mio monologo strippato:

“Ho già visto tutto, e come se questo fosse già successo. Sono ancora coperto, non andrò mai in galera. Ci sono persone importanti che lo devono cazzo …”.

A questo punto interviene Paolo, uno della sinistra rivista:

“Senti mostro della Laguna, in stato di shock permanente, è impossibile questa volta non c’è la fai. I capi del Partito sono stati chiari, non hai scampo ti spediscono in galera e buttavano via la chiave. Finalmente!”.

Ma non mi convincono anzi rido ancora di più. E lo spettacolo più infame e degradante deve venire. Altri ragazzi hanno in mano un manifesto da morto, c’è il mio nome e cognome, non riesco a crederci come hanno fatto in poche ore a stamparlo e diffonderlo. La risposta è semplice i leader della Lobby satanista cristiana che domina nell’isola felice e gli eroi dello Stato ne hanno stampato uno per l’evenienza. Sapevano della trappola mortale a Bologna, sapevano che la primula rossa aveva i giorni contati.

Mi dicono di andare al bar del Corso dove una moltitudine di uomini, donne, vecchi, ragazzi e ragazze stanno festeggiando la mia dipartita, con un brindisi edonista, quasi religioso. Mi avvicino alla porta del locale, con il lugubre manifesto nelle mani, guardo queste pecorelle smarrite, questa folla adulante, con il sorriso sul volto, e provoco la loro stoltezza:

“Tana libero tutti, sono vivo pezzi di merda!”.

Rimangano di sasso, stupiti, inebetiti, non accettano che Simonetti Walter sia sopravvissuto ancora alla morte. Pensano che sia impossibile i loro ministri del culto erano stati chiari l’ebreo morirà è il volere di Dio, non ha più scampo è il capro espiatorio. I loro dirigenti di partito erano stati categorici quello scherzo del destino creperà non ha più protezioni. Ma di che Dio stanno parlando? E’ il Dio della Gnosi ariana mai debellata veramente dalla Chiesa Cattolica, anzi sempre usata per i loro lavori sporchi, infiltrata da Massoni di ogni specie, una Cultura antica che non vuole rendersi civile, ma continua a considerarsi il Santo Grall, la verità assoluta.

Ma di che giustizia politica parlano? E’ la ragione di uno Stato che si è sporcato le mani, e usa il Segreto come arma politica perché non vuole rendere conto alla comunità internazionale, dei crimini commessi. I moderni rappresentanti di questa Statolatria sono gli ex stalinisti e i liberal fascisti. Il paese dilaniato da lotte intestine e istituzionali, si unisce incredibilmente contro un nemico del popolo.  E visto che non si riesce a mandarlo in galera o internarlo in un manicomio lo si fa ammazzare, la taglia fa gola a tanti criminali.

Chi sono queste persone nel bar Corso? Li guardo bene sono facce già viste, un universo composito e variegato, vedo con sorpresa anche parenti ed amici lì a festeggiare per il macabro evento, il sacrificio umano. Ci sono mantenuti da genitori miliardari. Giovani di sinistra, alternativi figli di papa, portatori entusiasti del socialismo degli imbecilli, che di radicale non ha proprio niente. Ci sono i neofascisti, i bulli più dementi, senza una briciola di sale in zucca, i servi più infami dello Stato d’eccezione. Vecchi amici che hanno cambiato bandiera e vogliono stare con i vincitori. Poi altre istituzioni cittadine, borghesi rimasti con il cuore ai tempi del Duce e delle leggi razziali. E non potevano mancare gli eroi del Partito, sono loro a spingere questa folla multicolore, contro di me. Vorrebbero fare giustizia, qui e ed ora, ma si bloccano, si accorgono che non ho paura, che la forza della disperazione e la droga mi rendono pericoloso, refrattario alla loro volgarità.

Parole di odio e vendetta fermano il tempo, per il momento la resa dei conti è rinviata, dei ragazzi mi prendono e mi portano fuori in piazza. Ho bisogno di bere a volte mi sento mancare, una debolezza che sembra avvolgermi per sempre. Poi mi riprendo con della birra e ricomincio con il monologo schizofrenico di parole dissacranti.  Penso sono tornato, come un Profeta, un moderno Zarathustra folle e drogato sono sceso di nuovo a portare la parabola dell’anarchia. Ma non c’è più nessuno qui ad ascoltare, i fratelli e le sorelle non sono più tali, altri sono spariti nel nulla o sono morti. Sono rimasto solo?

Mi sbaglio qualcuno c’è, che sta avanzando verso di me dal Duomo, veloce sconnesso è proprio lui Massimo, l’amico matto del cuore. Si avvicina ridendo e non crede hai suoi occhi:

“Dino sei tu? “.

Io lo guardo e rispondo:

“No, non sono Dino in questo momento, il cocktail di droga che ho preso non mi ha fatto cambiare personalità”.

Massimo mi guarda e pensa a voce alta:

“Trip ed eroina è già successo non ti ricordi? Delle volte ti prendevamo e invece di risvegliare Simonetti, ti facevamo prendere altre cose ed eri così in mezzo al guado. Sempre fuori di testa. Per me sei sempre Dino”.

Ma la folla degli stolti non è sazia, vuole chiudere per sempre la partita e cerca un pretesto per saltarmi addosso. Mi fa cadere in trappola, invia un tipo, un pericoloso picchiatore ormai consumato dall’alcool e derivati, che mi minaccia.

“Ti devo dare una lezione, non ho paura di te”.

E nello stesso istante arriva un altro che mi porge un coltello per difendermi, cado nella trappola e a mia volta minaccio il picchiatore:

“Fatti avanti che ti taglio la gola”.

Ho paura ma fino ad un certo punto, le visioni mi aprono la mente, mi indicano una via, un futuro possibile, auspicabile, la mia storia non finirà ora per mano di questi idioti in preda hai fumi dell’intolleranza. Prendo coraggio e mi faccio avanti con il coltello, il picchiatore si blocca e lui ora ad aver paura del demone che vede nei miei occhi. Ogni uomo a un suo tallone d’Achille, la sua kryptonite che lo distrugge e gli fa tremare le gambe. Ora ricordo l’io Simonetti, quando è alla massima potenza, quando la forza delle sue parole fa vibrare di spasimo ogni persona sana o malata di mente. Per i tanti squadristi rossi, neri, azzurri e verdi Simonetti è la kryptonite. Hanno fallito miseramente, questi porci con le ali non sono riusciti a distruggere definitivamente Simonetti Walter.

Ricordo come non l’avessi mia dimenticato, già perché ho dimenticato tutto? Quale shock mi fa vivere senza passato?

Ma anche questo è un segreto di Pulcinella. Questo paese di preti pedofili, criminali in divisa, padroni della libertà altrui, burocrati statolatri, nazi-padani e brave persone sempre alla moda, nasconde un segreto che non è tale. Perché le medicine della memoria, anche se messe al bando dagli organismi internazionali, sono una realtà di cui tutti conoscono lo scopo e l’uso criminale. La società civile democratica ne ha giustificato l’uso, a tonnellate alla fine degli anni 70, per distruggere il brodo di cultura del terrorismo in Italia.

Un vero e proprio sistema di rieducazione forzato e di distruzione della personalità (inviolabile sulla carta) dell’individuo, messo in moto dallo Stato, con l’appoggio di tutti i Partiti (dai fascisti del MSI, passando per i Demoni Cristiani, i Socialisti di Craxi fino al PCI entusiasta di entrare nell’area di governo). L’unico politico che si è opposto a questa deriva autoritaria e ha difeso lo Stato di diritto è stato Marco Fannella. Ricordo ancora quella tribuna politica, avvenuta 30 anni fa. Pannella e il cattivo maestro Macalzone hanno avuto il coraggio di denunciare l’uso di massa delle medicine della memoria e l’altra infamia, il ringiovanimento molecolare e psicologico di 120 bambini, avvenuto in una clinica segreta create dal Duce, insieme hai nazisti, e poi usate dallo Stato Democratico per il bene della scienza (Sic.).

Tutto questo è sotto il massimo segreto di Stato, quella tribuna politica e la campagna portata avanti da anarchici e da una parte del movimento per la verità sulle medicine della memoria è stata cancellata dalla memoria collettiva. Tramite mass media, istituzioni e centinaia di migliaia di militanti, dei partiti dell’area costituzionale, zelanti agenti della controrivoluzione preventiva. Insieme alle forze dell’ordine felici finalmente di vendicarsi dei sovversivi finocchi, drogati e straccioni.

Avevano bisogno di un capro espiatorio per sfogare la loro vendetta democratica, il loro istinto di morte. Tutti quelli che hanno tentato di opporsi e denunciare questo stato illegale di cose alla comunità internazionale è finito matto o morto in spiacevoli incidenti accidentali.

Ora ricordo il perché dell’amnesia che si è abbattuta su di me e la rieducazione forzata, il manicomio a cielo aperto così lo chiamavano le brave persone, i credenti nel Dio dell’amore, che si occupavano di me. Erano medici? Psichiatri? Dottori? No niente di tutto questo, erano solo degli uomini che si credevano Dio. La negazione del libero arbitrio per loro era una missione di vita o di morte, si sentivano giustificati dallo Stato e dalle sue leggi non scritte .

Comunisti del PCI, Repubblicani, Massoni e ferventi cattolici si erano trasformati in dei moderni nazisti, portavano avanti il folle credo del capro espiatorio, dell’ebreo da sacrificare  per il bene comune.

Ero sempre in uno stato di prostrazione. Mio cugino mi diceva:

“Non ti ricordi niente? Sei un vegetale, ma è per colpa tua, sei un pazzo anarchico del cazzo. Ma non pensarci, non puoi farci nulla, stasera stessa passeranno a casa di notte e ti faranno la solita iniezioni di amnesia. Il lavaggio del cervello. Queste parole domani non te le ricorderai. Richi bevi pure finché puoi e non pensare troppo”.

Io rimanevo senza parole, perché quella sensazione di vuoto, di

déjà vu continuo, di sfiga costante era la mia vita o meglio non vita di tutti i giorni.

Ma ora sono qui in piazza e credo in me stesso, nel potere delle mie parole. Forse é l’eroina che mi fa sentire così, ma l’esplosione di Bologna, e la partita con il potere che sto per giocare, era non solo inevitabile, ma giustificata e necessaria.

Si fa avanti il Bisciu, uno degli uomini che si è creduto Dio, e mi ha negato la vita. Vive per non far vivere. E’ un confidente della polizia e un agente della controrivoluzione preventiva, é teso, mi dice con quella voce semiseria:

“Prendi questa è una pasticca di Ecstasy, ti fare stare bene”.

Io rido capisco il suo ridicolo e infame gioco, il suo lavoro sporco. Quelle che mi sta offrendo è proprio la medicina della memoria. Accetto la sfida l’eroina mi da la forza di ridergli in faccia. Prendo la pasticca, la butto giù, ma non dimentico niente. Se non avessi quelle droghe nel sangue, ora non ricorderei le ultime ore di vita, e sarei in balia degli altri.

Il lavaggio del cervello, che ho subito in modo costante per quasi 30 anni, è più complesso oltre le medicine della memoria, ci sono altre sostanze (Cancerogene) e l’ipnosi è la ciliegina sulla torta. Dopo una sola seduta ero un’altra persona. Il mio passato veniva riprogrammato, i ricordi che davano fastidio ai torturatori cancellati, ne venivano creati altri a tavolino. La mia vita era un insieme di fallimenti, i momenti di felicità e di passione spariscono dalla mente. Volevano un vegetale pei divertirsi e sfogare i propri istinti più bassi.

Ci sono riusciti, ma non hanno fatto i conti la dignità di Simonetti Walter.

C’è una parola per designare un soggetto sottoposto a questo trattamento nel diritto moderno: Pariah.

Penso si sono un Pariah, ma ho sempre avuto la forza di ribellarmi.  Il Bisciu visto che non reagisco come credeva, tenta di provocarmi:

“Sono io che t’ho impedito di vivere, ebreo, perché non prendi un coltello e la fai finita. Cosa aspetti, sono qui”

Ma non ne vale la pena, gli spettri che il Bisciu trascina dietro di se, non l’ho abbandoneranno mai. Mi allontano e vedo l’unica persona che ha cercato di aiutarmi in questi 30 e più anni di non-vita. Si chiama M., e non è sorpreso di vedermi in questo stato. Mi dice:

“Richi non hai speranza, quegli angeli caduti dal paradiso, ti hanno sempre usato, come una marionetta, per i loro fini. Le protezioni sono finite, Mitterrand è morto”.

Poi le solite accuse sulla mia pratica anarcoide folle e violenta, che mi ha portato all’isolamento e all’autodistruzione. Io rido, sono felice, in verità per me è una liberazione:

“Mi sento benissimo. I flash che arrivano come bombe intelligenti nel mio cervello, mostrano episodi del passato, che hanno dell’incredibile. Mi danno delle vibrazioni positive, vedo il futuro e questa volta andrà bene. Ne sono certo M …”.

http://it.wikipedia.org/wiki/Pharmakos

“Pharmakos non significa solo capro espiatorio. È un sinonimo di pharmakeus, una parola spesso ripetuta da Platone, che significa “stregone”, “mago”, perfino “avvelenatore”. Nei dialoghi di Platone, spesso Socrate è rappresentato e definito pharmakeus. Socrate è considerato uno che sa come fare magia con le parole e, in particolare, non con le parole scritte. Le sue parole agiscono come un pharmakon (come una sostanza curativa, o anche un veleno) e trasformano, curano l’anima di chi ascolta. Nel Fedro, Socrate si oppone fermamente agli effetti negativi della scrittura. Socrate paragona la scrittura a un pharmakon, una droga, una pozione: scrivere ripete senza sapere, crea abominevoli simulacri. Qui Socrate trascura deliberatamente l’altro significato della parola: la cura. Socrate suggerisce un pharmakon diverso, una medicina: la dialettica, la forma filosofica del dialogo. Questo, sostiene Socrate, può condurci alla verità dell’eidos, ciò che è identico a se stesso, sempre se stesso, immutabile. Qui Socrate di nuovo trascura l'”altra” lettura della parola pharmakon: il veleno. Socrate agisce come un mago (pharmakos) – lui stesso parla di una voce soprannaturale che parla attraverso di lui – e la sua medicina (pharmakon) più famosa è il discorso, la dialettica e il dialogo che conduce al sapere e alla verità ultima. Ma paradossalmente Socrate diventa anche il più famoso “altro” pharmakos di Atene, il capro espiatorio. Diventa uno straniero, perfino un nemico che avvelena la repubblica e i suoi cittadini. È un abominevole “altro”; non l’altro assoluto, il barbaro, ma l’altro (l’esterno) che è molto vicino, come quei poveri diavoli, che è sempre-già nell’interno. Egli è allo stesso tempo la “cura” e il “veleno” e, proprio come lui, gli ateniesi scelsero di dimenticare uno di quei significati in base alla necessità. E, alla fine, Platone colloca Socrate in quello che in quello che per Socrate era il più vile di tutti i veleni: nella scrittura, che sopravvive fino a oggi”.

Capitolo 002

Trappola mortale per il Doppelgänger

“L’antisemita si pensa come un soggetto rivoluzionario – anzi, è convinto che la sua sia l’effettiva rivoluzione che modificherà le condizioni di vita degli uomini-, lasciando trasparire una concezione processuale della rivoluzione che intende compiere. Prima che alla conquista del potere politico, egli è invece interessato ad avviare una lenta opera di predicazione che modifichi radicalmente la mentalità degli individui, illuminando le masse sui pericoli prodotti dall’influenza dell’ebreo nella Storia. La rivoluzione dell’antisemita consiste nella progressiva e ininterrotta presa di coscienza, da parte di un numero sempre più ampio di individui, dei disastri provocati dalla tirannide dell’ebreo. La rivoluzione contro l’ebreo sarà contrassegnata dal progressivo passaggio delle masse dalla pistis alla gnosi”.

Francesco Germinario -Costruire la razza nemica.

Nel frattempo arrivano in paese, strani personaggi, la strega con i suoi fidati cani (uno strano agglomerato neofascisti e pseudo freak autonomi fuori dal tempo, invidiosi fino all’ossesso della leggenda Simonetti Walter). C’è anche una giovane donna che si avvicina insieme alla strega. Dice di essere un’amica ed una compagna del movimento. Ma usa parole desuete, invischiate, putride, senza senso e platealmente false:

“Sono una terrorista in clandestinità, ti posso salvare e portare via da qui. Rischi il linciaggio, i satanisti cristiani e i militanti del Partito stanno aizzando gli abitanti dell’isola felice, contro di te. Ti ammazzeranno!”.

Poi continua parlando della resa dei conti che sarebbe imminente:

“Ti porto in un posto che dovresti conoscere. La chiamano la casa del Diavolo è in campagna. Lì c’è una persona Maniac, è il maggiore responsabile della tua persecuzione, potrai finalmente vendicarti ”.

Anche la strega mi dice di scappare e mi offre il suo aiuto.

Comincio ad aver paura, sono circondato da una massa di indemoniati che agitano la croce, e non sentono ragione. Non vogliono giustizia, ma il sacrificio umano. Credono che il mio sangue, plachi il loro Dio dell’amore, portano avanti una strana fede, la gnosi ariana.

Per quasi tutti gli isolani questa Chiesa segreta, é la cultura che li distingue da tutto il resto del mondo. Pensano di essere parte di un disegno divino, credono di essere discendenti di Gesù Cristo. Hanno un vangelo intriso di razzismo spirituale e biologico. Riscritto da diverse mani nel 900, tra cui quella di J. Evola. Questo spiega tutto il loro odio fuori dal tempo, l’antisemitismo e il negazionismo issato come bandiera.

Nella pratica concreta sono una vera e propria setta, lobby potentissima, criminale. Hanno l’appoggio dello Stato, della Chiesa (anche se ufficialmente i loro ministri della fede sono stati scomunicati), delle forze militari, della polizia e dei Partiti. Questo gli ha dato il diritto dovere di persecuzione. Nelle loro menti illuminate l’ebreo è il male assoluto, la diversità da eliminare o da trattare come un Pariah. In altre parole la pratica del capro espiatorio e viva e vegeta nella società iper-moderna del libero mercato.

Non ho molto tempo per decidere e accetto la proposta della sedicente terrorista. La paura della folla in preda al delirio omicida, mi porta a rivedere i miei piani. Anche Massimo viene con noi. Vuole ad ogni costo la resa dei conti con Maniac, il campione nazionale della contro rivoluzione preventiva. Un mostro nazi stalinista che ha per primo comandamento l’antisemitismo, e per secondo la pratica della tortura, coperta dallo Stato. Un vero e proprio eroe italiano. Il comunismo per questi individui non è altro che la santificazione del leader burocratico e un canale per il potere più deleterio e totalitario. Il significato vero del comunismo: la lotta contro lo sfruttamento, la liberazione dal lavoro, il deperimento dello Stato, la fine dell’alienazione. E’ per questi nazi stalinisti il fumo negli occhi e un incubo a cielo aperto.

Nel socialismo degli imbecilli si trova una delle giustificazione alte, della mia persecuzione. Questa ideologia e pratica reazionaria ha creato una zona grigia dove stalinisti, nazi, liberali della domenica, fondamentalisti cattolici, camicie verdi e Radical Gullo Chic (un po Naif) si sono ritrovati di comune accordo.

Anche uno dei loro padri putativi, G. Stalin, con gli ebrei, aveva un comportamento ambiguo e cinico. Per alcuni era semplicemente un antisemita, per altri un dittatore senza scrupoli che a parole combatteva l’antisemitismo, ma nella pratica usava con gli ebrei il bastone e la carota.

“Rispondo alla vostra richiesta. Lo sciovinismo nazionale e razziale è una sopravvivenza di costumi antiumani che sono propri al periodo del cannibalismo. L’antisemitismo, quale forma estrema di sciovinismo razziale, è la più pericolosa sopravvivenza di cannibalismo. L’antisemitismo è utile agli sfruttatori come parafulmine che eviti al capitalismo il colpo dei lavoratori. L’antisemitismo è pericoloso per i lavoratori come falso sentiero che li stacca dal giusto cammino e che li porta nella giungla. Per questa ragione i comunisti, quali conseguenti internazionalisti, non possono non essere inconciliabili e mortali nemici dell’antisemitismo. Nell’URSS si persegue nel modo più severo con la legge l’antisemitismo come fenomeno profondamente avverso al sistema sovietico. Gli antisemiti attivi si puniscono, in base alle leggi dell’URSS, con la pena di morte”.

G. Stalin (Mosca il 22 febbraio del 1931)

Siamo in quattro in macchina, oltre alla mia effervescente persona c’è Massimo, la sedicente terrorista e la strega.  Dopo circa 15 minuti siamo li, quella che era la dimora del diavolo (così la chiamano i moderni e cristiani abitanti dell’isola felice), sembra una vecchia casa colonica. Qui è iniziato qualcosa ne sono certo, mi sembra di tornare indietro nel tempo. Queste mura, queste porte e finestre le ho già viste, le ho già sognate toccate. Ma in che vita è successo? Chi sono?

Sono la reincarnazione dello spirito della provocazione, un apostata di nome Simonetti Walter. Questa è la risposta che mi nasce da dentro. Tutto il resto non conta nulla, solo parole senza senso ne segno, ne rispetto.

Non siamo soli ci sono due persone che ci aspettano, un vecchio ed un ragazzo, facce conosciute ma che non riesco a definire, collocare. Sono spaventati, nervosi, hanno paura che la situazione finisca al peggio. I due indigeni non sono in buoni rapporti, il vecchio anarchico Enrrico bestemmia quando il ragazzo Benitino comincia a parlare.

La loro storia è emblematica Benitino era il discepolo prediletto di Enrrico, il futuro dell’anarchia era nelle sue mani. A sempre vissuto nell’ombra del refrattario, Simonetti Walter, geloso, invidioso della leggenda, del maestro che non si è piegato e ne ha pagato il prezzo. Ma era un debole, ed è caduto, come tanti altri, nella trappola dell’anticomunismo grossolano, fregandosene della storia del sangue versato dalla nostra gente sotto il totalitarismo nazifascista; dove si è prodotto lo sterminio della nostra “razza”. E da infame è passato all’estrema destra. Ha svenduto la sua storia per codardia e perché non aveva un briciolo di dignità. Ha preferito il fascismo cioè il regno della volgarità e della violenza sul debole/diverso protetto dall’ordine del più forte, alla vita da Uomo, da Unico che non vuole servire lo Stato tiranno, nella sua opera di distruzione della nostra fratellanza.

Il fondo l’ha toccato quando ha cercato di vendere il patrimonio intellettuale (cultura e politico) della Società dei Simonetti, che non gli apparteneva, ai suoi amici neofascisti per denaro. Ma Simonetti Walter insieme al vecchio Gustavo gli hanno fatto capire in modo un po’ brusco che non si può fare, che gli ebrei rinnegati anche se in via d’estinzione si fanno rispettare. Adesso quei documenti storici sono in Francia in buone mani.

Beninitino si è riempito la testa di merda nazionalsocialista, supramatista, Evolinana da Ordine Nuovo credendo di essere un duro, ma è solo un topo di fogna, protetto dai soliti noti in doppio petto. Si considera un Mago, ma è solo esoterico da strapazzo, che si crede un Dio invocando forze primordiali in quelle ridicole messe nere. Gli antenati, il consiglio degli unici, dall’oltretomba l’hanno già giudicato quel nome, Simonetti, non potrà più usarlo (e questo vale per tanti altri idioti), ed il nostro Benitino non troverà mai pace.

La situazione si sta deteriorando la sedicente terrorista a una pistola che porta con non curanza, Enrrico cerca di portarmi alla ragione, secondo lui sono in trappola, è l’eterno ritorno dell’uguale, questa mia ribellione si sta ripetendo all’infinito e non c’è salvezza per noi. Siamo marchiati fin dalla nascita, siamo ebrei rinnegati discendenti dell’eresia antinomiana. Io non la penso così sto troppo bene, questa volta le cose andranno diversamente, le visioni che ho di costantemente mi mostrano una via d’uscita. La mia follia mi tiene a galla ho bisogno di bere:

“Voglio del vino, ci sarà in questa casa una bottiglia di vino?”.

Benitino mi guarda pieno di rabbia e non vuole darmela e roba sua, crede di essere il legittimo erede di questo luogo. Viene da ridere una merda si è accaparrato illegalmente la casa del Conte Simonetti. Un padre indiscusso per tutti noi anarchici stirneriani.

Ricordo il giudizio del Conte su Benitino:

“E’ un debole non potrà mai essere uno di noi, non ha carattere tradirà la fratellanza alla prima occasione”.

E così è stato, ma ormai questa è storia. Massimo trova il vino, un bottiglione da mezzo litro. Non è male il suo sapore e mi riscalda la mente quasi subito. Benitino s’infuria ma è un cane che abbai ma non morde. Sto cercando di ordinare le idee e mi accorgo che la sedicente terrorista è nervosa. La pistola mi può servire, sta per arrivare Maniac, è la resa dei conti?

Non sono così stupido da crederci veramente ho un altro progetto per il maiale. Senza pensarci due volte mi avvento sulla terrorista e le prendo la pistola buttandola a terra. Lei rimane di sasso, dico a Massimo di trovare una corda che la leghiamo. Non mi fido di questa donna. I suoi discorsi suonavano falsi fin dall’inizio, completamente fuori dal tempo. Adesso che ha paura dice di essere una poliziotta infiltrata della Digos, che doveva portarmi quassù per incastrarmi. Io non capisco per quale motivo, cosa vogliono ancora da me, e ricordo di essere stato una povera spia del vecchio SDECE, uno di quegli anarchici stirneriani che facevano il doppio gioco. I traditori della nazione vanno distrutti, ma siamo nel 2000, forse è l’ora giusta di battere cassa.

Il passato mi torna poco per volta, la mia mente non accetta tutto, la mia vita sembra un film di fantascienza ispirato da Phip Dick.

Non ho tempo di pensare arriva Maniac, si avvicina camminando piano, si sente sicuro è gonfio come un pavone. Con quella voce da imbecille mi dice di arrendermi che non ha paura di me. Pensa di essere indistruttibile.

E’ un giustiziere della notte, lo sceriffo dell’isola felice che ama la violenza brutale sui deboli e sulle donne. E’ un eroe dei nostri tempi malandati, gira sempre con le medagliette conferitegli dal potente di turno, per giustificarsi davanti al gregge (il volgo istruito), che tollera il suo operato infame, legittimando e promuovendo la sua politica di pulizia razziale e igiene sociale. Le brave persone vogliono dormire sonni tranquilli ed il rispetto dei sacri valori:

lavoro, famiglia, stato, ordine.

La città andava ripulita dalle schegge impazzite traviate dalla drogha, dagli estremisti cattivi maestri nemici della morale del Partito e dai Simonetti un cancro sociale da debellare per sempre senza mezze misure. Maniac e gli altri campioni della statolatria sono serviti a questo. La cosa vergognosa è che oltre i soliti post stalinisti e dei poliziotti della porta accanto, questo maiale a l’appoggio dei fascisti e della società civile. Il socialismo degli imbecilli.

Le medicine della memoria sono la sua arma proibita è il potere di travalicare la legge (lo Stato d’eccezione), si crede Dio ma è solo un moderno squadrista, uno stupratore, un avanzo da galera che parla di sinistra ma non ha un briciolo di dignità. Per gli organismi internazionali che si battono per il rispetto dei diritti umani è solo un criminale antisemita protetto dallo Stato.

Capisco che la forza datemi dalla droga mi farà vincere questa battaglia, come già tante volte in passato. Prendo la pistola e la punto addosso all’avanzo da galera Maniac, per fargli capire che il perdente è lui. Gli sparo vicino e l’eroe  sbianca, pensava con la sua presenza di spaventare la femminuccia, come amano chiamarmi tutti i nazistelli postmoderni. Ma non è con le armi che si vince una guerra e gli vado incontro per dimostrare a me stesso di essere un uomo. E più grande e più forte ma io mi batto per la mia libertà e per la fine della persecuzione. E questo mi da una forza oltreumana. Maniac riesce a prendere la pistola e spara all’indirizzo della poliziotta:

“L’ammazzo così daranno la colpa a te ebreo subumano”.

E’ un maniaco vero e proprio. Riesco a salvarla deviando la sua mano con la pistola, il colpo finisce in aria. Interviene Massimo e chiudiamo la partita. Lo blocchiamo e leghiamo ad una sedia, la mia resa dei conti per oggi è finita non c’è altro da fare solo godere di questi attimi di verità e giustizia. Poi insieme a Massimo andiamo in casa e parliamo gli dico che se vuole può prendere la pistola e farla finita con chi vuole, anche lui è un capro espiatorio ed ha pagato un prezzo alto. L’hanno fatto impazzire, anch’io ho delle gravi responsabilità su di lui. Gli consegno la pistola, Enrrico però toglie i proiettili, e attendo il suo verdetto fuori insieme agli altri spaventati a morte. Massimo esce e mi ridà la pistola, anche lui capisce che la resa dei conti c’è stata ed abbiamo vinto senza spargere sangue.  Che questa nostra ribellione è solo l’inizio, è una mossa che provocherà la fine vergognosa della persecuzione. I tempi sono maturi. Anche se questo paese non cambierà mai, la comunità internazionale è ormai stanca delle leggi razziali non scritte che sono in vigore in Italia. Porterò il Re ed il Principe nudi davanti al mondo intero, questo mi dice il mio spirito da iconoclasta.

Ma non è finita, sistemato Maniac, il piano dei servizi e della digos viene a galla. Dalle colline parte un colpo di un cecchino mi arriva vicino una folata di vento mi salva la vita. Non ho paura gli altri tremano come foglie e dico ad alta voce:

“Chi ammazza un Unico, un anarchico stirneriano, non campa una settimana, queste sono le leggi del limbo dei demoni”.

Questo mio folle discorso a effetto, non arrivano più spari i cecchini hanno paura, di che cosa? Non saprei rispondere ma la leggenda dell’Ordine della Stella “La cultura”, centra quel nome ancora oggi fa paura ad ogni essere umano.

Decido di consegnarmi alla sedicente terrorista ora poliziotta, con una specie di cerimonia dissacratoria le consegno la pistola. Lei all’inizio impreca e minaccia di farmi male, ma poi mi mette solo le manette e torniamo con l’auto tutti e quattro all’isola felice. Come se fosse stata una strana gita nel tempo.

Questa mia ribellione contro la persecuzione, sarà considerata un insurrezione contro lo Stato, in realtà non era altro che una trappola della Digos e dei servizi con i cecchini armati fino ai denti appostati li vicino. Non sono riusciti nemmeno questa volta ad incastrami a liquidarmi. Ma loro i polis e tutti gli altri, sono di un’altra idea mi aspetta la galera, per il reato di voler la verità sulla mia vita. Per il reato di lottare contro il segreto di Stato, per il reato di essere vivo nonostante tutto e tutti. Per il reato di essere un homo sacer che si è ribellato alle quotidiane vessazioni e violenze, alla condizione incostituzionale di Paria.

http://it.wikipedia.org/wiki/Paria

Il termine paria è definito implicitamente per esclusione dal sistema delle caste indiane, in quanto raggruppa tutti coloro che non fanno parte delle quattro caste stabilite. Per la costituzione dell’India i paria devono essere indicati col nome ufficiale di scheduled castes (“caste inventariate”). Il termine usato comunemente nel mondo indiano è invece dalit. In occidente essi sono comunemente noti come “intoccabili”

“Dalit” è il termine che si è recentemente affermato per indicare coloro che, all’interno del sistema delle caste, occupano la posizione più bassa e miserabile. Il termine Dalit (in Sanscrito “dal” significa “spezzare, spaccare, aprire”) è arrivato a significare cose o persone che sono tagliate, separate, stremate, disperse, oppresse o distrutte. A seconda della regione di appartenenza i Dalit sono chiamati con termini diversi, nomi che sempre hanno significati spregiativi e che hanno in sé il contrasto di due termini: “noi-i-puri” e “voi gli-impuri”.

Brahma, l’aspetto creatore di Dio secondo la mitologia induista, creò gli uomini traendoli dalle varie parti del suo corpo, generando così le caste:

  • brahmini“: custodi della scienza e sacerdoti, originati dalla bocca;
  • kshatriya“: guerrieri e governanti, originati dalle braccia;
  • vaishya“: agricoltori, pastori e commercianti, originati dal ventre;
  • sudra“: servi, originati dai piedi.

Infine, i paria, originati dalla polvere che copriva i suoi piedi. Successivamente Gandhi li definì harijans, figli di Hari (Dio).

L’intoccabilità è una pratica tipicamente indiana e fortemente legata alla divisione sociale in caste che porta a considerare altamente contaminanti per i membri delle caste superiori i rapporti con i persone che per nascita sono segnati da un’impurità permanente. In particolare, è vietato ogni contatto fisico (anche se frequenti sono poi gli abusi sessuali a scapito di donne intoccabili), la commensalità, l’usufruire di stesse fonti di acqua (come pozzi, rubinetti e fontane pubbliche), l’accesso ai templi e la partecipazione alle cerimonie religiose. La condizione degli intoccabili è caratterizzata da estrema povertà, precarietà igienico-sanitaria e diffusa ignoranza. In genere, la tradizione imponeva loro di vivere ai margini del villaggio e di occuparsi, generazione dopo generazione, di attività considerate degradanti, come becchini, ciabattini e lavandai, attività che a tutt’oggi la maggior parte delle famiglie dalit si tramandano nell’India rurale. In altri termini, essi erano trattati come schiavi e non avevano alcuna possibilità di reclamare quanto era loro dovuto e neppure venivano loro riconosciuti dignità umana e onore.

Capitolo 003

Acid test


http://it.wikipedia.org/wiki/Merry_Pranksters

Prende il nome di Merry Pranksters un movimento formato da un gruppo di amici dello scrittore Ken Kesey nel 1962, con base in California, rifacentesi alla filosofia Hippy. Si sviluppò nel periodo di transizione fra la Beat Generation e il movimento Hippie. Furono tra i principali fautori dell’utilizzo delle sostanze psichedeliche. Nell’estate del 1964, attraversarono gli Stati Uniti a bordo di uno scuola-bus decorato con disegni psichedelici Neal Cassady, figura emblematica della beat generation, alter-ego di Dean Moriarty (personaggio principale di On the road di Jack Kerouac), fece parte del gruppo. I Merry Pranksters sono ritenuti tra i precursori del movimento hippie. La loro storia è raccontata da Tom Wolfe nel suo libro, Acid Test.

·         Voci correlate Ken Kesey

Il ritorno all’isola felice è pieno di incognite, bombe a calore, che bisogna dosare con calma, per non bruciarsi, dilaniarsi il corpo. Ormai senza più organi ma con solo una testa pulsante, visioni diurne e futuro alternativo per ogni situazione che vienesi a creare, sono il sale di questi secondi che valgono anni di vita vissuta, intensamente senza riflettere solo azione e immanenza.

Il Dio di Spinoza è ovunque ne sento la presenza la sua forza mi da una coraggio senza precedenti che può portarmi alla follia. Non sono come il Coraggioso di Jonny Depp non cerco il sacrificio per il denaro, per la mia famiglia, voglio tutto e lo voglio subito per me, per la mia vita malandata. Ma il mio piano fa acqua da tutte le parti appena scesi dalla macchina c’è un intero paese che ci attende con il sangue agli occhi. Le parole del pubblico astante sono piene del loro Dio dell’amore.

“Criminale, assassino, finocchio, terrorista, spacciatore, deviato, ebreo”

E’ una litania a senso unico. Sono un generatore di Kaos questo sento nell’aria e nel Kaos regna sovrana l’anarchia, il principio naturale primordiale fa dell’uomo e della donna essere liberi ed uguali. Né Stato né padroni, sono refrattario alla gerarchia e all’autorità, ma qual è la mia legge?

Risuona nella mai testa lisergica, drogata, come una campana stonata, il motto di A. Crowley:

“Fa’ ciò che vuoi, sarà tutta la Legge.”

“Ogni uomo e ogni donna è una stella.”

«Non c’è altro dio che l’uomo. L’uomo ha diritto a vivere secondo la sua stessa legge: di vivere come vuole, di lavorare come vuole, di giocare come vuole, di riposare come vuole, di morire quando e come vuole. L’uomo ha il diritto di mangiare quello che vuole, di bere quello che vuole, di stare dove vuole, di muoversi come vuole sulla faccia della terra. L’uomo ha il diritto di pensare quello che vuole, di dire quello che vuole, di scrivere quello che vuole, di disegnare, dipingere, scolpire, e così via, modellare, costruire come vuole, di vestirsi come vuole. L’uomo ha diritto di amare come vuole. L’uomo ha il diritto di uccidere coloro che volessero negargli questi diritti»

Ma non sono mai stato, un discepolo e un amante del Magus, troppo decadente e serioso per la mia provocazione, per la mia “arte? No grazie”. Per il mio spirito anarcoide. Che non vuole legami esoterici, maestri senza parte da venerare, ma fratelli e sorelle, unici in simbiosi con cui camminare insieme una strada in divenire

Come un satiro folle cerco e scappo dalle baccanti in preda alla follia dionisiaca, mi accingo a giocare la mia ultima partita con la morte, qui nell’isola felice.

Ad un tratto viene messa in scena una strana votazione. Tra me un’opera d’arte giuliva. Chi di noi due dovrà pagare il prezzo dell’anarchia. Chi tra noi due merita il frutto del peccato, chi tra noi due è un Iconoclasta.

E’ incredibile perdo la votazione, per queste persone radunate qui, non sono io il criminale, in questa ultima storia di estremisti della porta accanto, le persone sanno la verità.

E la storia di giovani figli di papa che volevano fare la rivoluzione e vendicare non si sa che cosa, non si sa chi. Che dopo aver presentato Simonetti Walter ai quattro dell’oca selvaggia e perso la ragione per il folle infiltrato che sfidò la stella con il coltello in mano. Tornano a casa dai padri in ginocchio a benedire il partito dell’avvenire, si fanno gesuiti della sinistra e vivono come ipocriti del nulla stato. Odiando Simonetti fino al parossismo. L’unico, l’uomo sacer che lotta solo contro la svastica sul sole. L’infame limbo della banalità del male. Dove un maiale può dettare legge.

Il barista porta fuori il contenitore della birra questa strana adunata si trasforma in una specie di festa. Simonetti finalmente, per tutti, va in galera, va alla morte. E’ ora di festeggiare si fanno avanti strani personaggi la Lobby satanista, i massoni, la feccia umana. Illuminati uomini di chiesa che pensano per tutti noi e per il bene dello Stato con il salvadanaio pieno d’oro. Ridono convinti di gusto:

“Simonetti vai alla morte. Finalmente. E’ finita siamo liberi da questo ebreo di merda”.

Io non batto ciglio non credo ad una parola, la sicurezza che mostro gli fa paura. Non capiscono che lo spirito di un guerriero della luce non si può piegare distruggere è immortale. Persi tra la croce e i rituali satanisti hanno perso il senno e si fanno inconsapevoli baluardi del Nichilismo. Quello più truce e infame coi valori sempre in mostra. I sacri valori della morale.

Arriva l’Acid Test è un’idea beffarda che abbiamo all’unisono io e Massimo, negli occhi drogati un lampo come un tempo come da bambini lo scherzo è liberatorio.

Gli ultimi acidi erano quasi finiti, Massimo però non li ha buttati e per l’occasione vanno benissimo. Nel contenitore della birra scivolano via che è un piacere, saperli in azione. Insieme a lui beviamo questa bionda lisergica con i massoni satanisti cristiani. Loro sanno della droga nella bevanda ma non gli importa nulla sono troppo felici è un giorno di festa cittadina, da ricordare per sempre.

Le manette hai polsi fanno un po’ male ma la gioia della disobbedienza è troppo grande, l’Acid Test sta dando i suoi frutti. Vittorio il grande Vittorio venuto subito a trovarmi sapendo del disastro da me combinato, rimane in balia di queste donne sotto acido, maschere del carnevale che tentano in ogni modo di farsi notare dal mattatore. Ride ma non sa che dire questo spettacolo stravagante è troppo anche per lui, uno dei pochissimi che si ricorda dell’unico del folle.

Ma c’è anche Marco con la sigaretta sempre accesa e la voce in continuo fermento che non mi da pace. E Sergio che sembra un gesuita che vuole redimere la pecorella smarrita che lui ed altri hanno costruito tanti anni fa. Arrivano anche i bolognesi ripresesi dalla notte e dal delirio del pazzo. Sono giunti qui alcuni con buone intenzioni altri neri di rabbia. Gippo e il padre che dicono di aiutarmi. Luca in stato di shock e con la lingua serpentina tenta di provocarmi. E ci sono anche gli scrittori l’ex Luther Blisset. Hanno un libro da mostrarmi, me lo danno. Per una magia senza tempo appena lo apro sfogliando le pagine riesco a leggere tutto (la super intelligenza che va e viene e tutt’uno con il mio sorriso dionisiaco). In pochi secondi ho finito il libro una delle doti dell’esperimento XXX che non ricordavo. Mi piace di più una versione della storia del bar dell’Aurora, ma dicono i post-avanguardisti che non sarà quella ad essere pubblicata. I misteri della fede nella sinistra italiana. Totem e tabù che non moriranno mai.

E’ venuta l’ora, l’ora della partenza con gli schiavettoni e la mano della poliziotta vicino che mi porta al pulmino. Sto per dire addio all’isola felice. Tutto il paese attende trepidante questo momento. All’inizio del corso attende il furgone blindato. Saliamo in quattro io, Massimo, la strega e la poliziotta. Ci chiudono dentro è ora che il vero viaggio abbia inizio. Non conosco la destinazione e non mi importa. Sono convinto di farcela. Il sesto senso, le visioni continue che alterano la mia mente mi avvertono che sarà durissima, ma anche questa volta lo spirito di Simonetti volerà nel vento e col sangue agli occhi riderà per l’ultima volta, davanti hai suoi fratelli e alle sue sorelle.

Straniero (Battisti Venexia)

dimmi tu chi sei
di che paese sei
quanto hai camminato
e cosa hai fatto
straniero
dove sei arrivato
resta un poco qui
resta ancora un poco
resta un poco non importa quanto
straniero
non importa quanto
sul tuo volto scuro
un sorriso è nato
un profumo di grano maturo
il vento ha accarezzato
non andare via
non andare via
non andare via qui sei rinato
il posto l’hai trovato
il fumo di quel treno
che era il tuo passato
ora all’orizzonte è già svanito
resta qui straniero
che mi hai trovato
choo choo train
choo choo train
choo choo train
train train train
choo choo train
choo choo train

Heidegger, Martin, Lettera sull’«umanismo», Franco Volpi, a cura di, Milano, Adelphi,
Piccola Biblioteca, prima ed. 1995.

Presentazione di Alessandro Chalambalakis
in Ctonia -5, Luglio 2009.

In risposta agli interrogativi e ai dubbi espressi in una lettera di Jean Beaufret, Heidegger, nel 1946, scrive la Lettera sull’«umanismo». Parallelamente al problema filosofico dell’umanesimo sollevato da Beaufret nella sua lettera, in questo testo è sviluppata la questione dell’agire umano in relazione alla situazione contemporanea nella quale l’aggressione tecnocratica del pianeta consuma ogni potenzialità simbolico-culturale. La condizione dell’uomo contemporaneo è infatti caratterizzata dallo spettacolo di desertificazione nichilistica di ogni valore tradizionale; non escluso quello dell’umanesimo classico della dignità dell’uomo tramite gli studia humanitatis.

«Si tratta piuttosto di capire fondamentalmente che proprio quando si caratterizza qualcosa come “valore”, ciò che è così valutato viene privato della sua dignità. Ciò significa che con la stima di qualcosa come valore, ciò che così è valutato viene ammesso solo come oggetto della stima umana […]. Lo strano sforzo di dimostrare l’oggettività dei valori non sa quello che fa […]. Il pensare per valori, qui e altrove, è la più grande bestemmia che si possa innalzare pensare contro l’essere».

Il disincanto e la lucidità guidano pertanto il pensiero di Heidegger nell’evidenziazione di come sia assolutamente anacronistico e fuorviante limitarsi al ripescaggio dei valori dell’umanesimo metafisico. Egli giustamente evidenzia come la metafisica sia alla radice dei valori dell’umanesimo e di come sia stata proprio la visione metafisica ad aver condotto l’uomo ad una concezione secondo la quale ogni ente sarebbe stato infallibilmente e indiscriminatamente a disposizione dell’essere umano.

L’umanesimo è fallito in ogni sua forma, afferma Heidegger, proprio in quanto non è mai riuscito a liberarsi dalla sua radice metafisica. Il filosofo, evidenziando la radice romana antica dell’umanesimo, si sofferma così in merito all’umanesimo cristiano, all’umanesimo rinascimentale degli studia humanitatis, all’umanesimo socialista e, infine anche all’umanesimo esistenzialista del Sartre de L’esistenzialismo è un umanesimo. Tali forme di umanesimo condividono tutte una visione per la quale l’umanità dell’uomo è determinata rispetto ad «un’interpretazione già stabilita della natura, della storia, del mondo, del fondamento del mondo, cioè dell’ente nel suo insieme». Dunque «ogni umanesimo o si fonda su una metafisica o pone se stesso a fondamento di una metafisica. È metafisica ogni determinazione dell’essenza dell’uomo che presuppone già, sia consapevolmente sia inconsapevolmente, l’interpretazione dell’ente, senza porre la questione della verità dell’essere […]. Pertanto ogni umanesimo rimane metafisico». Il punto è che la domanda in merito all’essere è in Heidegger inaccessibile alla metafisica proprio in quanto metafisica. Tale inaccessibilità riguarda dunque ogni forma di umanesimo da essa derivante o di essa progenitore. «L’oblio dell’essere si manifesta indirettamente nel fatto che l’uomo osserva e lavora sempre e solo l’ente». Il pensiero deve pertanto riappropriarsi della forza di naufragare, della capacità estatica di abbandono e di riavvicinamento alle proprie radici poetiche e del coraggio di pensare lo stesso nihil come essenzialmente appartenente all’essere stesso: «Entrambi, l’integro e l’ostile, possono tuttavia essere essenzialmente nell’essere solo in quanto l’essere stesso è il contenzioso. In esso si cela la provenienza essenziale del nientificare».

Come per il concetto di nichilismo passivo trattato da Nietzsche, in Heidegger «l’essenza del nichilismo consiste […] nella sua incapacità di pensare il nihil». Non è quindi per niente automatico che i pensatori avversari del nulla sfuggano a quell’ospite inquietante che il nichilismo costituisce. L’ethos heideggeriano consiste dunque in una profonda lucidità e radicalità del pensiero innanzi ad un mondo che cambia troppo velocemente rispetto ad ogni lettura e ad ogni possibile direzione interpretativa. Non più il “che fare?” sembra prospettarsi per Heidegger bensì il “che cosa non fare?”, il “che cosa lasciar stare?”. Il punto in Heidegger sta nel fatto che a suo avviso l’uomo debba liberarsi dall’interpretazione tecnica del pensiero. Troppo spesso la filosofia si trova nella situazione di doversi giustificare innanzi alle scienze e troppo spesso dunque esce dal terreno che secondo Heidegger le è proprio. Contro il predominio del platonismo, Heidegger gioca difatti Sofocle e il pensiero tragico in genere, Eraclito e, di conseguenza, lo stesso Nietzsche.

Il problema di un pensiero concepito esclusivamente come techne emerge solamente nella modernità nella quale la scienza sperimentale si separa completamente e inevitabilmente – e, per molti versi, giustamente – dall’ambizione (per lo più di segno idealistico-razionalista) di una spiegazione unitaria del mondo. Tale contrasto – dal moderno condotto all’estremo, alla separazione più netta, alla dicotomia più profonda – conduce il pensiero (come accade in Heidegger) al di fuori di ogni tecnicismo e avvicinandolo quindi, in un senso chiaramente non distante da Nietzsche, alla poesia e alla creazione artistica. In Nietzsche, tuttavia, contrariamente ad Heidegger, l’atteggiamento è bifronte, polare; anche a costo della compresenza di elementi contrastanti al fine di poter abbracciare la totalità dell’umano. Non è difatti un caso che Heidegger veda in Nietzsche l’ultimo esponente della tradizione metafisica occidentale della quale Heidegger tenta il superamento. Nietzsche difatti non conduce mai apologie antiscientifiche. Rimane un autore fortemente critico di molti degli atteggiamenti della scienza moderna ma laddove essa smaschera le illusioni egli non rinuncia mai a valorizzarne gli aspetti liberatori. Differentemente da Heidegger – il cui atteggiamento sembra maggiormente unilaterale – in Nietzsche, arte, scienza, filosofia e poesia danzano comunque insieme tra le macerie da esse stesse provocate e dalle quali a loro volta scaturiscono. In Heidegger, per alcuni versi, sembra esserci invece un forte ritorno ad una sorta di orientamento idealistico tipico della scuola filosofica tedesca rispetto al quale Nietzsche era sostanzialmente insorto.

http:it.wikipedia.org/wiki/Cadiscismo

Una palma, simbolo del Cadiscismo.

Il Cadiscismo, conosciuto anche come Natib Qadish, espressione ugaritica che letteralmente significa “la via sacra”, o semplicemente Qadish, è una moderna religione pagana che si ripropone come continuazione degli antichi culti canaaniti e in generale mediorientali. Queste religioni erano in passato praticate dai popoli dei Cananei, dei Fenici, degli Assiri, degli Accadi, dei Sumeri e dei Babilonesi, prima della diffusione dello Zoroastrismo, poi del Cristianesimo e infine dell’Islam. La moderna religione cadiscita si rifà in particolare alla religione canaanita dell’antichità, operando commistioni con le altre fedi mediorientali. Attualmente appare come la forma di Neopaganesimo meno diffusa, confinata ad alcune comunità online, di cui ne esiste una considerevolmente frequentata, oltre che un sito internet di carattere iniziatico e informativo.

// Storia

La regione anticamente chiamata Canaan corrisponde grossomodo agli attuali Stati della Siria, della Palestina, dell’Israele e del Libano. I Fenici erano una sottocultura della cultura madre canaanita, e così approssimativamente vale per gli ebrei; le radici dell’Ebraismo sono infatti da rintracciare nell’enoteismo tipico delle religioni semitiche praticate nelle suddette zone. La moderna religione cadiscita non è attiva da molto tempo, si parla all’incirca degli anni Ottanta. Probabilmente uno dei primi personaggi autoproclamatisi seguaci della vecchia religione semitica fu Lilinah Biti Anat, che, insieme a tre amici in California, diede vita ad una prima comunità. Il suo sito internet, chiamato Qadash Kinahnu (archiviato dall’url originale), fu il primo a trattare temi concernenti la nuova religione cadiscita. Con il sito avviò anche un gruppo inline, il quale però fu chiuso poco tempo dopo a causa della mancanza di aderenti.

Teologia

La teologia cadiscita è enoteistica, ovvero riconosce un Dio unico, Sostanza cosmica che costituisce tutto l’universo e che si manifesta in una molteplicità di aspetti, le divinità, le quali possono entrare in contatto con il mondo fisico, consentendo all’uomo di giungere alla conoscenza del divino. La religione è inoltre panteistica, ovvero riconosce Dio come forza attiva e agente all’interno della natura del mondo. Le divinità venerate dai cadisciti sono quelle codificate nel 1928 da Ras Shamra, il quale ne trasse informazioni da antichi testi ugaritici. Questi dèi includono Ilu, il benevolente Signore dei Cieli, identificato spesso con il dio semitico El; Athirat, la Regina dei Cieli, identificata con la divinità mesopotamica Ishtar o con la semitica Asherah; Anat, dea delle passioni e del fervore della giovinezza, identificata spesso con la mesopotamica Ishtar o con l’ellenica Astarte; Baal e Hadad, dèi spesso sintetizzati in un’unica entità, patroni delle tempeste; Kothar Wa Khasis, dio della magia, identificato con il kemetico Ptah; Shempsu (o Shapash), dea del Sole; Yam (o Nahar) dio delle acque; Mot, divinità della morte e della sterilità; Rashap (o Reshep), dio delle pestilenze e della salute; Athartu (o Atharat), dea identificata spesso con la stessa Anat; Gapan e Ugar, dèi della fertilità e dei campi; Choron (o Horon), spesso identificato con il kemetico Horus; Yarikin, divinità della Luna; Nikkal, dea della fertilità di origine mesopotamica; e infine Shachar e Shalim, dèi della natura e dell’irrigazione. L’insegnamento cadiscita si basa poi sull’idea del fatto che il mondo sia pervaso da spiriti di ogni sorta, chiamati kakabuma, ovvero letteralmente “stelle”.

Simbologia

La religione cadiscista, come tutte le correnti del Paganesimo moderno, possiede numerosi simboli. Quello che tuttavia è considerato il più importante per la sua semplice sacralità è la palma; sia la palma intesa come albero, sia il palmo della mano, sebbene il simbolo della palma vegetale sia più comune. Il simbolo della palma intesa come albero simboleggia il legame del cadiscismo con la Madre Terra: come tutte le religioni pagane, anche quella cadiscita presenta un forte legame con la Terra, con la natura e con la vita. La palma è considerata il simbolo migliore per esprimere tutto ciò innanzitutto per il fatto che sia un albero che cresce in zone aride, e quindi rappresenti la vita in grado di sopravvivere anche alla morte (l’aridità, l’infertilità); in secondo luogo la palma rappresenta l’esistenza perché produce frutti carichi d’acqua, il liquido simbolo della nascita della vita. Il palmo della mano è invece considerato un amuleto porta fortuna, molto utilizzato sin dall’antichità in tutto il mondo mediorientale.

Testi sacri ed epici

Tutto ciò che si conosce a riguardo dell’antica religione canaanitica ci è pervenuto grazie a tavolette rinvenute ad Ugarit nel 1928 e scritte in caratteri cuneiformi. Le storie trascritte erano probabilmente tradizioni originariamente tramandate per via orale; la maggiore di queste raccolte è quella che narra delle avventure di Baal. In questi racconti il dio Baal si scontra con Yam per il dominio sulla Terra. Dopo aver vinto la battaglia, con l’aiuto di Kothar Wa Khasis, Baal si fa costruire una dimora: la costruzione di un palazzo era un simbolo rappresentante il diritto divino del dio. In seguito, per mantenere il potere, Baal si scontra anche con Mot. Gli studiosi tendono ad interpretare questi miti come una raccolta mitologica simboleggiante il ciclo delle stagioni, in particolare la fine dell’estate e l’inizio della stagione delle piogge. I cadisciti tendono ad utilizzare questi libri come testi sacri e testi epici.

Credenze e pratiche

Offerte

Nel Cadiscismo, i fedeli, offrono agli dèi diversi elementi simbolici. Tendenzialmente queste offerte votive si distinguono in tre principali categorie: le offerte bruciate, che consistono nel bruciare fiori o cibi in onore delle divinità; le offerte della pace, termine che raggruppa vari tipi di offerte nei confronti soprattutto della natura, come nutrimento per gli animali, acqua per i vegetali o semplici offerte di frutta sugli altari delle divinità; il terzo tipo di offerta consiste in danze sacre, recitazioni di miti e creazioni artistiche sempre eseguiti in onore di una o più entità divine.

Etiche

Il concetto di peccato del Cadiscismo, come per tutte le religioni neopagane è molto diverso dal concetto che invece caratterizza le religioni abramitiche. Più che di disobbedienza a Dio negli insegnamenti casisciti il peccato rappresenta l’azione violenta nei confronti della natura, il non rispetto del prossimo, del mondo e di tutti gli esseri viventi. Questo genere di peccato è considerato causa degli squilibri e dei problemi sociali. La religione si basa inoltre su un sistema di regole per la buona morale rappresentato dalle cosiddette Sette Componenti.

Ricorrenze

Il Qadish celebra festività in determinati periodi dell’anno, e in particolare nei periodi in cui si verificano cambiamenti nelle fasi lunari. Il Shanat Qadish è una festività riesumata dagli antichi testi ugaritici, e probabilmente basata su un’antichissima festa che veniva celebrata sin dall’Età del Bronzo. Il termine in lingua tradizionale utilizzato per indicare le feste è ashuru. Altre feste cadiscite sono la festa di Mathabatu, celebrante l’equinozio autunnale; la festa di Marchizu, che generalmente cade tra novembre e dicembre; la festa di Aru, dedicata alla luce e al solstizio invernale; la festa di Shamnu; la festa di Liyatu; la festa di Zabru; la festa di Gannu e la festa di Rashu Yeni. Vi sono poi due celebrazioni legate alla Luna, ovvero la festa di Chudthu, che celebra la luna nuova, e la festa di Yamu Mlatu, festeggiante la luna piena.

Controversie

Alcune controversie consistono in particolare nell’identificazione del Cadiscismo con il Paganesimo ebraico. Le due religioni che vengono erroneamente confuse sono tuttavia molto diverse tra loro. Il Cadiscismo non si basa innanzitutto sull’Ebraismo, a differenza della seconda, la quale tende a ricercare le radici della religione ebraica originale assimilando elementi dalle tradizioni native confinanti, ma ponendo come proprio perno la corrente della Cabala. Il Cadiscismo è dunque differente perché totalmente fondato sulle tradizioni pagane, senza influenze ebraiche. Altra differenza fondamentale sta inoltre nella concezione teologica e nella visione della natura divina.

http://it.wikipedia.org/wiki/Giudeopaganesimo

Il Giudeopaganesimo, o Paganesimo ebraico, o ancora Paganesimo giudaico, è una nuova corrente religiosa che trae elementi sia dall’Ebraismo, sia dal Paganesimo e per questo si colloca nella vasta famiglia delle religioni neopagane. Le religioni pagane da cui attinge elementi sono quelle mesopotamiche, che già in passato confinavano con l’Ebraismo e dalle quali quest’ultimo trasse le basi per la sua formazione; tra questi culti pagani mesopotamici possono essere inclusi quelli praticati dai popoli dei Cananei, dei Fenici, degli Assiri, dei Babilonesi, dei Sumeri, degli Accadi, oltre che la religione a sé stante del Paganesimo egizio. Il Giudeopaganesimo non deve essere confuso con il Cadiscismo, un’altra religione neopagana che, a differenza di quella pagana ebraica, non si basa sull’Ebraismo ma focalizza il proprio credo sull’antico Paganesimo mesopotamico e in particolare canaanita.

Il Giudeopaganesimo è un movimento molto recente, i primi gruppi, come il JAP-L, esistono come comunità online solo dagli ultimi anni Novanta. Tuttavia esistono anche gruppi, come l’Ordine del tempio di Astarte, attivi già dagli anni Settanta. Il gruppo Am Ha Aretz (letteralmente “il popolo della Terra”) presenta molte sfaccettature: alcuni membri sono politeisti, altri animisti; ritengono di essere i diretti prosecutori degli antichi culti pre-monoteistici del popolo ebraico. Venerano divinità chiamate Elohim, spiriti ancestori chiamati Raphaim e spiriti dei morti chiamati Teraphim.

GILLES

DELEUZE
PREFAZIONE ALLA TRADUZIONE INGLESE DI
NIETZSCHE E LA FILOSOFIA


Risulta sempre emozionante per un libro francese essere tradotto in inglese. È un’opportunità che si presenta all’autore per considerare, dopo diversi anni, l’impressione che gli piacerebbe provocare in un insperato lettore al quale si sente al contempo molto vicino e molto svincolato.
Il destino postumo di Nietzsche ha dovuto confrontarsi con due ambiguità: il suo pensiero è stato precursore del fascismo? E il suo pensiero era realmente filosofia o si trattava piuttosto di una poesia estremamente violenta, composta di aforismi capricciosi e di frammenti patologici? Chissà se è in Inghilterra che Nietzsche è stato pili incompreso? Tomlinson suggerisce che i temi principali che Nietzsche affronta e contro i quali combatte – il razionalismo francese e la dialettica tedesca – non hanno mai avuto un’importanza centrale per il pensiero inglese. Gli inglesi avevano a loro disposizione teorica un empirismo e un pragmatismo che impedirono che la svolta tramite Nietzsche potesse risultar loro di gran valore. Per lui non furono necessarie queste deviazioni attraverso il particolare empirismo e pragmatismo nietzscheano, che si opponevano benissimo al suo “buon sentire”. Per questo, in Inghilterra, Nietzsche poté influire solo su romanzieri, poeti, drammaturghi: si trattava di un’influenza pratica ed emozionale più che filosofica, molto più lirica che teorica.
Al di là di tutto, Nietzsche è uno dei più grandi filosofi del XIX secolo. Trasforma tanto la teoria quanto la pratica della filosofia. Lo si compari al pensatore con una freccia lanciata con naturalezza, che un altro pensatore dovrà raccogliere dove è caduta per lanciarla di nuovo verso un altro luogo. Secondo Nietzsche, il filosofo non è né eterno né storico, quanto “intempestivo”, sempre intempestivo. Nietzsche ha difficilmente dei precursori. A parte i primi presocratici, egli stesso ne riconobbe uno solo: Spinoza.
La filosofia di Nietzsche si organizza su due grandi assi. Il primo ha a che vedere con la forza, con le forze e le forme di una semiologia generale. I fenomeni, le
cose, gli organismi, le società, le coscienze e le anime sono segni, o meglio sintomi che riflettono attraverso se stessi gli stati delle forze. Da qui deriva la concezione del filosofo come “fisiologo o medico”. Possiamo chiedere, per una determinata cosa, quale stato di forze interiori e esteriori presuppone. Nietzsche è il responsabile della creazione di una tipologia generale atta a distinguere le forze attive, attività e reattività, e analizzare le diverse combinazioni. In modo particolare, uno dei punti pili originali del pensiero di Nietzsche sta nell’aver delineato un tipo di forze genuinamente reattive. Questo tipo di semiologia generale include la linguistica, o più concretamente la filologia, come una delle sue parti, posto che ogni proposizione è in se stessa un insieme di sintomi che esprimono una forma di essere o un modo di esistenza di chi parla, sarebbe a dire, lo stato di forze che mantiene o tenta di mantenere con se stesso e con gli altri (si consideri, per esempio, il ruolo della congiunzione in questa connessione). In questo senso, una proposizione riflette sempre un modo di esistere, un “tipo”. Qual è il modo di esistere di una persona che pronuncia una proposizione data, quale modo di esistere è richiesto per poter giungere a pronunciarla? Il modo di esistere è lo stato delle forze nella misura in cui danno forma a un tipo che può essere espresso attraverso segni o sintomi.
I due grandi concetti reattivi dell’uomo, diagnosticati da Nietzsche, sono il risentimento e la cattiva coscienza. Risentimento e cattiva coscienza sono l’espressione del trionfo delle forze reattive dell’uomo, ivi inclusa la costituzione dell’uomo attraverso le forze reattive: l’uomo schiavo. Tutto questo evidenzia in che modo il concetto nietzscheano di schiavo non rappresenti un qualcuno dominato dal destino o dalla condizione sociale, piuttosto caratterizza tanto i dominati quanto i dominatori una volta che il regime di dominio è caduto sotto il potere di forze che non sono attive, quanto reattive. I regimi totalitari sono, in questo’ senso, regimi di schiavi, non solo a causa della gente che soggiogano quanto e soprattutto per il tipo di “padroni” che producono. Una storia universale del risentimento e della cattiva coscienza – a partire dai sacerdoti giudaico-cristiani fino al sacerdote secolare del presente – è una componente fondamentale della prospettiva storica nietzscheana (i supposti testi antisemiti di Nietzsche sono di fatto testi sul tipo sacerdotale originario).
II secondo asse riguarda la potenza e dà luogo ad un’etica e a una ontologia. Nietzsche è stato male interpretato soprattutto in relazione alla questione del potere. Ogni volta che si interpreta la volontà di potenza come “desiderio o ambizione di potere”, incontriamo delle semplificazioni che non hanno nulla a che vedere con il pensiero nietzscheano. Se è vero che tutte le cose riflettono uno stato
delle forze, la potenza designa allora l’elemento, o meglio la relazione differenziale delle forze che si affrontano direttamente tra loro. Questa relazione si esprime nelle qualità dinamiche del tipo come la “affermazione” e la “negazione”. La potenza non è dunque ciò che la volontà desidera, piuttosto, al contrario, ciò che desidera nella volontà. E “desiderare o ambire la potenza” è solo il grado più basso della volontà di potenza, la sua forma negativa, la piega che prende quando le-*’ forze reattive prevalgono nello stato delle cose. Una delle caratteristiche più originali nella filosofia di Nietzsche è la trasformazione della domanda: Che cos’è… ? in Chi è…? Ad esempio, per ogni proposizione una data domanda: Chi è capace di pronunciarla? Su questo punto dobbiamo disfarci di ogni riferimento “personalista”. “Chi…” non si riferisce a un individuo o a una persona quanto a un evento, ossia, alle forze che diversamente relazionate incontriamo in una proposizione o in un fenomeno, e alla relazione genetica che determina queste forze (potenza). “Chi…” è sempre Dioniso, una maschera o maschera di Dioniso, un lampo.
L’eterno ritorno è stato mal interpretato come la volontà di potenza. Ogni volta che sentiamo l’eterno ritorno come il ritorno ad un determinato stato delle cose dopo che tutte le altre cose si sono già realizzate, ogni volta che interpretiamo l’eterno ritorno come il ritorno dell’identico o dello stesso, stiamo sostituendo il pensiero di Nietzsche con ipotesi puerili. Nessuno ha esteso la critica ad ogni forma di identità tanto lontano come Nietzsche. In due occasioni nello Zarathustra Nietzsche nega esplicitamente che l’eterno ritorno sia il circolo che compie sempre lo stesso giro. Si tratta esattamente dell’idea diametralmente opposta, perché l’eterno ritorno non può essere separato da una selezione, da una doppia selezione. In primo luogo, vi è la selezione della volontà o del pensiero che costituisce l’etica di Nietzsche, ciò che vuoi, voglio in modo tale da volere anche il suo eterno ritorno (si eliminano così tutti i volere a metà, tutto quello che solo può essere voluto a condizione di volerlo “una volta, solo una volta”). In secondo luogo, vi è la selezione dell’essere che costituisce l’ontologia di Nietzsche: solo ciò che diviene nel più completo senso della parola può tornare, è atto a tornare. Solo l’azione e l’affermazione ritornano: il divenire, e solo il divenire, è. Ciò che si oppone, lo stesso o l’identico, strettamente parlando, non è. La negazione come grado più basso della potenza e il reattivo come grado più basso della forza non ritornano perché sono l’opposto del divenire e solo il divenire può essere. Possiamo vedere allora come l’eterno ritorno si collega, non ad una ripetizione dello stesso, ma al contrario, ad una transvalutazione. È l’istante, o l’eremità del divenire, ciò che elimina tutto quello che gli resiste. Libero, crea di colpo, il puramente attivo e la pura affermazione. Da questo deriva l’unico contenuto del superuomo. È il prodotto congiunto della volontà di potenza e dell’eterno ritorno, Dioniso e Arianna. Questa è la ragione per la quale Nietzsche afferma che la volontà di potenza non è volere, ambire o desiderare il potere, quanto solo “dare” o “creare”. Questo libro vuole analizzare, prima di tutto, quello che Nietzsche chiama divenire.
La difficoltà che pone Nietzsche, senza dubbio, dipende meno dall’analisi concettuale che dalle valutazioni pratiche che evocano nel lettore un’atmosfera complessiva e tutto un tipo di disposizione emozionale. Come Spinoza, Nietzsche sostenne che vi è una relazione molto profonda tra il concetto e l’affetto. Le analisi concettuali sono indispensabili, e Nietzsche le porta più lontano di tutti, però risulteranno sempre inefficaci se il lettore le trasporta in un’atmosfera che non è quella di Nietzsche. Mentre il lettore continua: 1) a vedere lo schiavo come colui che si trova ad essere dominato da un padrone e merita di restarlo 2) a intendere la volontà di potenza come volontà di volere e ambire al potere 3) a concepire l’eterno ritorno come il tedioso ritorno dello stesso 4) a immaginare il superuomo come una razza superiore, non sarà possibile alcuna relazione positiva tra Nietzsche e il suo lettore. Nietzsche apparirà come un nichilista, o, ancor peggio, come un fascista e, nel migliore de casi, come un oscuro e terrificante profeta. Nietzsche lo sapeva, conosceva il destino che lo riguardava, lui che diede a Zarathustra una “scimmia” o un “buffone” come doppio, predicendo che Zarathustra sarebbe stato confuso con la sua scimmia (un profeta, un fascista, un pazzo…). Questa è la ragione per la quale un libro su Nietzsche deve sforzarsi di correggere i malintesi pratici 0 emozionali, così come stabilirne l’analisi concettuale. È, in effetti, vero che Nietzsche diagnosticò il nichilismo come il movimento che spinge la storia in avanti. Nessuno ha analizzato il concetto di nichilismo meglio di lui, fu lui che ne inventò il concetto. Però è importante tener presente che lo definì come il trionfo delle forze reattive o del negativo nella volontà di potenza. Al nichilismo oppose la transvalutazione, ossia, il divenire che è simultaneamente l’unica azione della forza e l’unica affermazione della potenza, e l’elemento transtorico dell’uomo, il superuomo (non il superman). Il superuomo è il punto focale in cui il reattivo (il risentimento e la cattiva coscienza) è conquistato e in cui la negazione dà luogo all’affermazione. Nietzsche si mantiene inseparabilmente legato, in ogni momento, alle forze del futuro, alle forze a venire che le sue suppliche invocano, che il suo pensiero abbozza, che la sua arte prefigura. Non solo diagnostica, come disse Kafka, le forze diaboliche che sta chiamando alla porta, ma le esorcizza erigendo l’ultima potenza capace di lottare contro di loro, espellendole entrambe da noi, fuori di noi. Un aforisma nietzscheano non è un mero frammento, un pezzo di pensiero: è una proposizione che ha senso solo in relazione con lo stato delle forze che esprime, e che cambia senso, che deve cambiare senso, in rapporto alle forze che è “capace” (ha la potenza) di attrarre.
Senza alcun dubbio, questo è il punto più importante della filosofia di Nietzsche: la trasformazione radicale dell’immagine del pensiero che creiamo per noi stessi. Nietzsche si spinge al pensiero dell’elemento della verità e della falsità. Lo converte in valutazione, interpretazione di forze, valutazione della potenza. – E un movimento del pensiero, non solo nel senso che Nietzsche desidera riconciliare il pensiero e il movimento concreto, quanto nel senso che il pensiero stesso deve produrre movimenti, piccoli stati di velocità e lentezze straordinarie (possiamo osservare di nuovo la carta dell’aforisma, con le sue diverse velocità e il suo movimento “tipo proiettile”). Di conseguenza, la filosofia ha una nuova relazione con le arti del movimento: teatro, danza e musica. Nietzsche non fu mai soddisfatto dal discorso o dalla dissertazione (logos) come espressione del pensiero filosofico, nonostante l’aver scritto le più belle dissertazioni – specialmente ne La genealogia della morale, verso la quale tutta l’etnologia moderna ha oggi un debito impagabile. Ma un libro come lo Zarathustra, può solo essere letto come un’opera moderna, e visto e ascoltato come tale. Non è che Nietzsche abbia prodotto un’opera filosofica o un testo di teatro allegorico, o un’opera che esprime direttamente il pensiero come esperienza o movimento. Quando Nietzsche dice che il superuomo assomiglia più a Borgia che a Parsifal, o che è un membro tanto dell’ordine dei gesuiti quanto del corpo degli ufficiali prussiani, sarebbe molto erroneo considerare queste tesi come delle dichiarazioni protofasciste, perché sono le osservazioni di un direttore che indica come dovrebbe essere “interpretato” il superuomo (come Kierkegaard quando dice che il cavaliere della fede è come un borghese domenicano). – Pensare è creare: questa è la più grande lezione di Nietzsche. Pensare, lanciare i dadi…: questo era già il senso dell’eterno ritorno.

Questo testo redatto originariamente in francese è stato tradotto da Hugh Tolinson e pubblicalo in Nietzsche and Philosophy, Columbia University Press, New York, 1983, pp.IX-XIV

Traduzione italiana a cura di Tiziana Villani.

Paolo Persichetti

Eleni Varikas, Les rebuts du monde. Figures du paria

È convinzione diffusa che paria sia un vocabolo indiano giunto in Europa insieme alle merci speziate e alle sete pregiate della compagnia delle Indie, cuore pulsante dell’impero coloniale britannico. Allo stesso modo, un radicato luogo comune vuole che il termine designi gli intoccabili, cioè gli estromessi dal sistema delle caste: banditi per nascita dalla comunità, gli impuri, i reietti, gli ultimi degli ultimi, gli espulsi dallo stesso genere umano.
In realtà, paria è parola occidentale coniata da militari e missionari portoghesi nel XVI secolo. Sembra che della espressione si trovi traccia per la prima volta nelle parole di un certo Duarte Barbosa, navigatore al servizio del re del Portogallo, il quale durante un viaggio nella penisola indiana riferisce della esistenza d’un «gruppo inferiore di pagani chiamati PareaY». Probabilmente l’equivoco trae origine dall’impiego che gli Europei hanno fatto del termine parayer, con il quale erano indicati i suonatori di tamburo, considerati per questo impuri. Nel vocabolario indiano gli intoccabili hanno sempre avuto tutt’altro nome. Ultimo di questi è dalits, che vuole dire «popolo oppresso e calpestato».

È questa una delle scoperte che riserva la lettura del libro appena pubblicato a Parigi da Eleni Varikas, Les rebuls du monde. Figures du paria. Con un documentato lavoro di ricerca, prima in campo letterario e teatrale e poi sul terreno della riflessione teorica, in autori come Weber, Simmel e Arendt, la docente di teoria politica, trapiantata a Parigi dalla sua Grecia natale durante gli anni della dittatura dei colonnelli, autrice di numerosi testi sulla storia e il pensiero femminista, ripercorre le origini del concetto di paria, la singolare apparizione del termine in Europa insieme alle sue molteplici e mutevoli rappresentazioni, che ancora oggi ne fanno una figura carica di scottante attualità, emblema di quell’ambiguità irrisolta contenuta nel tanto declamato universalismo dei diritti umani.
Fin dal suo affiorare il concetto riflette lo sguardo dei colonizzatori sulla propria società prima ancora che sui domini coloniali. Per questo appare subito come una parola rivelatrice, indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti. Si pensi allo scontro che oppose, durante i lavori della Convenzione del 16 piovoso (2 febbraio 1794), i fautori dell’abolizione della schiavitù agli assertori della «Iibertà egoistica» di stampo liberale, che ritenevano superflua ogni deliberazione sulla materia poiché avrebbe soltanto sporcato l’esemplarità della dichiarazione universale. Dietro la tesi che riteneva l’abrogazione della condizione servile, come l’emancipazione femminile o quella degli ebrei, un corollario implicito dei diritti dell’Uomo, si celava, in realtà, la volontà di affermare un’idea di libertà dai confini angusti: quella del patriarca bianco, cristiano e proprietario, che dietro astratte affermazioni generali preservava la sostanza particolare dei rapporti di dominio. Appena affermati, i diritti dell’uomo avevano già prodotto i loro paria: coloro che non avevano il diritto d’avere diritti.
A partire dal XVIII secolo il vocabolo si diffonde nello spazio politico e letterario europeo. «Che cosa è un paria?» – domanda uno dei protagonisti de La chaumière indienne, racconto filosofico d’ispirazione illuminista pubblicato nel 1791. «È colui che non ha né fede né legge!» – si vede rispondere. Il libro ha subito un grande successo e sarà trasformato da Casimir Delavigne in un’opera intitolata Il Paria, rappresentata a Parigi l’anno successivo. Madame de Staël non mancò di segnalarne la risonanza, definendolo «genere repubblicano per eccellenza», espressione di quella nuova estetica romantica affascinata e indignata dalla condizione esclusiva in cui erano relegate le figure di frontiera affiorate al cospetto dei salotti letterari dopo che la rivoluzione aveva fatto emergere la realtà del popolo.
Icona ambivalente, l’immagine del paria servirà da strumento d’educazione politica dei ceti popolari mentre va prendendo forma quello spazio pubblico plebeo che un inorridito Burke non esitò a definire «moltitudine porcina», scandalizzato dall’inversione della gerarchia dei valori che accordava ai subalterni, «questa moltitudine a più teste», un privilegio cognitivo, una superiorità morale e politica. Ma al tempo stesso offre ispirazione anche all’elitaria immagine dell’artista maledetto, alla marginalità idealizzata e trasformata in consapevole scelta di vita, forma di contestazione individuale, icona del proscritto, simbolo dell’individuo soffocato, inadatto o ribelle a norme retrograde e oppressive, condannato alla solitudine, tanto più carico di grandezza quanto più disprezzato e escluso, che raffigura i tratti romantici della rivolta intellettuale verso la nuova etica borghese e, in epoca a noi più vicina, la ribellione alla società massificata e serializzata.
Utilizzato in forma metaforica, il paria diventa una figura retorica della lotta politica di volta in volta riempita di nuovi contenuti ed immagini. Se nel discorso degli Illuministi l’attacco contro le gerarchie sociali di Paesi lontani serviva da espediente per colpire la tirannia dell’ancien régime che dominava in casa propria (non a caso il termine si accompagna alla diffusione della nozione di casta), con l’approdo al concetto di umanità la categoria dei «senza diritti» diventa lo specchio che rinvia l’immagine capovolta della civiltà in cui si afferma il valore universale dei diritti umani. Così la figura del paria illumina la cattiva coscienza di una società che ad ogni nuovo diritto acquisito vede subito comparire la categoria di chi ne è a sua volta escluso: dapprima gli schiavi, i neri, i colonizzati, le donne, quindi i proletari, gli ebrei, gli arabi, gli omosessuali, i matti, gli zingari, i migranti, i rifugiati, i carcerati, i precari e tutto ciò che oggi il sistema capitalista considera un’eccedenza, un fastidioso soprannumero di cui sbarazzarsi. Paria è il membro di una casta inferiore in una società che si enuncia senza caste, paradosso di un’uguaglianza dei diritti meramente formale ma la cui presenza rivela l’ipocrisia di persistenti asimmetrie sociali, economiche, culturali, etniche, religiose, sessuali, di genere che sorreggono nuove barriere invisibili.
L’immaginario del paria scandaglia con la sua rappresentazione potente le vite inedite dell’oppressione e dell’esclusione ma al tempo stesso offre loro una forma d’espressione, mette in evidenza la doppia genealogia dell’universalismo: la sua sconfitta storica ma anche la sua capacità d’infondere spirito di resistenza. Il paria è la coscienza critica dell’universalismo inespresso, protagonista indefesso di una tradizione nascosta, come osserva Hannah Arendt parlando di «paria ribelle». Non solo umiliati e offesi, mute e anonime figure di un sempiterno cielo dei vinti, ma anche protagonisti di un «disprezzo sovrano» verso l’oppressione, renitenti all’ordine che li esclude, refrattari ad ogni ragione compromissoria offerta da una società che non lascia ormai posto.

Jean-Paul Sartre, Réflexions sur la question iuive

“Per causa sua il Male accade sulla terra, tutto ciò che c’è di male nella società (crisi, guerre, carestie, rivolgimenti e rivolte) gli è direttamente o indirettamente imputabile. L’antisemita ha paura di scoprire che il mondo è fatto male: perché allora bisognerebbe inventare, modificare e l’uomo si ritroverebbe padrone dei propri destini, provvisto di una responsabilità angosciosa e infinita. Perciò localizza nell’ebreo tutto il male dell’universo. Se le nazioni si fanno guerra ciò non deriva dal fatto che l’idea di nazionalità, nella sua forma presente, implica quella dell’imperialismo e del conflitto di interessi. No, è l’ebreo che sta lì dietro ai governi, e soffia discordia. Se c’è una lotta di classe, ciò non si deve al fatto che l’organizzazione economica lascia a desiderare: sono i caporioni ebrei, gli agitatori dal naso adunco che traviano gli operai. Così l’antisemitismo è originariamente un manicheismo; spiega il corso del mondo con la lotta del principio del Bene contro il principio del Male. Tra questi due principi non è concepibile nessun accordo: bisogna che uno dei due trionfi e che l’altro sia annientato. […] [A questo punto risulta possibile tracciare un profilo dell’antisemita:] Questo tipo siamo ora in grado di comprenderlo. È un uomo che ha paura. Non degli ebrei, certamente: ma di se stesso, della sua coscienza, della sua libertà, dei suoi istinti, delle sue responsabilità, della solitudine, del cambiamento della società e del mondo; di tutto meno che degli ebrei. È un codardo che non vuol confessarsi la sua viltà; un assassino che rimuove e censura la sua tendenza al delitto senza poterla frenare e che pertanto non osa uccidere altro che in effigie o nascosto dall’anonimato di una folla: uno scontento che non osa rivoltarsi per paura della sua rivolta. Aderendo all’antisemitismo, non adotta semplicemente un’opinione, ma si sceglie come persona. Sceglie la permanenza e l’impenetrabilità della pietra, l’irresponsabilità totale del guerriero che obbedisce ai suoi capi, ed egli non ha un capo. Sceglie di non acquistare niente, di non meritare niente, ma che tutto gli sia dovuto per nascita – e non è nobile. Sceglie infine che il Bene sia bell’e fatto, fuori discussione, intoccabile: non osa guardarlo per timore d’essere indotto a contestarlo e a cercarne un altro. L’ebreo è qui solo un pretesto: altrove ci si servirà del negro, o del giallo. La sua esistenza permette semplicemente all’antisemita di soffocare sul nascere ogni angoscia persuadendosi che il suo posto è stato da sempre segnato nel mondo, che lo attende e che egli ha, per tradizione, il diritto d’occuparlo. L’antisemitismo, in una parola, è la paura di fronte alla condizione umana. L’antisemita è l’uomo che vuole essere roccia spietata, un torrente furioso, fulmine devastatore: tutto fuorché un uomo.

Osservatorio Democratico  –  10/02/2004

UN ASCETA ASSAI POCO ”SPIRITUALE”:
LA CENTRALITA’ DEL RAZZISMO E DELL’ANTISEMITISMO NEL PENSIERO DI JIULIUS EVOLA

IN UN AMPIO SAGGIO CRITICO IL PERCORSO POLITICO DEL PRINCIPALE TEORICO RAZZISTA ITALIANO.
DAI RAPPORTI CON HIMMLER A ORDINE NUOVO, AI PROPOSITI GOLPISTI

Jiulius Evola (1898-1974) ha sicuramente rappresentato la figura principale di riferimento per il neofascismo italiano nel dopoguerra, più recentemente per larga parte della destra radicale contemporanea. Le sue opere, già tradotte in Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Portogallo e Stati Uniti, da qualche anno circolano anche nell’ex-Unione Sovietica. Non casualmente in Italia sono state oggetto, nell’ultimo decennio, di un complessivo piano di ripubblicazione. Due le case editrici in prima fila: le Edizioni Mediterranee, sotto la supervisione della Fondazione Julius Evola di Roma, e le Edizioni di AR curate da Franco Freda. Discendente di una nobile famiglia siciliana, nato a Roma, Evola si fregiò sempre del titolo di “barone”, firmandosi “Julius”, fin dagli esordi della carriera pubblicistica, piuttosto che con il proprio vero nome di Giulio Cesare. Definito da Giorgio Almirante “il nostro Marcuse”, fu ancora indicato nel gennaio del 1995, all’atto di nascita di Alleanza Nazionale, tra i più significativi riferimenti teorici e culturali. Dal canto suo, il gruppo senatoriale, sempre di AN, sotto la presidenza di Giulio Maceratini, non più tardi del febbraio 2000, gli dedicò, a 25 anni dalla scomparsa, un convegno. In cinquant’anni di attività, Evola fu autore di centinaia di saggi e articoli. Il suo pensiero viene ora riproposto in un ampio saggio critico curato da Francesco Cassata “A destra del fascismo. Profilo politico di Jiulius Evola” (Bollati Boringhieri, 533 pagine, 30 euro). Un lavoro disancorato da ogni suggestione o accondiscendenza, che giunge quasi a oggettivo completamento di altri studi, anch’essi recenti, come “Razza del sangue, razza dello spirito” di Francesco Germinario, uscito nel 2001, sempre per la Bollati Boringhieri. Due in particolare, nella ricostruzione di Francesco Cassata, gli aspetti da sottolineare: la centralità del razzismo nell’elaborazione evoliana e l’interventismo politico, ambedue volutamente depotenziati e “purificati” nella vulgata dei suoi estimatori, tesi a veicolare un’immagine edulcorata del “maestro”. IL RAZZISMO “TOTALITARIO” Il razzismo non fu in Evola una breve parentesi, chiusasi con il 1945, né i contenuti espressi meno criminali di quelli nazisti. Cassata dimostra ampiamente come il “barone nero” si fece portatore di una teoria che egli stesso definì “totalitaria”, incentrata su tre livelli (razzismo del corpo, dell’anima e dello spirito) “ben più rigorosa e discriminante” di quella in auge nel Terzo Reich, non limitando l’indagine razziale unicamente ai corpi. Ad ogni salto di grado corrispondeva infatti un ulteriore giro di vite nella selezione razziale del genere umano. “Il razzismo evoliano” – sintetizza bene l’autore – “non è affatto, come vorrebbe De Felice, un razzismo per così dire dal ‘volto umano’: esso non esclude il razzismo biologico, ma lo potenzia”. L’approvazione data al progetto eugenetico della Germania hitleriana, con l’eliminazione di oltre 80 mila portatori di handicap e malati mentali, per “impedire che un’eredità guasta si trasmetta in altre generazioni”, come scrisse lo stesso Evola, è lì a testimoniarlo. La “dottrina della razza” fu centrale nel pensiero evoliano. Elevata a concezione generale, a visione del mondo capace di investire tutte le manifestazioni culturali, dalla scienza, alla filosofia, al diritto, fu anche concepita come possibile motore di una “rivoluzione conservatrice”, in cui la guerra, il “più alto strumento di risveglio interno della razza”, avrebbe preparato un definitivo ritorno al mondo delle “Origini e della Tradizione”, segnato non solo dal dominio delle “razze superiori”, ma anche socialmente da una rigida gerarchia in caste. La storia stessa è “storia delle razze”, disse Evola. Anche l’antisemitismo fu “totale”, fino a “giustificare – scrive Cassata – ideologicamente pratiche di persecuzione e di sterminio”. L’ammirazione, contraccambiata, per Himmler, che finanzierà i soggiorni di Evola in Germania (“va pazzo per Evola” si scrisse nel 1939 in una nota della Divisione della Polizia Politica fascista), rimarrà costante. Verrà riaffermata nel dopoguerra, quando sulla rivista di Ordine Nuovo Evola dedicherà pagine apologetiche proprio alle SS, assunte a modello “ascetico-cavalleresco”. Sarà solo per ragioni di opportunità che Evola conierà, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, il termine di “razzismo spirituale”. All’epoca della sua carcerazione, nel maggio del 1951, con l’accusa di essere l’ispiratore del gruppo terroristico dei FAR (i Fasci di Azione Rivoluzionaria), guidato da Pino Rauti e Clemente Graziani. In sua difesa cercherà di dimostrare come le teorie razziste da lui stesso elaborate si muovessero unicamente nel campo rarefatto dello “spirito”. Si smentirà negli anni immediatamente successivi in opere come “Gli uomini e le rovine” (1953), dove disquisirà della “necessità di combattere e perfino di sterminare un altro popolo”. Finirà negli ultimi anni della sua vita a inveire contro “l’egualitarismo democratico”, la “sovversione comunista” e la “rivolta dei neri”, pronunciandosi a favore dell’apartheid e della deportazione dei popoli di colore. Ossessionato dalla “negrizzazione” degli Stati Uniti, destinata a coinvolgere presto anche l’Italia e l’Europa, si scagliò contro il rock and roll e la beat generation, i blue-jeans, il jazz, le ballerine di colore, tutte espressioni della decadenza del mondo moderno. IL FILOGOLPISMO Un altro aspetto fondamentale, presente nell’opera di Jiulius Evola nel dopoguerra, fu senz’altro il tentativo di condizionare gli avvenimenti politici, nonostante fosse stato costretto su una sedia a rotelle, dopo le ferite riportate a Vienna nel 1945 nel corso di un bombardamento. Il gruppo di Ordine Nuovo, strutturatosi inizialmente come corrente interna al MSI, fin dal 1954, rappresentò in un qualche modo una sua proiezione. Lo ribadì anni dopo lo stesso Clemente Graziani, uno dei suoi dirigenti più importanti: ”Il lavoro di Ordine Nuovo è sempre stato quello di trasferire sul piano politico gli insegnamenti di Evola”. Dopo i fatti del luglio 1960 si pronunciò con forza in favore di un colpo di Stato militare, sostenendo la necessità di “un’azione preparatoria” all’interno delle “forze sane” dell’esercito, delineando “un’ora X” in cui si sarebbero dovute occupare le sedi del Partito Comunista ed arrestare i suoi rappresentanti. A tale scopo indispensabile era, sempre secondo Evola, il sostegno degli Stati Uniti e della NATO. Propose anche un “blocco nazionale” composto da liberali, missini e monarchici. Non siamo per nulla lontani da quello che poi davvero si tentò in Italia negli anni della “strategia della tensione”, con Ordine Nuovo in prima fila nel campo dello stragismo nero. Non si limitò, in conclusione, come qualcuno ancora ci vorrebbe far credere, a rimanere nel campo dell’”utopico” e dell’”impolitico”. Dagli scritti di Evola, se opportunamente letti, si ricava un profilo ben più complesso dall’asceta indifferente al corso della storia. Decisamente qualcosa di più di un semplice “maestro spirituale”.

7 risposte a “La psicosi del capro espiatorio – Homo sacer contro svastica sul sole

  1. Pingback: 2010 in review « Simonetti Walter

  2. “Non sono d’accordo con ciò che dite, ma mi batterò perchè possiate dirlo liberamente”. VOLTAIRE Se ti informi meglio prima di scrivere certe fesserie (l’homo sacer contro la svastica sul sole )di cui non conosci il vero significato Eviti di fare figure di…..

    • E’ mia intezione fare figure di … avere queste reazioni. Non so scrivere ci sono innumerevoli sbagli ortografici nel doc. ma per il resto non vedo cosa ci sia di inalterato. Se io dico sono un uomo sacer è la mia parola contro gli altri, e la parola di un malato di mente per lo Stato. Tu dici che non ne conosco il significato esoterico io rispondo non sono un radical chic parolaio. Parlo di segreti di Stato, della lobby frankista, della condanna del silenzio di anarchica memoria ma non credo che tu sappia cosa sia (non è una colpa), capisco che non vi traccia sui media di queste storie ma vita reale è molto diversa da come la descrivono.
      Ciao grazie per il commento!
      Simonetti WAlter un ex anarchico stirneriano della Fazione

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