Toni Negri APOLOGIA DEL CATTIVO MAESTRO

Toni Negri APOLOGIA DEL CATTIVO MAESTRO

1. Chi è un cattivo maestro? Riusciremo mai a dare una definizione, meglio, a risolvere il conflitto che costituisce il concetto stesso di «cattivo» «maestro»? Mi pongo questi problemi dal punto di vista della filosofia, che non è quello del diritto. Il conflitto tra la facoltà filosofica e quella giuridica può essere infatti estremo. Lo chiarisce bene Friedrich Nietzsche {Frammenti 1886-1887, in Colli-Montinari, Genealogia della morale, ed. it., p. 202): «La questione se l’umanità abbia una tendenza al bene è preparata dalla questione se esiste un avvenimento che non si possa spiegare m nessun altro modo che con quella disposizione morale. Tale è la Rivoluzione». Kant: «Un simile fenomeno della storia umana non si dimentica più, perché ha rivelato l’esistenza nella natura umana di una disposizione e di una facoltà verso il bene, quale nessun politico aveva finora escogitato in base al corso delle cose» [Conflitto della facoltà filosofica con quella giuridica, Sez. II, parr. 5/7)». L’esempio è chiaro: il filosofo è per la rivoluzione, il giurista lo condanna, il filosofo ritrova H bene nella storia, il giurista definisce cattivo il filosofo. Se è così, dal punto di vista del diritto, ovvero dell’ordine, il cattivo maestro è quello che deve essere escluso, sanzionato, bandito. Qui di seguito parleremo di quattro filosofi esclusi e banditi: Socrate dalla vita (più tardi fu massacrato dal platonismo). Machiavelli dalla patria (poi fu stravolto dal machiavellismo), Spinoza dalla chiesa (benedictus divenne maledictus), Nietzsche dalla ragione (e la sorella poi lo ascrisse al nazismo). Certo ci sarebbero tanti altri cattivi maestri di cui parlare, ma noi parleremo di questi, la cui condanna durò a lungo, soprattutto perché l’esclusione che subirono, dalla vita, dalla patria, dalla chiesa, dalla ragione, fu poi santificata nella storia della filosofia. La storia della filosofia è infatti una facoltà giuridica, ovvero di polizia, che serve a mettere ordine nel pensiero. Deleuze dichiara (da qualche parte) la sua speranza di aver appartenuto all’ultima generazione corrotta dalla storia della filosofia. John Dewey parla della storia della filosofia come di un colossale sistema di ruminazione che neutralizza il pensiero… E tuttavia i cattivi maestri risorgono, risorgono sempre, la verità e il loro stile di vita si impongono. Ma in qualche modo il cattivo maestro resta segnato, in modo solforoso… Ecco l’idea di un filosofo «intelligente e irresponsabile», così come l’artista è «genio e sregolatezza». Il cattivo maestro ti affascina e ti fa paura.

2. Può darsi una definizione buona del cattivo maestro? Un discorso in positivo che ne mostri la capacità di definire con verità e onestà il mondo che lo circonda? Si potrebbe certamente dal punto di vita politico: tutti i cattivi maestri si sono battuti per la libertà. Oppure si potrebbe dare loro una definizione positiva dal punto di vista storico: i cattivi maestri hanno anticipato nuove idee, un nuovo mondo. Essi costruiscono sempre un evento. Anche dal punto di vista estetico, proprio in questa costituzione dell’evento, il cattivo maestro trova il momento della verità. Essi si sono bruciati le mani con la fiamma che avevano acceso… Giordano Bruno, oppure Edith Stein, oppure Walter Benjamin si trovano in questa categoria: orrida quanto lo è l’immagine del rogo. In effetti non vale la pena di continuare a chiedersi se c’è idea positiva del cattivo maestro perché non c’è un’idea di cattivo maestro. Il cattivo maestro è determinato dalla reazione che un filosofo ha davanti al mondo nel quale vive, dall’intensità della sua volontà critica, dall’indignazione e dall’intenzione di trasformare il reale. Il cattivo maestro è determinato dalla malvagità del mondo. E mosso a filosofare dall’indignazione. Spinoza definisce così l’indignazione: «l’odio verso colui che ha fatto male a un altro». L’indignazione dunque è una passione negativa innervata dall’amore. Ma se il cattivo maestro è colui che deve essere escluso perché si indigna, se è colui che insorge davanti all’evento malvagio, chi è il buon maestro? Diversamente da quanto avviene per il cattivo, esiste una grande tradizione che definisce unanime e soddisfatta il buon maestro. È la tradizione aristotelico-platonica. Se il cattivo maestro si muove sulla base dell’indignazione, il buon maestro si costruisce sulla base dell’ammirazione. Platonicamente egli ammira il principio, Varche… Ma che cos’è l’arche? E insieme il principio e il comando, la genesi e l’ordine, essi sono unificati nel concetto e nel reale. E chiaro dunque chi è il buon maestro: colui che trae dalla trascendenza del principio la finahtà del comando, colui che descrive il mondo come fatto e predisposto per chi comanda e per chi obbedisce, per chi ammira e non si indigna.

3. Da questo punto di vista potete stare sicuri che i cattivi non sono buoni. Ogni cattivo maestro è arrabbiato con qualcuno. Se la prende con qualcuno o con qualcosa. Il cattivo maestro irrompe in un rapporto di forza che si voleva predeterminato, rompe l’ordine egemonico e dunque corrompe l’essere. Socrate si indigna contro coloro che odiano la ragione e l’uomo, i misologi e i misantropi.. Nella parte centrale del Fedone è il demone della verità che irrompe. Questo demone è un evento, ovvero la verità che si fa singolarità. Socrate è davvero un corruttore, perché quando il demone irrompe, la verità rompe l’attesa della morte sulle trame della quale si costruisce il racconto del Fedone: Socrate costruisce l’immortalità sulla dimostrazione dell’universalità del concetto. «Ebbene, o Fedone, egli disse, non sarebbe dunque una condizione lamentevole questa, di uno che, pur essendoci qualche ragionamento vero e saldo e di cui sia pur possibile capire che è vero e saldo; per il fatto che poi egli venga a trovarsi dinnanzi a ragionamenti i quali, benché siano sempre gli stessi, cioè veri o falsi, ora gli appariscono veri ora no, non già incolpasse sé medesimo e la sua particolare imperizia, ma, per il piacere di liberarsi dal tormento di simile alternativa, finisse col respingere da sé quella ch’è unicamente sua colpa e la gittasse addosso ai ragionamenti stessi, e così oramai seguitasse tutto il resto di sua vita, odiando e maledicendo ogni ragionamento, e si privasse della conoscenza e della verità di ciò che realmente esiste?» Machiavelli è indignato contro gli utopisti e contro i tiranni. Anch’egli risponde alla voce di un demone, del demone repubblicano e democratico. Mentre scrive i Discorsi sulle Deche di Tito Livio, commentando le regole del comando sovrano, raccontando l’autonomia del politico, egli avverte come dietro la sovranità ed il politico si annidi l’odio della moltitudine: ecco dunque, allora, la scoperta del soggetto politico, dell’evento demoniaco. Sono i Ciompi, il proletariato fiorentino, che insegnano come il potere si fa, senza ordine, contro l’ordine, inseguendo la volontà e la gioia dei singoli. Questa è la Repubblica. Spinoza è indignato contro i teologi e la superstizione religiosa. I teologi danno del Dio che vive in noi un’immagine superstiziosa: le Chiese sono un asylum ignorantiae. «Resta, infine, da indicare quanto la conoscenza di questa dottrina giovi alla pratica della vita… In quanto insegna che noi agiamo per il solo potere di Dio, e che siamo partecipi della natura divina, e tanto più quanto più perfette sono le azioni che noi compiamo, e quanto più comprendiamo Dio. Questa dottrina, dunque, oltre a rendere l’animo del tutto tranquillo, ha anche il merito di insegnarci in che cosa consiste la nostra somma felicità o beatitudine, e cioè nella sola conoscenza di Dio, dalla quale siamo indotti a fare soltanto quelle cose che l’amore e la pietà suggeriscono. Donde intendiamo chiaramente quanto siano lontani dalla vera valutazione della virtù coloro i quali, in cambio della virtù e delle buone azioni, come se si trattasse di una somma schiavitù, si aspettano di essere ricompensati da Dio con sommi premi, quasi che la stessa virtù e il servire Dio non fossero la stessa felicità e la somma libertà». Quanto a Nietzsche, egli è indignato contro la stanchezza dello spirito, contro la rassegnazione e il risentimento, contro l’istinto d’armento, contro il populismo, la plebe, la massa. Ed egli cerca la rivolta degli schiavi contro la morale della rassegnazione. L’aristocratico pathos della distanza del saggio dagli ignoranti diviene coscienza dell’insopportabile e quindi motore di rivolta. «E dunque passato tutto ciò? Quel contrasto di ideali, grandissimo per tutti, sarebbe così messo ad acta per sempre? Oppure soltanto aggiornato a un’epoca lontana?… Potrà mai darsi che in qualche tempo avvenire torni a divampare l’antico incendio ancor più terribile, dopo una assai più lunga preparazione? E più ancora: non sarebbe proprio questo da desiderare con tutte le forze? e anche da volere? anche da promuovere?… Chi a questo punto comincia, al pari dei miei lettori, a meditare, ad approfondire i suoi pensieri, difficilmente potrà venirne presto a capo – una ragione sufficiente, per me, per venire a capo lo stesso, essendo divenuto da un pezzo abbastanza chiaro quel che io voglio, quel che io voglio precisamente con quella pericolosa parola d’ordine che è espressamente scritta nel mio ultimo libro: ”Al di là del bene e male'”… Se non altro questo non significa: “Al di là di buono e cattivo”…»

4. Nella storia del pensiero, il cattivo maestro genera discepoli, ma li genera ambiguamente. Proprio perché egli è un evento di libertà, U cattivo maestro non disciplina la generazione: egli avrà discepoli fedeli e infedeli, l’ambiguità e l’alternativa vivranno nella sua discendenza. Questo vale per Socrate. Egli ha discepoli materialisti come Senofonte e i megarici, ma d’altra parte i filosofi platonici e accademici ne rivendicano un’eredità trascendentale. E su questa ambiguità che Socrate permane il punto di riferimento originario della filosofia morale. Machiavelli ha come allievi i rivoluzionari rinascimentali e quelli protestanti che portano l’idea di repubblica attraverso l’Europa e al di là dell’Atlantico. Ma a questa epopea corrispondono gli altri, allievi e falsificatori di Machiavelli, i teorici della ragion di Stato, gli uomini e i preti del Concilio tridentino, i maestri dell’ipocrisia e dell’inquisizione. A Spinoza fu concesso un destino più alto, l’ambiguità si svolse nella teoria, nel contrasto tra l’illuminismo materialista di Diderot e l’idealismo degli Schelling e degli Hegel. Il pensiero rivoluzionario dei Lumi e l’astuta vicenda del Geist vissero a lato l’una dell’altra, la prima come Abele e la seconda Caino. Quanto a Nietzsche, da lui derivò tutta la post-modernità, e il suo pensiero fu piegato dai nazisti e dai detrattori del genere umano a loro filosofia: ci volle un secolo perché la post-modernità forte della «morte dell’uomo» fosse recuperata e sviluppata interamente. Perché questo avviene? Perché, come si è detto, il cattivo maestro non dà certezza dogmatica. Egli è un vero partigiano che sa dove porsi nella lotta pratica, nella storia, laddove dunque gli uomini sono costretti alla scelta. L’ambiguità o i paradossi non possono essere sciolti se non da un punto di vista pratico. Non c’è una doppia verità come teorizzano da sempre i filosofi platonici e i politici disincantati e inquisitori: c’è sempre una soluzione pratica dei problemi reali. Solo nella pratica il concetto di cattivo maestro si scoglie, meglio autodissolve la propria ambiguità e il suo generare diviene reale. Dobbiamo fare nostro il dispositivo del cattivo maestro: che fosse cattivo ce l’hanno detto, ma che sia un maestro possiamo scoprirlo soltanto noi, praticamente, immergendoci nell’evento del suo apparire. Costruire un cattivo maestro è un corpo a corpo che dobbiamo imporci. Il cattivo maestro in un corpo nuovo, è un nuovo paradigma, è una trasvalutazione di valori. Così Nietzsche: «Ci avviciniamo alla conclusione. I due valori antitetici “buono e cattivo”, “buono e malvagio” hanno sostenuto sulla terra una terribile lotta durata millenni; e per quanto possa essere certo che da un pezzo il secondo valore è prevalso sul primo, ancor oggi non mancano luoghi in cui si continua con esito incerto a combattere questa battaglia. Si potrebbe persino dire che nel frattempo essa si è portata sempre più in alto e che appunto è divenuta sempre più profonda, sempre più spirituale: sicché oggi non esiste forse alcun segno più determinante della ”natura superiore”, della natura più spirituale, che essere scissi nel senso che si è detto ed essere ancora realmente un campo di battaglia per quelle antitesi».

5. Di quale cattivo maestro abbiamo bisogno oggi? Probabilmente di molti. Che si sia entrati in un mondo nuovo, infatti, nessuno dubita più. Non ci basteranno dunque tutti i cattivi maestri insieme ad orientarci, socratici, machiavellici, spinozisti, nietzscheani… No, non basta. Questa volta i cattivi maestri devono diventare moltitudine. Nessuno ha mai provato a confrontarsi con una moltitudine di uomini liberi, ed eguali, capaci di amore e forti! Noi dobbiamo provarci. Questa moltitudine di cattivi maestri è la carne del mondo che viene, è l’accesso a un età di mostri. L’indignazione, ovvero, come si disse di Socrate, la corruzione dei giovani, sono il nostro ideale morale.

6. Luciano Ferrari Bravo ha vissuto interamente quel mutamento di paradigma che caratterizza la storia presente e che ci ha introdotto dal moderno al post-moderno. E stato un cattivo maestro perché ha inventato, con estrema dolcezza, un nuovo modo di stare al mondo. da Antonio Negri

Luciano Ferrari Bravo Ritratto di un cattivo maestro

manifesto libri 2003

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