COMITATO INVISIBILE L’iNSURREZIONE CHE VIENE

COMITATO INVISIBILE

L’insurrezione che
viene

SOMMARIO

Sotto ogni punto di vista… — 3
Primo cerchio — 6
Secondo cerchio –9
Terzo cerchio — 13
Quarto cerchio — 20
Quinto cerchio –24
Sesto cerchio — 29
Settimo cerchio — 34
IN MARCIA! — 39
TROVARSI — 41
ORGANIZZARSI — 45
INSURREZIONE — 53
Prologo — 63
Immagine
Da ogni punto di vista il presente è senza via d’uscita. Ed è una virtù non
da poco. Chi si ostina a sperare non trova alcun appiglio e chi propone

soluzioni viene puntualmente smentito. Si dà ormai per scontato che le
cose possano andare solo di male in peggio. Sotto le apparenze di
un’ostentata normalità, la nostra epoca ha raggiunto il livello di
consapevolezza dei primi punk: “Il futuro non ha più avvenire”. There’s
no future!

La sfera della rappresentazione politica è implosa. Destra e sinistra
esprimono lo stesso nulla, messo in scena con aria da squalo o
verginella, mentre le loro primedonne confezionano discorsi in base alle
ultime trovate di marketing. Chi va ancora a votare sembra voler far
saltare le urne a forza di voto di protesta. È lecito sospettare che in realtà
si continui a votare contro il voto stesso. Ciò che si presenta non è
nemmeno lontanamente all’altezza della situazione. Nel suo stesso
silenzio, la popolazione sembra infinitamente più adulta di tutte le
marionette che si accapigliano per governarla. C’è più saggezza nelle
parole di un qualsiasi vecchio magrebino di Belleville che non in tutte le
dichiarazioni dei nostri cosiddetti dirigenti. Il coperchio del pentolone
sociale viene sigillato, mentre all’interno la pressione cresce
incessantemente. Partito dall’Argentina, lo spettro del Que se vayan
todos! comincia ad assillare seriamente i politici.

L’incendio del novembre 2005 non smette di proiettare la sua ombra su
tutte le coscienze. Quei primi fuochi di gioia sono il battesimo di un
decennio colmo di promesse. La narrazione mediatica delle banlieuescontro-
la-Repubblica, non privo d’efficacia, manca di verità. È passato
sotto silenzio il fatto che le fiamme hanno raggiunto anche i centri
cittadini. Intere strade di Barcellona sono state incendiate in solidarietà
senza che nessuno ne abbia avuto notizia, ad eccezione dei loro abitanti.
E non è vero nemmeno che da allora il paese abbia cessato di bruciare.
Fra gli accusati si trovano profili di ogni genere, accomunati solo dall’odio
per la società esistente, non certo dall’appartenenza di classe, razza o
quartiere. Il fatto inedito non è la “rivolta delle banlieues”, fenomeno
noto sin dagli anni ottanta, ma la rottura con le sue forme consolidate.
Gli insorti non ascoltano più nessuno, né i fratelli maggiori né le
associazioni locali deputate a gestire il ritorno alla normalità. Nessuna
Ong, del tipo SOS Racisme, riuscirà a mettere le proprie radici venefiche
in quell’evento, la cui fine apparente è stata posta solo dalla stanchezza,
dalla falsificazione e dall’omertà mediatica. Il grande merito di quella

serie d’azioni notturne, attacchi anonimi e distruzioni senza mezzi
termini, è stato di aprire al massimo la separazione tra la politica e il
politico. Onestamente nessuno può negare l’evidente peso di un simile
assalto senza rivendicazioni e senza messaggi che non fossero di
minaccia; e che non aveva nulla a che fare con la politica. Per non
vedere quanto vi sia di puramente politico in una negazione così risoluta
della politica bisogna essere ciechi o ignorare totalmente i movimenti
autonomi giovanili degli ultimi trenta anni. Sono stati bruciati come
“bambini perduti” i primi ninnoli di una società che, al pari dei
monumenti parigini dopo la “Settimana di sangue”, non merita alcun
rispetto. E ne è consapevole.

Nessuna soluzione sociale per il presente. Non solo per l’inconsistenza di
quell’aggregato di milieu, istituzioni e bolle individuali chiamato per
antifrasi “società”, ma anche perché non c’è più un linguaggio per
l’esperienza comune. E non si condivide alcunché se non si condivide un
linguaggio. Mezzo secolo di lotte attorno ai Lumi è stato necessario per
fondere la possibilità della Rivoluzione francese, e un secolo di lotte
attorno al lavoro per partorire un terrificante “Stato provvidenza”. Le
lotte creano il linguaggio con il quale si dice il nuovo ordine. Nulla di
simile oggi. L’Europa è un continente squattrinato che fa la spesa di
nascosto alla Lidl e si sposta in low cost per poter viaggiare ancora.
Nessuna soluzione per i “problemi” formulati nel linguaggio sociale. Tutto
resta in sospeso: “pensioni”, “precarietà”, i “giovani” e la loro “violenza”,
mentre si gestiscono in maniera poliziesca le realizzazioni sempre più
impressionanti nascoste da simili “questioni”. Nessuno si entusiasmerà
per il fatto che vengono puliti a poco prezzo dei vecchi abbandonati a
loro stessi e che non hanno più nulla da dire. Coloro che nelle vie
criminali hanno trovato meno umiliazione e più benefici che nella pulizia
dei pavimenti non renderanno le armi e la prigione non inculcherà loro
l’amore per la società. La smania di godere delle orde di pensionati non
sopporterà in silenzio i cupi tagli delle loro rendite mensili e non potrà
che eccitarsi ancora di più di fronte al rifiuto del lavoro di una larga parte
della gioventù. Per finire, nessun reddito garantito accordato all’indomani
di una quasi-rivolta potrà porre le basi di un nuovo New Deal, di un nuovo
patto, di una nuova pace. Il sentimento sociale è fin troppo evaporato per
tutto questo.

In fatto di soluzioni, la pressione affinché nulla accada e la suddivisione

poliziesca del territorio cresceranno incessantemente. Il drone1 che,
come rivelato dalla stessa polizia, ha sorvolato l’ultimo 14 luglio la Seine-
Saint-Denis disegna il futuro con colori più franchi di qualsivoglia bruma
umanistica. Il fatto di aver precisato con cura che non era armato
enuncia abbastanza chiaramente in quale situazione siamo immersi. Il
territorio sarà ritagliato in zone sempre più compartimentate. Le
autostrade poste ai bordi di un “quartiere sensibile” costituiscono un
muro invisibile che lo separano dalle zone residenziali. Checché ne
pensino le anime belle repubblicane, la gestione dei quartieri “per
comunità” è notoriamente quella più funzionante. Le porzioni puramente
metropolitane del territorio, i principali centri città, condurranno la loro
vita lussuosa in una decostruzione sempre più contorta, sempre più
sofisticata, sempre più splendente. Rischiareranno tutto il pianeta con le
loro luci da bordello mentre pattuglie della BAC2 o compagnie private di
sicurezza, in breve le milizie, si moltiplicheranno all’infinito, beneficiando
di una copertura giudiziaria sempre più impudente.

L’impasse del presente, percepibile ovunque, è ovunque negata. Mai così
tanti psicologi, sociologi e letterati vi si sono impegnati, ciascuno con ilsuo linguaggio specialistico, evitando però di trarne la conclusione. È
sufficiente ascoltare le canzoni di oggi, le operette della “nuova canzone
francese” in cui la piccola borghesia anatomizza i propri stati d’animo e
le dichiarazioni di guerra della mafia K’1Fry3 per sapere che la
coesistenza finirà ben presto, che una decisione è prossima.

Questo libro è firmato col nome di un collettivo immaginario. I suoi
redattori non ne sono gli autori. Si sono accontentati di mettere un po’ di
ordine nei luoghi comuni della nostra epoca, in ciò che si mormora ai
tavolini del bar, dietro le porte chiuse delle camere da letto. Non hanno
fatto altro che fissare le verità necessarie, quelle la cui rimozione

1
2
3
Aerei spia senza pilota che vengono utilizzati di solito per monitorare i territori in guerra.
Squadre di poliziotti in borghese, particolarmente attivi nella repressione durante le manifestazioni.
Gruppo gangsta rap francese.
5

universale riempie di pena gli ospedali psichiatrici e gli sguardi. Si sono
fatti scribi della situazione. Il privilegio delle circostanze radicali è che la
precisione conduca logicamente alla rivoluzione. Basta descrivere ciò che
abbiamo sotto gli occhi e non eluderne la conclusione.

Primo Cerchio
«I AM WHAT I AM»

“I AM WHAT I AM”. L’ultima offerta del marketing, l’ultimo stadio
dell’evoluzione pubblicitaria, va ben oltre tutte le esortazioni a essere
differenti, ad essere se stessi e a bere Pepsi. Decenni di concetti per
arrivare alla pura tautologia. IO = IO. Lui, in palestra, corre su un tapis
roulant davanti allo specchio. Lei, al volante della sua Smart, torna dal
lavoro. Si incontreranno?

«IO SONO CIO’ CHE SONO». Il mio corpo mi appartiene. Io sono Io, tu sei
tu, e non va per niente bene. Personalizzazione di massa.
Individualizzazione di tutte le condizioni: di vita, di lavoro, di disagio.
Schizofrenia diffusa. Depressione rampante. Atomizzazione in fini
particelle paranoiche. Isterizzazione del contatto. Più io voglio essere Io,
più provo una sensazione di vuoto. Più mi esprimo, più mi esaurisco. Più
mi rincorro, più sono stanca. Io tengo, tu tieni, noi teniamo il nostro Io
come uno sportello molesto. Siamo diventati i rappresentanti di noi
stessi, i garanti di una personalizzazione in tutto somigliante a
un’amputazione. Arriviamo perfino ad assicurare la rovina con malcelata
goffaggine. Nel frattempo, io gestisco. La ricerca di sé, il mio blog, il mio
appartamento, le ultime minchiate alla moda, le storie di coppia, di

sesso… quante protesi per tenere insieme un Io! Se “la società” non
fosse diventata una mera astrazione, designerebbe l’insieme delle
stampelle esistenziali offertemi per continuare a trascinarmi e delle
dipendenze contratte per farmi un’identità. L’handicappato è il modello
della cittadinanza che viene. Non senza lungimiranza le associazioni che
lo sfruttano rivendicano il “reddito d’esistenza”.

L’ingiunzione a “essere qualcuno”, ribadita ovunque, perpetua lo stato
patologico che rende questa società necessaria. Essa si mantiene in piedi
tramite la debolezza prodotta dall’ingiunzione ad essere forti, al punto
che tutto sembra assumere un aspetto terapeutico, perfino lavorare o
amare. Tutti i “come va?” scambiati in una giornata fanno pensare a una
società di pazienti in cui ci si misura vicendevolmente la febbre. La
socialità è fatta oggi di mille piccole nicchie, di mille piccoli rifugi nei
quali tenersi al caldo. In cui si sta sempre meglio che nel grande freddo
là fuori. In cui tutto è falso, perché è solo un pretesto per riscaldarsi. In
cui nulla può accadere perché si è sordamente occupati a rabbrividire
insieme. Presto questa società resterà in piedi solo grazie alla tensione ditutti gli atomi sociali verso un’illusoria guarigione. È una centrale che
trae energia da un gigantesco serbatoio di lacrime sempre sul punto di
tracimare.

“I AM WHAT I AM”. Giammai il dominio trovò parola d’ordine più
insospettabile. Il mantenimento dell’Io in uno stato di semi-sfacelo
permanente, in un quasi-cedimento cronico, è il segreto meglio serbato
dell’ordine attuale delle cose.

L’Io debole, depresso, autocritico, virtuale è per essenza il soggetto
infinitamente adattabile, necessario a una produzione fondata su
innovazione e obsolescenza accelerate delle tecnologie, costante
sconvolgimento delle norme sociali e flessibilità generalizzata. È al
contempo il consumatore più vorace e, paradossalmente, l’Io più

produttivo che si getterà con tanta più energia e avidità sul minimo
progetto, prima di tornare al suo originario stato larvale.

Che cosa sono, allora, “CIO’ CHE IO SONO”? Attraversato fin
dall’infanzia da flussi di latte, odori, storie, suoni, affetti, filastrocche,
sostanze, gesti, idee, impressioni, sguardi, canti e belle mangiate. Che
cosa sono io? Legato da ogni parte a luoghi, sofferenze, antenati, amici,
amori, eventi, lingue, ricordi, a cose di ogni genere che, in tutta
evidenza, non sono io. Tutto ciò che mi lega al mondo, i rapporti che mi
costituiscono e le forze che mi popolano, non s’intrecciano nell’identità
che vorrebbero farmi brandire, ma in un’esistenza, singolare, comune,
vivente, dalla quale in determinate circostanze e momenti emerge
questo essere che dice “io”. Il nostro sentimento d’inconsistenza non è
che l’effetto della stupida credenza nella permanenza dell’Io, e della
scarsa cura accordata a ciò che ci costituisce. Si prova una vertigine nel
vedere troneggiare su un grattacielo di Shanghai lo slogan Reebok “I AM
WHAT I AM”. L’Occidente fa avanzare ovunque, come suo cavallo di Troia
preferito, l’antinomia letale tra Io e mondo, individuo e gruppo,
attaccamento e libertà. La libertà non consiste nel disfarsi dei propri
legami, bensì nella capacità pratica di operare su di essi, smuoverli,
stabilirli o reciderli. La famiglia esiste in quanto famiglia, cioè in quanto
inferno, solo per chi ha rinunciato ad alterarne i meccanismi debilitanti o
non sa come farlo. La libertà di separarsi è sempre stato il fantasma della
libertà. Sbarazzarsi degli ostacoli significa, al contempo, perdere ciò su
cui esercitare le proprie forze.

“I AM WHAT I AM” non è quindi una semplice menzogna, una banale
campagna pubblicitaria; è piuttosto una campagna militare, un grido di
guerra diretto contro tutto ciò che esiste tra gli esseri, che circola
indistintamente, li lega invisibilmente, si frappone alla perfetta
desolazione; contro tutto ciò che ci fa esistere e grazie a cui il mondo non
si riduce alle sembianze di un’autostrada, di un luna park o di una serie
di villette a schiera: pura noia, senza passione e ben ordinata, spazio
vuoto, gelido, in cui transitano solo corpi immatricolati, molecole
automobilizzate e merci ideali.

La Francia, patria degli ansiolitici, paradiso degli antidepressivi, Mecca

della nevrosi, è al tempo stesso campione europeo di produttività oraria.
La malattia, la stanchezza e la depressione possono essere considerati i
sintomi individuali di ciò da cui bisogna guarire. Esse agiscono in
funzione del mantenimento dell’esistente, del mio docile adeguamento a
norme demenziali, della modernizzazione delle mie stampelle. Compiono
in me la selezione tra le inclinazioni opportune, conformi e produttive, e
quelle di cui occorre diligentemente elaborare il lutto. “Bisogna saper
cambiare, sai”. Ma, in quanto fatti, i miei fallimenti possono anche
condurre allo smantellamento dell’ipotesi dell’Io. In tal modo, divengono
atti di resistenza nella guerra in corso, ribellioni e centri di energia contro
ciò che cospira per normalizzarci e amputarci. L’Io non è ciò che in noi è
in crisi, ma la forma che cercano di imprimerci. Si vuole fare di noi degli
Io ben delimitati, ben separati, classificabili e censibili per qualità, in
breve: controllabili; in realtà siamo creature tra le creature, singolarità
fra i nostri simili, carne viva che tesse la carne del mondo.
Contrariamente a quanto ci ripetono fin da bambini, l’intelligenza non
consiste nel sapersi adattare; tale è, al massimo, l’intelligenza degli
schiavi. Il nostro essere disadattati, la nostra stanchezza, costituiscono
un problema solo dal più punto di vista di chi vuole sottometterci. Essi
indicano piuttosto un punto di partenza, un punto di congiunzione per
inedite complicità. Mostrano paesaggi molto più instabili, ma
infinitamente più condivisibili di tutte le fantasmagorie conservate da
questa società.

Non siamo depressi, siamo in sciopero. Per chi rifiuta di gestirsi, la
“depressione” non è uno stato, ma un passaggio, un arrivederci, un
passo a lato verso una disaffezione politica rispetto alla quale l’unica
conciliazione possibile è quella medicale e poliziesca. Perciò questa
società non esita a imporre il Ritalin ai bambini troppo vivaci, a
moltiplicare le forme di dipendenza farmacologica e a diagnosticare“disturbi comportamentali” sin dai tre anni. È l’ipotesi dell’Io ad incrinarsi
in ogni dove.

Secondo cerchio
“IL DIVERTIMENTO È UN BISOGNO VITALE»

Il governo dichiara lo stato d’emergenza contro ragazzini di quindici anni.
Il paese che mette la propria salute nelle mani di una squadra di calcio.
Uno sbirro in un letto d’ospedale si lamenta di essere stato vittima di
“violenze”. Un prefetto chiede l’arresto di chi costruisce capanne tra gli
alberi. Due bambini di dieci anni, a Chelles,sono accusati dell’incendio di
una ludoteca. La nostra epoca abbonda di situazioni grottesche che ogni
volta sembrano sfuggirle di mano. E i media fanno di tutto per soffocare,
nei registri della lamentela e dell’indignazione, le risate che dovrebbero
accogliere simili notizie.

Una fragorosa risata sarebbe la risposta adeguata a tutti i gravi
“problemi” che vengono sollevati quotidianamente. Prendiamo la più
dibattuta: non esiste alcun “problema dell’immigrazione”. Quanti ancora
crescono dove sono nati, abitano nei luoghi in cui sono cresciuti e vivono
dove hanno vissuti i propri antenati? E i figli di quest’epoca
appartengono più ai loro genitori o alla televisione? In verità siamo stati
sradicati in massa da ogni appartenenza, non siamo più da nessuna
parte. Donde un’innegabile sofferenza, oltre a un’inedita disposizione al
turismo. La nostra è una storia di colonizzazioni, migrazioni, guerre, esili;
la storia della distruzione di ogni radicamento. Di tutto quanto ci ha resi
stranieri in questo mondo, ospiti nella propria famiglia. L’educazione ci
ha alienati dalla nostra lingua, il varietà dalle nostre canzoni, la
pornografia di massa dalle nostre carni, la polizia dalle nostre città, il
lavoro salariato dai nostri amici. A tutto ciò, in Francia, si aggiunge un
lavorìo feroce e secolare di individualizzazione: il potere statale annota,
compara, disciplina e separa i propri sudditi fin dalla loro infanzia,
schiacciando istintivamente ogni solidarietà, affinché non resti che la
mera cittadinanza, la pura appartenenza fantasmatica alla Repubblica.
Più di ogni altro, il francese è lo spossessato, il miserabile. Il suo odio per
lo straniero si confonde con l’odio di sé come straniero. La sua invidia per
i quartieri popolari, frammista al terrore, esprime solo il suo risentimento
per tutto ciò che ha perduto. Non può non invidiare i cosiddetti “quartierighetto”
dove ancora persiste qualche margine di vita in comune, di

relazione tra gli esseri, di solidarietà non statale, di economia informale,
di organizzazione non ancora separata da chi si organizza. Insomma,
siamo giunti a un tale livello di privazione che l’unico modo di sentirsi
francesi consiste nell’imprecare contro gli immigrati, contro chi è più
visibilmente straniero come me. In questo paese, gli immigrati
detengono una singolare posizione di sovranità: se non ci fossero, forse i
francesi non esisterebbero più.

La Francia è un prodotto della sua scuola, e non l’inverso. Viviamo in un
paese eccessivamente scolarizzato, in cui ci si ricorda dell’esame di
maturità come di un momento che ha segnato la nostra vita. In cui alcuni
pensionati, dopo quarant’anni, vi parlano ancora di una loro bocciatura a
un esame e di come ciò abbia pesato su tutta la loro carriera e su tutta la
loro vita. Nell’ultimo secolo e mezzo, la scuola della Repubblica ha
formato un tipo inconfondibile di soggettività statalizzata: che accetta la
selezione e la competizione purché le possibilità siano uguali per tutti;
che per l’intera vita attende la ricompensa per ciascuno secondo il
merito, come in un concorso; che, prima di prendere, domanda sempre il
permesso; che rispetta in silenzio la cultura, i regolamenti e i primi della
classe. Anche il suo attaccamento ai grandi intellettuali critici e il suorifiuto del capitalismo sono improntati da questo amore della scuola. È
questa costruzione statale di soggettività a sprofondare, giorno dopo
giorno, con la decadenza dell’istituzione scolastica. La riapparizione,
dopo vent’anni, di culture e scuole di strada, in opposizione alla scuola
della Repubblica e alla sua cultura di cartapesta, costituisce il maggiore e
più profondo trauma per l’universalismo francese. Su tal punto la destra
più estrema si riconcilia con la sinistra più virulenta. Il solo nome di Jules
Ferry, ministro di Thiers durante la repressione della Comune e teorico
della colonizzazione, dovrebbe bastare a renderci sospetta
quest’istituzione.

Da parte nostra, quando vediamo dei professori, usciti da non si sa
quale “comitato di vigilanza cittadino”, frignare davanti alle telecamere
perché è stata bruciata la loro scuola, ci ricordiamo di quante volte, da
bambini, abbiamo sognato di farlo. Quando sentiamo un intellettuale di
sinistra berciare sulla barbarie delle bande giovanili che molestano
passanti, taccheggiano, incendiano automobili e giocano al gatto e il topo

con la polizia antisommossa, ci rammentiamo di quanto si diceva a
proposito dei blousons noirs negli anni sessanta o, meglio, degli apaches
della “Belle Époque”: “Col nome generico di apaches – scrive un giudice
del tribunale della Senna nel 1907 – si designano da qualche anno tutti
gli individui pericolosi, l’accozzaglia di recidivi, nemici della società,
senza patria né famiglia, disertori di tutti i doveri, pronti ai più audaci
colpi di mano, a tutti gli attentati contro le persone e le proprietà”.
Queste bande che rifiutano il lavoro, prendono il nome del proprio
quartiere e affrontano la polizia, rappresentano l’incubo del buon
cittadino individualizzato alla francese: incarnano tutto ciò a cui egli ha
rinunciato, tutta la gioia possibile alla quale non avrà mai accesso. C’è
una dose d’impertinenza nell’esistere in un paese in cui si rimbrottano i
bambini intenti a cantare a loro piacimento con espressioni tipo “smettila
che fai piovere!”, in cui la castrazione scolastica smercia a ciclo continuo
generazioni di impiegati addomesticati. L’aura persistente di Mesrine non
deriva tanto dalla sua rettitudine o dalla sua audacia, quanto dall’aver
iniziato a vendicarsi di ciò di cui noi stessi dovremmo vendicarci. O,
meglio, di cui dovremmo vendicarci direttamente, invece di continuare a
tergiversare e a differire. Perché non vi è dubbio alcuno che, tramite
mille impercettibili bassezze e calunnie d’ogni sorta, tramite una piccola
cattiveria maliziosa e una velenosa cortesia, il francese si vendica
incessantemente, in permanenza e contro tutto, dell’annientamento a cui
si è rassegnato. Era ora che il “nique la police!” (fotti la polizia!)
sostituisse il “sì, signor agente!”. In questo senso, l’ostilità senza
sfumature di certe bande non fa che esprimere, in una maniera un po’
meno ovattata, la cattiva atmosfera, il malanimo di fondo, la voglia di
distruzione redentrice in cui si consuma questo paese.

Chiamare “società” il popolo di estranei in cui viviamo costituisce una
tale usurpazione che anche i sociologi, i quali per un secolo hanno
trovato in quel concetto il proprio mezzo di sostentamento, pensano
ormai di rinunciarvi. Oggi preferiscono la metafora della rete per
descrivere le modalità di connessione di solitudini cibernetiche, le deboli
interazioni conosciute sotto il nome di “collega”, “contatto”, “amico”,
“relazione” o “avventura”. Accade puntualmente che queste reti si
condensino in ambienti, in cui si condividono però solo dei codici e in cui

si gioca unicamente all’incessante ricomposizione di un’identità.

Fornire dettagli sull’agonia dei rapporti sociali vigenti sarebbe una
perdita di tempo. Si parla del ritorno della famiglia e della coppia. Ma ilritorno della famiglia non ripristina quella che se ne è andata: costituiscesolo l’approfondimento della separazione regnante, che essa vorrebbedissimulare, diventando a sua volta dissimulazione. Chiunque puòconfermare quanta tristezza si condensa, anno dopo anno, nelle feste difamiglia, i sorrisi ostentati, l’imbarazzo provato nel vedere tutti simulareinvano, la sensazione di avere un cadavere lì sulla tavola, mentre tutti
fanno finta di niente. Sebbene chiunque percepisca l’inanità del tristelegame familiare, tra flirt e divorzi, concubinaggi e ricomposizioni, lamaggior parte sembra ritenere ancor più triste il rinunciarvi. La famiglianon consiste più nella soffocante influenza materna o nel patriarcatodegli schiaffoni, bensì nell’abbandono infantile a una dipendenzaovattata in cui tutto è conosciuto, momento di incuranza di fronte a un
mondo di cui è innegabile il disfacimento in corso, un mondo in cui“divenire autonomo” vale come eufemismo per “aver trovato un
padrone”. La familiarità biologica agisce quale scusa per corrodere in noiogni determinazione in qualche modo dirompente e farci rinunciare,
sotto il pretesto che ci hanno visto crescere, a ogni divenire adulto cosìcome alla serietà dell’infanzia. Bisogna preservarsi da questa corrosione.

La coppia è in certo modo l’ultimo gradino del grande débâcle sociale. È
l’oasi nel bel mezzo del deserto umano. Sotto gli auspici “dell’intimità”, si
cerca tutto quanto è stato evidentemente disertato nei rapporti sociali
contemporanei: calore, semplicità, verità, una vita senza teatro né
spettatori. Ma passato lo stordimento amoroso, “l’intimità” getta la
maschera: anch’essa è un’invenzione sociale, parla il linguaggio delle
riviste femminili e della psicologia, schermata fino alla nausea da
innumerevoli strategie. Non vi si trova più verità che altrove; anche lì
dominano la menzogna e le leggi dell’estraneità. E allorché, per buona
sorte, vi si trova una verità, quest’ultima ci invita a una condivisione che
smentisce la forma stessa della coppia. Ciò in virtù di cui degli esseri si
amano è ciò che li rende amabili, e che manda in rovina l’utopia
dell’autismo a due.

In realtà, la decomposizione di tutte le forme sociali è un’ottima
occasione. È per noi la condizione ideale per una sperimentazione dimassa, selvaggia, di nuovi concatenamenti e nuove fedeltà. Il confrontocol mondo, impostoci dalla famosa “abdicazione genitoriale”, ci ha

costretti a una precoce lucidità e promette bei momenti di rivolta. Dallamorte della coppia, sorgono inquietanti forme di affettività collettiva, orache il sesso è logoro, che virilità e femminilità sono abiti usurati, che tredecenni di innovazioni pornografiche hanno esaurito ogni attrattiva per latrasgressione e la liberazione. Quanto di incondizionale attiene ai legamidi parentela può infine costituire l’armatura di solidarietà politicheimpenetrabili all’ingerenza statale come un accampamento di zingari.
Anche le interminabili sovvenzioni che molti genitori sono costretti aversare a rampolli proletarizzati possono trasformarsi in una forma dimecenatismo in favore della sovversione sociale. In ultima analisi,
“divenire autonomi” potrebbe significare anche imparare a battersi nellestrade, a occupare case vuote, a non lavorare, ad amarsi follemente e arubare nei grandi magazzini.

Terzo cerchio

«VITA, SALUTE E AMORE SONO PRECARI.

PERCHÉ NON DOVREBBE ESSERLO IL LAVORO?»

In Francia la questione più intricata è quella del lavoro e del modo in cui
ci si rapporta ad esso. In Andalusia, in Algeria, a Napoli, in fin dei conti lo
si detesta. In Germania, negli Stati Uniti, in Giappone, invece lo si venera.
È vero, le cose possono cambiare, come mostrano gli otaku in Giappone,
i frohe Arbeitslose in Germania e i work-aholics in Andalusia; ma per il
momento si tratta di mere curiosità. In Francia, invece, mentre si fa di
tutto per fare carriera, ci si vanta in privato di fregarsene. Si è capaci di
restare al lavoro fino alle dieci di sera, ma non ci si fa scrupoli a rubare
materiale dall’ufficio o a sottrarre dai magazzini merci da rivendere alla
prima occasione. Si detestano i padroni, ma si vorrebbe ad ogni costo
essere assunti. Avere un lavoro è un onore, lavorare un marchio di
servilismo. In breve: il perfetto quadro clinico dell’isteria. Si ama odiando,
si odia amando. E notoriamente quando l’isterico perde la sua vittima,
cioè il suo padrone, precipita in uno stato di stupore e disorientamento.

Per non riuscire più a riprendersi, il più delle volte.

In Francia, paese fondamentalmente politico, il potere industriale è
sempre stato sottomesso a quello statale e l’attività economica
surrettiziamente inquadrata da un’amministrazione meticolosa. I grandi
imprenditori che non provengano dalla nobiltà di Stato, cioè dagli istituti
di formazione dei suoi quadri (Politechnique-ENA), sono i paria del mondo
degli affari, tacitamente commiserati dietro le quinte. Bernard Tapie è il
loro eroe tragico: prima adulato, poi incarcerato, sempre intoccabile. Non
c’è da stupirsi se oggi è tornato sulla scena. Contemplandolo come un
una sorta di mostro, il pubblico francese lo tiene a distanza: lo spettacolo
di una così affascinante infamia preserva dal contatto. Nonostante il
grande bluff degli anni ottanta, il culto dell’impresa non ha mai
attecchito in Francia. Qualunque libro ne parli male è destinato a
diventare un best-seller. I manager hanno un bel pavoneggiarsi in
pubblico, coi loro modi di fare e le loro pubblicazioni: restano pur sempre
circondati da un cordone sanitario di sogghigni, da un oceano di
disprezzo, da un mare di sarcasmo. L’imprenditore non fa parte della
famiglia. Tutto sommato, nella gerarchia di ciò che si detesta, gli si
preferisce il poliziotto. Nonostante tutto, nonostante golden boys e
privatizzazioni, il buon lavoro per definizione resta quella del funzionario.
Degli altri si può invidiare la ricchezza, non certo il posto.

Sullo sfondo di questa nevrosi i vari governi possono ancora dichiarare
guerra alla disoccupazione e annunciare l’ennesima “battaglia per
l’occupazione”. Nel frattempo, però, ex-dirigenti vanno ad abitare, coi
loro telefonini, nelle tende di Médicins du monde lungo la Senna.
Malgrado ogni sorta di trucco statistico,le massicce radiazioni
dall’Agenzia Nazionale per l’Impiego (ANPE) stentano a ridurre il numero
di disoccupati sotto i due milioni. Infine, a detta degli stessi servizi
d’intelligence, solo il sussidio di disoccupazione e lo spaccio scongiurano
un’esplosione sociale che potrebbe avvenire da un momento all’altro. Nel
mantenimento della finzione lavorista , ne va tanto dell’economia
psichica dei Francesi quanto della stabilità politica del paese.

Noi, con permesso, ce ne fottiamo.

La nostra generazione vive molto bene facendo a meno di questa
finzione. Non ha mai contato sulla pensione, né sul diritto del lavoro;
tanto meno sul diritto al lavoro. Non siamo nemmeno “precari”, come
amano dire compiaciute le frazioni più avanzate dei militanti di sinistra,
perché essere precari significa ancora definirsi in rapporto alla sfera del

lavoro, segnatamente alla sua decomposizione. Ammettiamo la necessità
di procurarsi denaro, non importa con quali mezzi, perché oggi non si
può farne a meno. Ma non ammettiamo la necessità di lavorare. D’altra
parte, noi non lavoriamo più: ci arrangiamo. L’impresa non costituisce un
luogo in cui esistiamo; è piuttosto uno spazio che attraversiamo. Non
siamo cinici; rifiutiamo solo che si abusi di noi. I discorsi sulle
motivazioni, le qualità e l’investimento personale, ci lasciano indifferenti
con grande disappunto dei gestori delle risorse umane. Si dice che siamo
delusi dalle aziende le quali, con solerti licenziamenti, avrebbero tradito
la lealtà dei nostri genitori. Falso. Per essere delusi, bisogna pur aver
sperato, mentre noi non abbiano mai riposto speranze nell’azienda. La
consideriamo per ciò che è sempre stata: uno specchio per le allodole più

o meno confortevole. Ci spiace solo per chi, tra i nostri genitori, è caduto
nella trappola.
I sentimenti confusi relativi alla questione del lavoro si possono spiegare
in questo modo. Essa ha sempre riguardato due dimensioni
contraddittorie: lo sfruttamento e la partecipazione. Sfruttamento della
forza-lavoro individuale e collettiva tramite l’espropriazione, privata o
sociale, del plusvalore; partecipazione a un’opera comune attraverso i
legami tra coloro che cooperano nella produzione. Queste due dimensioni
vengono surrettiziamente confuse nella nozione di lavoro, il che spiega la
sostanziale indifferenza dei lavoratori tanto alla retorica marxista, che
nega la dimensione partecipativa, quanto alla retorica padronale, che
nega quella dello sfruttamento. Di qui, inoltre, l’ambivalenza del rapporto
col lavoro: dispezzato in quanto ci rende estranei a ciò che facciamo e
amato perché in esso è in gioco una parte di noi. Ma su questo piano il
disastro si è già consumato: nella distruzione e nello sradicamento
necessari affinché il lavoro diventasse l’unica maniera di esistere. Il
disgusto nei suoi confronti non riguarda il lavoro in quanto tale, ma
soprattutto la devastazione metodica, cominciata secoli addietro, di
quanto non rientra nella sua sfera: le varie forme di familiarità (di
quartiere, di mestiere, di villaggio, di lotta, di parentela) e di
attaccamento (a luoghi, esseri, stagioni, modalità del fare e del parlare).

Donde l’attuale paradosso: il trionfo del lavoro su tutte le altre maniere
di esistere avviene nel momento in cui i lavoratori sono diventati

superflui. Incremento di produttività, delocalizzazione, meccanizzazione,
automazione e digitalizzazione della produzione sono giunti a un livello
tale da ridurre al minimo la quantità di lavoro vivo necessario per
confezionare una qualsiasi merce. Viviamo il paradosso di una società di
lavoratori senza lavoro, in cui anche le forme della distrazione, come il
consumo e i divertimenti, accusano la mancanza di ciò da cui dovrebbero
distrarci. La miniera di Carmaux, celebre per i violenti scioperi del secolo
scorso, è stata riconvertita in Cap Découverte: un “polo multi-
divertimento” dove andare in skate o in bicicletta, con tanto di “museo
della Miniera” e finti scoppi di grisù per i turisti.

Nelle aziende, la divisione del lavoro diviene sempre più visibile: tra
impieghi altamente qualificati (ricerca, progettazione, controllo,
coordinamento e comunicazione, con tutti i saperi necessari al nuovo
processo di produzione cibernetizzata) e impieghi dequalificati di
manutenzione e sorveglianza di questo stesso processo. I primi sono
pochi, ben remunerati e perciò molto ambiti: chi se li accaparra farebbe
di tutto per non farseli sfuggire. Essi impongono che ci si identifichi col
proprio lavoro in una morsa angosciante. Manager, scienziati, lobbisti,
ricercatori, programmatori, sviluppatori, consulenti, ingegneri, non
finiscono letteralmente mai di lavorare. Anche i loro programmi sessuali
ne aumentano la produttività. “Le aziende più creative sono quelle in cui
si ha il maggior numero di relazioni intime”, teorizza un filosofo della
Direzione Risorse Umane. “I collaboratori d’azienda – conferma quello
della Daimler-Benz – fanno parte del capitale aziendale […] La loro
motivazione, il loro savoir-faire, la loro capacità d’innovazione e la loro
cura per i desideri della clientela costituiscono la materia prima dei
servizi innovativi […] Il loro comportamento, la loro competenza sociale
ed emozionale hanno un peso crescente nella valutazione del loro lavoro
[…] Questo sarà valutato sulla base non del numero di ore effettuate, ma
degli obietti

vi raggiunti e della qualità dei risultati. Sono dei veri imprenditori”.

L’insieme di compiti non relegabili all’automazione formano una
nebulosa d’impieghi (manutentore, magazziniere, lavoratori stagionali o
alla catena di montaggio, ecc.) che, non potendo essere svolti dalle
macchine, sono appannaggio di qualsiasi essere umano. Questa
manodopera flessibile, indifferenziata, dalle mansioni variabili e a tempo
determinato, non può più aggregarsi in una forza poiché, non essendo
mai al centro del processo produttivo, risulta come polverizzata in una

moltitudine d’interstizi, impiegata per tappare i buchi di quanto non è
ancora meccanizzato. Il lavoratore interinale rappresenta la figura di
questo operaio che non è più tale, dotato non più di un mestiere, ma solo
di competenze messe periodicamente in vendita e la cui disponibilità è,
essa stessa, un lavoro.

Al margine di questi lavoratori reali, indispensabili per il buon
funzionamento della macchina, c’è una grande maggioranza in
eccedenza, solo parzialmente utile al ciclo produttivo e la cui inoperosità
rischia di sabotare la macchina nel suo complesso. La minaccia di
smobilitazione generale è lo spettro che ossessiona l’attuale sistema
produttivo. Alla domanda “Perché lavorare, allora?” non tutti rispondono
come questo ex-disoccupato a Liberation: “Per il mio benessere.
Bisognava che trovassi un’occupazione”. Il vero rischio è che infine si
trovi un impiego alla nostra inoperosità. Questa popolazione fluttuante
dev’essere perciò occupata o gestita e, allo stato attuale, il miglior
metodo disciplinare resta il lavoro salariato. Bisognerà dunque
proseguire lo smantellamento delle “conquiste sociali” per riportare nel
girone dei salariati i più restii, quelli che cedono solo di fronte al rischio di
crepare di fame o marcire in cella. L’esplosione del settore schiavistico
dei “servizi alla persona” deve continuare: donne delle pulizie,
ristorazione, massaggi, assistenza a domicilio, prostituzione, cure, corsi
particolari, svaghi terapeutici, sostegni psicologici, ecc. Servizi resi ancor
più necessari da un continuo incremento di norme di sicurezza, igiene,
condotta e cultura, nonché da una accellerazione della fugacità delle
mode. A Rouen i parchimetri tradizionali sono stati sostituiti da
“parchimetri umani”: un tipo per la strada rilascia il biglietto e in caso di
maltempo vi affitta pure l’ombrello.

L’ordine del lavoro fu l’ordine di un mondo. Il solo pensiero delle
conseguenze della sua rovina fa venire il tetano. Oggi il lavoro non
dipende tanto dalla necessità economica di produrre merci, quanto dalla

necessità politica di produrre produttori e consumatori, per salvare con
ogni mezzo l’ordine del lavoro. In una società la cui produzione è
divenuta senza oggetto, produrre se stessi sta diventando l’occupazione
dominante: come un falegname spossessato della sua bottega che si
applica, quale ultima risorsa, a piallare se stesso. Di qui lo spettacolo di
quei giovani che si esercitano a sorridere per i colloqui d’assunzione, si
fanno sbiancare i denti per ottenere una promozione, vanno in discoteca
per stimolare lo spirito d’equipe, imparano l’inglese per accelerare la
propria carriera, divorziano o si sposano per riuscire meglio, frequentano
stage di teatro per diventare leader o corsi di “crescita personale” per
meglio “gestire i conflitti”. “La più intima crescita personale – sostiene un
guru qualsiasi – porterà a un miglior equilibrio emozionale, a una più
facile apertura relazionale, a un’acutezza intellettuale meglio diretta e
quindi a migliori performance economiche”. Nel brulichio di questo
piccolo mondo, che attende con impazienza di essere selezionato
sforzandosi di essere naturale, si intuisce il tentativo di salvare l’ordine
del lavoro tramite un’etica della mobilitazione. Essere mobilitati vuol dire
relazionarsi al lavoro non più come attività, ma come possibilità.
Togliendosi i piercing, andando dal parrucchiere e facendo “progetti”, il
disoccupato lavora apertamente alla sua “impiegabilità”, testimoniando
così della sua mobilitazione. La mobilitazione consiste in questo leggero
scollamento da se stessi, in questo minimo strappo da ciò che cicostituisce, in questa condizione di estraneità. È la condizione per cui
diviene possibile trattare l’Io come oggetto di lavoro, vendere se stessi e
non la propria forza-lavoro, farsi retribuire non per quello che si fa ma per
quello che si è, per la squisita padronanza dei codici sociali, le capacitàrelazionali, il sorriso o la maniera di presentarsi. È la nuova norma di
socializzazione. La mobilitazione opera la fusione dei due poli
contraddittori del lavoro: si partecipa al proprio sfruttamento e si sfrutta
ogni partecipazione. Ciascuno, idealmente, è una piccola impresa, il
proprio padrone e il proprio prodotto. Che si lavori o meno, si tratta di
accumulare contatti, competenze, “reti”; in breve: “capitale umano”.
L’ingiunzione planetaria a mobilitarsi al minimo pretesto -il cancro, il
“terrorismo”, un terremoto, i senzatetto – sintetizza la determinazione
delle potenze dominanti a preservare il regno del lavoro al di là della sua
scomparsa fisica.

L’attuale apparato di produzione consiste quindi, da un lato, in una
gigantesca macchina di mobilitazione psico-fisica e di pompaggio
energetico degli umani divenuti eccedenti; dall’altro, nella macchina
selettiva che concede la sopravvivenza alle soggettività conformi e

abbandona gli “individui a rischio”, ovvero coloro che incarnano un altro
impiego della vita e, in tal modo, le resistono.

Da un lato si fanno vivere gli spettri, dall’altro si lasciano morire i viventi.
Questa è la funzione propriamente politica dell’attuale apparato
produttivo.

Organizzarsi al di là del lavoro e contro di esso, disertare collettivamente
il regime della mobilitazione, manifestare l’esistenza di una vitalità e di
una disciplina nella smobilitazione stessa è un crimine che una civiltà
senza scampo non può perdonarci; in verità, è la sola maniera di
sopravviverle.

Quarto cerchio

“PIÙ SEMPLICE, PIÙ DIVERTENTE, PIÙ MOBILE, PIÙ
SICURO!”

Non ci si venga a parlare della «città» e della «campagna»,e tanto meno
della loro antiquata opposizione. Ciò che si estende intorno a noi non vi
assomiglia per niente: è una coltre urbana unica, senza forma né ordine,
una zona desolata, indefinita e illimitata, un continuum mondiale di
ipercentri museificati e parchi naturali, di grandi conglomerati e immense
aziende agricole, di zone industriali e lotti abitativi, di agriturismi e bar
fighetti: la metropoli. È esistita la città antica, quella medievale e

moderna; non esiste una “città metropolitana”. La metropoli vuole la
sintesi di tutto il territorio. Tutto vi coabita, non tanto geograficamente
ma attraverso le maglie delle sue reti.

Proprio perché prossima alla sparizione, la città oggi viene feticizzata
come Storia. Le manifatture di Lille diventano sale di spettacolo, il centro
cementificato di Le Havre è dichiarato patrimonio dell’Unesco. A Pechino,
gli hutongs che circondano la Città proibita vengono distrutti e, un po’
più lontano, se ne ricostruiscono di falsi, per accontentare l’attenzione
dei curiosi. A Troyes si incollano facciate in legno su edifici di pietra:
un’arte del pastiche che ricorda le botteghe in stile vittoriano di
Disneyland Parigi. I centri storici, per molto tempo luoghi della sedizione,
trovano urbanamente il loro posto nell’organigramma della metropoli,
dove vengono destinati al turismo e all’ostentazione consumistica. Sono
le isole dell’incantesimo mercantile, mantenute con le fiere e l’estetica,
se necessario anche con la forza. L’asfissiante melensaggine dei mercati
di Natale si paga con la proliferazione di vigilantes e pattuglie della
polizia municipale. Il controllo si integra a meraviglia nel paesaggio dellamerce, mostrando la sua faccia autoritaria a chi vuol vederla. È l’epoca
del mélange, un mix di musichette, manganelli telescopici e zucchero
filato. Perché non c’è incantesimo senza sbirri!

Il gusto dell’autentico-fra-virgolette, e del controllo che ne è inseparabile,
accompagna la piccola borghesia nella sua colonizzazione dei quartieri
popolari. Cacciata dagli ipercentri, essa va a cercarvi una «vita di
quartiere» che non troverà mai tra le case Phénix. Cacciando via i poveri,
le automobili e gli immigrati, facendo piazza pulita, estirpandone i
microbi, essa polverizza proprio quello che era venuta a cercarvi. Su un
manifesto municipale un operatore ecologico stringe la mano a un
guardiano della pace; lo slogan: “Montauban, città pulita”.

La decenza che obbliga gli urbanisti a non parlare più della “città”, dopo
averla distrutta, ma dell’“urbano”, dovrebbe indurli a non parlare
nemmeno della “campagna”, che non esiste più. Al suo posto c’è un
paesaggio che viene esibito alle folle stressate e sradicate, un passato
che si può mettere tranquillamente in scena ora che i contadini sono
diventati così pochi. Si tratta di un’operazione di marketing dispiegata su
un «territorio» in cui tutto deve essere valorizzato o costituito in
patrimonio. È sempre lo stesso vuoto raggelante che conquista i borghi
più sperduti.

La metropoli è la morte simultanea della città e della campagna, al cui

crocevia convergono tutte le classi medie, in quel milieu della classe del
milieu, che, di esodo rurale in “periurbanizzazione”, si stiracchia
indefinitamente. Alla vetrificazione del territorio mondiale si addice il
cinismo dell’architettura contemporanea. Licei, ospedali e mediateche
sono variazioni sullo stesso tema: trasparenza, neutralità, uniformità.
Edifici massicci e fluidi, concepiti senza il bisogno di sapere chi li abiterà,
e che potrebbero essere qui come in qualsiasi altro luogo. Che fare delle
torri di uffici della Défense, del Part Dieu o di Euralille? Nell’espressione
“nuovo fiammante” è racchiuso il loro destino. Dopo che gli insorti
avevano bruciato l’Hôtel de Ville di Parigi nel maggio 1871, un
viaggiatore scozzese testimonia del singolare splendore del potere in
fiamme: “[…] mai avevo immaginato nulla di più bello: è superbo. La
gente della Comune è una massa di ignobili furfanti, ne convengo, ma
che artisti! Per giunta non avevano coscienza della loro opera! […] Ho
visto le rovine di Amalfi bagnate dai flutti azzurri del Mediterraneo, le
rovine dei templi di Tung-hoor nel Punjab; ho visto Roma e molte altre
cose: nulla può essere comparato a quello che ho avuto davanti agli
occhi questa sera».

In effetti restano, presi nelle maglie metropolitane, qualche frammento di
città e qualche residuo di campagna. Ma ciò che è vivo, da parte sua, è
andato a insediarsi nei luoghi di relegazione. Paradossalmente i posti
apparentemente più inabitabili sono i soli ad essere in qualche modo
abitati. Una vecchia baracca occupata avrà sempre l’aria più popolata di
quegli appartamenti di lusso, in cui non si può far altro che depositare i
mobili e perfezionare l’arredo in attesa del prossimo trasloco. In varie
megalopoli le bidonville rappresentano gli ultimi luoghi vivi, vivibili e al
tempo stesso –fatto non sorprendente– i più mortali. Sono il rovescio
dell’arredo elettronico della metropoli mondiale. Ormai i quartieri
dormitorio della banlieue a nord di Parigi, abbandonati da una piccola
borghesia partita a caccia di villette e riportati in vita dalla
disoccupazione di massa, risplendono più intensamente del Quartiere
Latino. Sia con le parole che con il fuoco.

L’incendio del novembre 2005 non è nato dall’estremo spossessamento,
come si è tanto chiosato, ma al contrario dal pieno possesso di un
territorio. Si possono bruciare delle macchine perché ci si annoia, ma per
propagare la sommossa per un mese intero e tenere in scacco la polizia

bisogna sapersi organizzare, bisogna disporre di complicità, conoscere il
terreno alla perfezione, condividere un linguaggio e un nemico comune. I
chilometri e le settimane non hanno impedito la propagazione del fuoco.
Ai primi roghi hanno risposto altri, là dove meno li si attendeva. Il
passaparola non si lascia intercettare.

La metropoli è il terreno di un incessante conflitto a bassa intensità, di
cui la presa di Bassora, Mogadiscio o Nablus sono i punti culminanti. La
città, per i militari, è stata per molto tempo un luogo da evitare, oppure
da assediare; la metropoli invece è pienamente compatibile con la
guerra. Il conflitto armato non è che un momento della sua costante
riconfigurazione. Le battaglie condotte dalle grandi potenze assomigliano
a un lavoro di polizia sempre da rifare, nei buchi neri della metropoli –
“che si tratti del Burkina Faso, del Bronx meridionale, di Kamagasaki, del
Chiapas o della Courneuve”. Gli “interventi” non mirano tanto alla
vittoria, né a riportare l’ordine e la pace, quanto piuttosto alla
prosecuzione di una impresa di securizzazione sempre già all’opera. La
guerra non è più isolabile nel tempo, ma si diffrange in una serie di
micro-operazioni, militari e poliziesche, per garantire la sicurezza.

La polizia e l’esercito si adattano in parallelo e passo-passo. Un
criminologo richiede ai CRS(equivalente della celere italiana) di
organizzarsi in piccole unità mobili e professionalizzate. L’istituzione
militare, culla dei metodi disciplinari, rimette in discussione la sua
organizzazione gerarchica. Un ufficiale della NATO applica, nel suo
battaglione di granatieri, un “metodo partecipativo che coinvolge ognuno
nell’analisi, la preparazione, l’esecuzione e la valutazione di un’azione. Il
piano è discusso e ridiscusso per giorni, nel corso dell’addestramento e
secondo le ultime informazioni ricevute […] Niente è meglio di un piano
elaborato in comune per aumentare sia l’adesione che la motivazione”.

Le forze armate non solo si adattano alla metropoli, ma la plasmano. Così
i soldati israeliani, dopo la battaglia di Nablus, si sono trasformati in
architetti d’interni. Costretti dalla guerriglia palestinese ad abbandonare
le strade, troppo pericolose, imparano ad avanzare verticalmente e
orizzontalmente all’interno delle costruzioni urbane, sfondando muri e
soffitti per potersi muovere. Un ufficiale delle forze di difesa israeliane,
laureato in filosofia, spiega: “Il nemico interpreta lo spazio in maniera
classica, tradizionale e io mi rifiuto di seguire la sua interpretazione

cadendo così nelle sue trappole. […] Voglio sorprenderlo! Questa è
l’essenza della guerra. Io devo vincere. […] Ecco: ho scelto una
metodologia che mi permette di attraversare i muri … come un verme
che avanza mangiando ciò che trova sul suo cammino”. L’urbano è più
del teatro dello scontro: ne è il mezzo. Tornano in mente i consigli di
Blanqui, questa volta ad uso del partito dell’insurrezione, il quale
raccomandava ai futuri insorti di Parigi di utilizzare le case delle strade
barricate per proteggere le loro posizioni, di sfondare i muri per farle
comunicare, di abbattere le scale al pianterreno e di bucare i soffitti per
difendersi da eventuali assalitori, di sradicare le porte per barricarne le
finestre e di fare di ogni piano una postazione di tiro.

La metropoli non è altro che un ammasso urbanizzato, la collisione finale
fra città e campagna, ma è anche un flusso di esseri e cose. Una
corrente che passa attraverso una rete di fibre ottiche, linee TAV,
satelliti, circuiti di videosorveglianza, per far sì che questo mondo non
smetta di correre verso la sua perdizione. Una corrente che vorrebbe
trascinare tutto nella sua mobilità senza speranza, che mobilita tutti.
Dove si è assaliti dalle informazioni come altrettante forze ostili. Dove
non resta che correre. Dove diventa difficile aspettare qualsiasi cosa,
fosse anche l’ennesimo convoglio della metropolitana.

La moltiplicazione dei mezzi di trasporto e comunicazione ci strappa
senza soluzione di continuità al qui e all’ora, attraverso la tentazione di
essere sempre altrove. Prendere un treno TAV, un treno suburbano, un
telefono, per essere già lì. Questa mobilità non porta con sé altro che
sradicamento, isolamento, esilio. Essa sarebbe insopportabile per
chiunque se non fosse già da sempre mobilità dello spazio privato,
dell’interiorità portatile. La bolla privata non esplode, si mette a fluttuare.
Non è la fine del cocooning, solo la sua messa in movimento. Da una
stazione, da un centro commerciale, da una banca d’affari, da un hotel
all’altro, ovunque questa estraneità è così banale, talmente nota che si
configura come l’ultima forma di familiarità. L’esuberanza della metropoli
consiste in questa mescolanza aleatoria di atmosfere definite, suscettibili
di ricombinarsi indefinitamente. I centri città si offrono non come luoghi
identici, ma, appunto, come offerte originali di atmosfere, tra le quali ci
evolviamo scegliendo l’una e lasciando da parte l’altra, in una sorta di
shopping esistenziale tra gli stili dei bar, delle persone, del design o tra le

playlist di un iPod. “Con il mio lettore mp3 sono padrone del mio mondo”.
Per sopravvivere all’uniformità circostante l’unica opzione è quella di
ricostituire incessantemente il proprio mondo interiore, come un
bambino che si fabbricasse ovunque la stessa capanna. Come Robinson
che riproduce il suo universo di droghiere sull’isola deserta, salvo che la
nostra isola deserta è la civiltà stessa, e che siamo in miliardi a sbarcarvi
senza tregua.

Proprio perché è un’architettura di flussi, la metropoli è una delle
formazioni umane più vulnerabili che siano mai esistite. Flessibile, sottile,
ma vulnerabile. Una chiusura brutale delle frontiere a causa di
un’epidemia rabbiosa, una qualche carenza negli approvvigionamenti
vitali, un blocco organizzato degli assi di comunicazione, e tutta la
facciata crolla, non riuscendo più a mascherare le scene di carneficine
che la assillano ad ogni momento. Questo mondo non andrebbe così
veloce se non fosse costantemente perseguitato dall’imminenza della
sua rovina.

La sua struttura a rete, tutta la sua infrastruttura tecnologica di nodi e
connessioni, la sua architettura decentralizzata vorrebbero mettere la
metropoli al riparo dalle sue inevitabili disfunzioni. Internet deve
resistere a un attacco nucleare. Il controllo permanente dei flussi di
informazioni, uomini e merci deve assicurare la mobilità metropolitana;
la tracciabilità deve garantire che non manchi mai un bancale in uno
stock di merci, che non si trovi mai una banconota rubata in commercio o
un terrorista su un aereo. Grazie a una sim RFID, un passaporto
biometrico, una schedatura del DNA.

Ma la metropoli produce anche i mezzi della propria distruzione. Un
esperto di sicurezza americano ha spiegato la sconfitta in Iraq con il fatto
che la guerriglia è riuscita a sfruttare a proprio vantaggio i nuovi modi di
comunicazione. Più che la democrazia, con le loro invasioni gli Stati Uniti
hanno esportato le reti cibernetiche. Hanno portato con sé una delle armi
della loro disfatta. La moltiplicazione dei telefoni cellulari e dei punti
d’accesso a Internet ha fornito alla guerriglia mezzi inediti per
organizzarsi e rendersi meno attaccabile.

A ogni rete i suoi punti deboli, i nodi che bisogna disfare perché la
circolazione si arresti, perché la rete imploda. L’ultimo grande blackout
europeo l’ha mostrato chiaramente: è bastato un incidente su una linea
dell’alta tensione per far piombare nel buio buona parte del continente. Il
primo gesto perché qualcosa possa sorgere nel bel mezzo della

metropoli, perché si aprano degli altri possibili, consiste nell’arrestare il
suo perpetuum mobile. Lo hanno capito i ribelli thailandesi che fanno
saltare le reti dell’elettricità. Lo hanno capito gli anti-CPE che hanno
bloccato le università per poi tentare di bloccare l’economia. Lo hanno
capito anche i dockers americani in sciopero nell’ottobre 2002 per la
difesa di trecento posti di lavoro, i quali hanno bloccato per dieci giorni i
principali porti della costa occidentale. L’economia americana è a tal
punto dipendente dai prodotti asiatici just in time che il blocco produsse
perdite per un miliardo di euro al giorno. In diecimila si può far vacillare
la più grande potenza economica mondiale. Secondo alcuni “esperti”, se
il movimento fosse durato un altro mese, avremmo assistito a un “ritorno
della recessione negli Stati Uniti e a un incubo economico per il Sud-Est
asiatico”.

Quinto cerchio

“MENO BENI, PIÙ LEGAMI!”

Trent’anni di disoccupazione di massa, di “crisi”, di crescita ibernata,e si
vorrebbe ancora farci credere nell’economia. Trent’anni punteggiati, è
vero, da qualche intermezzo di illusioni: l’intermezzo 1981-83, con
l’illusione che un governo di sinistra avrebbe potuto fare il bene del
popolo; l’intermezzo degli anni dei soldi facili (1986-89), in cui saremmo
diventati tutti ricchi, uomini d’affari e piccoli speculatori; l’intermezzo
Internet (1998-2001), in cui avremmo trovato tutti un lavoro virtuale a
forza di restare connessi, mentre la Francia, multicolore ma una,
multiculturale e colta, avrebbe vinto tutte le coppe del mondo. Ma ecco
che, per quanto ci riguarda, le riserve di illusioni sono ormai esaurite, si è
toccato il fondo, si è a secco, se non allo scoperto.

A forza, si è compreso questo: l’economia non è in crisi, l’economia è la

crisi; il lavoro non manca, il fatto è che ce n’è troppo; tutto sommato,
non è la crisi, ma la crescita che ci deprime. Bisogna confessarlo: la
litania sulle quotazioni in Borsa ci tocca più o meno quanto una messa in
latino. Per nostra fortuna, non siamo gli unici a essere giunti a questa
conclusione. Non stiamo parlando qui di tutti quelli che vivono di truffe,
dei traffici più diversi o che vivono da dieci anni di sussidi statali. Di tutti
quelli che non riescono più a identificarsi con il loro lavoro e risparmiano
energie per i loro svaghi. Di tutti quelli messi in disparte, gli imboscati,
tutti quelli che fanno il minimo e sono un massimo. Di tutti quelli che
vengono colpiti da questo strano distacco di massa, ulteriormente
accentuato dall’esempio dei pensionati e dal supersfruttamento cinico di
una manodopera flessibilizzata. Non parliamo di loro, i quali comunque
dovrebbero arrivare in un modo o nell’altro, a una conclusionesimile.

Ciò di cui parliamo sono tutti quei paesi e quegli interi continenti che
hanno perduto la fede economica dopo aver visto passare, tra perdite e
fallimenti, il Boeing dell’FMI, per aver assaggiato un po’ di Banca
Mondiale. Non c’è traccia, da quelle parti, di quella crisi delle vocazioni
che l’economia subisce mollemente in Occidente. In posti come la
Guinea, la Russia, l’Argentina o la Bolivia si registra piuttosto il discredito
violento e duraturo di questa religione e del suo clero. “Che cos’è un
migliaio di economisti dell’FMI sul fondo del mare? – Un buon inizio”, si
scherza alla Banca Mondiale. Una barzelletta russa: “Due economisti si
incontrano. Uno fa all’altro: “Ma tu capisci quel che sta succedendo?”. E
l’altro: “Aspetta, adesso te lo spiego”. “No, no – risponde il primo –
spiegare non è difficile, anch’io sono un economista. No, quel che ti
chiedo è: che cosa ci capisci tu?”. Il clero stesso a frotte finge di entrare
in dissidenza e di criticare il dogma. L’ultima corrente un po’ viva della
sedicente “scienza economica” – corrente che si definisce senza
umorismo “economia non autistica” – si dedica essenzialmente a
dimostrare le usurpazioni, i giochi di prestigio, gli indici manipolati di una
scienza il cui solo ruolo tangibile è di agitare l’ostensorio intorno alle
elucubrazioni dei dominatori, di condire con qualche cerimonia i loro
appelli alla sottomissione e infine, come hanno sempre fatto le religioni,
di fornire delle spiegazioni. Perché il malessere generale smette di essere
sopportabile non appena appare per quello che è: senza causa né
ragione.

Il denaro non è più rispettato da nessuna parte, né da quelli che ne
hanno, né da quelli che ne sono privi. Il venti per cento dei giovani
tedeschi, alla domanda “cosa vuoi diventare?”, rispondono “un artista”. Il
lavoro non viene più sopportato come fosse un dato pregresso della
condizione umana. La contabilità aziendale confessa di non sapere più da
dove nasca il valore. La cattiva reputazione del mercato gli avrebbe
assestato il colpo di grazia da almeno dieci anni, se non fosse per la
veemenza e i potenti mezzi dei suoi apologeti. Ovunque il progresso è
diventato, nel senso comune, sinonimo di disastro. Tutto sfugge nel
mondo dell’economia, come tutto sfuggiva nell’URSS all’epoca di
Andropov. Chi ha una conoscenza anche vaga degli ultimi anni
dell’URSS, non avrà difficoltà a percepire in tutti gli appelli al
volontarismo dei nostri dirigenti, in tutti gli slanci verso un avvenire di cui
si è perduta ogni traccia, in tutte le professioni di fede nella “riforma” di
tutto e di nulla, i primi scricchiolii nella struttura del Muro. Il crollo del
blocco socialista non ha consacrato il trionfo del capitalismo, ma ha solo
attestato il fallimento di una delle sue forme. D’altronde, la messa a
morte dell’URSS non è stata il risultato di una rivolta popolare, ma della
riconversione di una nomenclatura. Proclamando la fine del socialismo,
una frazione della classe dirigente dapprima si è affrancata da ogni
dovere anacronistico che la legava al popolo. Ha preso così il controllo
privato di quello che già controllava, ma in nome di tutti. “Siccome fanno
finta di pagarci, facciamo finta di lavorare”, si diceva nelle fabbriche.
“Poco importa, smettiamola di fare finta!”, ha risposto l’oligarchia. Agli
uni, le materie prime, le infrastrutture industriali, il complesso militarindustriale,
le banche,le discoteche agli altri la miseria o l’emigrazione.
Come non vi si credeva più in Unione Sovietica sotto Andropov, così oggi
non vi si crede in Francia nelle sale riunioni, negli ateliers, negli uffici.
“Che importa!”, rispondono padroni e governanti, che non si
preoccupano più neanche di addolcire “le dure leggi dell’economia”,
trasferendo nottetempo una fabbrica, per poi all’alba annunciare al
personale la chiusura, e non esitano più a inviare la GIGN per porre fine a
uno sciopero – come è successo nel caso della SNCM o in quello
dell’occupazione, nel 2006, di un centro di smistamento rifiuti a Rennes .
L’attività mortifera del potere attuale consiste da un lato nel gestire
questa rovina, dall’altro nel porre le basi di una “nuova economia”.

Tuttavia, all’economia eravamo stati più che abituati. È da generazioni

che ci si disciplina, ci si pacifica, che si è fatto di noi dei soggetti,
naturalmente produttivi, contenti di consumare. Ma ecco che
improvvisamente si rivela tutto ciò che ci eravamo sforzati di
dimenticare: che l’economia è una politica. E che oggi questa politica è
una politica di selezione in seno ad un’umanità diventata, nella sua
massa, superflua. Da Colbert a De Gaulle passando per Napoleone III, lo
Stato ha sempre concepito l’economia come politica, non meno della
borghesia, che ne trae profitto, e dei proletari, che devono affrontarla.
Solo quel curioso strato intermedio della popolazione, quello strano
aggregato senza forza di quelli che non prendono partito, la piccola
borghesia, ha sempre fatto finta di credere all’economia come a una
realtà – perché in questo modo la sua neutralità poteva essere
preservata. Piccoli commercianti, piccoli padroni, piccoli funzionari,
quadri, professori, giornalisti, intermediari di ogni specie costituiscono in
Francia questa non-classe, questa gelatina sociale composta dalla massa
di coloro che vorrebbero semplicemente passare la loro piccola vita
privata lontani dalla Storia e dai suoi tumulti. Questa palude è per
predisposizione il campione della falsa coscienza, pronta a tutto pur di
tenere, nel suo dormiveglia, gli occhi chiusi sulla guerra che imperversa
tutto intorno. Ogni schiarita del fronte, in Francia, è così marcato
dall’invenzione di una nuova fisima. Durante gli ultimi dieci anni, c’è
stato ATTAC con la sua improbabile Tobin Tax – la cui instaurazione
avrebbe richiesto niente meno di un governo mondiale –, con la sua
apologia dell’“economia reale” contro i mercati finanziari e la sua
toccante nostalgia dello Stato. La commedia durò poco, risolvendosi in
farsa. Ma una fisima rimpiazza l’altra, ed ecco la decrescita. Se ATTAC
con i suoi corsi di educazione popolare ha cercato di salvare l’economia
come scienza, la decrescita pretende di salvarla come morale. Una sola
alternativa all’avanzata dell’apocalisse: decrescere. Consumare e
produrre meno. Diventare gioiosamente frugali. Mangiare biologico,
andare in bicicletta, smettere di fumare e vigilare severamente sui
prodotti da acquistare. Accontentarsi dello stretto necessario. Sobrietà
volontaria. “Riscoprire la vera ricchezza nello schiudersi di relazioni
sociali conviviali in un mondo sano”. “Non attingere dal nostro capitale
naturale”. Andare verso un’“economia sana”. “Evitare la
regolamentazione attraverso il caos”. “Non provare crisi sociali
rimettendo in discussione la democrazia e l’umanesimo”. In breve:
divenire economi. Tornare all’economia di papà, all’età dell’oro della
piccola borghesia: gli anni Cinquanta. “Quando l’individuo diventa un
buon economo, la sua proprietà soddisfa perfettamente la sua funzione,
che è quella di permettergli di godere della propria vita al riparo

dell’esistenza pubblica o nel recinto privato della sua vita”.

Un grafico con un pullover fatto a maglia beve un cocktail alla frutta tra
amici, sulla terrazza di un caffè etnico. Si disserta, cordiali, si scherza
senza esagerare, non si fa né troppo rumore né troppo silenzio, ci si
guarda sorridendo, un po’ beati: si è talmente civili! Più tardi, gli uni
andranno a zappettare un orto di quartiere, mentre gli altri si
dedicheranno alla ceramica, allo zen o a confezionare un film
d’animazione. Si è in comunione col preciso sentimento di formare una
nuova umanità, la più saggia, la più raffinata, l’ultima. E si ha ragione.
Apple e la decrescita curiosamente si intendono sulla civiltà del futuro.
L’idea di un ritorno all’economia di un tempo degli uni è la nebbia che
cela adeguatamente l’idea del grande balzo tecnologico in avanti degli
altri. Nella Storia, infatti, i ritorni non esistono. L’esortazione a tornare al
passato esprime solo una delle forme di coscienza del proprio tempo,
raramente la meno moderna. Non a caso la decrescita è la bandiera dei
pubblicitari dissidenti della rivista Casseurs de pub [Distruttori di
pubblicità]. Del resto, gli inventori della crescita zero – il Club di Roma
nel 1970 – erano un gruppo di industriali e di funzionari che si basavano
su un rapporto di cibernetici del MIT.

Tale convergenza non è affatto casuale: essa si inserisce nella marcia
forzata per trovare un cambio all’economia. Il capitalismo ha disintegrato
a suo profitto tutto quel che sussisteva in fatto di legami sociali; ora si
lancia nella ricostruzione di nuovi legami sulle sue proprie basi. L’attuale
socialità metropolitana ne è l’incubatrice. Analogamente, dopo aver
devastato i mondi naturali, si lancia nella folle idea di ricostituirli sotto
forma di ambienti controllati, dotati di adeguati sensori. A questa nuova
umanità corrisponde una nuova economia, che pretende di essere non
più una sfera separata dell’esistenza, ma il suo tessuto, che vorrebbe
essere la materia stessa dei rapporti umani; una nuova definizione del
lavoro come lavoro su di sé e del Capitale come capitale umano; una
nuova idea della produzione come produzione di beni relazionali e del
consumo come consumo di situazioni; e soprattutto una nuova idea del
valore, che verrebbe ad includere tutte le qualità degli esseri. Questa
“bioeconomia” in gestazione concepisce il pianeta come un sistema
chiuso da gestire, e pretende di porre le basi di una scienza capace di
integrare tutti i parametri della vita. Una scienza siffatta potrebbe un

giorno farci rimpiangere i bei tempi degli indici ingannevoli sulla crescita
del PIL con cui si pretendeva di misurare il benessere del popolo, ma
almeno nessuno vi credeva.

“Rivalorizzare gli aspetti non economici della vita” è una parola d’ordine
della decrescita e al contempo il programma di riforma del Capitale. Eco-
villaggi, video-sorveglianza, spiritualità, biotecnologie e convivialità
rientrano nel medesimo “paradigma civilizzante” in formazione: quello
dell’economia totale generata a partire dalla base. La sua matrice
intellettuale non è altro che la cibernetica, la scienza dei sistemi, ovvero
del loro controllo. Allo scopo di imporre definitivamente l’economia, la
sua etica del lavoro e dell’avidità, nel corso del XVII secolo fu necessario
internare ed eliminare la fauna degli oziosi, dei mendicanti, delle streghe,
dei folli, dei gaudenti e di altri poveri sbandati, tutta quell’umanità che
per il mero fatto di esistere sconfessava l’ordine dell’interesse e della
continenza. La nuova economia non potrà imporsi se non al prezzo di
un’analoga selezione dei soggetti e delle zone atti alla mutazione. Il caos
tanto annunciato sarà l’occasione per attuare tale cernita, oppure la
nostra vittoria su questo odioso progetto.

Sesto cerchio

“L’AMBIENTE È UNA SFIDA INDUSTRIALE”

L’ecologia è la scoperta dell’anno. Per trent’anni la si era lasciata ai Verdi: se ne rideva
grassamente la domenica per assumere un’aria preoccupata il lunedì. Ma ecco che ci
agguanta. Che invade le onde radio come un tormentone estivo, perché ci sono venti
gradi in dicembre.

Un quarto delle specie di pesci è scomparso dagli oceani. Il resto non ne ha per molto.

Allarme per l’influenza aviaria: si promette di abbattere in volo gli uccelli migratori, a
centinaia di migliaia.

Il tasso di mercurio nel latte materno è dieci volte superiore a quello autorizzato nel
latte delle vacche. E poi le labbra mi si gonfiano quando mordo una mela – eppure l’ho
presa al mercato. I gesti più semplici sono diventati tossici. Capita di morire a
trentacinque anni “dopo una lunga malattia” che si è gestita come si è gestito tutto il
resto. Sarebbe stato meglio trarre le conclusioni prima che la malattia ci porti diritti
nel padiglione B del centro per le cure palliative.

Ammettiamolo: la famosa “catastrofe”, con cui ci intrattengono rumorosamente, non
ci tocca. O almeno, non prima che ci colpisca con una delle sue prevedibili
conseguenze. Ci riguarda forse, ma non ci tocca. Questa è la vera catastrofe.

Non esiste una “catastrofe ambientale”. Esiste quella catastrofe che è l’ambiente
naturale [environnement]. L’ambiente naturale è quel che resta all’uomo dopo aver
perduto tutto il resto. Coloro che abitano un quartiere, una strada, una valle, una
guerra, un laboratorio, non hanno un’“ambiente”, bensì si evolvono in un mondo
popolato di presenze, pericoli, amici, nemici, punti di vita e punti di morte, di ogni
sorta di esseri. Questo mondo ha la sua consistenza, che varia con l’intensità e la
qualità dei legami che ci uniscono a tutti questi esseri e a tutti questi luoghi. Solo di
noi, figli dello spossessamento definitivo, esiliati dell’ultima ora – che veniamo al
mondo in cubi di cemento, cogliamo la frutta al supermercato e carpiamo l’eco del
mondo dalla televisione –, solo di noi si può dire che abbiamo un ambiente naturale.
Solo noi potevamo assistere al nostro annientamento come se si trattasse di un banale
mutamento atmosferico. Solo noi potevamo indignarci delle ultime offensive del
disastro per poi metterci a compilarne scrupolosamente l’enciclopedia.

33

Quel che si è cristallizzato in “ambiente naturale” è un rapporto al mondo fondato
sulla gestione, cioè sull’estraneità. Un rapporto al mondo in base al quale non siamo
fatti anche del fruscio degli alberi, dell’odore di frittura in cortile, dello scorrere
dell’acqua, del vocio a scuola o dell’umidità di una serata estiva; un rapporto al mondo
in cui ci siamo solo io e il mio ambiente, che mi circonda senza mai costituirmi. Siamo
diventati come dei vicini in una riunione di condominio planetaria. Non è immaginabile
inferno più completo.

Nessun contesto materiale ha mai meritato il nome di “ambiente”, fatta eccezione
forse per la metropoli. Annunci vocali computerizzati, tram dal sibilo avveniristico, luci
azzurrognole di lampioni a forma di fiammiferi giganti, passanti truccati da mannequin
mancati, rotazione silenziosa di una videocamera, tintinnio freddo degli ingressi in
metropolitana, delle casse al supermercato, dei cartellini da timbrare in ufficio, arredo
elettronico di cybercafé, un’orgia di schermi al plasma, di linee rapide e di latex. Mai
paesaggio poté fare tanto a meno delle anime che lo attraversano. Mai ambiente fu
più automatico. Mai contesto fu più indifferente e richiese, in cambio della
sopravvivenza, maggiore indifferenza. In fin dei conti, l’ambiente non è che questo: il
rapporto al mondo proprio della metropoli che si proietta su tutto ciò che le sfugge.

La situazione è la seguente: si sono impiegati i nostri padri a distruggere questo
mondo, adesso vorrebbero far lavorare noi alla sua ricostruzione, e per giunta in modo
che questa sia redditizia. L’eccitazione morbosa che assale puntualmente giornalisti e
pubblicitari a ogni nuova prova del surriscaldamento climatico cela il ghigno d’acciaio
del nuovo capitalismo verde, quello che si annunciava già negli anni Settanta, che si
attendeva dietro l’angolo ma non arrivava mai. Eccolo finalmente! L’ecologia è proprio
lui! Le soluzioni alternative sono ancora lui! La salvezza del pianeta è sempre lui! Non
ci sono più dubbi: l’aria che tira è verde; l’ambiente sarà il perno dell’economia
politica del XXI secolo. A ogni spinta di catastrofismo corrisponde ormai una raffica di
“soluzioni industriali”.

L’inventore della bomba H, Edward Teller, suggerisce di nebulizzare milioni di
tonnellate di polvere metallica nella stratosfera per fermare il surriscaldamento. La
Nasa, frustrata per aver dovuto riporre la grande trovata dello scudo spaziale nel
museo delle fantasmagorie della guerra fredda, annuncia la costruzione di un
gigantesco specchio al di là dell’orbita lunare per proteggerci dalle ormai funeste
radiazioni solari. Altra visione del futuro: un’umanità motorizzata che viaggia con il
bioetanolo da San Paolo a Stoccolma; un sogno da cerealicoltore della Beauce, che
dopo tutto implicherebbe solo la riconversione di tutte le terre arabili del pianeta in
campi di soia e barbabietole da zucchero. Automobili ecologiche, energie pulite e
consulting ambientale coesistono senza problemi con l’ultima pubblicità Chanel tra le
pagine algide dei settimanali d’opinione.

Il fatto è che l’ambiente ha il merito incomparabile di essere – ci si dice – il primo

problema globale che si sia posto all’umanità. Un problema globale, cioè un problema
del quale solo coloro che sono organizzati a livello globale possono avere la soluzione.
Quelli, li conosciamo bene. Sono i gruppi che da un secolo sono all’avanguardia del
disastro e contano di rimanervi, al prezzo irrisorio di un cambio di logo. Che EDF
(electricitè de France)abbia l’impudenza di tornare a propinarci il suo programma
nucleare come nuova soluzione alla crisi energetica mondiale è prova eloquente di
quanto le nuove soluzioni assomiglino ai vecchi problemi.

Dai ministeri alle sale interne dei caffè alternativi, ormai le preoccupazioni si
esprimono con le stesse parole, per altro quelle di sempre. Si tratta di mobilitarsi. Non
per la ricostruzione, come nel dopoguerra, non per gli etiopi, come negli anni Ottanta,
non per il lavoro, come negli anni Novanta. No, questa volta è per l’ambiente. Il quale
non manca di ringraziarvi. Al Gore, l’ecologia alla Nicolas Hulot e la decrescita si
schierano ai lati delle eterne grandi anime della Repubblica per recitare la loro parte
nella rianimazione del piccolo popolo di sinistra e del ben noto idealismo della
gioventù. Brandendo l’austerità volontaria come una bandiera, costoro lavorano
benevolmente a renderci conformi allo “stato d’emergenza ecologico che viene”. La
massa rotonda e appiccicosa della loro colpevolezza si abbatte sulle nostre spalle
stanche e vorrebbe spingerci a coltivare il nostro orticello,a riciclare i nostri rifiuti, a
compostare bio i resti del macabro festino nel quale e per il quale siamo stati
coccolati.

Gestire l’uscita dal nucleare, le eccedenze di CO2 nell’atmosfera, lo scioglimento dei
ghiacciai, gli uragani, le epidemie, la sovrappopolazione mondiale, l’erosione dei suoli,
la scomparsa massiccia delle specie viventi… ecco quale dovrebbe essere il nostro
fardello.”Ognuno deve cambiare il suo comportamento”,dicono loro,se vogliamo
cambiare il nostro modello di civilizzazione.Bisogna consumare poco per poter ancora
consumare. Produrre bio per poter ancora produrre. Bisogna autocostringersi per
poter ancora costringere. Ecco come la logica di un mondo vorrebbe sopravvivere a se
stessa dandosi arie da rottura storica. Ecco come si vorrebbe convincerci a partecipare
alle grandi sfide industriali del secolo in marcia. Inebetiti come siamo, saremmo capaci
di saltare nelle braccia di quegli stessi figuri che hanno presieduto alla devastazione,
purché riescano a tirarcene fuori.

L’ecologia non è solamente la logica dell’economia totale, ma anche la nuova morale
del Capitale. Lo stato di crisi interna del sistema e il rigore della selezione in corso
sono tali che vi è necessità di un nuovo criterio in nome del quale operare una simile
cernita. L’idea di virtù non è mai stata, in ogni epoca, che un’invenzione del vizio.
Senza l’ecologia, non si potrebbe giustificare l’esistenza fin da oggi di due filiere di
alimentazione: una “sana e biologica” per i ricchi e i loro piccoli, l’altra notoriamente
tossica per la plebe e i suoi rampolli destinati all’obesità. L’iper-borghesia planetaria
non potrebbe far passare per rispettabile il suo tenore di vita se i suoi ultimi capricci
non fossero scrupolosamente “rispettosi dell’ambiente”. Senza l’ecologia, nulla
conserverebbe ancora abbastanza autorità per far tacere ogni obiezione ai mirabolanti
progressi del controllo.

Tracciabilità, trasparenza, certificazione, eco-tasse, eccellenza ambientale, polizia
delle acque fanno presagire lo stato d’eccezione ecologica che si annuncia. Tutto è
permesso a un potere che trae la propria legittimazione dalla Natura, dalla salute e dal
benessere.

“Una volta che le abitudini si saranno conformate alla nuova cultura economica e
comportamentale, le misure coercitive con ogni probabilità cadranno da sé”. Ci vuole
tutto il ridicolo aplomb di un avventuriero da dibattito televisivo per sostenere una
prospettiva così agghiacciante: costui ci chiama ad aver sufficiente “mal di pianeta”
per mobilitarci e contemporaneamente a restare abbastanza anestetizzati per
assistere a tutto ciò con un contegno civile. Il nuovo ascetismo bio è il controllo di sé
richiesto a tutti per negoziare l’operazione di salvataggio a cui si è costretto il sistemastesso. È in nome dell’ecologia che bisognerà d’ora in poi tirare la cinghia, come si
faceva fino a ieri in nome dell’economia. La strada potrà ben trasformarsi in pista
ciclabile, potremmo anche, almeno alle nostre latitudini, essere gratificati un giorno
con il reddito garantito, ma solo al prezzo di un’esistenza integralmente terapeutica.
Mente chi pretende che l’autocontrollo generalizzato ci risparmierà una dittatura in
nome dell’ambiente: l’uno preparerà il letto all’altra, e ci toccherà subirle entrambe.

Finché ci saranno l’Uomo e l’Ambiente, tra i due ci sarà la polizia.

Tutto è da rovesciare nei discorsi ecologisti. Laddove parlano di “catastrofe” per
indicare i dérapage dell’attuale regime di gestione degli esseri e delle cose, noi non
vediamo altro che la catastrofe del suo perfetto funzionamento. La più grande ondata
di carestia mai avvenuta nella zona tropicale (1876-1879) coincise con un periodo di
siccità a livello mondiale, ma soprattutto con l’apogeo della colonizzazione. La
distruzione dei mondi contadini e delle loro pratiche alimentari aveva fatto scomparire
i mezzi per far fronte alla penuria. Più che la mancanza d’acqua, sono gli effetti
dell’economia coloniale in piena espansione che hanno coperto di milioni di cadaveri
scarnificati tutta la fascia tropicale. Ciò che viene presentato ovunque come catastrofe
ecologica è sempre stato, in primo luogo, la manifestazione di un rapporto al mondo
disastroso. Non abitare nulla ci rende vulnerabili al minimo scossone del sistema, al
minimo imprevisto climatico. All’approssimarsi dell’ultimo tsunami, mentre i turisti
continuavano a folleggiare nei flutti, i cacciatori-raccoglitori delle isole si affrettavano
a fuggire dalle coste al seguito degli uccelli. L’attuale paradosso dell’ecologia è che,
con il pretesto di salvare la Terra, essa salva solo il fondamento di ciò che ne ha fatto
un astro desolato.

La regolarità del funzionamento mondiale ricopre nella normalità il nostro stato di
spossessamento propriamente catastrofico. Ciò che si chiama “catastrofe” non è che
la sospensione forzata di questo stato: uno di quei rari momenti in cui riconquistiamo
una qualche presenza al mondo. Ebbene, che si esauriscano prima del previsto le
riserve petrolifere! Che si interrompano i flussi internazionali da cui è alimentato il
ritmo della metropoli! Che si vada incontro a grandi turbolenze sociali, che si realizzino
l’“imbarbarimento delle popolazioni”, la “minaccia planetaria” e la “fine della civiltà”!
Qualsivoglia perdita di controllo è di gran lunga preferibile ad ogni possibile scenario di

gestione della crisi. Di conseguenza i migliori consigli non si troveranno certo pressogli specialisti dello sviluppo sostenibile. È nelle disfunzioni, nei cortocircuiti del sistema
che si palesano gli elementi per una risposta logica a quel che potrebbe cessare di
essere un problema. Tra i firmatari del protocollo di Kyoto, gli unici paesi che ad oggi
adempiano agli impegni presi, sono, ovviamente loro malgrado, Ucraina e Romania.
Provate a indovinare perché. Le sperimentazioni più avanzate su scala mondiale
nell’ambito dell’agricoltura “biologica” hanno preso piede dal 1989 a Cuba. Provate a
indovinare perché. È lungo le piste africane, e non altrove, che la meccanica
automobilistica si è elevata al rango di arte popolare. Provate a indovinare come.

Ciò che rende desiderabile la crisi è il fatto che in essa l’ambiente cessa di essere
l’ambiente. Ci ritroviamo costretti a riannodare un contatto, fosse pure fatale, con quel
che c’è e a ritrovare i ritmi della realtà. Quel che ci circonda non è più paesaggio,
panorama, teatro, ma qualcosa da abitare, con cui dobbiamo trovare modi di
composizione, e da cui possiamo imparare. Non ci lasceremo rubare i possibili
contenuti della “catastrofe” da chi l’ha provocata. Mentre i gestori si interrogano
platonicamente su come cambiare radicalmente “senza sfasciare tutto”, noi non
vediamo altra opzione realista se non quella di “sfasciare tutto” al più presto e di
approfittare fin da ora di ogni cedimento del sistema per guadagnare della forza.

New Orleans, pochi giorni dopo il passaggio del ciclone Katrina. In un’atmosfera
apocalittica, qua e là una vita tenta di riorganizzarsi. Davanti all’inerzia dei poteri
pubblici, occupati più a ripulire i quartieri turistici del “Quadrato francese” e a
proteggerne i negozi che ad aiutare gli abitanti poveri della città, rinascono pratiche
che erano state dimenticate. Malgrado gli energici tentativi di evacuare la zona,
malgrado le partite di “caccia al negro” aperte per l’occasione da milizie di
suprematisti bianchi, in molti non hanno voluto abbandonare il campo. Per costoro,
che hanno rifiutato di essere deportati come “profughi ambientali” nei quattro angoli
del paese, e per quelli che hanno deciso di raggiungerli da vari altri luoghi in
solidarietà all’appello lanciato da un ex Black Panther, riemerge l’evidenza
dell’autorganizzazione. Nel giro di qualche settimana viene messa in piedi la Common
Ground Clinic. Questo vero e proprio ospedale da campo dispensa fin dai primi giorni
cure gratuite e sempre più efficienti grazie al costante afflusso di volontari. Da allora
la clinica è alla base di una resistenza quotidiana contro la volontà di radere tutto al
suolo portata avanti dai bulldozer governativi allo scopo di trasformare tutta questa
parte della città in pascolo per speculatori edilizi. Cucine popolari,
approvvigionamento, medicina di strada, espropri selvaggi, costruzione di alloggi
d’emergenza: tutto un sapere pratico accumulato dagli uni e dagli altri nel corso della
vita ha trovato lì lo spazio per dispiegarsi. Lontano da sirene e uniformi.

Chi ha conosciuto la gioia senza orpelli di questi quartieri di New Orleans prima della
catastrofe, la diffidenza nei confronti dello Stato che già vi regnava e la pratica di
massa dell’arrangiarsi che vi aveva corso, non si stupirà che tutto ciò sia stato
possibile. Chi invece si trova invischiato nel quotidiano anemico e atomizzato dei
nostri deserti residenziali potrebbe dubitare di una tale determinazione. Tuttavia
riappropriarsi di questi gesti sepolti sotto anni di vita normalizzata è la sola via

praticabile per non sprofondare con questo mondo. Che possa finalmente cominciare
un’epoca di cui ci si appassioni!

Settimo cerchio

“QUI SI COSTRUISCE UNO SPAZIO DI CIVILTA’ ”

La prima macelleria mondiale,quella che,dal 1914 al 1918,ha permesso
di sbarazzarsi in un sol colpo di una larga parte del proletariato contadino
ed urbano,è stata condotta in nome della libertà,della democrazia e della
civilizzazione. Sembra che sia in nome degli stessi valori che si conduce

da cinque anni,con assassinii mirati e operazioni speciali,la famosa”
guerra al terrorismo”. Il parallelismo si interrompe qui,alle apparenze. La
civilizzazione non è più quell’evidenza che si impone agli indigeni senza
possibilità d’appello. La libertà non è più quella parola che si scrive sui
muri,seguita come l’ombra dalla parola sicurezza. E la democrazia è
generalmente nota come solubile nelle più pure legislazioni
d’eccezione,per esempio nel ristabilimento ufficiale della tortura negli
Stati Uniti o nella legge Perben 2 in Francia.

In un secolo,la libertà,la democrazia e la civilizzazione sono state
riportate allo stato di ipotesi. Tutto il lavoro della classe dirigente
consisterà d’ora in poi nel creare le condizioni materiali e
morali,simboliche e sociali nelle quali queste ipotesi saranno poco a poco
rese valide,nel configurare spazi dove esse avranno l’aria di funzionare.
Ogni mezzo giustifica il fine,compreso il meno democratico,il meno
civilizzato e quello più securitario. In un secolo la democrazia è stata
regolarmente presente alla creazione dei regimi fascisti,la civilizzazione
non ha smesso di rimare ,in sottofondo arie di Wagner o Iron Maiden,con
sterminio,e la libertà un giorno del 1929 ha assunto la doppia faccia di un
banchiere che si butta dalla finestra e di una famiglia di operai che
muore di fame. Da allora ,diciamo dal 1945,è stato convenuto che la
manipolazione delle masse,i servizi segreti,la restrizione delle libertà
pubbliche e tutto il potere di cui dispongono i diversi organi di polizia
appartengono ai mezzi per assicurare la democrazia,la libertà e la
civilizzazione. All’ultimo stadio di questa evoluzione abbiamo il primo
sindaco socialista di Parigi che interviene una volta per tutte sulla
pacificazione urbana,sulla riconfigurazione poliziesca di un quartiere
popolare ,e si esprime con parole attentamente calibrate:”qui si
costruisce uno spazio di civiltà”.Qui non c’è nulla da discutere,qui è tutto
da distruggere.

Con le sue arie di generalità,la questione della civilizzazione non ha nulla
di filosofico. La civilizzazione non è un’astrazione che si erge al di sopra
della vita: è piuttosto quello che regge,investe,colonizza l’esistenza più
quotidiana e più personale.Essa è ciò che collega la dimensione più
intima e quella più generale. In Francia la civilizzazione è inseparabile
dallo Stato. Più uno Stato è forte e di antica formazione,meno è una
sovrastruttura,l’esoscheletro di una società,e più è di fatto la forma delle
soggettività che lo popolano. Lo stato francese è fatto della stessa stoffa
delle soggettività francesi,l’aspetto in cui si è incarnata la secolare
castrazione dei suoi soggetti. Non bisogna stupirsi dunque che la gente

negli ospedali psichiatrici vaneggi partendo da figure di uomini
politici,che si veda nei nostri dirigenti l’origine di tutti i nostri mali,che si
goda tanto a inveire contro di loro,e che questo modo d’inveire sia
l’acclamazione attraverso cui li incoroniamo nostri padroni. Poichè qui
non ci preoccupiamo della politica come se fosse una realtà esterna, ma
come se fosse una parte del nostro proprio essere. La vita con cui
investiamo del potere questi figuri è la stessa che ci è stata rapita.

Se c’è un’eccezione francese deriva proprio da questo. Fino allo
splendore mondiale della letteratura francese non c’è stato nulla che non
fosse frutto di questa amputazione. La letteratura in Francia è quello
spazio che si è accordato al divertimento dei castrati. Essa è la libertà di
forma che si è concessa a coloro che non se ne fanno nulla della loro
libertà reale.

E da questo derivano le occhiate oscene che,in questo paese,gli uomini
di stato e gli intellettuali non cessano di scambiarsi reciprocamente,gli
uni prendendo a prestito volentieri il costume dell’altro. Da questo
deriva anche l’usanza degli intellettuali di parlare così tronfi nonostante
siano cosi in basso,e di fallire sempre nel momento decisivo,quell’unico
momento che avrebbe potuto dar senso alla loro esistenza ma che al
contempo avrebbe messo fine alla loro professione. E’ una tesi difesa e
difendibile che la letteratura francese moderna nasca con Baudelaire,
Heine e Flaubert in reazione ai massacri statali del giugno 1848.Le forme
letterarie moderne –spleen,ambivalenza,feticismo formale e morboso
distacco-nascerebbero quindi dal sangue degli insorti parigini e dal
silenzio che circonda la strage. L’affetto nevrotico che i Francesi provano
per la loro repubblica,quella repubblica nel cui nome tutte le sbavature
ritrovano la loro dignità e chissà quale bravata prende un’apparenza di
nobiltà,ripropone in ogni istante il rigurgito dei sacrifici dei fondatori.
Le giornate del giugno 1848-1500morti durante i combattimenti,ma
diverse migliaia di esecuzioni sommarie tra i prigionieri,l’Assemblea
Nazionale che accoglie la resa dell’ultima barricata al grido di” viva la
repubblica!”-la semaine sanglante lascia nei che nessun chirurgo potrà
mai cancellare.

Kojev scriveva nel 1945:”L’ideale politico ufficiale della Francia e dei
Francesi è ancora oggi lo stato-nazione,la repubblica una e indivisibile.
d’altra parte,nel profondo della sua anima il paese si rende conto
dell’insufficienza di questo ideale,dell’anacronismo politico dell’ideale

prettamente nazionale. per alcuni questo sentimento non ha ancora
raggiunto un livello d’idea chiara e precisa:il paese non può ancora,e non
vuole ,formularla apertamente. d’altronde a causa del suo stesso
splendore nel periodo nazionale,è particolarmente difficile per la francia
riconoscere chiaramente e accettare una volta per tutte la fine del
periodo nazionale della storia e di trarne le dovute conseguenze. è
difficile per un paese che ha creato interi frammenti dell’armatura
ideologica del nazionalismo e che l’ ha esportato nel mondo
intero,riconoscere che ormai non ha che un posto negli archivi storici”.la
questione dello stato nazione e della sua morte forma l’essenza di quello
che si deve chiamare,da più di mezzo secolo,il malessere francese.
Diamo il nome cortese di “alternanza” a questa dilazione moribonda,a
questa maniera di passare da sinistra a destra,poi da destra a sinistra
come la fase maniaca segue la fase depressiva e ne prepara un’altra
,come coabitano in francia la critica più eloquente all’individualismo e il
cinismo più rozzo,la più grande generosità e l’ossessione dei pazzi.

Dal 1945,questo malessere che non ha avuto l’aria di dissolversi se non
nel maggio ‘68 con il suo fervore insurrezionale,non ha smesso di
aggravarsi. l’era degli stati,delle nazioni e delle repubbliche si chiude. Il
paese che ha sacrificato loro tutto ciò che aveva di vivace resta stordito.
all’esplosione che ha provocato una semplice frase di jospin “lo stato non
può tutto”,prevediamo quella che produrrà presto o tardi la rivelazione
che in realtà non può più nulla. questo sentore di essere stati truffati non
smette di crescere e di incancrenire. pone le basi della rabbia latente che
monta a ogni proposito .il lutto non riconosciuto dell’era nazionale è la
chiave di volta dell’anacronismo francese,e delle possibilità rivoluzionarie
che esso riserva.

Qualunque sia il risultato,il ruolo delle prossime elezioni presidenziali è
quello di dare il segnale della fine delle illusioni francesi,di far scoppiare
la bolla storica nella quale viviamo e che rende possibile avvenimenti
come il movimento anti cpe che osserviamo dall’esterno come un incubo
scampato degli anni 70.per questo nessuno in fondo vuole delle elezioni.
La Francia è la lanterna rossa del mondo occidentale.

L’occidente,oggi,è un soldato che espugna Falluja a bordo di un carro
armato abraham m1 ascoltando hard rock a tutto volume. È un turista
perso nelle pianure della mongolia, preso in giro da tutti,che tiene in
mano la sua carta di credito come fosse la sua ancora di salvezza. E’ un
manager che giocherebbe sua madre in borsa. E’ una jeune fille checerca la felicità fra vestiti ,ragazzi e creme idratanti. È un militante per i

diritti umani svizzero che si rivolge ai quattro angoli delmondo,solidarizza con tutte le rivolte a patto che siano sconfitte. È uno
spagnolo che se ne frega della libertà politica in favore di quellasessuale. È un amante dell’arte che da in pasto all’ammirazione
stupefatta un secolo di artisti, che dal surrealismo all’azionismo viennese
fanno a gara nel chi fa a pagare di più la loro crosta, come fosse l’ultima
espressione del genio contemporaneo. E’ un cibernauta che ha trovato
nel buddismo una teoria veritiera della coscienza e un fisico molecolare
che è andato a cercare nella metafisica induista l’ispirazione per le sue
ultime scoperte.

L’occidente è la civilizzazione sopravvissuta a tutte le profezie sulla sua
fine grazie ad un particolare stratagemma. come la borghesia ha dovuto
negarsi come classe per permettere l’imborghesimento della
società,dall’operaio al barone. come il capitale ha dovuto sacrificarsi
come rapporto salariale per imporsi come rapporto sociale,diventando
così anche capitale culturale e capitale di salute oltre che capitale
finanziario. come il cristianesimo ha dovuto sacrificarsi come religione
per sopravvivere come struttura affettiva ,come ingiunzione diffusa
all’umiltà, alla compassione e all’impotenza,l’occidente si è sacrificato
come civilizzazione particolare per imporsi come cultura
universale .l’operazione si riassume ad un entità agonizzante che
sacrifica il suo contenuto per sopravvivere come forma.

L’individuo in briciole si salva solo come forma grazie alle tecnologie
spirituali del life coaching. il patriarcato,che carica le donne di tutti gli
attributi penosi degli uomini:volontà,autocontrollo,insensibilità.

La società disintegrata,che propaga un’epidemia di socialità e
divertimento. queste sono tutte le grandi finzioni scadute dell’occidente
che si mantiene attraverso degli artifici che lo smentiscono punto per
punto.

Non c’è uno “choc della civilizzazione”.quello che c’è è una civilizzazione
clinicamente morta, sulla quale apparecchiamo una sopravvivenza
artificiale, e che sparge nell’atmosfera planetaria una particolare
pestilenza. A questo punto, non c’è uno solo dei suoi valori al quale essa
in qualche modo creda ancora, e tutte le affermazioni le fanno l’effetto
di un atto di impudenza, di una provocazione che conviene fare a pezzi,
destrutturare ,e ridurre allo stato di dubbio.

L’imperialismo occidentale oggi è quello del relativismo, del “questo è il
tuo punto di vista”, è lo sguardo di traverso o la protesta ferita contro
tutto ciò che è abbastanza bestiale, abbastanza primitivo o abbastanzasufficiente per credere ancora in qualcosa, per affermare ciò che si è. È a
questo dogmatismo del mettere in discussione che strizza un occhio
complice tutta l’intellighenzia universitaria e letteraria. Nessuna critica
è troppo radicale per le intelligenze post-moderniste, a patto che non
contenga niente di certo. Il secolo scorso,lo scandalo risiedeva in tutte le
negazioni un po’ clamorose, oggi in tutte le affermazioni che non
vacillano.

Nessun ordine sociale può fondarsi in maniera duratura sul principio che
nulla è vero. Bisogna anche saperlo mantenere. Ai nostri
giorni,l’applicazione a tutte le cose del concetto di “sicurezza” esprime
questo progetto di integrare agli stessi esseri, ai comportamenti e ai
luoghi, l’ordine ideale al quale non sono pronti a sottomettersi. “Nulla è
vero” non dice nulla del mondo ma tutto del concetto occidentale di
verità. La verità qui non è concepita come un attributo degli esseri odelle cose, ma della loro rappresentazione. È ritenuta vera una
rappresentazione conforme all’esperienza. La scienza è in ultima istanza
questo impero della verificazione universale. Ora tutti i comportamenti
umani, dai più ordinari ai più saggi, si posano su un piedistallo di
evidenze formulate in modo diseguale, tutte le pratiche partono da un
punto dove le cose e le rappresentazioni sono indistintamente legate, in
tutta la vita rientra una dose di verità che non tiene conto del concetto
occidentale. quando qui si parla di “persone vere”è solo per prendersi
gioco dei poveri di spirito. per questo tutti gli occidentali sono
invariabilmente considerati da tutti quelli che colonizzano come dei
bugiardi e degli ipocriti. per questo si invidia loro ciò che hanno,la loro
tecnologia avanzata,e mai ciò che sono,che giustamente si disprezza.
non potremmo insegnare sade,nietsche e artaud nei licei se non
avessimo dequalificato il concetto di verità. il lungo lavoro
dell’intelligenza occidentale è contenere tutte le affermazioni,screditare
tutte le certezze che fatalmente si delineano. la polizia e la
filosofia,benché siano formalmente distinti, sono due mezzi convergenti .

Ben inteso,l’imperialismo relativista trova in qualsiasi dogmatismo
vuoto,in qualsiasi marxismo-leninismo,in qualsiasi salafismo,in qualsiasi
neonazismo,un avversario alla pari:qualcuno che,come gli
occidentali,confonde affermazione e provocazione.

A questo stadio,una contestazione puramente sociale ,che si rifiuta di
vedere che ciò che dobbiamo affrontare non è la crisi di una società ma
l’estinzione di una civilizzazione,si rende complice della sua
perpetuazione. è ormai una strategia corrente il solo criticare questa
società con la vana speranza di salvare questa civilizzazione.

Voilà. abbiamo un cadavere sulle spalle,ma non ce ne possiamo
sbarazzare come se nulla fosse. non bisogna aspettare la fine della
civilizzazione,la sua morte clinica. questa può interessare solo gli storici.
è un fatto,bisogna prendere una decisione. i fatti sono giochi di
prestigio,la decisione è politica. decidere la morte della
civilizzazione,decidere il come:solo la decisione ci libererà dal cadavere.

IN MARCIA !

Un insurrezione, non vediamo nemmeno più da dove possa iniziare.
Sessant’anni di pacificazione sociale, di sospensione di tutti i ribaltamenti
storici, sessant’anni di anestesia democratica e di gestione degli eventi
hanno indebolito in noi una certa percezione sconnessa del reale, il
senso partigiano della guerra in corso. È questa percezione che bisogna
ritrovare, tanto per cominciare.

Non c’è da indignarsi che si applichi ormai da 5 anni una leggenotoriamente anticostituzionale come quella sulla Sicurezza quotidiana. È
vano protestare legalmente contro l’implosione compiuta del quadro
legale. Bisogna organizzarsi di conseguenza.

Non c’è da impegnarsi in tale o tal’altro collettivo di cittadini , in quella o
quell’altra impasse di estrema sinistra, nell’ultima impostura associativa.
Tutte le organizzazioni che pretendono di contestare l’ordine presente

hanno loro stesse, in versione più posticcia, la forma, i costumi e i
linguaggi di Stati miniaturizzati. Tutte le velleità di “fare politica
alternativa“ non hanno mai contribuito,sino ad oggi, che all’estensione
indefinita dei presupposti statali.

Non c’è più da reagire alle novità del giorno, ma comprendere che ogni
informazione è un operazione in un terreno ostile di strategie da
decifrare; operazione volta a tutti gli effetti a suscitare in tale o tal’altro,
tale o tal’atro tipo di reazione. Bisogna considerare questa operazione
per quanto riguarda la vera informazione contenuta nell’informazione
apparente.

Non c’è più da attendere -un fulmine, la rivoluzione, l’apocalisse
nucleare o un movimento sociale. Aspettare ancora è una follia. La
catastrofe non è quella che arriva, è quella in corso. Noi siamo situati,
d’ora innanzi, dentro il moto di inabissamento di una civiltà. È la che
bisogna prendere parte, bisogna parteggiare.

Il non attendere, significa in un modo o nell’altro, entrare nella logicainsurrezionale. È sentire di nuovo, nella voce dei nostri governanti, il
leggero tremolio di terrore che non li abbandona mai. Poiché governare
non è mai stato altro che rimandare attraverso mille sotterfugi il
momento in cui la folla vi appenderà ,e tutti gli atti di governo null’altro
che un modo di non perdere il controllo della popolazione.

Noi partiamo da un punto di estremo isolamento, di estrema impotenza.
Tutto è da costruire in un processo insurrezionale. Niente sembra meno
probabile di un insurrezione, ma niente è piu necessario.

TROVARSI

Attaccarsi a tutto ciò che sentiamo come vero.

Partire da là.

Un incontro, una scoperta, un grande sciopero, un terremoto: ogni
evento produce della verità, alterando il nostro modo di essere al mondo.
Inversamente, una constatazione che ci resta indifferente, che ci lascia
immutati, che non ci vincola/impegna minimamente, non merita ancora il
nome di verità. In ogni gesto, in ogni pratica, in ogni relazione, in ogni
situazione, c’è una verità recondita. L’abitudine è di eluderla, di gestire;il
che produce lo smarrimento tipico dei più nella nostra epoca. Infatti,
tutto impegna tutto e tutti. Pure il sentimento di vivere nella menzogna è

una verità. Si tratta di non mollarlo, magari di partire da là. Una verità
non è una visione del mondo, ma ciò che ci tiene legati ad esso in
maniera irriducibile. Una verità non è qualcosa che si detiene, ma
qualcosa che ci sostiene. Mi fa e mi disfa, mi costituisce e mi destituisce
come individuo, mi allontana da molti e mi apparenta a tutti coloro che la
provano. L’essere isolato che vi si attacca incontra fatalmente qualche
suo simile. Di fatto, ogni processo insurrezionale parte da una verità sulla
quale non si cede. Si è visto ad Amburgo, nel corso degli anni ottanta,
come un pugno di abitanti di una casa occupata decida che da quel
momento sarebbero dovuti passare sui loro corpi per sgomberarli. C’è
stato un quartiere assediato da blindati ed elicotteri, giornate di
battaglia di strada, manifestazioni mostruose e un’amministrazione che,
infine, ha capitolato. Georges Guingouin, il “primo partigiano di France”,
nel 1940 ebbe come unico punto di partenza la certezza del suo rifiuto
dell’occupazione. All’epoca, per il Partito comunista, non era che un
“pazzo che vive nei boschi”; finché non furono in ventimila, i pazzi a
vivere nei boschi e a liberare Limoges.

Non indietreggiare davanti a tutto ciò che le amicizie
comportano di politico

Ci hanno abituati a un’idea neutra dell’amicizia, come pura affezione
senza conseguenze. Ma ogni affinità è un’affinità in una comune verità.
Ogni incontro è un incontro in una comune affermazione, foss’anche
quella della distruzione. Non ci si lega innocentemente in un’epoca in cui
tenere a qualcosa e non demordere conduce regolarmente alla perdita
del lavoro, in cui bisogna mentire per lavorare e, poi, lavorare per
conservare i mezzi della menzogna. L’unione di chi, partendo dalla fisica
quantistica, giurasse di trarne tutte le conseguenze in ogni campo
sarebbe altrettanto politica di quella dei compagni che lottano contro una
multinazionale agroalimentare. Sarebbero condotti, prima o poi, alla
defezione, e allo scontro.

Gli iniziatori del movimento operaio avevano l’officina e poi la fabbrica
per trovarsi. Avevano lo sciopero per contarsi e smascherare i crumiri.
Avevano il rapporto salariale, che poneva lo scontro tra il partito del

Capitale e il partito del Lavoro, per tracciare delle solidarietà e dei fronti
su scala mondiale. Noi abbiamo la totalità dello spazio sociale per
trovarci. Abbiamo i comportamenti quotidiani d’insubordinazione per
contarci e smascherare i crumiri. Abbiamo l’ostilità verso questa
civilizzazione per tracciare delle solidarietà e dei fronti su scala mondiale.

Non aspettarsi nulla dalle organizzazioni.

Diffidare di tutti i milieux esistenti, e anzitutto di divenirne
uno.

Non è raro incrociare, nel corso di una dis-affiliazione , le organizzazioni politiche,
sindacali, umanitarie, associative, ecc. Capita anche di
incrociarvi qualche persona sincera ancorché disperata, o entusiasta ma
astuta. L’attrazione delle organizzazioni risiede nella loro apparente
consistenza – hanno una storia, una sede, un nome, dei mezzi, un capo,
una strategia e un discorso. Restano nondimeno delle architetture vuote
che il rispetto dovuto alle loro origini eroiche fatica a popolare. In ogni
cosa, come in ogni suo gradino, non si occupano che della loro
sopravvivenza in quanto organizzazioni. I loro ripetuti tradimenti le
hanno spesso alienate dal contatto con la propria base. Perciò talvolta vi
si incontra qualcuno di stimabile. Ma la promessa contenuta dall’incontro
potrà realizzarsi solo fuori dall’organizzazione e, necessariamente, contro
di lei.

Ben più temibili sono i milieux, con la loro agile struttura, le loro
chiacchiere e le loro gerarchie informali. Bisogna fuggire tutti i milieux.
Ogni milieux è preposto alla neutralizzazione di una verità. I milieux
letterari sono là per soffocare l’evidenza degli scritti. I milieux libertari
quella dell’azione diretta. I milieux scientifici per trattenere ciò che le loro
ricerche implicano al giorno d’oggi per la maggior parte delle persone. I
milieux sportivi per contenere nelle palestre le diverse forme di vita che i
diversi sport dovrebbero generare. In particolar modo, sono da fuggire i
milieux culturali e quelli militanti. Sono le due anticamere della morte in
cui tradizionalmente s’incaglia ogni desiderio di rivoluzione. Il compito
dei milieux culturali è di reperire le intensità nascenti e sottrarvi,
spiegandovelo, il senso di ciò che fate; il compito dei milieux militanti è di

privarvi dell’energia di farlo. I milieux militanti stendono le loro reti
diffuse su tutto il territorio francese, si trovano sul cammino di ogni
divenire rivoluzionario. Sono portatori solo del numero dei loro fallimenti
e dell’amarezza che ne consegue. La loro usura, come l’eccesso della
loro impotenza, li ha resi inadatti a cogliere le possibilità del presente.
Del resto, vi si parla troppo allo scopo di colmare una triste passività; e
ciò li rende poco sicuri poliziescamente parlando. Sarebbe vano
aspettarsi qualcosa da loro, allo stesso modo sarebbe stupido rimanere
delusi dalla loro sclerosi. Basta lasciarli alla loro agonia.

Tutti i milieux sono controrivoluzionari, perché il loro unico scopo è di
preservare il loro pessimo confort.

Costituirsi in comuni

La comune è ciò che accade quando degli esseri si trovano, s’intendono
e decidono di camminare insieme. La comune è forse ciò che si decide
nel momento in cui si usa separarsi. È la gioia dell’incontro chesopravvive a suo strangolamento di rigore. È ciò che fa sì che si dica
“noi” e che sia un evento. Non è strano che delle persone che si
accordino formino delle comuni, ma che restino separate. Perché le
comuni non si moltiplicano all’infinito? In ogni fabbrica, in ogni strada, in
ogni villaggio, in ogni scuola. Finalmente, il regno dei comitati di base!
Ma delle comuni che accettino di essere ciò che sono laddove sono. E, se
possibile, una molteplicità di comuni che si sostituisca alle istituzioni
della società: la famiglia, la scuola, il sindacato, il club sportivo, ecc.
Delle comuni che non abbiano il timore, oltre alle loro attività
propriamente politiche, di organizzarsi per la sopravvivenza materiale e
morale di tutti i loro membri e di tutti i fiaschi che le circondano. Delle
comuni che non si definiscano – come fanno generalmente i collettivi –
tramite un dentro e un fuori, ma sulla base dell’intensità dei legami al
loro interno. Non tramite le persone che le compongono, ma tramite lo
spirito che le anima.

Una comune si forma ogni volta che qualcuno liberatosi della sua
camiciola individuale si fa carico di non contare su nulla se non sé stesso
e sulla comune, e a misurare la loro forza in base alla realtà. Ogni
sciopero selvaggio è una comune, ogni casa occupata collettivamente su

delle basi nette è una comune, i comitati d’azione del ’68 erano delle
comuni come lo erano i villaggi di schiavi evasi negli Stati Uniti, o anche
come radio Alice a Bologna nel 1977. Ogni comune vuole essere la base
di se stessa. Vuole dissolvere la questione dei bisogni. Vuole spezzare
ogni dipendenza economica e, al contempo, ogni soggezione politica, e
degenera in milieu dal momento in cui perde il contatto con le evidenze
che la fondano. Ci sono comuni di ogni sorta, che non attendono né il
numero, né i mezzi, e ancor meno il “momento giusto” che non arriva
mai, per organizzarsi.

ORGANIZZARSI

Organizzarsi per non dover più lavorare

Gli sgami diventano sempre più rari, e a dire il vero , spesso si perde
troppo tempo per continuare ad annoiarci per architettarli.

Si sa che l’individuo esiste in modo così misero che deve guadagnarsi la
vita,che deve scambiare il suo tempo con un po’ d’esistenza sociale. Del
tempo personale,per dell’esistenza sociale:ecco il lavoro,ecco il mercato.
Il tempo della comune sfugge del tutto al lavoro,non funziona in quel
modo ,a questo se ne preferiranno altri. Dei gruppi di piqueteros
argentini si auto-distribuiscono collettivamente una specie di RMI locale
a condizione di qualche ora di lavoro. Non fanno turni,,mettono in
comune i guadagni e si dotano di sartorie,di una panetteria,sistemano gli
orti di cui hanno bisogno.

C’è del denaro da cercare per la comune,per guadagnarsi la vita. Tutte le
comuni hanno le loro casse comuni. I modi sono molteplici. Oltre i RMI,ci
sono gli i sussidi per l’affitto,le pensioni d’invalidità,le borse di studio
cumulative, le malattie pagate tutti i traffici e tanti altri metodi che
nascono ad ogni cambiamento del controllo. Non sta a noi difenderli,né
inserirci in questi rifugi di fortuna o preservarli come un privilegio da
iniziati. L’importante è coltivare,diffondere, la necessaria propensione
alla truffa,e condividere le innovazioni. Per le comuni la questione del
lavoro non si pone se non in funzione di altre forme di guadagno
esistenti. Non bisogna trascurare tutto quello che produce conoscenze
utili come alcuni mestieri,la formazione che se ne trae o i vantaggi di
posti ben collocati.

L’esigenza della comune è di liberare per tutti il maggior tempo possibile.
Esigenza che non si misura solamente e essenzialmente in numero d’ore
vergini da ogni tipo di sfruttamento salariale. Il tempo liberato non ci
manda in vacanza. Il tempo vacante,il tempo morto,il tempo del vuoto e
della paura del vuoto è il tempo del lavoro. Ormai non c’è più un tempo
da riempire,ma una liberazione di energia che nessun tempo può
contenere. Delle linee che si tracciano,che si accusano,che possiamo

seguire a piacimento,fino in fondo,fino a vederle incrociarsi con altre.

Saccheggiare,coltivare,fabbricare

Dei vecchi operai metalmeccanici preferiscono diventare rapinatori
piuttosto che secondini. degli impiegati di Electricitè de France passano
ai loro vicini i trucchi per manomettere i contatori. il materiale”caduto dai
camion” si rivende dappertutto. il mondo che si proclama così
apertamente cinico non poteva aspettarsi da parte dei proletari più di
tanta legalità.

Da una parte, una comune non può basarsi sulla durata eterna dello
“Stato provvidenziale”, dall’altra non può contare di vivere per lungo
tempo di furti sugli scaffali , di riciclo nelle spazzature dei supermercati,

o di “recupero “ nottetempo nei cantieri delle zone industriali, di raggiro
alle sovvenzioni statali, di truffe alle assicurazioni ed altre frodi, in breve
di saccheggio. Deve dunque preoccuparsi di accrescere
permanentemente il livello e l’intensità della sua auto-organizzazione.
Nulla sarebbe più logico che i torni, le frese o le fotocopiatrici vendute
all’asta alla chiusura di una fabbrica servano per appoggiare qualche
cospirazione contro la società mercificata.
Il sentimento dell’imminenza del naufragio è dovunque così vivo ai nostri
giorni che fatichiamo a enumerare tutti gli esperimenti in corso
riguardanti le costruzioni, l’energia, i materiali, l’illegalismo o
l’agricoltura. La troviamo tutto un insieme di saperi e di tecniche che non
attendono altro che di essere saccheggiate e strappate al loro
imballaggio moralista, stradaiolo o ecologico. Ma questo insieme è solo
una parte di tutte le intuizioni di tutti i savoir –faire , di questo ingegno
proprio delle bidonville che dovremo saper sfruttare se contiamo di
ripopolare il deserto metropolitano e assicurare l’avanzata e medio
termine di un insurrezione. Come comunicare e muoversi in un

interruzione totale dei flussi? Come restaurare le culture di vita delle
zone rurali affinché possano di nuovo sostenere la densità di popolazione
che avevano sessant’anni fa? Come trasformare degli spazi cementificati
in orti urbani come a Cuba, per fare fronte all’embargo americano e allo
scioglimento dell’URRS?

Formare e formarsi

Cosa è rimasto a noi che abbiamo usato fin troppo i divertimenti
autorizzati dalla democrazia mercificata?cosa ha potuto spingerci un
giorno ad andare a fare jogging la domenica mattina?cos’è che sostiene
tutti questi fanatici di karate,questi affezionati del bricolage,della pesca o
della micologia?cosa,se non la necessità di riempire un completo
disorientamento,di ricostruire la sua forza lavoro o il suo “capitale di
salute”?la maggior parte dei divertimenti potrebbero facilmente
sbarazzarsi del loro carattere d’assurdità,e diventare altro dai
divertimenti. la boxe non è sempre stata destinata a fare dimostrazioni
per il theleton o a prodursi in match spettacolari. la cina dell’inizio del
ventesimo secolo,sfruttata da orde di coloni e affamata da carestie
troppo lunghe,ha visto centinaia di migliaia di poveri contadini
organizzarsi in club di boxe all’aperto per riprendersi dai ricchi e dai
coloni ciò di cui erano stati depredati. era la rivolta dei boxers. non sarà
mai troppo presto per imparare e praticare ciò che questi tempi meno
pacificati,meno prevedibili ci richiedono. la nostra dipendenza dalla
metropoli-dalla sua medicina,dalla sua agricoltura,dalla sua polizia-è
tale,ora,che non possiamo attaccarla senza mettere in pericolo noi stessi.
è la coscienza inespressa di questa vulnerabilità che produce
l’autolimitazione spontanea degli attuali movimenti sociali,che fa temere
le crisi e desiderare la sicurezza. è a causa di essa che gli scioperi hanno
abbandonato ogni orizzonte rivoluzionario in cambio del ritorno alla
normalità. liberarsi di questa fatalità richiede un lungo e impegnativo
apprendistato,multiformi e massivi esperimenti. si tratta di sapersi
battere ,scassinare serrature,curare fratture e dolori,costruire una
stazione radio pirata,costruire mense popolari,mirare giusto,ma anche
mettere insieme i saperi andati persi e costituire un’agronomia di
guerra,capire la biologia del plancton,la composizione del suolo,studiare
le reazioni fra le piante e così ritrovare le intuizioni perdute,tutte le
pratiche,tutti i legami possibili con il nostro ambiente immediato e i
limiti al di là dei quali noi lo spingiamo ;da oggi, e per tutti i giorni in cui

sarà necessario ottenere più che una parte simbolica della nostra
alimentazione e delle nostre cure.

Creare dei territori. moltiplicare le zone d’ombra.

Sempre più riformisti oggi convengono sul fatto che “avvicinandosi al
peak oil” e “per ridurre le emissioni di gas” bisogna “rilocalizzare
l’economia”,favorire le produzioni regionali,i circuiti brevi della
distribuzione ,rinunciare alla facilità delle importazioni da paesi lontani
ecc. quello che dimenticano è che la specificità economica di tutto ciò
che si fa localmente è commerciare in nero,in maniera “informale”;che
questa semplice misura ecologica di ri-localizzazione economica implica
niente meno che l’affrancamento dal controllo statale,o la sottomissione
senza riserve.

Il territorio attuale è stato prodotto da secoli di operazioni poliziesche.
abbiamo cacciato i popoli fuori dalle loro campagne,poi fuori dalle loro
strade,poi fuori dai loro quartieri e infine fuori dai cortili delle loro case
,nella speranza demente di contenere tutta una vita nelle quattro mura
sudaticce del privato. per noi la questione del territorio non si
pone come per lo Stato.non si tratta di tenerselo.si tratta di intensificare
localmente le comuni,le circolazioni e la solidarietà fino al punto in cui il
territorio diventi illeggibile,opaco per ogni autorità. non è questione di
occupare,ma di essere il territorio.

Ogni pratica fa esistere un territorio-territorio di spaccio o di
caccia,territorio di gioco per bambini,di innamorati o di
sommossa,territorio del contadino,dell’ornitologo o dello sfaccendato. la
regola è semplice:più esistono territori che si posizionano su una zona
data,più c’è una circolazione fra loro,meno il potere fa presa.
bistrots,stamperie,palestre, campi incolti, infoshops ,mercati
improvvisati,kebab,garages,possono sfuggire facilmente alla loro
vocazione ufficiale per lasciare spazio alle complicità possibili.
L’autoorganizzazione locale,imponendo la propria geografia alla
cartografia statale,la brucia,la annulla;produce la sua stessa secessione.

Viaggiare. tracciare le nostre proprie vie di comunicazione.

Il principio delle comuni non è di opporre alla metropoli e alla sua
mobilità il radicamento locale e la lentezza.il movimento d’espansione
delle comuni in costituzione deve copiare sotterraneamente quello della
metropoli.non dobbiamo rifiutare le possibilità di movimento e
comunicazione offerte dalle infrastrutture della società mercificata,a
patto di conoscerne i limiti. È sufficiente essere prudenti e calmi. farsi
visita è più sicuro,non lascia tracce e forgia legami ben più consistenti
che tutte le liste di contatti su internet. Il privilegio concesso a molti di
noi di poter <<circolare liberamente>> da una parte all’altra del
continente e senza troppi problemi nel mondo intero, è un vantaggio
non trascurabile per fare comunicare i focolai di cospirazione .E’ uno dei
meriti delle metropoli quello che permette a degli americani, a dei greci,
dei messicani e dei tedeschi di ritrovarsi furtivamente a Parigi per il
tempo di una discussione strategica.

Il movimento permanente tra le comuni amiche è una di quelle cose che
le salvaguardano dall’essicazione come dalla fatalità della rinuncia.
Ospitare dei compagni, tenersi al corrente delle loro iniziative, meditare
sulla loro esperienza, acquisire le tecniche che padroneggiano fanno di
più per una comune che degli sterili esami di coscienza in circoli chiusi.
Avremmo torto nel sottostimare quello che di decisivo si può elaborare in
quelle serate passate a confrontare i nostri sguardi sulla guerra in corso.

Ribaltare, uno dopo l’altro, ogni ostacolo.

Come sappiamo bene, le strade strabordano di inciviltà. Tra quello che
sono veramente e quello che dovrebbero essere , vi è la forza centripeta
di tutte le polizie , quella che si sforza di ripristinare l’ordine; di fronte, ci
siamo noi, cioè il movimento inverso, centrifugo. Noi non possiamo che
rallegrarci , dell’ impeto e del disordine, ovunque essi sorgano. Niente di
strano se le feste nazionali che non hanno più niente da festeggiare
finiscano sistematicamente male, oramai. splendido o distrutto, il mobilio
urbano-ma dove inizia?e dove finisce?-materializza il nostro comune

spossessamento.perseverando nella sua nullità,non domanda nulla se
non ritornare .contempliamo ciò che ci circonda:tutto
questo attende il suo momento,di colpo la metropoli assumeun’aria
nostalgica,come l’hanno solo le rovine.

Che diventino metodiche,che si sistematizzino,e le inciviltà confluiscano
in una guerrilla diffusa,efficace,che ci rimandi la nostra
ingovernabilità,lanostra primordiale indisciplina.è problematico che tra le
virtù militari riconosciute ai partigiani figuri giustamente
l’indisciplina.infatti,non avremmo mai dovuto separare rabbia e
politica.senza la prima,la seconda diventa un mero discorso;e senza la
seconda,la prima si esaurisce in grida.non è mai senza colpi di
ammonimento che parole come “furiosi” ed “esaltati” si riaffacciano in
politica.

Per quanto riguarda il metodo,crediamo che per il sabotaggio il principio
sia il seguente:minimo rischio nell’azione,minimo tempo
impiegato,massimo danno.per quanto riguarda la strategia,ci
ricorderemo che un ostacolo ma non sommerso-uno spazio liberato
ma non abitato-è facilmente rimpiazzato da un altro ostacolo,più
resistente e meno attaccabile.inutile soffermarsi sui tre tipi di sabotaggio
operaio: rallentare il lavoro,dal ,allo sciopero;distruggere le
macchine,o bloccarne il funzionamento;rivelare i segreti
dell’impresa.donati alle dimensioni della fabbrica sociale,i principi del
sabotaggio si generalizzano dalla produzione alla
circolazione,l’infrastruttura tecnica della metropoli è vulnerabile:i suoi
flussi non sono solamente di persone e merci,le informazioni e l’energia
circolano attraverso reti di fili,di fibre e canalizzazioni,che è possibile
attaccare. Sabotare con qualche conseguenza la macchina sociale
implica oggi il riconquistare e il reinventare i mezzi per interrompere le
sue reti. Come rendere inutilizzabile una linea tav o una rete elettrica?
come trovare i punti deboli delle reti informatiche? come bruciare delle
onde radio e oscurare il televisore? Per quanto riguarda gli ostacoli seri ,
è falso ritenere impossibile ogni forma di distruzione. L’eredità di
Prometeo là in mezzo si riassume ad una certa appropriazione del fuoco,
escludendo tutto il cieco volontarismo. Nel 356 avanti Cristo Erostrato
brucia il tempio di Artemide, una delle 7 meraviglie del mondo. Nei nostri
tempi di avanzata decadenza, i templi non hanno nulla di imponente che
la seguente verità funebre, cioè che sono già delle rovine. Annullare
questo nulla non ha niente a che vedere con un triste bisogno. L’agire
ritrova lì una nuova giovinezza. Tutto prende un senso, tutto
improvvisamente si ordina, spazio, tempo, amicizia. Di tutto il legno

facciamo frecce, qui ritroviamo l’utilizzo-non siamo che frecce. Nella
miseria dei tempi , “il fottersene di tutto” ricopre forse il ruolo-non senza
ragione bisogna ammettere-di ultima seduzione collettiva.

Fuggire la visibilità . Rigirare l’anonimato in chiave
offensiva

In una manifestazione,un sindacalista strappa la maschera ad un
anonimo che sta per fracassare una vetrina:”assumi la responsabilità di
ciò che fai,piuttosto che nasconderti”.essere visibili è essere allo
scoperto,ovvero prima di tutto vulnerabili. quando i sinistrorsi di tutti i
paesi non fanno che “rendere visibile” la loro causa-chi quella dei
senzatetto,chi quella delle donne,chi quella dei clandestini-nella
speranza che qualcuno se le accolli,fanno esattamente il contrario di ciò
che dovrebbero fare. non rendersi visibili ma volgere a nostro vantaggio
l’anonimato dove siamo stati relegati e,attraverso la
cospirazione,l’azione notturna o mascherata,farne un’inattaccabile
posizione d’attacco.l’incendio del novembre 2005 ne offre un
modello.nessun leader,nessuna rivendicazione,nessuna
organizzazione,ma parole,gesti,complicità.essere un nulla socialmente
non è una condizione umiliante,la fonte di una tragica mancanza di
riconoscimento-essere riconosciuti,perché?-ma al contario la condizione
di libertà d’azione massima.non firmare le proprie azioni,non allegare
nulla se non delle sigle -ancora ci ricordiamo del BAFT(brigata anti-flic di
tartaretes)-è un modo di preservare questa libertà. evidentemente la
costruzione di un soggetto “banlieue” autrice dei “moti del
novembre2005” sarebbe stata una delle prime manovre difensive del
regime. Vedere il muso di coloro che sono qualcuno in questa società può
aiutare a comprendere la gioia di non essere nessuno.la visibilità è da
evitare.ma una forza che si aggrega nell’ombra non la può schivare per
sempre. si tratta di rimandare il nostro rendersi palesi in quanto forza
sino al momento opportuno . Poiché più tardi la visibilità ci trova, più ci
trova preparati. E una volta entrati nella visibilità, il nostro tempo è
contato. O siamo in grado di polverizzare il suo regno a breve scadenza,o
sarà il regime che senza indugio ci schiaccerà.

Organizzare l’autodifesa

Noi viviamo sotto occupazione, sotto occupazione poliziesca . Le retate di
clandestini nelle strade, le macchine banalizzate solcano le strade, la
pacificazione dei quartieri della metropoli avviene con termine forgiate
nelle colonie, i proclami del ministro dell’interno contro le “bande” degne
della guerra d’Algeria ce lo ricordano tranquillamente. Questi sono motivi
sufficienti per non lasciarsi più schiacciare, per impegnarsi
nell’autodifesa.

Mano a mano che si ingrandisce e si sviluppa , una comune vede poco a
poco le operazioni del potere avere come obbiettivo quello che la
costituisce . Questi contrattacchi prendono la forma della seduzione, del
recupero, e in ultima spiaggia quella della forza bruta. L’autodifesa deve
essere per le comuni un evidenza collettiva, tanto pratica quanto teorica.
Far fronte ad un arresto, riunirsi immediatamente contro dei tentativi di
sgombero, trovare un rifugio ad uno dei nostri, non saranno dei riflessi
superflui nei tempi che vengono. Non possiamo ricostruire di continuo le
nostre basi. Smettiamo di denunciare la repressione e prepariamoci.

La faccenda non è semplice perché nella misura in cui si attende da
parte della popolazione una crescita esponenziale del lavoro poliziesco-
dalla delazione, al impiego occasionale nelle ronde cittadine-le forze di
polizia si fondano nella folla. Il modello diffuso dell’intervento poliziesco
anche nei contesti di rivolta è ormai lo sbirro in borghese. L’efficacia
della polizia nelle ultime manifestazioni contro il C.P.E. veniva da questi
borghesi che si mescolavano al corteo attendendo i disordini per
manifestarsi: spray urticante, manganello, flash ball, denuncie; il tutto
coordinato con i servizi d’ordine dei sindacati. La semplice possibilità
della loro presenza era sufficiente a gettare il sospetto tra i manifestanti:
chi è chi ?, e a paralizzare l’azione. Ammettendo che una manifestazione
non è un mezzo per contarsi ma bensì un mezzo per agire, dobbiamo
dotarci di mezzi per smascherare gli sbirri in borghesi, cacciarli, nei casi
più gravi strappargli dalle mani quelli che tentano di arrestare.

La polizia non è invincibile nella strada, semplicemente a dei mezzi per
organizzarsi,allenarsi e testare continuamente delle nuove armi. IN

confronto, le nostre armi saranno sempre rudimentali, fatte in casa e
sovente improvvisate al momento. Queste non pretendono in nessun
caso di rivaleggiare in potenza di fuoco con le loro, ma puntano a tenerli
a distanza , a distrarre l’attenzione, a esercitare una pressione
psicologica o sfondare con l’effetto sorpresa una via protetta da un
cordone e guadagnare del terreno. Tutta l’innovazione sviluppata nei
centri di preparazione alla guerriglia urbana della polizia francese, è
evidentemente insufficiente, e di sicuro non lo sarà mai, per rispondere
prontamente ad una molteplicità mobile che può colpire in più luoghi
alla volta e che soprattutto si sforza di mantenere sempre l’iniziativa.

Le comuni sono sicuramente vulnerabili alla sorveglianza e alle inchieste
poliziesche, alla polizia scientifica è alle indagini. Le ondate di arresti di
anarchici in Italia, e di ecowarriors negli Stati Uniti sono state permesse
da intercettazioni. Tutti i fermi di polizia danno luogo ora ad una presa
del DNA e nutrono un archivio sempre più completo. Uno squatter di
Barcellona è stato ritrovato perché aveva lasciato delle impronte digitali
sui volantini che distribuiva. I metodi di schedatura vanno migliorandosi
senza sosta, in particolare a causa della biometria. Se la carta di identità
elettronica sarà introdotta, il nostro compito sarà sempre più difficile. La
comune di Parigi aveva in parte risolto il problema della schedatura:
bruciando il municipio, gli incendiari distrussero i registri dello stato
civile. Sono da trovare dei metodi per distruggere una volta per tutte dei
dati informatici.

INSURREZIONE

La comune è l’unità elementare della realtà partigiana. Forse,
un’avanzata insurrezionale non è che una moltiplicazione di comuni, il
loro legame e la loro articolazione. Sulla base degli eventi, le comuni si
fondono in entità di maggiore portata o si dividono. C’è solo una
differenza di grado tra una banda di fratelli e sorelle legati “per la vita o
per la morte” e l’unione di più gruppi, comitati o bande, per organizzare
l’approvvigionamento e l’autodifesa di un quartiere o, addirittura, di una
regione in rivolta: sono tutte indistintamente delle comuni.

Ogni comune non può che tendere verso l’autosussistenza e, al suo
interno, considerare il denaro come una cosa derisoria e, per dirla tutta,
fuori luogo. La potenza del denaro è di formare un legame tra chi è privo
di legami, di collegare degli estranei in quanto estranei e di mettere tutto
in circolazione rendendo ogni cosa equivalente. La capacità del denaro di
collegare tutto si paga con la superficialità di questo stesso
collegamento, in cui la menzogna è la regola. La diffidenza sta alla base
della relazione di credito. Perciò il regno del denaro è sempre il regno del
controllo. L’abolizione pratica del denaro può essere raggiunta solo con
l’estensione delle comuni. Nell’estensione delle comuni, ognuna deve
aver cura di non superare una certa dimensione al di là della quale perde
il contatto con se stessa e suscita quasi immancabilmente una casta
dominante. Nel prevenire un esito infelice, la comune preferirà quindi
scindersi o eventualmente spegnersi.

La rivolta dei giovani algerini, che ha infiammato tutta la Cabilia nella
primavera del 2001, è giunta a una ripresa quasi totale del territorio,
attaccando caserme, tribunali e ogni simbolo dello Stato, generalizzando
la sommossa fino alla ritirata unilaterale della forze dell’ordine e fino a

impedire fisicamente che si tenessero le elezioni. La forza del movimento
si è espressa nella complementarità diffusa tra molteplici componenti –
rappresentate solo in maniera molto parziale nelle interminabili e
disperatamente maschili assemblee dei comitati di villaggio e di altri
comitati popolari. Le “comuni” della sempre vibrante insurrezione
algerina hanno talora il volto dei giovani “bruciati” col berretto che
lanciano bombole di gas sui CNS (CRS) dal tetto di un edificio di Tizi
Ouzou, talvolta il sorriso sornione di un vecchio partigiano avvolto nel
suo pastrano, talvolta infine l’energia delle donne di un villaggio di
montagna che, in barba a ogni avversità, si prendevano cura delle
colture e dell’allevamento tradizionali, necessari affinché i blocchi
dell’economia regionale potessero essere tanto frequenti e sistematici.

Fare di ogni crisi un incendio.

“Bisogna aggiungere che non si potrà curare tutta la popolazione
francese. Bisognerà fare delle scelte.” Così, il 7 settembre 2005, un
esperto di virologia riassume a Le Monde ciò che accadrebbe in caso di
pandemia di influenza aviaria. “Minacce terroristiche”, “catastrofi
naturali”, “allarmi virali”, “movimenti sociali” e “violenze urbane” sono,
per i gestori della società, altrettanti momenti d’instabilità su cui
rafforzano il loro potere, selezionando ciò che piace loro e annientando
ciò che dà loro fastidio. Logicamente, costituiscono anche l’occasione per
ogni altra forza di aggregarsi e rafforzarsi, prendendo il partito opposto.
L’interruzione dei flussi di merci, la sospensione del controllo poliziesco e
della normalità – basti vedere il ritorno di vita sociale in un condominio
rimasto senza elettricità per immaginare che cosa potrebbe essere della
vita di una città privata di tutto – liberano potenzialità di auto-
organizzazione impensabili in altre circostanze. Ciò non sfugge a
nessuno. L’aveva ben compreso il movimento operaio rivoluzionario che
trasformava le crisi dell’economia borghese in occasioni di
potenziamento. Oggi, i partiti islamici raggiungono il massimo di forza
laddove hanno saputo intelligentemente sopperire alla debolezza dello
Stato; ad esempio, nell’allestimento dei soccorsi dopo il terremoto di
Boumerdès in Algeria o nell’assistenza quotidiana alla popolazione del
Libano meridionale distrutto dall’esercito israeliano.

Come abbiamo visto, la devastazione di New Orleans da parte

dell’uragano Katrina ha fornito l’occasione a tutta una frangia del
movimento anarchico nordamericano di acquisire una consistenza
sconosciuta unendosi a tutti coloro che, sul posto, resistevano al
trasferimento forzato. Non si fanno le cucine popolari senza aver pensato
a tempo debito all’approvvigionamento; l’aiuto medico d’urgenza, così
come l’installazione di radio libere, richiede che siano stati acquisiti il
sapere e il materiale necessari. La fecondità politica di simili esperienze è
garantita da ciò che esse contengono in termini di gioia, di superamento
dell’orizzonte individualistico e d’insubordinazione quotidiana all’ordine e
al lavoro.

In una paese come la Francia, in cui le nubi radioattive si fermano alla
frontiera e non si teme di costruire una canceropoli sul vecchio sito
classificato Seveso dell’azienza AZF, più che sulle crisi “naturali” bisogna
contare sulle crisi sociali. Qui sono più spesso i movimenti sociali a
interrompere il normale corso del disastro. Certo, negli ultimi anni, i
diversi scioperi sono stati anzitutto occasioni per il potere e i dirigenti
d’azienda di testare la loro capacità di mantenere un “servizio minimo”
sempre più ampio, fino a ridurre l’astensione dal lavoro alla sua
dimensione puramente simbolica – di poco più dannosa di una nevicata o
di un suicidio sui binari. Ma scompigliando le pratiche militanti
dell’occupazione sistematica degli stabili e del blocco ostinato, le lotte
liceali del 2005 e quelle contro il Cpe hanno ricordato come i grandi
movimenti possano nuocere e attaccare diffusamente. La serie di bande
apparse sulla loro scia lasciano intravedere a quali condizioni i movimenti
possono diventare luogo d’emergenza di nuove comuni.

Sabotare ogni istanza di rappresentanza.

Generalizzare la discussione.

Abolire le assemblee generali.

Ogni movimento sociale incontra come primo ostacolo, ben prima della
polizia propriamente detta, le forze sindacali e tutta quella microburocrazia
la cui vocazione è di inquadrare le lotte. Le comuni, i gruppi di

base, le bande ne diffidano spontaneamente. Perciò, da vent’anni, i
paraburocrati hanno inventato i coordinamenti che, non avendo
etichette, sembrano più innocenti, pur restando terreno ideale per le loro
manovre. Non appena un collettivo traviato si cimenta nell’autonomia,
non si danno pace per svuotarlo di ogni contenuto scartando
risolutamente le buone domande. Sono feroci, si scaldano, non già
perché si appassionano al dibattito, bensì perché mirano a scongiurarlo.
E quando la loro accanita difesa dell’apatia ha la meglio sul collettivo, ne
spiegano il fallimento con la mancanza di coscienza politica. Bisogna
riconoscere che ai giovani militanti in Francia, soprattutto grazie
all’attività forsennata delle differenti parrocchie trotzkiste, non manca
certo l’arte della manipolazione politica. Certo non saranno stati costoro
a trarre dall’incendio di novembre 2005 la seguente lezione: ogni
coordinamento è superfluo laddove c’è del coordinamento, le
organizzazioni sono sempre di troppo laddove ci si organizza.

Un’altra reazione, al minimo movimento, consiste nel fare un’assemblea
generale e votare. È un errore. La semplice questione del voto e della
decisione da conseguire è sufficiente per trasformare l’assemblea in un
incubo e a farne il teatro in cui si scontrano tutte le pretese al potere. Vi
si subisce il cattivo esempio dei parlamenti borghesi. L’assemblea è fatta
non già per la decisione, bensì per la discussione e la libera parola
esercitata senza scopo.

Tra gli umani è costante il bisogno di unirsi, ma rara la necessità di
decidere. Se unirsi corrisponde alla gioia di provare una potenza comune,
decidere risulta vitale solo nelle situazioni d’urgenza in cui l’esercizio
della democrazia è in ogni modo compromesso. Per il resto del tempo,
solo i fanatici della procedura si pongono il problema del “carattere
democratico del processo decisionale”. Non si tratta di criticare o
disertare le assemblee, ma di liberarvi la parola, i gesti e i giochi tra gli
esseri. Basti considerare come ciascuno vi si rechi non solo con un punto
di vista o una mozione, ma con desideri, attaccamenti, capacità, forze,
tristezze e una certa disponibilità. Esorcizzare il fantasma dell’Assemblea
Generale in favore di un’assemblea delle presenze, eludere la sempre
rinascente tentazione dell’egemonia, smetterla di porre la decisione
come finalità, tutto ciò dischiude qualche possibilità per una presa in
masssa, uno di quei fenomeni di cristallizzazione collettiva in cui una
decisione prende gli esseri, nella loro totalità o almeno in parte.

Lo stesso vale per le decisioni pratiche. Partire dal principio “l’azione
deve ordinare lo svolgimento dell’assemblea” significa rendere

impossibile tanto il fermento del dibattito quanto l’efficacia dell’azione.
Un’assemblea numerosa di gente che non si conosce è condannata a
produrre degli specialisti dell’azione e a trascurare quest’ultima in nome
del suo controllo. Da un lato, i delegati sono per definizione limitati nella
loro azione; dall’altro lato, nulla impedisce loro di farsi beffe di tutti.

Non si tratta di dare una forma ideale all’azione. L’essenziale è che sia
l’azione stessa a darsi una forma, suscitandola piuttosto che subirla. Ciò
presuppone la condivisione non solo di una medesima posizione politica
e geografica – come le sezioni della Comune di Parigi durante la
Rivoluzione francese -, ma anche di un sapere in circolazione. Quanto a
decidere delle azioni, il principio potrebbe essere il seguente: che ognuno
vada in ricognizione, che si verifichino le informazioni e la decisione verrà
da sé. Non saremo noi a prenderla, sarà piuttosto lei a prenderci. La
circolazione del sapere annulla la gerarchia, ci rende uguali dall’alto. In
quanto comunicazione orizzontale e proliferante, costituisce anche la
miglior forma per coordinare le diverse comuni e per farla finita con
l’egemonia.

Bloccare l’economia, misurare la nostra potenza di blocco
sul nostro livello di auto-organizzazione.

Fine giugno 2006, in tutto lo Stato di Oaxaca, si moltiplicano leoccupazioni di municipi; gli insorti occupano degli edifici pubblici. Incentinaia di località, i sindaci vengono espulsi e le automobili ufficialisequestrate. Un mese più tardi, vengono bloccati gli accessi di alcunihotel e complessi turistici. Il Ministro del Turismo parla di una catastrofe“paragonabile all’uragano Wilma”. Alcuni anni prima, il blocco eradiventato una delle principali forma di azione del movimento di rivoltaargentino: i diversi gruppi locali si aiutavano vicendevolmente bloccandoi vari assi, minacciando costantemente, con la loro azione congiunta, diparalizzare tutto il paese se le loro rivendicazioni non fossero statesoddisfatte. Una simile minaccia fu a lungo una potente leva deiferrovieri, degli impiegati delle compagnie energetiche, degliautotrasportatori. Il movimento contro il Cpe non ha esitato a bloccarestazioni, circonvallazioni, fabbriche, autostrade, supermercati e ancheaereoporti. A Rennes bastavano trecento persone per immobilizzare

alcune ore la tangenziale e provocare quaranta chilometri d’ingorgo.

Bloccare tutto; questo è ormai il primo riflesso di tutto ciò che si ergecontro l’ordine presente. In un’economia delocalizzata, in cui le aziendefunzionano “just in time”, in cui il valore deriva dalla connessione allarete, in cui le autostrade sono anelli della catena produttivadematerializzata che di subappalto in subappalto arriva fino alla fabbricadi montaggio, bloccare la produzione significa anche bloccare lacircolazione.

Ma si può bloccare solo fin quanto lo permette la capacità di rifornimentoe di comunicazione degli insorti, ovvero l’auto-organizzazione effettivadelle diverse comuni. Come nutrirsi una volta che tutto è stato
paralizzato? Saccheggiare i negozi, come è stato fatto in Argentina, ha isuoi limiti; per quanto immensi siano i templi del consumo, non sonodelle dispense infinite. Acquisire nella durata l’attitudine a procurarsi lasussistenza elementare implica quindi l’appropriazione dei mezzi per laloro produzione. E su questo punto appare inutile attendere ancora alungo. Lasciare, come oggi, al due per cento della popolazione il compitodi produrre l’alimentazione per tutti gli altri è un’idiozia sia storica chestrategica.

Liberare il territorio dall’occupazione poliziesca.

Evitare, finché possibile, lo scontro diretto.

“Questa vicenda mette in luce come abbiamo a che fare non con giovani
che reclamano migliori condizioni sociali, ma con individui che dichiarano
guerra alla Repubblica”, notava uno sbirro lucido a proposito di alcune
recenti imboscate. L’offensiva volta a liberare il territorio dalla sua
occupazione poliziesca è già ingaggiata e può contare sulle inesesauribili
riserve di risentimento che queste forze hanno unito contro di loro. Da
parte loro, anche i “movimenti sociali” sono stati a poco a poco
conquistati dalla sommossa, non meno dei festaioli di Rennes che
durante il 2005 hanno affrontato i Crs tutti i giovedì sera o quelli di
Barcellona che recentemente, durante un botellion, hanno devastato
un’arteria commerciale della città. Il movimento contro il Cpe ha assistito
al ritorno regolare delle Molotov. Ma da questo punto di vista, alcune

banlieues restano insuperate. Soprattutto in una tecnica che già da moltotempo si ripete: l’imboscata. Come il 13 ottobre 2006 a Épinay: intorno
alle 23.00, in seguito alla segnalazione di un furto di roulotte, si aggirano
alcune squadre della Bac; al loro arrivo, una “si trova bloccata da due
automobili disposte di traverso sulla strada e da più di una trentina di
individui, con barre di ferro e armi alla mano, che gettano pietre sull’auto
e utilizzano gas lacrimogeni contro i poliziotti”. Su scala minore, si pensi
ai diversi commissariati di quartiere attaccati durante le ore di chiusura:
vetri infranti e automobili incendiate.

Una delle acquisizioni degli ultimi movimenti è che, d’ora in poi, una vera
manifestazione debba essere “selvaggia”, non concordata con la
questura. Avendo la scelta del terreno, si avrà cura, come il Black Bloc a
Genova nel 2001, di eludere le zone rosse, evitare lo scontro diretto e,
decidendo il percorso, precedere gli sbirri invece di essere preceduti
dalla polizia, soprattutto sindacale, soprattutto pacifista. In
quell’occasione, abbiamo visto le camionette dei carabinieri retrocedere
davanti a un migliaio di persone determinate, per poi essere date alle
fiamme. Non si tratta tanto di essere meglio armati, quanto di avere
l’iniziativa. Il coraggio è niente, la fiducia nel proprio coraggio è tutto.
Avere l’iniziativa vi contribuisce.

Tutto incita, comunque, a considerare gli scontri diretti come punti di
fissazione tra forze avverse, utili per temporeggiare e attaccare altrove –
anche lì vicino. Non si può evitare che uno scontro abbia luogo, ma ciò
non impedisce di farne un semplice diversivo. Bisogna attaccarsi non
tanto alle azioni, quanto al loro coordinamento. Tormentare la polizia
significa essere ovunque e, così facendo, far sì che essa non risulti
efficace da nessuna parte.

Ogni atto di accanimento contro la polizia rianima questa verità,
enunciata nel 1842: “la vita dell’agente di polizia è penosa; la sua
posizione nella società è tanto umiliante e disprezzata quanto il crimine
stesso […] La vergogna e l’infamia lo circondano da tutte la parti, la
società lo caccia dal suo seno, lo isola come un paria, gli sputa il suo
disprezzo con la sua paga, senza rimorsi, senza rimpianti, senza pietà
[…] il tesserino di polizia che porta in tasca è un brevetto d’ignominia”. Il
21 novembre 2006, i pompieri in manifestazione a Parigi hanno attaccato
i Crs a colpi di martello, ferendone quindici e ricordandoci che “avere la
vocazione ad aiutare” non sarà mai un buon motivo per integrare la
polizia.

Essere in armi. Fare di tutto per renderne superfluo
l’utilizzo. Di fronte all’esercito, la vittoria è politica.

Non esistono insurrezioni pacifiche. Le armi sono necessarie: si tratta di
fare di tutto per renderne superfluo l’utilizzo. Un’insurrezione non è tanto
il passaggio alla lotta armata, quanto una presa d’armi, una
“permanenza armata”. Si ha tutto l’interesse a distinguere l’armarsi
dall’uso delle armi. Le armi sono una costante rivoluzionaria, benché il
loro utilizzo sia poco frequente, o poco decisivo, nei momenti di grande
rivolgimento: 10 agosto 1792, 18 marzo 1871, ottobre 1917. Quando il
potere è nel caveau, è sufficiente calpestarlo.

Nella distanza che ci separa da esse, la armi hanno acquisito il doppio
carattere di fascinazione e di disgusto, che può essere superato solo
maneggiandole. Un autentico pacifismo non può essere rifiuto delle armi,
ma solo del loro uso. Essere pacifisti senza poter fare fuoco è solo la
teorizzazione di un’impotenza. Questo pacifismo a priori corrisponde a
una specie di disarmo preventivo, è un’operazione poliziesca. In verità, la
questione pacifista si pone seriamente solo per chi può fare fuoco. E in
questo caso, il pacifismo sarà al contrario un segno di potenza, poiché
solo da un’estrema posizione di forza si è sollevati dalla necessità di fare
fuoco.

Da un punto di vista strategico, l’azione indiretta, asimmetrica, sembra
quella che paga di più, la più adatta all’epoca: non si attacca
frontalmente un esercito di occupazione. Tuttavia, la prospettiva di una
guerriglia urbana in stile irakeno, che ristagna senza possibilità
d’offensiva, è più da temere che da desiderare. La militarizzazione della
guerra civile è il fallimento dell’insurrezione. I Rossi possono certo
trionfare nel 1921, ma la Rivoluzione russa è già sconfitta.

Bisogna considerare due forme di reazione statale: l’ostilità aperta o la
reazione democratica, più subdola. Mentre la prima ricorre alla
distruzione senza tanti complimenti, la seconda utilizza un’ostilità sottile,
ma implacabile: aspetta solo di arruolarci. Si può essere sconfitti dalla
dittatura, ma anche dal fatto di essere ridotti a opporsi solo alla dittatura.
Non si viene sconfitti solo perdendo una guerra, ma anche perdendo la
scelta della guerra da condurre. O entrambe, come dimostra la Spagna
del 1936 quando i rivoluzionari furono doppiamente sconfitti: dal
fascismo e dalla repubblica.

Quando le cose si fanno serie, l’esercito occupa il campo. La sua entrata

in azione sembra meno semplice. Ci vorrebbe uno Stato deciso a fare
una carneficina il che, oggi, vale solo come minaccia, un po’ come per
l’uso dell’arma nucleare nell’ultimo mezzo secolo. Ciò non toglie che,
ferita da molto, la bestia statale è pericolosa. Ciò non toglie che di fronte
all’esercito ci vuole una folla numerosa che invada i ranghi e fraternizzi.
Ci vuole il 18 marzo 1871. L’esercito nelle strade, è una situazione
insurrezionale. L’esercito entrato in azione, è il precipitare della
situazione. Ognuno si trova costretto a prendere posizione, a sceglieretra l’anarchia e la paura dell’anarchia. È come forza politica che
un’insurrezione trionfa. Politicamente, non è impossibile aver ragione di
un esercito.

Deporre localmente le autorità

La questione, per un’insurrezione, è di divenire irreversibile.
L’irreversibilità si raggiunge sconfiggendo non solo le autorità ma ancheil bisogno di autorità, non solo la proprietà ma anche il gusto perl’appropriazione, non solo ogni egemonia ma anche il desideriod’egemonia. Perciò il processo insurrezionale contiene in se stesso laforma della sua vittoria o quella del suo fallimento. In fattod’irreversibilità, la distruzione non è mai stata sufficiente. Tutto sta nei
modi. Ci sono maniere di distruggere che provocano immancabilmente ilritorno di ciò che è stato annientato. Accanirsi sul cadavere di un ordine
significa assicurarsi la sua vocazione alla vendetta. Parimenti, ovunquel’economia fosse bloccata e la polizia neutralizzata, conviene mettere ilminor pathos possibile nel rovesciare le autorità. Sono da destituire conscrupolosa disinvoltura e derisione.

Alla decentralizzazione del potere corrisponde, in questa epoca, la fine
delle centralità rivoluzionarie. Ci sono ancora dei Palazzi d’Inverno, ma
destinati più all’assalto dei turisti che non a quello degli insorti. Ai nostri
giorni, si può prendere Parigi, o Roma o Buenos Aires, senza modificare
le conseguenze della nostra scelta. La presa di Rungis avrebbe
certamente più effetti di quella dell’Eliseo. Il potere non si concentra più
in un punto del mondo, è questo stesso mondo, i suoi flussi e i suoi viali, i
suoi uomini e le sue norme, i suoi codici e le sue tecnologie. Il potere èl’organizzazione stessa della metropoli. È la totalità impeccabile del
mondo mercantile in ogni suo punto. Parimenti, chi lo sconfigge
localmente produce attraverso delle reti un’onda di choc planetario. Gli

assalitori di Clichy-sous-Bois hanno rallegrato più di un focolare
americano, mentre gli insorti di Oaxaca hanno trovato complici nel pieno
cuore di Parigi. Per la Francia, la perdita della centralità del potere
significa la fine della centralità rivoluzionaria parigina. Lo conferma ogni
nuovo movimento, a partire dagli scioperi del 1995. Non è più lì che
sorgono i percorsi più audaci e più consistenti. In buona sostanza, Parigi
si distingue ancora come semplice bersaglio di razzia, come puro terreno
di saccheggio e devastazione. Brevi e brutali incursioni venute da altrove
che attaccano il punto di massima densità dei flussi metropolitani. Scie di
rabbia che solcano il deserto di questa abbondanza fittizia, per poi
svanire. Verrà un giorno in cui la capitale, questa orribile concentrazione
del potere, sarà ridotta in rovine, ma sarà al termine di un processo che,
ovunque, sarà più avanzato che là.

Tutto il potere alle
comuni !

[…]Nel metro non si trova più traccia dello schermo
di imbarazzo che attraversa abitualmente i gesti dei
passeggeri. Gli sconosciuti si parlano, non si evitano
più. Una banda in conciliabolo parlotta agli angoli
della strada. Delle assembramenti più vasti
discutono con aria seria nei viali. Gli assalti si
rispondono da una città all’altra, da un giorno
all’altro. Una nuova caserma è stata saccheggiata e
poi bruciata. Gli abitanti espulsi da una casa hanno
smesso di trattare con il Municipio: lo abitano. In un
eccesso di lucidità un manager in piena riunione di
lavoro rinfresca un pugno di colleghi. Degli archivi
contenenti l’indirizzo personale di tutti i poliziotti e i
carabinieri, oltre che quelli degli impiegati
dell’amministrazione penitenziaria vengono
trafugati, dando inizio ad un onda senza precedenti

di traslochi precipitosi. Nel vecchio bar-drogheria del
paese, si porta tutto quello che si produce in più e ci
si procura tutto ciò che ci manca. Ci riuniamo lì
anche per discutere della situazione generale e del
materiale necessario per l’officina. La radio informa
gli insorti della ritirata delle forze governative. Un
razzo a appena sventrato il muro di cinta della
prigione di Clairvaux. Impossibile dire se è da un
mese o da anni che si gli “avvenimenti” sono
cominciati. Il primo ministro si sente davvero molto
solo con i suoi appelli alla calma.[…]

<< Ogni giorno i giovani
aspettano la loro occasione,
come l’aspettano gli operai,
anche quelli vecchi. Tutti
aspettano, quelli che sono
scontenti e che riflettono.
Aspettano che compaio una

forza, qualcosa di cui faranno
parte, una sorta di internazionale
nuova che non farà gli errori di
quelle passate – una possibilità di
farla finita una volta per tutte con
il passato.

E che cominci qualcosa di nuovo.
NOI ABBIAMO COMINCIATO

POST SCRIPTUM

Julien Coupat : “La prolungazione della mia detenzione è una piccola
vendetta”
LE MONDE | 25.05.09 |

Ecco le risposte alle domande che abbiamo posto per iscritto a Julien
Coupat. Arrestato il 15 novembre del 2008 per “terrorismo” con otto
altre persone fermate a Tarnac (Corréze) e a Parigi, è sospettato di aver
sabotato le linee delle ferrovie francesi. É l’ultimo dei nove ad essere
ancora incarcerato.

Come vivete la vostra detenzione?
Molto bene grazie. Trazioni, corsa, lettura.
Potete ricordarci le circostanze del vostro arresto?

Una banda di giovani mascherati e armati fino ai denti si è introdotta con
l’effrazione nelle nostre case. Ci hanno minacciato, ammanettato e portati
via, non prima di aver fracassato tutto. Ci hanno caricato su dei potenti
bolidi, correndo a più di 170 km/h sulle autostrade. Nelle loro
conversazioni, ritornavano spesso su un certo Signor Marion (vecchio patron
della polizia antiterrorista) i cui exploits virili li divertivano
moltissimo, come quello consistente nel prendere a schiaffi allegramente
uno dei suoi colleghi al momento di partire . Ci hanno sequestrato per
quattro giorni in una delle loro “prigioni del popolo” stordendoci con
delle domande dove l’assurdo si alternava all’osceno.
Quello che sembrava essere il cervello dell’operazione si scusava vagamente
di tutto questo circo spiegando che era colpa dei “servizi”, quelli in
alto, dove si agitava ogni sorta di persone che ci volevano moltissimo.
Quel giorno i miei rapitori correvano sempre. Certi episodi recenti
attestano anche che continuano a imperversare in tutta impunità.
I sabotaggi sulle linee SNCF in Francia sono stati rivendicati in Germania.
Che ne pensate?
Al momento del nostro arresto, la polizia francese era già in possesso del
comunicato che rivendica, oltre al sabotaggio che vorrebbe attribuirci,
altri attacchi avvenuti simultaneamente in Germania. Questo volantino
presenta numerosi inconvenienti: è stato spedito ad Hannover, è redatto
in tedesco e inviato esclusivamente a dei giornali d’oltre-Reno, ma
soprattutto non quadra con la favola mediatica sul nostro conto, quella di
un piccolo gruppo di fanatici che colpiscono il cuore dello Stato
attaccando tre pezzi di ferro su delle linee di alta tensione. Quindi si
avrà ben cura di non menzionare troppo questo comunicato, né nella
procedura né nella menzogna pubblica.
È vero che il sabotaggio delle linee ferroviarie perde molto della sua
aura di mistero: si trattava semplicemente di protestare contro i trasporti
di rifiuti nucleari ultraradioattivi verso la Germania per via ferroviaria
e di denunciare di passaggio anche la grande truffa della “crisi”. Il
comunicato si conclude con uno stile molto SNCF: “ringraziamo i
viaggiatori dei treni in ritardo della loro comprensione”. Che tatto
hanno questi “terroristi”!

Vi riconoscete nelle qualificazioni di “movimento anarco-autonomo” e
di “ultrasinistra”?
Permettetemi di partire da lontano. Viviamo attualmente, in Francia, la
fine di un periodo di gelo storico il cui atto fondatore fu l’accordo
stretto tra gollisti e stalinisti nel 1945 per disarmare il popolo col
pretesto di “evitare una guerra civile”. I termini di questo patto
potrebbero formularsi velocemente così: mentre la destra rinunciava ai
suoi accenti apertamente fascisti, la sinistra abbandonava ogni seria
prospettiva di rivoluzione. Il vantaggio di cui gode, da quattro anni, la
banda sarkozista è di aver preso l’iniziativa, unilateralmente, di rompere
questo patto riprendendo “senza complessi” i classici della reazione
pura – sui folli, la religione, l’Occidente, l’Africa, il lavoro, la
storia della Francia o l’identità nazionale.

Di fronte a questo potere in guerra che osa pensare strategicamente e
dividere il mondo in amici, nemici e quantità trascurabili, la sinistra
resta tetanizzata. La sinistra è troppo vigliacca, troppo compromessa e,
per dirla tutta, troppo discreditata per opporre la minima resistenza a un
potere che lei, invece, non osa trattare come un nemico e che incanta uno a
uno i più astuti tra i suoi elementi. Quanto all’estrema sinistra alla
Besancenot, quali che siano le sue prove elettorali, e pure se uscita dallo
stato gruppuscolare in cui vegeta da sempre, non ha alcuna prospettiva che
sia più desiderabile da offrire, se non la grisaglia sovietica appena
ritoccata su Photoshop. Il suo destino è quello di deludere.
Nella sfera della rappresentazione politica, il potere che è al governo
non ha quindi nulla da temere, da nessuno. E certamente non sono le
burocrazie sindacali, più vendute che mai, che lo importuneranno, visto
che da due anni danzano col governo un balletto veramente osceno. In queste
condizioni, la sola forza che la gang sarkozista si trova di fronte, il suo
solo reale nemico in questo paese, è la strada, la strada e le sue antiche
inclinazioni rivoluzionarie. Essa solamente, infatti, nelle sommosse che
sono seguite al secondo turno del rituale plebiscitario del maggio 2007, ha
saputo issarsi all’altezza della situazione. Essa sola, nelle Antille o
nelle recenti occupazioni delle fabbriche o delle facoltà, ha saputo far
intendere un’altra parola.
Questa sommaria analisi del teatro delle operazioni si è imposta molto
presto visto che i servizi segreti facevano apparire fin dal giugno 2007,
sotto la penna dei giornalisti ai loro ordini (e specialmente in Le Monde)
i primi articoli che svelavano il terribile pericolo che pesava sulla vita
sociale: gli “anarco-autonomi”. Gli si incolpava, per cominciare,
dell’organizzazione delle sommosse spontanee, che in molte città hanno
salutato il “trionfo elettorale” del nuovo presidente.
Con questa favola degli “anarco-autonomi” si è disegnato il profilo
della minaccia al quale la ministra dell’interno si è docilmente
applicata, con arresti mirati e retate mediatiche, per dargli un po’ di
carne e qualche viso. Quando non si arriva più a contenere ciò che
deborda, si può ancora assegnarli una casella e incarcerarlo. O quello di
“casseur” in cui si incrociano ormai alla rinfusa gli operai di
Clairox, i ragazzini delle cités, gli studenti che bloccano e i
manifestanti dei contro-summit, una operazione che certo sé empre efficace
nella gestione corrente della pacificazione sociale, la quale permette di
criminalizzare degli atti, non delle esistenze. Ed è infatti intenzione
del nuovo potere di attaccare il nemico, in quanto tale, senza attendere
che si esprima. Questa è la vocazione delle nuove categorie della
repressione.
Poco importa, infine, che in Francia non si trovi nessuno che si riconosca
come “anarco-autonomo” né che l’ultrasinistra sia una corrente
politica che ha avuto la sua ora di gloria negli anni ’20 e che non ha, in
seguito, mai prodotto altro che degli inoffensivi volumi di marxologia. Del
resto, la recente fortuna del termine “ultrasinistra”, che ha permesso
a certi giornalisti frettolosi di catalogare senza colpo ferire gli insorti
greci dello scorso dicembre, deve molto al fatto che nessuno conosce quello

che è stata l’ultrasinistra, né che essa sia mai esistita.
A questo punto e in previsione dei debordamenti che non possono che
sistematizzarsi di fronte alle provocazioni di una oligarchia mondiale e
francese con le spalle al muro, l’utilità poliziesca di queste categorie
presto non dovrebbero più soffrire di grandi dibattiti. Non si può
tuttavia prevedere se sarà la categoria di “anarco-autonomo” o di
“ultrasinistra” a ricevere infine i favori dello Spettacolo, al fine di
relegare nell’inesplicabile una rivolta che tutto giustifica.

La polizia vi considera il capo di un gruppo sul punto di precipitare nel
terrorismo. Che ne pensate?
Una così patetica affermazione non può essere che quella di un regime sul
punto di precipitare nel nulla.
Che significa per voi la parola terrorismo?
Nulla permette di spiegare che il dipartimento dei servizi e della
sicurezza algerina sospettata di aver orchestrato, con la conoscenza della
DST, l’onda di attentati del 1995 non sia classificata tra le
organizzazioni terroriste internazionali. Niente permette di spiegare anche
l’improvvisa trasmutazione del “terrorista” in eroe della Liberazione,
in partner frequentabile per gli accordi di Evian, in poliziotto irakeno o
in “talebano moderato” dei nostri giorni, al passo con gli ultimi
voltafaccia della dottrina strategica americana. Nulla, se non lasovranità. È sovrano, in questo mondo, chi designa il terrorista. Chi
rifiuta di aver parte a questa sovranità si guarderà bene di rispondere
alla vostra domanda. Chi ne agogna qualche briciola lo farà con
prontitudine. Chi non è soffocato dalla cattiva fede troverà abbastanza
istruttivo il caso di questi due ex-”terroristi” divenuti uno il primo
ministro d’Israele, l’altro il presidente
dell’Autorità palestinese, avendo entrambe ricevuto, per colmo, il Premio
Nobel della pace. La nebbia che circonda la qualificazione di
“terrorismo”, l’impossibilità manifesta di definirla, non appartiene a
qualche lacuna della legislazione francese: sono alla base di questa cosa
che si può, invece, ben definire: l’antiterrorismo, tramite cui si forma
piuttosto la sua condizione di funzionamento. L’antiterrorismo è una
tecnica di governo che affonda le sue radici nella vecchia arte della
contro-insurrezione, della guerra detta “psicologica”, per restare
cortesi. L’antiterrorismo contrariamente a quello che vorrebbe insinuare il
termine, non è un mezzo per lottare contro il terrorismo, è il metodo con
il quale si produce, positivamente, il nemico politico in quanto
terrorista. Si tratta, attraverso tutta una panoplia di provocazioni,
infiltrazioni, sorveglianza, intimidazione e propaganda, attraverso tutta
una scienza della manipolazione
mediatica, di “azione psicologica”, con la fabbricazione di prove e di
crimini, con la fusione della sfera poliziesca e giudiziaria, di annientare
la “minaccia sovversiva” associando, in seno alla popolazione, il
nemico interno, il nemico politico all’affetto del terrore. L’essenziale,
nella guerra moderna, è questa “battaglia di cuori e di spiriti” in
cui tutti i colpi sono permessi. La procedura elementare, qui, è

invariabile: individuare il nemico al fine di isolarlo dal popolo e dalla
ragione comune, esporlo sotto le spoglie di un mostro, diffamarlo,
umiliarlo pubblicamente, incitare i più vili a riempirlo di sputi,
incoraggiarli all’odio. “La legge deve essere utilizzata come una
qualsiasi altra arma dell’arsenale del governo e in questo caso non
rappresenta null’altro che una copertura di propaganda per sbarazzarsi dei
membri indesiderabili del pubblico. Per avere più efficacia converrà che
le attività dei servizi giudiziari
siano legati allo sforzo della guerra nella maniera più discreta
possibile”, consigliava già nel 1971, il brigadiere Frank Kitson
(vecchio generale dell’esercito britannico, teorico della guerra
controinsurrezionale), che ne sapeva qualcosa.
Per una volta, nel nostro caso, l’antiterrorismo ha fatto un fiasco. Non ci
si è prestati, in Francia, a lasciarsi terrorizzare da noi. La
prolungazione della mia detenzione per una durata “ragionevole” è una
piccola vendetta ben comprensibile a fronte dei mezzi mobilitati e della
profondità della sconfitta; come è comprensibile l’accanimento un po’
meschino dei “servizi” dopo l’11 novembre, nell’addossarci per via
giornalistica i misfatti più fantastici o a spiare il più piccolo dei
nostri compagni. Quanto questa logica di rappresaglia abbia influenza
sull’istituzione poliziesca e sul piccolo cuore di giudici, questo è
quello che avranno il merito di rivelare, in questi ultimi tempi, gli
arresti cadenzati dei “vicini a Julien Coupat”. Bisogna dire che alcuni
si giocano, in questo affare, un intero pezzo della loro penosa carriera
come Alain Bauer (criminologo), altri il lancio di nuovi servizi, come il
povero Sig. Squarcini
(direttore centrale dei servizi), altri ancora la credibilità che non
hanno mai avuto e che mai avranno, come Michèle Alliot-Marie.

Voi venite fuori da un ambiente molto agiato che avrebbe potuto orientarvi
in un’altra direzione…
“C’è della plebe in tutte le classi” (Hegel).
Perché Tarnac?
Andateci, comprenderete. Se non comprenderete, temo che nulla ve lo potrà
spiegare,
Vi definite un intellettuale? Un filosofo?
La filosofia nasce come lutto chiacchierone della saggezza originaria.
Platone comprende già la parola di Eraclito come sfuggita da un mondo
scomparso. Nell’epoca dell’intellettualità diffusa, non si capisce quello
che potrebbe significare “l’intellettuale”, se non lo spazio del fosso
che, dentro di lui, separa la facoltà di pensare dall’attitudine a vivere.
Sono dei tristi titoli, in verità. Ma, perché, appunto, bisognerebbe
definirsi?
Siete voi l’autore de L’insurrection qui vient ?
Questo è l’aspetto più formidabile di questo procedimento: un libro
versato integralmente nel dossier d’istruzione, degli interrogatori in cui
si cerca di farvi dire che vivete come è scritto nell’Insurrezione che
viene, che manifestate come preconizza L’insurrezione che viene, che avete

sabotato le linee dei treni per commemorare il colpo di Stato bolscevico
dell’ottobre 1917, poiché è menzionato ne L’Insurrezione che viene, un
editore convocato dai servizi antiterroristi. A memoria francese, era molto
tempo che non si vedeva il potere prendere paura a causa di un libro.
Piuttosto si aveva costume di considerare che, finché i gauchistes erano
occupati a scrivere, almeno non facevano la rivoluzione. I tempi cambiano,
sicuramente. Le serie storiche ritornano.
Quello che fonda l’accusa di terrorismo che ci riguarda, è il sospetto
della coincidenza tra un pensiero e una vita; quello che costituisce
l’associazione a delinquere, è il sospetto che questa coincidenza non sia
lasciata all’eroismo individuale, ma sarebbe l’oggetto di un’attenzione
comune. Negativamente, questo significa che non si sospetta nessuno di
quelli che firmano con il loro nome molte delle feroci critiche del sistema
al potere di mettere in pratica la minima delle loro ferme risoluzioni;
l’ingiuria è pesante. Purtroppo, non sono io l’autore dell’Insurrection
qui vient – e tutto questo affare dovrebbe piuttosto convincerci del
carattere essenzialmente poliziesco della funzione di autore. Ne sono, in
compenso, un lettore. Rileggendolo, non più di una settimana fa, ho meglio
compreso l’astio isterico che vi si mette, nelle alte sfere, nel
perseguitare i presunti autori. Lo scandalo di questo libro è che tutto
quello che vi figura è
rigorosamente, catastroficamente vero, e non finisce di avverarsi ogni
giorno un po’ di più. Perché quello che si avvera, sotto le apparenze di
una “crisi economica”, di un “crollo della fiducia”, di un
“rigetto di massa delle classi dirigenti”, è la crisi di una civiltà,
l’implosione di un paradigma: quello del governo, che in Occidente regola
tutto – il rapporto degli esseri tra loro non meno che l’ordine politico,
la religione o l’organizzazione delle imprese. Vi è, a tutti i gradini del
presente, una gigantesca perdita di dominio alla quale nessuna stregoneria
poliziesca offrirà rimedio. Non è trafiggendoci di prigione, di pignola
sorveglianza, di controlli giudiziari e di divieti di comunicare col motivo
che noi saremmo gli autori di questa lucida constatazione, che si riuscirà
a far svanire quello che è stato constatato. Il proprio delle verità è
di sfuggire, appena enunciate, a coloro che le formulano. Governanti, non
vi
è servito a nulla consegnarci alla giustizia, tutto al contrario.

State leggendo “Sorvegliare e punire” di Michel Foucault. Questa
analisi appare ancora pertinenete?
La prigione è il piccolo sporco segreto della società francese, è la
chiave e non il margine dei rapporti sociali più presentabili. Quello che
qui si concentra in un tutto compatto, non è un mucchio di barbari
selvaggi come piace far credere, ma l’insieme delle discipline che sono la
trama, al di fuori, dell’esistenza cosiddetta “normale”. Sorveglianti,
cucina, partite di calcio nel cortile, impiego del tempo, divisioni,
cameratismo, pestaggi, sporcizia delle architetture: bisogna aver
soggiornato in prigione per prendere la piena misura di quello che la

77

scuola, l’innocente scuola della Repubblica, contiene, per esempio, di
carcerale. Vista sotto questo angolo imprendibile, non è la prigione che
appare un riparo per i falliti della società, ma è la società presente
che ha le sembianze di una prigione fallita. La stessa organizzazione della
separazione, la stessa amministrazione della miseria attraverso le canne,
la televisione, lo sport e il
porno regna ovunque ma altrove con forse meno metodo. Per finire, questi
alti muri non nascondono alla vista null’altro che una verità di una
banalità esplosiva: sono delle vite e delle anime in tutto simili che si
trascinano da una parte all’altra dei fili spinati e a causa loro. Se si
braccano con tanta avidità le testimonianze dell’”interno” che
esporrebbero i segreti che la prigione nasconde, è per meglio occultare il
segreto che essa è: quello della vostra servitù, voi che siete reputati
liberi fintanto che la sua minaccia pesa invisibilmente su ognuno dei
vostri gesti. Tutta l’indignazione virtuosa che circonda lo sporco delle
celle francesi e i suicidi a ripetizione, tutta la grossolana
contro-propaganda dell’amministrazione penitenziaria che mette in scena per
le telecamere dei secondini devoti al benessere del detenuto e dei
direttori del carcere che si curano del “senso della pena”, in breve:
tutto questo dibattito sull’orrore
dell’incarcerazione e la necessaria umanizzazione della detenzione è
vecchia come la prigione. Fa anche parte della sua efficacia, permettendo
di combinare il terrore che deve ispirare con il suo ipocrita statuto di
castigo “civile”. Il piccolo sistema di spionaggio, di umiliazione e di
distruzione che lo Stato francese dispone fanaticamente attorno al
detenuto più di chiunque altro in Europa, non è così scandaloso. Lo
Stato lo paga ogni giorno al centuplo nelle sue banlieues e in tutta
evidenza non è che l’inizio: la vendetta è l’igiene della plebe.
Ma la più grande impostura del sistema giudiziario-penitenziario consiste
sicuramente nel pretendere che esso esisterebbe per punire i criminali,
quando non fa che gestire gli illegalismi. Qualunque padrone – e non solo
quello di Total – qualunque presidente di consiglio generale – e non
solo quello dell’alta Senna – e qualunque poliziotto sa che c’è bisogno
di illegalismo per esercitare correttamente il suo mestiere. Il caos delle
leggi è tale, ai nostri giorni, che si fa in modo di cercare di non farle
troppo rispettare. Per quanto concerne le droghe, infatti, si limitano a
regolarne il traffico e non lo reprimono, che sarebbe qualcosa di
socialmente e politicamente suicida. La divisione non passa dunque, come
vorrebbe la fiction giudiziaria, tra legale e illegale, tra gli innocenti e
i criminali, ma tra i criminali che si giudica opportuno perseguire e
quelli che si lasciano in pace come richiesto dalla politica generale della
società. La
razza degli innocenti si è estinta da molto tempo e la pena non è ciò a
cui vi condanna la giustizia: la pena è la giustizia stessa. Quindi non è
questione per me e i miei compagni di “gridare la nostra innocenza”,
come la stampa si è ritualmente lasciata andare a scrivere, ma di mettere
in rotta l’avventurosa offensiva politica che costituisce questa procedura
infetta. Ecco qualcuna delle conclusioni al quale lo spirito è portato nel

rileggere Sorvegliare e punire a partire dalla Santé. Si potrebbe
suggerire, visto quello che i Foucaltiani fanno, da vent’anni, dei lavori
di Foucault, di spedirli in pensione qui per qualche tempo.

Come analizzate quello che vi sta accadendo?
Disilludetevi: quello che accade a me e ai miei compagni, accade anche a
voi. Qui risiede, tra l’altro, la prima mistificazione del potere: nove
persone sarebbero perseguite nel quadro di una procedura giudiziaria di
“associazione a delinquere in relazione con un impresa terrorista”, e
dovrebbero sentirsi particolarmente toccate da questa grave accusa. Ma non
esiste un “affare di Tarnac” e nemmeno un “affare Coupat” o un
“affare Hazan” (editore dell’Insurrezione che viene). Quello che esiste
è un’oligarchia vacillante sotto tutti i punti di vista e che diventa
feroce come ogni potere lo diviene quando si sente realmente minacciato. Il
Principe non ha altro sostegno che la paura che ispira quando la sua vista
eccita nel popolo niente altro che odio e derisione.
Quello che esiste, è, davanti a noi, una biforcazione, allo stesso tempo
storica e metafisica: o passiamo da un paradigma di governo a un paradigma
dell’abitare al prezzo di una rivolta crudele ma sconvolgente, oppure
lasciamo che si instauri, su scala planetaria, questo disastro climatizzato
in cui coesistono, sotto la frusta di una gestione “decomplessificata”,
una élite imperiale di cittadini e delle masse plebee tenute al margine di
tutto. C’è dunque una guerra, una guerra tra i beneficiari della
catastrofe e quelli che si fanno della vita una idea meno scheletrica. Non
si è mai vista una classe dominante che si suicida di buon cuore. La
rivolta ha delle condizioni, non ha causa. Quanti ministeri dell’identità
nazionale, licenziamenti stile Continental, retate di sans-papiers o di
oppositori politici, ragazzini uccisi dalla polizia nelle periferie,
ministri che minacciano di privare di diploma quelli che osano occupare
ancora la loro
facoltà, quanti ne occorrono per decidere che un tale regime, installato
con un plebiscito dalle apparenze democratiche, non ha nessuno titolo adesistere e merita solamente di essere buttato giù? È un affare di
sensibilità.
La servitù è l’intollerabile che può essere infinitamente tollerato.
Siccome è un affare di sensibilità e questa sensibilità è
immediatamente politica (non quella che si chiede “perché vado a
votare?”, ma “la mia esistenza è compatibile con questo?), per il
potere è una questione di anestesia a cui corrisponde l’amministrazione di
dosi sempre più massicce di divertimento, di paura e di stupidità. E lì
dove l’anestesia non funziona più questo ordine, che ha riunito contro di
lui tutte le ragioni di rivoltarsi, tenta di dissuaderci con un piccolo
terrore adattato alla situazione. Io e i miei compagni non siamo che una
variabile di questo adattamento. Ci si sospetta come molti altri, come
molti “giovani”, come molte “bande”, di desolidarizzarci da un
mondo che sta crollando. Su questo punto solamente non si mente. Per
fortuna l’accozzaglia di truffatori, di impo stori, di industriali, di
finanzieri e di ragazze, tutta questa

corte di Mazarino sotto neurolettici, di Luigi Napoleone in versione
Disney, di Fouché della domenica che per il momento ha in mano il paese,
manca del più elementare senso dialettico. Ogni passo che fanno verso il
controllo di tutto, li avvicina alla loro sconfitta. Ogni nuova
“vittoria” di cui si vantano allarga un po’ di più il desiderio di
vederli a loro volta vinti. Ogni manovra con la quale pensano di confortare
il loro potere ha l’effetto di renderlo odioso. In altri termini: la
situazione è eccellente. Non è il momento di perdere il coraggio.

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